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Archive for the ‘Tempo presente’ Category

L’anno del diagramma

Posted on Dicembre 29th, 2008 in Tempo presente | 9 Comments »

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Cosa ha fatto e sta facendo il nostro governo per fronteggiare la crisi?

Chiedetelo alla gente per strada…Sulla soglia di...

La maggior parte, sono certo, non saprà dirvi granché, tranne che si sono spesi un casino di quattrini per      un’Alitalia che chissà che fine fa, e poi per le banche (ormai additate come “quelle che hanno piazzato i titoli-fregatura”), mentre ai più poveri è stato dato con gran clamore un equivalente aggiornato (nel senso di “elettronico”) delle famigerate tessere annonarie, triste filiazione della Seconda guerra mondiale. Le banche, inoltre, sono state “invitate” a largheggiare nell’elargizione del credito.

Figuriamoci. Gli istituti di credito sono società private, che devono guadagnare e rendere conto ai loro azionisti. Voi ve la sentireste di prestare denaro a chi non riesce a dimostrare in modo convincente di potervelo restituire? Forse il governo confonde le banche con gli enti di beneficenza.                                  

E-poi-e-poi, quali altre misure?

 

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Se il Capitale è in eruzione (2)

Posted on Dicembre 27th, 2008 in Tempo presente | 9 Comments »

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Quelli che pagano le crisi…

Berlusconi ha appena dichiarato che l’attende un anno (il 2009) “terribile”. E se tale sarà per lui, figuriamoci Henry Fonda nel film \per la crescente massa di clochard, poveri, pensionati, licenziati, precari, lavoratori a reddito fisso, piccoli commercianti e così via fino a comprendere ormai anche buona parte dell’ex ceto medio. Nel marasma della crisi – la quale, checché ne dicano i nostri tg, proprio nel 2009 incomincierà a mostrarsi in tutto il suo fulgore – e delle ricette miracolistiche propalateci di qua e di là, fa la sua (tempistica) ricomparsa, stavolta in edicola e su Dvd, un celebre film del lontano 1940: Furore (The Grapes of Wrath), tratto dall’ancor più celebre, omonimo romanzo di John Steinbeck (1939).

Muovo dal testo scritto, con il sospetto che la sua lettura (o rilettura) sarebbe utile anzitutto ad alcuni soggetti istituzionali. Ammesso che leggano narrativa. Furore è la descrizione, romanzata ma estremamente realistica, di una terribile realtà americana, la Grande Depressione, vissuta da personaggi scaraventati sullo scalino più basso della società. Uno scenario che fino a poco tempo fa poteva riportarci a tragedie vissute da chi a sua volta cerca la salvezza su bagnarole rugginose che solcano i mari dall’est o dal sud verso il mitico Occidente; ma che ora potrà interessarci molto più da vicino.

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Futuri in svendita

Posted on Novembre 15th, 2008 in Tempo presente | 11 Comments »

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Ricordando il Futuro…

La crisi mondiale in atto ridisegna pesantemente gli scenari del nostro futuro, se non interverranno elementi in grado di rallentarne e attutirne gli effetti. Sta di fatto che già da tempo se ne avvertivano i segnali, sebbene poco ci abbiano detto e ci dicano in merito i mezzi d’informazione ufficiali.

 

Non è la prima volta che fattori imprevisti, di violento impatto, mutano l’assetto socio-economico di vaste zone del pianeta in modo sfavorevole – talora anche favorevole. Il paragone immediato è la Grande Crisi del 1929, che negli Usa ridusse al lastrico milioni di persone, con ripercussioni mondiali; e tuttavia l’attuale sconvolgimento è molto più esteso: sia perché già dalle radici ha una connotazione “globale”, sia perché la sua natura è diversa e più insidiosa. Un altro esempio di evento che ha mutato il futuro di centinaia di milioni di persone, se non miliardi, è la caduta del muro di Berlino: scossa “benefica” in questo caso, che ha peraltro mietuto innumerevoli vittime specie nell’Est europeo. Ulteriore rivoluzione in tempi “brevi”: quella informatica, con l’avvento pervasivo di cellulari, computer domestici, Internet, che hanno contribuito a una trasformazione radicale.

 

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L’universo a stelle e… stringhe

Posted on Settembre 24th, 2008 in Tempo presente | No Comments »

 

Altro che atomi e quark: la materia dell’universo è un insieme di “corde” che vibrano…                    

Sappiamo della recente entrata in funzione - peraltro con alcuni contrattempi tecnici - dell’LHC (Large Hadron Collider) del CERN di Ginevra. L’LHC è il più potente acceleratore di particelle finora costruito, un tunnel ovale lungo 27 km, dotato di tecnologie sofisticatissime. Uno degli importanti esperimenti demandati all’acceleratore concerne una diramazione della Fisica che ai non addetti può apparire esoterica: la “teoria delle stringhe”. Ma i risultati potrebbero rivoluzionare tutto quanto diamo per certo circa la materia, l’universo, la realtà, noi stessi. 

La teoria non è comunque una novità, giacché esiste da circa 40 anni, ma essa rimane ancora nel limbo delle supposizioni: la sua dimostrazione richiede strumenti evolutissimi. Di cosa tratta, e perché “stringhe”? Più volte nel corso dei secoli, se non dei millenni, l’universo e la sua struttura intima sono stati associati alla musica. I pitagorici parlavano di “musica delle sfere”; mistici e religiosi d’ogni cultura hanno invocato “l’armonia della natura”; studiosi e scienziati sono riusciti - negli ultimi anni - a trasformare in sonorità le vibrazioni dei moti planetari lungo le loro orbite, o le onde che si propagano dal plasma formato da particelle di gas estremamente rarefatti presenti nello spazio. E’ stata addirittura “ricostruita” in laboratorio una presunta eco (il “rumore”) del Big Bang, la grande esplosione che avrebbe dato inizio al nostro universo. Nulla di strano, e anzi niente di più “naturale”, se un’avanguardia di fisici sostiene che la materia sia costituita non dai classici atomi e quark ma da “corde” simili a elastici vibranti, impensabilmente minuscoli: usando un paragone del fisico Brian Greene, se un atomo fosse ingrandito quanto l’intero universo una “corda” al confronto sarebbe più o meno lunga quanto un albero. Insomma siamo a livelli di estrapolazione da far vacillare la mente. Eppure sarebbe proprio la grande diversità nelle vibrazioni di questi oggetti filiformi infinitesimi, celati nelle viscere dello spaziotempo, a determinare la varietà o l’essenza ultima della materia e delle forze che ne derivano. Il termine “stringhe” traduce l’inglese strings, cioè appunto “corde”, e sappiamo che in inglese è questo anche il nome dei violini, nell’orchestra classica…                               

Un passo indietro: dai primi del ‘900 a oggi si sono succedute acquisizioni della fisica e della cosmologia che hanno travolto millenarie convinzioni. La teoria delle relatività, che si applica al macrocosmo, ci ha rivelato che tempo e spazio non sono entità statiche, una sorta di palcoscenico immobile sui cui si svolge lo spettacolo dell’universo. Einstein e altri ricercatori hanno scoperto che spazio e tempo sono “attori” tutt’altro che inerti. Lo spazio, per esempio, può essere letteralmente “curvato” dalle forze gravitazionali. La luce ha proprietà che contrastano con il senso comune: essa viaggia a circa 300 mila km. al secondo, ma questa velocità non può essere superata: se un’astronave che vola a 200 mila km al secondo accende i fanali, la luce andrà a 500 mila? Nossignori. Se siete su un treno che fila a 100 km/ora e camminate nel corridoio nel senso di marcia, la vostra personale velocità sarà la somma dei 100 orari più quella del vostro camminare. Ma nel caso dei fari sull’astronave si scopre che la velocità complessiva della luce resta sempre 300 mila al secondo. Non solo: più aumenta la velocità dell’astronave, più “rallenta” il tempo degli astronauti, relativamente al tempo di chi è rimasto sulla Terra; essi al loro rientro, risulteranno (rispetto ai terrestri) tanto più giovani quanto più velocemente avranno viaggiato. Anche il tempo dunque non è “immobile” sul nostro ideale palcoscenico. Ma questi fenomeni relativistici si manifestano visibilmente solo su grande scala (e hanno ricevuto definitive conferme): su scala quotidiana, gli effetti sono così modesti da risultare non misurabili. 

Poco dopo la relatività einsteiniana un’altra rivoluzione, forse ancora più “assurda”, bussò alla porta: la “meccanica quantistica”, cioè la scoperta di astruse leggi riguardanti la fisica delle particelle (o “quanti”). Nel microcosmo delle particelle vigono leggi anche più controintuitive di quelle connesse al macrocosmo: oggetti piccolissimi appaiono e scompaiono, vigono forze occulte, la materia sembra crearsi dal nulla, il tempo oscilla avanti e indietro, c’è incertezza nelle misurazioni e altro. Einstein non vide mai di buon occhio la meccanica quantistica; scopriva in essa contraddizioni insanabili rispetto alla teoria relativistica, macrocosmo e microcosmo sembravano (e sembrano) in conflitto. Errori? Ma intanto anche la teoria quantistica ha ricevuto e riceve inequivocabili conferme teoriche e pratiche. Sarebbe mai stato possibile individuare il punto sfuggente capace di legare fenomeni così divergenti in un’unica formulazione scientifica, saremmo mai giunti a una “Teoria del Tutto”, o TOE (Theory Of Everything)? Einstein dedicò il resto della vita a questo scopo, senza approdare a nulla. Quando morì, il 18 aprile 1955, sul comodino aveva i suoi appunti rimasti incompiuti. Ma non si possono addebitare colpe al grande Albert: nella sua indagine era troppo in anticipo sui tempi; mancavano basilari acquisizioni perché egli trovasse la soluzione. In realtà ne siamo tuttora lontani, “ma”…

Ed è qui che entra in scena la teoria delle stringhe. Con alcuni suoi presupposti (stringhe vibranti anziché particelle; nove - ma forse undici - dimensioni del nostro spaziotempo, anziché le 4 che conosciamo… e altre stupefazioni) essa riesce a conciliare l’inconciliabile, riunendo le forze della natura in un “tutto” evidente, coerente, “armonico”… ma ahinoi, per ora solo in teoria. Da qui le “note” (è il caso di dire) “dolenti”: come sostenere una teoria finora non dimostrata e forse mai dimostrabile? Essa tratta su scala talmente infinitesima oggetti (le stringhe) che, per le stesse leggi fisiche, noi non potremo forse mai vedere né misurare: ogni eventuale controprova dovrà necessariamente venirci solo dal rilevamento di loro “effetti collaterali”. Ma è corretto definire scientifica una teoria priva del popperiano elemento intrinseco della falsificabilità? I sostenitori delle stringhe sono visionari, siamo ancora  nei territori della Scienza o anche la razionalità galileiana è in fase di revisionismo? Intanto i teorici delle stringhe sono ormai eserciti, spesso eserciti di “devoti” entusiasti. Non solo: la letteratura specifica si è evoluta enormemente con diramazioni, filiazioni, “superstringhe”, “Teoria-M” e altro; qualunque affermazione o intuizione viene presto superata da ulteriori voli teorici. Razionalità o nuova religione? Attendiamo dunque il responso del gigantesco LHC ginevrino (che a sua volta dovrebbe evidenziare un ipotetico effetto collaterale delle stringhe). E siamo interessati anche all’esito di indagini del satellite WMAP (Wilkinson Microwave Anisotropy Probe) della NASA, il quale dovrebbe individuare alcune delle dimensioni extra previste dalla teoria, ricavandole dalla loro influenza sull’energia cosmica rilasciata al momento del Big Bang, tredici miliardi di anni fa… Grandiose idee, se non superbe. Nel frattempo però l’”armonia delle sfere” del XXI secolo non appare esente da qualche… stecca.

Una volta accettata la teoria delle stringhe conseguirebbe una nuova visione del mondo. Il nostro universo sarebbe parte di qualcosa più grande, una mega-dimensione definita bulk (”volume”). Il cosmo ne sarebbe una piccola porzione: superato il geocentrismo dovremo rinunciare quindi anche al “cosmocentrismo”. Sarebbe, inoltre, la ufficializzazione dell’esistenza di universi paralleli, finora relegati nelle pagine della fantascienza. La fisica delle stringhe prevede che lo spazio si possa “strappare”, ma senza che ciò produca catastrofi universali, anzi in una maniera delicata: piuttosto che una lacerazione, sarebbe - sostiene Brian Greene - “come il lavorio di una tarma sulla lana”. Abbiamo già accennato che la teoria necessita dell’esistenza di dimensioni spaziali extra, ma queste sono “arrotolate” su se stesse e quindi non risultano visibili alle nostre osservazioni. “Quando compiamo un gesto con un braccio, noi non ci muoviamo solo attraverso le 3 dimensioni note - lunghezza, larghezza, altezza - ma anche all’interno di quelle invisibili”. Queste ulteriori micro-dimensioni arrotolate si chiamano “spazi di Calabi-Yau” (dai nomi dei fisici Eugenio Calabi e Shing-Tung Yau). Anche gli italiani hanno parte importante in questa complicata faccenda. A parte il citato Calabi, va notato che l’intera teoria muove da un’occasionale ma sensazionale scoperta teorica che il fisico delle particelle Gabriele Veneziano fece nel 1968, definita “Funzione Beta Eulero”.

 

Tra il dire e il fare, un mare… di risorse

Posted on Settembre 24th, 2008 in Tempo presente | No Comments »

 

Il futuro nel mare.

Nuovi farmaci, nuovi alimenti, metalli ed energia sono lì: sotto le acque.

Basterebbe prenderli…

 

Tempo fa l’ecologo marino australiano Chris Buttershill ha dichiarato che gli oceani si stanno rivelando la maggiore fonte di nuovi farmaci. Il motivo è semplice, spiega lo scienziato: vita e microrganismi del mare esistono da quasi un miliardo di anni, per cui hanno avuto il tempo di sviluppare una varietà di efficaci sostanze chimiche per autodifesa, alcune delle quali possono essere sfruttate dall’uomo. Per esempio, un farmaco dei più promettenti contro il dolore intrattabile è basato sul veleno di un mollusco, una lumaca predatrice della specie Conus che vive nella barriera corallina dell’Oceano Pacifico. La sostanza implicata è lo “ziconotide”, e il medicinale ricavato sarebbe quasi 50 volte più potente della morfina, senza presentarne gli effetti collaterali. Nelle spugne del genere Dysidea avara si sono isolati due principi, avarolo e avarone, con proprietà antibiotiche, antileucemiche e inibitorie del virus Hiv (Aids). Un altro gruppo di molluschi, gli Opistobranchi, produce molecole dalle capacità antitumorali. Dalle Ascidie, piccole creature del Mar dei Caraibi, si è ricavato l’ET-743, un principio che promette di curare alcuni tumori dei tessuti adiposi. Più recentemente si sono scoperte grosse vongole la cui età supera i 400 anni: qual è il segreto del loro Dna, si potrà mai applicare all’uomo?

Ma non il solo mare potrebbe diventare miniera di sorprese per la nostra salute e la longevità. Nel lago Klamath (Oregon) vive una micro-alga, l’Aphanizomenon flos aquae, che promette di migliorare le condizioni dei malati d’Alzheimer. Il lago viene a trovarsi in eccezionali condizioni climatico-ecologiche, un ambiente incontaminato ricchissimo di minerali, e rappresenta una risorsa ideale di vitamine e aminoacidi metabolizzati dalle alghe. Potremmo proseguire con gli esempi; importante è rendersi conto che molti nuovi farmaci ricavati dalle acque marine - talora lacustri - sono in sperimentazione e il pilastro di questa ricerca è, come si può  intuire, l’inestimabile ricchezza, o capitale, definiti “biodiversità”. Un “valore” la cui difesa dovrebbe essere un obiettivo primario, nel nostro stesso interesse. Ogni volta che muore una specie anche la più piccola, ogni Dna che sparisce per responsabilità dell’uomo (vengono meno circa 30 mila specie viventi ogni anno) siamo ad una perdita irrimediabile, una possibilità che viene meno per l’umanità.

Il mare non è soltanto una miniera potenziale di elisir. E’ prevedibile che, in futuro, le distese oceaniche diventino sorgenti di ulteriore cibo, di energie, di minerali. Il tutto – questo è importante – senza alterare ulteriormente i già precari ambienti ecologici, anzi cercando di riequilibrarli. Se la micro-alga del lago Klamath possiede una eccezionale completezza nutrizionale che si potrebbe sfruttare nei modi opportuni, il mare offre a sua volta una vastissima gamma di alghe commestibili (Arame, Dulse, Hijiki, Kelp…) note da secoli presso numerose popolazioni, per esempio i Giapponesi. Le alghe sono una valida fonte di vitamine e minerali. Si possono preparare in una gran varietà di modi, non solo nella cucina macrobiotica, che già usa farine di alghe. Queste piante sono aggiunte, per esempio, in minestre per lo svezzamento. Una cultura che riesca a valorizzare e diffondere una cucina in cui abbiano ampio spazio i vegetali del mare aiuterebbe inoltre a risolvere un problema che già si profila minaccioso: la carenza di cereali, che in grandi quantità si stanno già destinando alla più redditizia industria della produzione di “biocarburanti”. Se oggi ci lamentiamo per l’aumento di prezzo di pasta, pane, latte e vari altri generi alimentari nel cui ciclo di produzione i cereali hanno un ruolo basilare, in futuro la situazione potrebbe peggiorare molto. I governi cercano di muoversi ma vediamo molta confusione, scarso interesse, mentre il denaro in gioco è enorme. Quanto alla fonte primaria di cibo dal mare, la pesca, il problema che non si può procrastinare è la depauperazione delle risorse ittiche. Negli ultimi decenni si è passati gradualmente a pescare sempre più in basso nella catena alimentare marina: pesci e molluschi preda di quelle specie che dapprima erano il nostro cibo. Questa tendenza, oltre a portarci a una cucina di qualità inferiore, condurrà a cibarci di plancton e meduse. Già le meduse sono oggetto generale di pesca, anche se non sono ancora giunte sulla nostra tavola. Ma il mare continuerà ad alimentarci solo se si creeranno riserve marine, aree protette indispensabili alla ricostruzione e al mantenimento degli ecosistemi, per ricreare – almeno in parte – l’abbondanza di pescato d’una volta.

Quanto alle capacità energetiche del mare, le possibilità che si profilano sono molto notevoli benché le tecnologie siano al momento carenti o imperfette. Il mare potrebbe fornirci cinque tipi d’energia: ricavata da correnti, da moto ondoso,  maree, “correnti di marea”, gradiente termico. Siamo ancora agli inizi, tuttavia in varie zone del pianeta sono in corso sperimentazioni e si cerca di individuare luoghi idonei alle varie tipologie. In Italia, per esempio, lo Stretto di Messina risulterebbe molto interessante e utile, più che per faraoniche iniziative, per lo sfruttamento delle correnti. In Francia c’è una centrale che ricava energia elettrica dall’innalzamento e abbassamento d’acqua a seguito delle maree. Quanto all’energia dal gradiente termico, essa è fornita con il concorso dei raggi solari. Da una diecina d’anni, al largo delle isole Hawaii funziona una centrale che sfrutta, appunto, lo scarto fra la temperatura di superficie del mare, riscaldata dal sole fino a 28 gradi centigradi, e le basse temperature a oltre 500 metri di profondità.

Infine il mare è potenzialmente una riserva di minerali. I lettori ricorderanno, lo scorso anno, la querelle ai limiti della legalità sorta fra Russia da un lato, dall’altro Usa, Danimarca/Groenlandia, Canadà e Norvegia, per l’appropriazioni di fondali ritenuti ricchissimi di petrolio. Dovranno anche perfezionarsi sistemi di estrazione per grandi profondità. Gli attuali pozzi marittimi arrivano comunque a 5000 km. E giù sul fondale si trovano migliaia di “noduli polimetallici”, piccole sfere composte di vari minerali. Basterebbe raccoglierle… (Ma occorrerà prudenza, finché non si sappia se hanno una loro funzione nell’ecosistema). Nelle profondità esistono anche immensi depositi di fosfati e solfati. Secondo le stime di Arthur C. Clarke, scienziato inglese e noto scrittore di fantascienza, ogni miglio cubo d’acqua marina contiene, disciolti, 150 milioni di tonnellate di minerali fra cui 5 milioni di magnesio, 300 mila di bromo, 7 di uranio, e poi oro, argento e via elencando. Si spera che prima o poi nuove tecnologie ci consentano di attingere a queste ricchezze praticamente inesauribili, al momento non sfruttabili data la loro bassissima concentrazione per gli attuali mezzi di estrazione.

Insomma sul nostro vecchio e alquanto malandato pianeta ci sarebbe ancora modo di ripristinare preziosi ambienti e al contempo redistribuire più equamente enormi ricchezze. Non è vero, dunque, che si sia del tutto “persa” l’idea di Futuro…   

 

(Versione aggiornata dell’articolo omonimo apparso su “La Gazzetta del Mezzogiorno” il 6 novembre 2007)

    

Città di luce e d’ombra

Posted on Luglio 3rd, 2008 in Tempo presente | No Comments »

 

Da anni assistiamo a un fenomeno in crescita: lo sviluppo ipogeo delle città. Così Toronto nasconde una rete underground di tunnel pedonali lunga 27 chilometri, Tokyo sta diventando un paesaggio fantascientifico…

Da vari anni assistiamo a un fenomeno in progressiva crescita: lo sviluppo ipogeo, sotterraneo delle città, riguardante soprattutto i centri urbani più grandi. Il sottosuolo di Tokyo sta diventando un paesaggio assolutamente fantascientifico, perché utilizzare “spazi” sotto i nostri piedi significa anzitutto servirsi di materiali particolari e tecnologie aggiornatissime, spesso spettacolari. Come la Tbm, Tunnel boring machine (”macchina perforatrice per i tunnel”), gigantesco apparato che scava, raccoglie materiali di risulta, ricopre le gallerie, costruisce pareti e contrafforti, il tutto in automatico.

Il punto di partenza non è una novità e risale a secoli addietro: sotterrare reti di servizi, ma non solo. C’è anche la necessità di utilizzare al meglio gli spazi di superficie. E costruire ipogeo diventa un modo per ridurre l’impatto ambientale, o di coniugare la necessità di innovazioni urbane con zone di valore storico. Sebbene il sottosuolo non sia “abitato” stabilmente, esso si presta inoltre a offrire servizi d’ogni genere, con il vantaggio di non dover estendere la città di superficie: ciò che invece accrescerebbe le distanze, il traffico e l’inquinamento. Quanto all’uso “cittadino” del sottosuolo, già i Romani (per esempio) usavano vaste gallerie sotterranee per deporvi i cari estinti: le catacombe, che divennero anche i luoghi dove i primi cristiani celebravano in segreto il loro culto (punto importante, perché il sito diveniva anche “abitativo”). Nel lontano passato troviamo casi di città interamente sotterranee: la più famosa è forse Derinquyu, in Cappadocia (Turchia). Derinquyu fu scoperta nei primi anni Sessanta e si ritiene sia stata abitata da Ittiti, Romani e Bizantini. E’ visitabile per ben 8 livelli che giungono a 66 metri di profondità, scavati nel tufo con case, strade, chiese, scuole; una realizzazione che lascia ammirati e stupiti. Si presume che al totale interramento avessero portato motivazioni di sicurezza, a difesa contro saccheggi e scorrerie frequenti nell’epoca.

Sotto il livello stradale, benché solitamente a cielo aperto, sono state per millenni le fogne e gli scarti liquidi di numerose lavorazioni. Ma col progredire delle tecnologie sono divenuti “invisibili” intere reti di servizi: acque di scarico, linee elettriche e telefoniche, fibre ottiche, gas, acquedotti e così via. L’avvento della metropolitana estese anche alle comunicazioni la discesa sotto il livello stradale. E’ cresciuto così il novero del “servizi” che è utile (talora indispensabile) trasferire nel sottosuolo e si è continuato a scavare sempre più in profondità. Ovviamente il costruire ipogeo deve risolvere problemi vitali: protezione da infiltrazioni d’acqua, assoluta affidabilità degli impianti (elettricità, aerazione, clima, uscite di sicurezza), “tenuta” in caso di terremoti. Da questo punto di vista Tokyo è una città-pilota. La megalopoli conta 13 milioni di abitanti - 35 considerando l’intero agglomerato urbano - e il suo sottosuolo, sviluppatosi su più strati, è affollato quasi quanto la superficie. In queste “sottocittà” ubicate a venti, trenta, perfino 50 metri di profondità (limite al momento ritenuto non valicabile) si trova tutto quanto può interessare coloro che, per vari motivi, sono costretti a spostamenti o a soste non lunghe. E pian piano i servizi sono cresciuti: bar, rivendite di giornali, ristoranti, parcheggi, centri commerciali. Il tutto incentivato anche da motivi di sicurezza, per evitare il crearsi di luoghi solitari più esposti alla delinquenza. Una volta avviato il processo, esso sta man mano crescendo da sé: ovunque si stanno trasferendo giù grandi palestre, musei, centri di bellezza, librerie. Molti edifici di superficie hanno ascensori che non si fermano al piano terra ma proseguono giù, fino alla fermata della metropolitana. Oppure troviamo bretelle stradali che evitano il centro cittadino, s’interrano decine di metri e sbucano in pochi minuti d’auto in superficie, all’altro capo del centro urbano. Un tunnel del genere a Tokyo, a 30 metri di profondità e lungo 7 km. (lo Yamate Tunnel), riesce a ridurre del 20% il traffico e il progetto prevede un ulteriore ampliamento di 4 km. Il Giappone è terra sismicamente ad alto rischio: ricordiamo il terremoto del 1995, con 6000 morti e l’interruzione di servizi essenziali per centinaia di migliaia di abitanti. Ebbene, nel sottosuolo della capitale (peraltro minacciata dalla previsione di un Big One che dovrebbe verificarsi in una trentina d’anni) passano anche “reti salvavita”, utili a evitare - quanto meno ridurre - disastrose interruzioni dei servizi. Toronto, oltre 5 milioni e mezzo di abitanti, è un’altra metropoli decisamente all’avanguardia: nel tempo, si è creata una Toronto “underground” alternativa denominata PATH (”sentiero”), a perpendicolo sotto il cuore della città: una rete di tunnel pedonali lunga complessivamente 27 km. su un’estensione di ben 372 mila metri quadri. Pochi lo sanno, ma il complesso commerciale più grande del mondo è ubicato nel sottosuolo. PATH è l’odierno sviluppo di un breve, vecchio tunnel pedonale interrato, con alcuni servizi, creato nell’anno 1900. Oggi il complesso conta 1200 esercizi commerciali, 20 grandi parcheggi e perfino banche e alberghi (Sheraton, Hilton. Intercontinental, Fairmont Royal York Hotel, Rogers Centre…). Grandi centri del mondo hanno città gemelle sottostanti: tra le maggiori quelle di Montreal, Sydney, Vancouver, Santiago, Helsinki, Parigi, Francoforte, Hong Kong, Nuova Delhi.

Anche nelle maggiori città italiane si manifesta la tendenza, sia pure su dimensioni più limitate. Da notare la riqualificazione in corso del sottosuolo di Napoli: le stazioni del metrò sono oggetto di un intervento di natura artistica con dipinti murali, installazioni luminose, mosaici e altro, opera di noti architetti e artisti di fama internazionale. Se la crescente espansione in verticale, che portò alla costruzione dei grattacieli, oggi pare si rivolga al basso, non è forse campato in aria immaginare il giorno in cui sotto i nostri piedi sorgeranno anche vere e proprie abitazioni. Alberghi - come visto per Toronto - ce ne sono già. Magari prima o poi commercianti, addetti ai lavori o dipendenti decideranno - specie se le attività si consolideranno ulteriormente - di crearsi in loco un punto d’appoggio che all’occasione abbia funzioni domestiche. L’avvio di un nuovo fenomeno, o di una moda: trasferirsi nel sottosuolo. Un ”esodo” che potrebbe divenire una necessità: ormai la maggior parte delle popolazione terrestre ha abbandonato le campagne e si è spostata nelle città, che diventano sempre più vecchie, crescono disordinatamente, sono intasate dal traffico e mostrano problemi d’ogni genere. L’uso del sottosuolo lascerebbe invece l’esterno disponibile per le produzioni agricole, lo sviluppo del verde e il tempo libero; il traffico verrebbe decongestionato, l’isolamento termico naturale del sottosuolo incrementerebbe i risparmi energetici. Nel sottosuolo c’è, in teoria, uno “spazio” indefinito.

Ma la città ipogea non è solo una modifica spaziale dell’abitare: influenza anche il nostro modo di vivere. Anzitutto si “perde” il cielo, vivendo in una perenne “notte” con luci artificiali. Ne risentono i bioritmi. Si verifica anche una crescita dei cosiddetti non-luoghi, zone urbane in cui si sosta solo per tempi brevi. Si accrescono gli spostamenti “in verticale” (ascensori, scale mobili). Inoltre viene meno quella “prospettiva”, il panorama insomma, che ha sempre costituito elemento visivo essenziale della città. Ci sembrerà sempre più di vivere in un “altrove”: le sottocittà assomiglieranno molto a una ipotetica Luna City.

 

Negli abissi d’acciaio di romanzi e film… 

La città è certamente uno dei temi che attraversano l’intera narrativa di fantascienza. Si sono immaginate motivazioni le più diverse anche per l’esistenza di megalopoli sotterranee, o comunque di comunità viventi nel sottosuolo. Scendere giù può essere, per esempio, una necessità dettata dallo scoppio d’una guerra nucleare globale. Questa era anzi una concreta paura negli anni della Guerra fredda e - si ricorderà - soprattutto negli Usa gente con adeguate disponibilità economiche fece costruire non poche case-bunker interrate, veri rifugi corazzati e attrezzati, nel timore d’una guerra atomica scatenata dall’Urss. Una storia che muove da uno spunto simile (riparo da una guerra globale) è narrata nel racconto I difensori di Philip K. Dick, come pure - in differenti forme - dal francese Daniel Drode nel romanzo Superficie del pianeta. Uno dei romanzi più noti di Isaac Asimov, Abissi d’acciaio, ha per teatro una megalopoli sotterranea ultratecnologica; qui il motivo della discesa nel cuore del pianeta è la “sicurezza”, che maschera tuttavia uno slittamento paranoico dell’umanità. In numerose altre storie la città sotterranea è anche simbolo di un’umanità oppressa da governi totalitari, con personaggi che combattono per un riscatto riuscendo poi, simbolicamente, a “risalire in superficie” (come nel romanzo …E su di noi le stelle di Louis Charbonneau, o nel film di George Lucas L’uomo che fuggì dal futuro). In altri casi c’è stato un cataclisma naturale, i pochi sopravvissuti si sono rifugiati per secoli nel cuore del pianeta, in caverne buie, per cui sono divenuti praticamente ciechi, eppure sono incredibilmente riusciti a sopravvivere (Percezione infinita, di Daniel F. Galouye). Gli uomini nei muri è un romanzo di William Tenn che a sua volta narra di un’umanità rinchiusa in cunicoli e gallerie infestate da topi e insetti, per sfuggire all’invasione di giganteschi alieni. Nel celebre romanzo La macchina del tempo Herbert George Wells immaginava il futuro di un’umanità scissa in due razze diverse: gli Eloi, pacifici e imbelli, vivono in superficie; i Morlock, creature degenerate anche fisicamente, sono rifugiati nel sottosuolo e si cibano degli Eloi. La storia era una satira sul divario fra le due classi dei “proletari” e dei “capitalisti”. Con l’avvento del cyberpunk la “discesa” si fa allegorica: le megalopoli elettroniche teatro di eventi e avventure sono luoghi virtualmente illimitati eppure chiusi, spesso claustrofobici quanto le più invivibili comunità sotterranee.

Questo articolo è apparso su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 17 febbraio 2008.

 

Immaginate che…

Posted on Giugno 24th, 2008 in Tempo presente | 5 Comments »

                                                                                                                                      

Luoghi immaginari. Creature, lingue, scienze fantasticate. L’ineliminabile desiderio di stupirsi, di sperare in una “alterità” rispetto alla vita d’ogni giorno…

Da sempre l’umanità ha fantasticato su luoghi affascinanti e misteriosi del passato (forse mai esistiti), i cui nomi ci sono tramandati da documentazioni (spesso incerte, se non chiaramente false). L’antichità prolifera di “relazioni” redatte da sedicenti esploratori che narravano d’aver superato i confini del mondo conosciuto, per terra e per mare, addentrandosi in lande meravigliose o terrificanti, sedi di comunità paradisiache o abitate da creature non umane, mostruose e bizzarre. Spesso questi “rapporti” da terre o isole ignote non erano di prima mano, ma trascrizioni di racconti di terze persone, se non semplici “sentito dire”, la cui origine - non verificabile - si perdeva nella notte dei tempi. E’ giunta ai nostri giorni una cospicua letteratura di luoghi creati (si ritiene) in buona parte dall’immaginazione, divenuti tuttavia famosi quasi fossero reali. Si potrebbe pensare che con l’avvento dell’Illuminismo, la scienza, le esplorazioni geografiche e lo sviluppo della razionalità, il fenomeno si sia estinto. Tutt’altro: proprio l’exploit dei mezzi di comunicazione – dalla stampa a Internet – ha paradossalmente amplificato la tendenza, accrescendo di numero i “luoghi” ormai notoriamente frutto dell’immaginario. Essi sembrerebbero assolvere a un’esigenza: l’ineliminabile desiderio di stupore, meraviglia, mistero; di credere o sperare in un’“alterità” che, nella vita d’ogni giorno, appare sempre più omologata se non avversata. Si è giunti alla pubblicazione di elaborati dizionari dei posti creati dall’immaginazione umana: per esempio quello recentemente edito da Utet, di Anna Ferrari, studiosa di antichità greche e romane. E ci sono anche cataloghi di animali fantasticati, “enciclopedie” di scienze immaginarie, elenchi di oggetti mai creati e così via. Naturalmente tutto ciò viene solitamente proposto quale sottile gioco intellettuale, scherzo, autoironia: ma non è raro il caso di chi seriamente satireggi, con queste “invenzioni”, una mentalità ufficiale ingessata. Il gioco, se di questo si tratta, può dunque assumere connotazioni ambigue, spiazzanti, magari inquietanti. Di località inesistenti (o perdute, scomparse) è ricca la Storia e traboccano libri e cinema: boschi, castelli, abbazie, città, mari, isole, montagne descritti in migliaia di opere di vario tono.

Luogo immaginario per eccellenza crediamo sia anzitutto il “labirinto”, controparte oscura della nostra anima; e labirinto per antonomasia era quello di Cnosso dove l’eroe Teseo con Arianna, armato d’un gomitolo di filo astutamente dipanato per ritrovare la via del ritorno, uccise il mostruoso Minotauro. Labirinti sono esistiti fin dai tempi degli Egizi: ne scrissero illustri nomi, per esempio Erodoto (484 avanti Cristo). Come quasi ogni altro luogo dell’immaginario, il labirinto è anche un percorso solitamente segreto e iniziatico, nel senso che la sua conquista richiede fermezza di spirito e disponibilità a superare prove e disagi. Altro “luogo dell’anima” - ma moderno - è la felice vallata di Shangri-La, con la cittadina omonima. Località ignota e quasi irraggiungibile, perché situata nel cuore dell’Himalaya e circondata da inaccessibili montagne. Gli abitanti di Shangri-La godono d’una quasi ultraterrena oasi di pace che ricorda le comunità dei lama e da cui sono banditi per comune volontà odio, sopraffazione, invidia e via discorrendo. Una sorta di Eden materiale e spirituale in cui gli abitanti producono il necessario al sostentamento e trascorrono i giorni nella contemplazione, nello studio e la produzione di opere d’arte. Chi vive a Shangri-La diviene immortale, ma attenzione: andarsene significherebbe perdere l’eterna giovinezza e riacquistare di colpo l’età anagrafica, con catastrofiche conseguenze. Shangri-La è invenzione dello scrittore inglese James Hilton; l’autore ce ne narra nel celebre romanzo “Orizzonte perduto” (1933), dal quale Frank Capra trasse un film rimasto famoso. Della leggendaria isola di Thule si racconta invece nei diari di viaggio dell’esploratore greco Pitea (330 a.C.), che avrebbe navigato l’Atlantico del nord. Il relatore ne scriveva come di “una terra di fuoco e ghiaccio, dove non tramonta mai il sole”. Nel II secolo d.C. il romanzo di Antonio Diogene “Le incredibili meraviglie al di là di Thule” diedero alla fantomatica isola (forse, in realtà, un tratto di costa norvegese) un ulteriore alone di luogo paradisiaco. La persistente memoria di Thule generò, nel Medioevo, il mito di un’Ultima Thule (cui forse si ispirò Hilton per la sua Shangri-La). Un fascino proseguito fino alla nostra epoca: nel 1920 in Germania fu creata la segreta Società Thule (Thule Gesellschaft), che rapportava la Thule del mito ad abitanti d’una razza umana superiore, quindi “ariana”. Ancora oggi rimane il detto “tendere all’Ultima Thule” nel senso di “ambire alla perfezione”, a un ideale trascendente.

Altre isole presentano segreti. Celebre il romanzo “L’isola misteriosa” di Jules Verne, nascondiglio del Capitano Nemo e del suo sommergibile “Nautilus”. Verne scriveva di una terra emersa situata nell’Oceano Pacifico, 2500 km. a est della Nuova Zelanda, e alcuni studiosi ritennero di  poterla identificare con l’isola Lincoln. Famosa anche l’Isola-che-non-c’è, luogo magico al quale possono accedere solo i bambini attraverso la loro fantasia, seguendo “la seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino”. Ci riferiamo ovviamente all’intramontabile “Peter Pan”, il romanzo di James M. Barrie (1904). Come tutti i luoghi immaginari, anche l’Isola-che-non-c’è ha valenze allegoriche: spesso la si cita per riferirsi a un ideale da raggiungere. Ma è indubbio che l’isola più famosa e misteriosa fra tutte sia Atlantide.

Qui la letteratura diviene sconfinata: è davvero esistita? Dove? Alcuni sostengono nell’Atlantico. Perché è scomparsa: un maremoto, il Diluvio Universale, un cataclisma cosmico? Di Atlantide si parla fin dai tempi di Platone (Atene, 421 a.C.) e la si situa oltre le Colonne d’Ercole (Stretto di Gibilterra). Non se ne sono mai trovate tracce. Alcuni studiosi l’hanno ipotizzata altrove: nel Mediterraneo (per cui la civiltà atlantidea sarebbe una idealizzazione di quella minoica, nell’isola di Creta), altri additano i resti di Cipro, o addirittura la Sardegna; o ancora un mitico continente scomparso, Lemuria; poi una terra prossima all’Antartide; e perfino il deserto del Sahara, che in un periodo trascorso sarebbe stato fertile ospitando una civiltà scomparsa. Questa interpretazione sceglie il noto romanzo “L’Atlantide” (1919) del francese Pierre Benoît, dove nel sottosuolo del Sahara si scoprono i resti d’una immensa monumentale città, tuttora abitata da Atlantidei e dall’affascinante regina Antinea, immortale sacerdotessa che colleziona amanti trasformandoli in statue d’oro. Numerose le versioni cinematografiche, una delle quali il farsesco “Totò sceicco” (1950). Macondo è, per contro, l’immaginario e fantasioso paese ubicato in una foresta della Colombia, teatro delle vicende che il romanziere premio Nobel Gabriel Garzía Márquez narra in “Cent’anni di solitudine” (1967): un paese in cui il tempo appare girare intorno a se stesso, i morti tornano a vivere, nulla mai cambia e la caratteristica essenziale è appunto la solitudine (opera ricchissima d’inventiva e godibilissima, al contempo trasparente allegoria d’una degradata situazione economica e sociale). Leggendario è anche l’Eldorado (o El Dorado, abbreviazione di “el Indio Dorado”): luogo fin dal Medioevo ritenuto esistente e che si diceva contenesse grandi quantità d’oro e preziosi. Circa la sua ubicazione, anche stavolta c’era discordanza finché, con la scoperta del Nuovo Mondo, si ritenne di identificarlo con gli imperi Azteco e Inca, poi con la Bolivia, la Colombia, e così via…

L’avvento della narrativa fantasy e della fantascienza segna una svolta, “creando” ulteriori notissimi luoghi di meraviglia: un esempio è la tolkieniana Terra di Mezzo (la leggendaria regione di Arda), popolata da creature insolite e dove vige la Magia. Il ciclo dei romanzi dedicati al pianeta Dune, detto anche Arrakis, è la descrizione d’un mondo desertico ma abitato ed estremamente complesso, creato dallo scrittore statunitense Frank Herbert. Trantor è un mostruoso pianeta-megalopoli, capitale dell’Impero Galattico nel ciclo della “Fondazione”, di Isaac Asimov. E anche chi non conosca le storie di Star Trek sa del dottor Spock o del pianeta Romulus e dei suoi abitanti, i Romulani. Va anche detto che, secondo un’interpretazione… fantascientifica, Atlantide si sarebbe autodistrutta per l’ottusità della propria civiltà, provocando un olocausto atomico. Infine anche Internet ha creato i suoi luoghi celebri, a mezzo tra sogno e realtà (dovremmo dire “tra reale e virtuale”): per  esempio Second Life.  E’ un “territorio” ideato nel 2003 dalla Linden Lab di San Francisco, che si è posta il problema di “usare i computer per creare una simulazione digitale del mondo”. Attualmente Second Life è un’isola vasta circa 130 km quadrati. Vi si accede semplicemente per… viverci e svolgervi attività, per esempio creare oggetti virtuali che – è questo l’interessante - vengono venduti in denaro non virtuale. Second Life è divenuto in pochi anni un “mondo di fantasia” frequentatissimo che coniuga l’irrealtà con il reale producendo un flusso di denaro concreto, notevole e crescente. Segno d’un tramonto dei vecchi “luoghi immaginari”? O forse della crescente confusione tra realtà e fantasia…

Da notare che…

Il Dizionario dei luoghi letterari immaginari (Utet) di Anna Ferrari, sopra citato, è la più recente punta di un insospettato iceberg. Dicevamo anche di libri su animali di fantasia: per esempio il celebre Manuale di zoologia fantastica di Jorge L. Borges, il Bestiario di Julio Cortázar, analoghe opere di Apollinaire, Henri Michaux e, recentemente, il volume Animali della quinta notte di Bruno Pompili, docente presso l’Università di Bari. Nel 1999 Zanichelli editò un’opera singolare: Forse Queneau. Enciclopedia delle Scienze Anomale di Paolo Albani e Paolo della Bella: libro sospeso tra linguaggio parascientifico e surrealismo, nel quale 1100 voci illustrano “scienze” fallite, immaginate, futuribili, paradossali o chiaramente impossibili, ma che in qualche modo condividono le pretese di verità e universalità spettanti alla “vera” scienza.

Esistono anche un Dizionario delle lingue immaginarie di Berlinghiero Buonarroti (che include ovviamente anche linguaggi “alieni”); e Mirabiblia. Catalogo ragionato di libri introvabili, dello stesso Buonarroti con Paolo Della Bella. Mirabiblia si colloca nel genere letterario che ha come oggetto le biblioteche immaginarie o gli pseudobiblia, cioè libri inesistenti (un celebre libro inesistente è il Necronomicon, “inventato” dallo scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft). Micromondi, dello scrittore di fantascienza polacco Stanislaw Lem, è invece una arguta raccolta di recensioni di libri mai scritti.   

Questo articolo è apparso su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di domenica 3 febbraio 2008.   

 

Diritto di voto

Posted on Giugno 22nd, 2008 in Tempo presente | 5 Comments »

 

Come potrebbe mutare la democrazia nell’era digitale.

 Forse non ce ne accorgiamo, ma il concetto di “democrazia” cui siamo abituati - e che ritenevamo immutabile - sta cambiando per più d’un motivo. Si parla infatti di crisi delle democrazie. Questa forma di governo si basa anzitutto sul presupposto della condivisione - non negoziabile - d’una serie di valori (libertà, uguaglianza, giustizia, proprietà, privacy). Ma col trascorrere del tempo, da un lato vanno (o si pretende di relegare) in soffitta alcuni di questi valori, al contempo ne nascono di nuovi, spesso così nuovi da lasciare spiazzati. Per altro verso ci accorgiamo che talora la democrazia risulta debole, a causa di alcune sue contraddizioni o imperfezioni. Pensiamo (per esempio) a governi democratici con maggioranze assolute che varano leggi opportunistiche, nell’impotenza dell’opposizione. O a falle nel bilanciamento dei tre poteri legislativo, esecutivo, giudiziario. Vero anche che essa è “il peggior governo eccettuati tutti gli altri”; ma è anche (come disse George Bernanos) “la forma politica del Capitalismo”. E il capitalismo sta evolvendo, molto spesso in peggio. Come pure, gli Stati - che dovrebbero applicare la democrazia - stanno lentamente perdendo in autorità e autonomia, sovente soggetti ai diktat di enormi agglomerati societari (quindi di capitale) transnazionali. E’ sempre più corrente che nei governi vi siano alti esponenti di quelle grandi imprese. Come non è raro che nei governi allignino collusioni mafiose sempre più difficili da identificare e sceverare, perché anche la mafia è cambiata e spesso opera a sua volta tramite società primarie, dalla legalità formalmente (e apparentemente) adamantina. E così via. Qui intendiamo illustrare, in breve, alcuni motivi per cui la democrazia si sta trasformando anche con l’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione.

Pensieri e parole transitano come mai prima attraverso uno schermo, alla velocità della luce. Ciò sta influenzando (amplificando) il potere del nostro linguaggio, con ricadute sulle forme di governo. Basti ricordare che Stato e Leggi nascono e si rafforzano con l’invenzione della scrittura. Con il torchio da stampa, Gutenberg non poteva immaginare che la sua invenzione avrebbe portato anche alla nascita d’una “opinione pubblica”. Fino a pochi anni fa la formazione di tale opinione era demandata a giornali, radio, televisioni. Oggi i canali televisivi sono migliaia, c’è la tv satellitare, la telefonia è una rete che avvolge l’intero pianeta e soprattutto esiste il Web, somma di tutti i “media” con in più l’arma dell’interattività. Ciò sta sviluppando un nuovo spazio pubblico, senz’altro più autonomo, talora confuso, sperimentale, ridondante se non superfluo. Ma e’ la controprova d’una vitalità che sta cercando una sua via. Già oggi solo in rete si legge di eventi che non ascolteremo mai dalle televisioni. Solo in rete esistono forme di giornalismo alternativo, o “partecipativo” (i lettori possono votare sulla utilità o condivisione di notizie e pareri). Esiste la possibilità di ricercare e confrontare subito le fonti. Internet è il modo più efficace di scambiare notizie per chi viva sotto regimi autoritari: la rete, crescendo, vedrà il progressivo crollo di dittature; essa scavalca barriere nazionali, di lingua, istituzionali, disciplinari. Tende a divenire un ipertesto del Mondo. Ricordiamo anche che a Manila (Filippine) nel 2001 avvenne la “sms revolution”: il presidente Joseph Estrada fu accusato di corruzione e si avviò una procedura giudiziaria dai dubbi esiti. Ma migliaia di dimostranti giunti dall’intero Paese si riunirono pacificamente per vari giorni nelle strade della capitale, diffondendo migliaia di sms contro il governo, provocandone infine la caduta.

Esistono altri aspetti della cosiddetta “democrazia digitale” o “cyberdemocrazia”: aumenta il numero delle città e delle regioni con propri siti che offrono notizie d’ogni genere, servizi: da casa, il cittadino può stampare il documento che gli occorre senza recarsi negli uffici; effettua pagamenti di tasse, vota esprimendo il proprio parere su progetti pubblici in corso d’esame. Si crea così una “democrazia locale” online la cui essenza è una partecipazione diretta del cittadino impossibile in passato e ciò accresce, sia pure localmente, il tasso di democrazia. E’ noto che in alcune città italiane vi sono stati esperimenti di “scrutinio elettronico” fin dal 2004. Su quest’ultimo i pareri sono discordi. Studiosi di fama come Pierre Lévy ritengono che il voto elettronico “completerà il quadro d’una democrazia al passo con la società dell’informazione”. Secondo altri, i vari passaggi del voto (dalle schede al destinatario finale) si prestano a manomissioni. Vi sono altri elementi per i quali la rete (come in genere la tecnologia digitale), può definirsi “democratica”. Anzitutto l’uso di Internet non richiede particolari abilità o competenze. Inoltre il Web, pur condividendo alcune caratteristiche con la stampa, a differenza di questa conferisce agli internauti un potere di controllo sul linguaggio. Internet è una stampa accelerata, istantanea, presente ovunque, spesso interattiva, dotata di memoria globale. Inserire il digitale nel politico (”e-government”) può significare quindi consentire ai cittadini on line buona parte dei servizi delle amministrazioni. Un uso razionale della rete consentirebbe di eliminare burocrazie statali corrotte, inefficienti; renderebbe trasparente ogni operazione; garantirebbe l’accesso dell’utente a processi decisionali su temi che lo interessano in modo diretto. Da un “medium” elastico, diffuso, non rigido, non gerarchico, non autoritario - la Rete - non può discendere che un più elevato grado di democrazia. Estendendo idealmente il processo all’intero Stato (e ad altri Stati), vedremmo nascere una sorta di utopia telematica. Tutto oro che brilla, dunque, per la democrazia elettronica?

Naturalmente no, per varie ragioni. Si immagini una Internet accaparrata da un potere politico quasi invisibile ma dagli effetti totalizzanti: sotto finzioni democratiche avremmo la più pervasiva, invasiva e impietosa delle dittature. O si ipotizzi un e-government soggetto ad hackeraggi dei ladri di informazioni, cancellatori di memorie preziose, falsificatori di banche dati: un devastante terrorismo telematico distruggerebbe un’intera nazione. Ma secondo alcuni studiosi la rete mondiale sarebbe già stata colonizzata, in altro modo. Si pensi quanto è cresciuto, nell’ultimo quindicennio, il controllo sul Web da parte di pochi grandi gruppi economici e mediatici. Una invasione non limitata all’universo del virtuale, anzi estesa alle nostre menti. Infatti - per portare un esempio - i programmi che ci semplificano numerosi utilizzi del computer sono “modelli di facilitazione dei processi di pensiero che sostituiscono, alla faticosa elaborazione personale, l’adozione di modelli precostituiti” (Franco Berardi Bifo, in: AA.VV., Dopo la democrazia?, ed. Apogeo, 2008). Tali programmi finiscono col subordinare la creatività dell’individuo agli standard imposti dal “gigantesco conglomerato tecno-finanziario”. Alla omologazione delle attività cognitive degli utenti si aggiungeranno presto (già abbiamo avvisaglie) sistemi di “trust computing”. Ovvero sistemi che consentono un sempre più capillare controllo, da parte delle grandi case produttrici, sui computer (quindi sulla sfera privata, sul pensiero) dei singoli utenti: “Si stanno determinando le condizioni tecniche per una definitiva cancellazione dell’autonomia di pensiero”. E in effetti - sostiene ancora Berardi - il nostro immaginario è influenzato e controllato dagli standard delle corporation televisive, editoriali, pubblicitarie. “Cosa resta della democrazia quando vien meno l’indipendenza dei processi di formazione del pensiero?”

In verità questo rischio non è recente - anche se solo oggi alcuni effetti stanno raggiungendo estese, raffinate e perfino allettanti tecniche di penetrazione - né riguarda solo le nuove telecomunicazioni. Ma soltanto negli ultimi tempi queste tecnologie di dominio e controllo stanno amplificando a dismisura il loro raggio d’azione. Perchè chi controllerà il software controllerà il cervello umano. E oggi più che mai, solo l’informazione consapevole salverà noi (e la democrazia) dalla “nuova informazione”.

(Questo articolo è apparso su “La Gazzetta del Mezzogiono” di domenica 22 giugno 2008)