A Darwin piace il Tibet
Posted on Agosto 23rd, 2010 in Tempo presente |
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Un altro post sul darwinismo, sulla scia di una recente scoperta. Dove si sottolinea come la teoria del buon Charles abbia finora prodotto una serie di inoppugnabili dimostrazioni. In barba a creazionisti, negazionisti, scettici, detrattori a pagamento, fanatici, pontefici, stampa di parte.
I lettori ricorderanno una notizia diffusa poco tempo fa: une équipe di ricercatori dell’Università di
Berkeley (California, Usa) guidata dal biologo professor Rasmus Nielsen, ha scoperto il “segreto dei Tibetani”, ovvero come mai si possa vivere tranquillamente (in Tibet, e di conseguenza anche altrove) a 5000 metri di altitudine senza subire le conseguenze del “mal di montagna”. A causa della progressiva rarefazione dell’aria man mano che si sale, aumenta il rischio di edemi polmonari o cerebrali, infarti, problemi cardiaci e di pressione arteriosa. Non per nulla alpinisti e scalatori devono prima sottomettersi a scupolosi allenamenti. Lo studio dell’équipe di Nielsen ha scoperto, in 50 abitanti dell’Himalaya sotto osservazione, la presenza di trenta geni mutati (se ne conoscevano già dieci) rispetto al medesimo gruppo etnico che vive in pianura. La più diffusa mutazione genetica riguarda il gene EPAS1, chiamato “super atleta”, perchè alcune varianti sono associate con il miglioramento delle prestazioni atletiche. Il gene codifica una proteina coinvolta nella percezione dei livelli di ossigeno e si sospetta bilanci il metabolismo anaerobico e aerobico.
Questi risultati interessano per più d’un motivo. Dal punto di vista medico, si scopre che la resistenza umana alla rarefazione dell’ossigeno nell’aria (nel caso del Tibet fino alla notevolissima cifra del 40%) rallenta gli effetti dell’invecchiamento e migliora le prestazioni degli organi interni. Ciò può prefigurarsi utile per studi su malattie da privazione di ossigeno, anche nel grembo materno, o per epilessia, e altro. Secondo statistiche, gli umani viventi fino a 5 mila metri di altitudine ammonterebbero a circa 13 milioni. Ma c’è un altro aspetto che rende la scoperta particolarmente significativa, specie in tempi – come i nostri – in cui ferve a livello planetario un dibattito senza esclusione di colpi sulla validità e scientificità della teoria evolutiva di Darwin. Da questo punto di vista, il “segreto dei Tibetani” si configura come un’altra – fra le tante – dimostrazioni indirette della validità del darwinismo. Secondo Nielsen, gli ottomila tibetani
delle vette – sulle quali essi si trasferirono circa 2800 anni fa – sono protagonisti della “più rapida mutazione genetica finora accertata” sull’Homo sapiens. In presenza – una presenza sempre più documentata – di risultati del genere, può stupire che divampi con maggiore veemenza l’opposizione anti-darwinista, peraltro solitamente condotta in modo grossolano, ovvero con motivazioni pretestuose, o con argomentazioni insostenibili, che però fanno breccia in molti. Il tutto, spesso con l’avallo di istituzioni o personalità carismatiche, magari di tutto rispetto in altri settori.
La realtà, semplice a dirsi ma difficile a contrastare, è che solitamente chi avversa Darwin non ha mai letto nulla di ciò che combatte. Basterebbe conoscere i punti essenziali della teoria evolutiva in questione, per rendersi presto conto delle fandonie che circolano fra Creazionisti o negazionisti, talora grottesche, ma sempre perniciose. La scuola purtroppo non aiuta: occorrerebbe – anche per altre scienze fondamentali – insegnare elementi dell’evoluzionismo sin dalle elementari. Per non dire della Chiesa, da cui pervengono commenti o affermazioni che lasciano stupiti per l’inconsistenza logica o scientifica.
Tralasciando quei Creazionisti per i quali la Terra è stata creata 10 o 6 mila anni fa con tutte le attuali specie già bell’e pronte, possiamo fare un breve elenco di alcune obiezioni più comuni degli anti-darwinisti:
- Il darwinismo non è una vera scienza o una vera teoria, perché non sarà mai possibile ricreare l’universo e quindi verificare la ripetizione dell’evento “nascita dell’uomo” [Questa obiezione, recentemente, è giunta direttamente dal Papa].
- Non esistono prove indirette della teoria evolutiva darwiniana.
- Non è mai stato trovato il fatidico “anello mancante”.
- Se l’uomo deriva dalla scimmia, come mai esistono ancora scimmie?
- Se le specie derivano l’una dall’altra, perché non vediamo (per dire) incroci di giraffe con leoni o di gatti con coccodrilli?
Rispondo succintamente, ma chi voglia approfondire può divertirsi leggendo accessibilissimi testi, per esempio di Stephen Jay Gould, o di Richard
Dawkins, il maggior biologo evolutivo vivente.
- Non tutti gli eventi sono ripetibili, e quindi galileianamente comprovabili, ma possono egualmente essere scientificamente descritti in solide teorie, ovviamente valide finché qualcos’altro non le contraddica. E finora nessuno ha portato prove scientifiche contrarie a Darwin, così come nessuno finora ha proposto una teoria alternativa credibile. Anzi: sono state trovate solo conferme. La geologia, per esempio, è una scienza che aiuta moltissimo Darwin. Le ere geologiche sono scritte nelle stratificazioni minerali della crosta terrestre, e l’età di queste rocce oggi è facilmente databile con grandissima precisione, tramite tecniche varie. Accade che nelle stratificazioni d’un certo tipo si siano trovati sempre reperti (ossa) dello stesso genere. Mai scheletro umano è stato trovato, per esempio, in siti datati 1 miliardo o 500 o 300 o anche 10 milioni di anni fa. Sono state invece rinvenute sempre le stesse forme vitali, a seconda delle diverse datazioni, e ovviamente compatibili con quelle che le hanno precedute. Gli ominidi appaiono tutti da un preciso periodo in poi, relativamente molto recente (5-6 milioni di anni). Il che dimostra (almeno finora) che c’è stata una ben individuata progressione ed evoluzione di specie viventi. Se e quando troveremo un scheletro di coniglio in un sito risalente (per dire) al Precambriano, cioè fuori posto (più di 545 milioni di anni fa), Darwin crollerà: restiamo in attesa.
- L’“anello mancante” è una favola. Non esistono anelli, anzi non ce n’è neanche bisogno: l’evoluzione è già divenuta inconfutabile, pur facendo a meno di altri fossili, ed è un paradosso sbandierare ipotetiche “lacune” come prova contraria. D’altronde: perché non chiedere anche l’“anello mancante” di un ippopotamo o di un canguro e accanirsi solo con l’uomo?
- L’uomo non deriva affatto dalla scimmia. Esiste certamente un comune progenitore, simile allo scimpanzè (più si retrocede nel tempo, più aumentano le specie con cui condiviamo un antenato). Ma c’è stato un momento in cui dal comune progenitore si è verificata una biforcazione: una delle strade ha condotto alle attuali scimmie, l’altra all’Homo sapiens.
- Neanche è logico chiamare in causa fantascientifiche chimere quali incroci i più strani tra animali attuali: in questi ultimi infatti noi vediamo, per ciascuna specie, un risultato evolutivo di migliaia o milioni di anni (pur avendo essi, in un lontano passato, un antenato comune). Impossibile quindi immaginarli o pretenderli diversamente.
- Quanto alle “prove indirette”, con il progredire della ricerca e della scienza esse aumentano. Di una,
concernente noi umani, è appunto quella dei Tibetani dal Dna modificato. Ci sono poi sperimentazioni con animali, per esempio lucertole. Notevole l’esempio di Pod Mrcaru, un’isola della costa croata. Negli anni ’70 vi furono trasferite cinque coppie di lucertole Podarcis sicula (lì del tutto assenti) da un’isola vicina. Trentasette anni dopo (2008) le dieci lucertole erano divenute migliaia e si registravano notevoli variazioni nel Dna originale nonché una conformazione fisica modificata e adattata al nuovo ambiente.
Ma occorre capire che nei laboratori di biologia l’evoluzione è da decenni pane quotidiano. A partire dai virus, che mutano sotto gli occhi degli studiosi, e sotto i nostri (si consideri quello dell’influenza). Ultimamente si è parlato d’uno straordinario esperimento di lungo periodo del batteriologo Richard Lenski. L’idea era verificare, con opportune prove, l’evoluzione di campioni del batterio Escherichia Coli: nel microscopico universo dei virus le generazioni si misurano, anziché in anni, in ore o addirittura in minuti. L’Escherichia in 37 anni e circa 45.000 generazioni ha fatto un dono inestimabile agli evoluzionisti: le mutazioni del batterio hanno ancora una volta confermato la teoria, in numerosi dettagli importanti. Va aggiunto che c’è stato chi ha artatamente diffuso notizie false, modificando procedure e risultati di questo esperimento: il creazionista Andrew Schlafly, che ha pubblicato le sue false “deduzioni” in rete, ma è stato smascherato (chi è interessato all’esperimento di Lenski e alla falsificazione di Schlafly può leggere, su questo stesso blog, il post C’è la verifica sperimentale del darwinismo).
[Articolo apparso sulla "Gazzetta del Mezzogiono" sabato 14 agosto 2010, con il titolo Piace a Darwin il Dna del Tibet]
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