Fabbricanti di batteri salvavite
Posted on Agosto 11th, 2010 in Tempo presente |
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Oggi, nel 2015, le bioingegnerie consentono manipolazioni impensabili fino a pochi anni fa, ed è possibile intervenire sui batteri. Già lo si faceva agli inizi del secolo, ma ora queste tecniche hanno raggiunto vertici impensabili.
Parlo della “ingegneria metabolica”. Con opportune attrezzature è cosa relativamente facile: i batteri sono
forme vitali “semplici”. In essi si inseriscono, manipolano o eliminano geni trasformandoli in veri e propri produttori di farmaci. Il principio è dunque banale, anche se le cose nei dettagli sono abbastanza complesse. Per esempio, vi sono batteri modificati mediante l’inserimento non di un solo gene ma di molti, provenienti da fonti diverse. Questa attività è strettamente connessa con un’altra che, in apparenza, sembrerebbe estranea all’argomento: la conservazione dell’ambiente e il mantenimento della biodiversità.
Si prenda il mio lavoro: io sono brasiliano, mi chiamo Heitor e mi guadagno la vita lavorando per un grosso centro internazionale di ricerche chimico-farmacologiche. La mia attività mi porta a viaggiare in palloni aerostatici (che oggi sono ultratecnologici e hanno costi di gestione ridotti), in molte parti del mondo. Soprattutto, sorvoliamo foreste (quelle che restano) raccogliendo campioni e cercando piante particolari, alcune delle quali rarissime o in via di estinzione. Ma preziose per la vita umana.
Nel pallone aerostatico siamo in tre: il tecnico, uno studioso, e colui che fa il lavoro “bruto”, cioé il sottoscritto. Sono io quello che, al momento opportuno, dopo aver fatto scendere il pallone a pochi metri dal suolo, si cala dalla navicella e raccoglie campioni, dal terreno o dalle cime degli alberi (un posto sul quale vento e piogge depositano tante di quelle forme vitali da non avere idea; tutte preziose e da studiare). Come potete immaginare è un lavoro non privo di rischi, ma che io trovo entusiasmante.
In una foresta dello Zanzibar siamo riusciti a individuare alcuni esemplari del sempre più raro Catharantus roseus, che fornisce alcaloidi come la vinblastina e la vincristina, efficaci contro il linfoma di Hodgkin e la leucemia linfocitaria acuta. Nel nostro “paniere” abbiamo avuto, fra le altre, una pianta endemica della Cina centrale unica fonte al mondo dell’artemisina, anti-malarico efficace quasi al 100%. Un altro nostro successo è aver individuato anche al di fuori delle isole Samoa un albero che si riteneva esistesse solo lì, il “mamala”. Dalla sua corteccia si estrae la prostratina, un composto con proprietà anti-Hiv. E così via. Tutta questa roba, da noi raccolta o a volte solo segnalata, viene poi studiata ed elaborata dal centro di ricerche, che modificando innocui batteri li trasforma appunto in produttori di sostanze che diventano farmaci utilissimi, spesso salvavite.
Questo, fra l’altro, ci convince sempre più (se ce ne fosse bisogno) che la biodiversità è la vera ricchezza del mondo.
[Pubblicato su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 22 dicembre 2005 nella rubrica Accadde... domani].
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4 Responses
A volte mi pare si usi la parola “biodiversità” con un accento valoriale e insieme polemico, specie da parte dei politici ambientalisti. Ora, la biodiversità è piuttosto un fatto. Possiamo certamente assumerla come valore, affermando che quel fatto ci piace e vogliamo conservarlo. Ciò che non comprendo è l’accento polemico, che inevitabilmente allude al fatto che esistano persone che assumono la biounicità come valore. Ma chi sono esattamente costoro? Non è che i sostenitori della biodiversità si stanno creando (per motivi loro) un fantoccio biounicitista?
ps. facile dare l’impressione di lavorare ad Agosto pubblicando raba già edita.
Ciao Luigi,
in effetti non sono a casa ma mi sono portato appresso il mio vecchio e traballante portatile. Sarò via per circa un mese.
Vengo al tuo commento. Non capisco bene se riscontri l’”accento polemico” (circa la biodiversita’) anche in ciò che ho scritto io. Comunque cerco di chiarire il mio pensiero personale al riguardo (di come o cosa pensano gli altri, sarebbe un altro discorso).
Personalmente attribuisco al termine “biodiversita’” un significato molto ampio, che non di ferma al Dna di piante animali insetti e batteri, ma che mi sembra comunque appropriato. Cerco di portare un esempio.
Nel mondo si parlano e si sono parlati migliaia di linguaggi. La maggior parte d’essi e’ del tutto scomparsa. Di molti, ci restano tracce archeologiche. Altri sono parlati da gruppi ristrettissimi di persone, etnie a loro volta in via d’estinzione. Il prevalere delle lingue dei paesi ricchi - Usa in testa - ha imposto lentamente un uso corrente solo di 3 o 4 lingue ma soprattutto di una, l’inglese (al punto che i cinesi e giapponesi chiamano “inglese” il nostro alfabeto, che invece è romano, o latino, anche se gli antichi Romani lo ripresero con qualche modifica e aggiunta da altri alfabeti).
Ora, ogni linguaggio, o comunque ogni gruppo di linguaggi, ha un suo modo di costruire frasi, concetti; di sottolineare alcuni aspetti del pensiero o del parlare rispetto ad altri. Il che significa che ogni lingua implica pensieri e modalita’ differenti, “verità” diverse, sfumature, suoni, sonorità, intonazioni espressive peculiari, che mancano ad altri linguaggi. Il che ovviamente si ripercuote in qualche modo anche nella letteratura del popolo che parla quella determinata lingua. Insomma, appropriarsi del latino o dell’ungherese o della lingua degli Inuit significa non solo poter andare in Ungheria e poter ordinare qualcosa in un negozio o chiedere dov’è la fermata dell’autobus, ma soprattutto ampliare la propria visione del mondo in un modo che non sarebbe possibile se quelle lingue non esistessero. E ovviamente ciò vale anche per altre popolazioni rispetto alla nostra lingua.
Per questo motivo, ogni volta che una lingua sparisce (e oggi ne spariscono a centinaia) e’ una perdita irreparabile d’una ricchezza collettiva che pochi si adoperano per conservare, perché una lingua è anche la testimonianza della “cultura” che da essa è nata.
Identico discorso, in sostanza, si puo’ fare per il dna degli esseri viventi. Non e’ solo un problema di ambiente “sacro” (di cui non mi frega granche’) ma di un ambiente “ricco” di miliardi di possibilita’ e di incroci reciproci, e sappiamo che questa ricchezza si moltiplica se - e solo “se” - esiste una più vasta diversità. Diversita’ che può essere vista come varieta’ della natura, come fonte di ricerca scientifica e medica, o semplicemente come ambiente nel quale andare a farsi una passeggiata, o che altro si vuole. E’ come se avessimo a disposizione una riserva di occasioni d’ogni genere, una riserva di cui ancora non conosciamo bene le potenzialita’ (se ne scoprono sempre di nuove), e sarebbe proprio il caso di tenercela molto cara: non per fanatismi, ma semplicemente perche’ e’ tutto cio’ che abbiamo su questo pianeta.
Quanto a pubblicare roba gia’ edita: guarda - e lo dico chiaramente in calce agli articoletti o racconti - che la maggior parte del materiale di questo blog e’ roba gia’ pubblicata in precedenza. Pubblicata per esempio su un quotidiano, “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Bari, che come tutti i quotidiani “vive” un giorno soltanto, perche’ già dopo avergli dato uno sguardo la mattina poi viene buttato nel cestino. Di fatto, sono certo che pochissimi - o forse nessuno - abbiano gia’ letto qualcuno degli articoli che ho pubblicato o pubblico.
Tieni presente che non si tratta di due o cinque o 100 articoli. Io ne ho scritti un paio di migliaia, ma io sono zero rispetto ai giornalisti di professione. E buona parte di questa roba potrebbe tranquillamente essere riproposta, magari con aggiornamenti. Cosa che d’altronde succede spesso sotto forma di volume.
Io stesso, per esempio e come tanti altri, ho ripubblicato in volumi sia gruppi tematici di articoli sia racconti brevi, apparsi qua e la’ su quotidiani e riviste varie. Uno dei volumi, per es., contiene 25 racconti brevi di fantascienza su temi ecologici. Sono apparsi nel giro di qualche anno su una rivista, “Villaggio Globale”. Perche’ poi, a distanza di tempo, non ripubblicare i testi più riusciti in volume?
L’importante e’ mettere in evidenza che si tratta di roba gia’ edita (che solitamente viene riveduta e spesso ampliata).
Saluti,
Vittorio
Una volta lessi un vecchio articolo di logica modale in notazione polacca. Quella notazione oggi non è più in uso, è letteralmente sparita. Immaginiamo però che qualcuno volesse difenderla. Cosa dovrebbe fare? Mi pare che questo sia il problema di fondo. Istituire un comitato per la protezione della notazione polacca? Esigere delle leggi di Stato a tutela della notazione polacca?. Un logico geniale che abbracciasse la causa, potrebbe scrivere in notazione polacca la scoperta di un teorema importantissimo, cosicché tutti saremmo costretti a conoscere la notazione polacca per capire il teorema. Temo però che non sarebbe sufficiente. Forse, una volta capito il teorema, torneremo a usare la notazione standard, se questa è più facile e intuitiva della prima.
Se io - cosa impossibile, naturalmente - riuscissi a dimostrare che il teorema di Godel contiene un errore, non c’è dubbio che scriverei il mio articolo in lingua italiana. Tutto il mondo sarebbe costretto a conoscere l’italiano per capire il mio importantissimo risultato. Mi chiedo: sarebbe questo sufficiente a fare dell’italiano la lingua più diffusa in ambienti accademici? Forse sì, non lo so. Il problema è: che cosa fa di una lingua una lingua recessiva? ha senso istituire comitati a tutela delle lingue in via di estinzione? che cosa fa di una lingua una lingua dominante? Non c’è dubbio che in larghissima parte dipende dalla importanza delle cose che sono state scritte in quella lingua, dalla sua semplicità e potenza espressiva, ma anche da ciò che con quella lingua noi si voglia fare. L’idea che dipende significativamente dal PIL, dall’arsenale atomico, dalla posizione politicamente dominante delle popolazione che la parlano non mi convince. A partire dal quarto quinto secolo d.c. l’Europa è invasa dalle popolazioni germaniche, e tuttavia la lingua colta, la lingua della filosofia, del diritto etc. resta quella delle popolazioni dominate, il latino. Negli anni sessanta e settanta, l’arsenale atomico dell’Unione sovietica era molto competitivo rispetto a quello statunitense, ma da ciò non ne derivò una diffusione del russo. Insomma, forse la dominanza di una lingua dipende più dalle sue proprietà intrinseche (inclusa la rilevanza universale della sua letteratura giuridica, scientifica etc.) che da quelle estrinseche. Resta in ogni caso la domanda: ha senso istituire comitati a tutela delle lingue in via di estinzione?
Ps1. Per chi non lo sapesse, la notazione polacca era davvero tremenda! È stata davvero una sciagura che sia scomparsa?
Ps2. Quanto agli articoli già pubblicati, la mia era solo una battuta.
Buone vacanze
Ciao Luigi,
fai osservazioni logiche, ed io per primo convengo in buona parte con te. Non è possibile preservare “tutto” e spesso non ne varrebbe nemmeno la pena. Ma io penso che sia un peccato se tanta roba va perduta. Possibile che fra tutte quelle pagine non vi sia proprio nulla che vada conservato, diffuso, commentato e magari assimilato? E’ tutta spazzatura? Certamente no. Certamente esistono anche capolavori d’ogni genere che ci restano sconosciuti, e cosi’ sara’ in futuro.
D’altro canto anche in natura non e’ possibile preservare tutto cio’ che si vorrebbe preservare: migliaia di risposte a nostri interrogativi muoiono in silenzio con la distruzione e l’auto-distruzione “naturale” della natura.
Questo pero’ non significa, credo, che le cose vadano bene cosi’ e così debbano continuare ad andare.
Una cosa e’ l’autodistruzione naturale, direi “evoluzionistica”; ben altra cosa è l’intervento drastico dell’uomo sulla natura, che in un certo modo contrasta spesso in modo negativo la natura stessa perche’ la distrugge non seguendo certo le leggi “naturali” evoluzionistiche, ma a caso, o per ingordigia, e a seconda del famigerato PIL da conquistare.
Se l’umanità non stesse a pensare solo ai quattrini, oggi più di prima, credo che si potrebbe facilmente e con spesa non eccessiva creare un organismo internazionale di studio - per es. - delle lingue in estinzione, e cercare di salvare il salvabile, mettendolo a disposizione di studiosi, curiosi e di chiunque sia interessato. I musei non hanno bisogno di PIL, come non ne ha bisogno un bosco: sono cose che “stanno lì” per chi le volesse visitare. Magari anche un solo individuo. Ma dovrebbero comunque “stare lì”: sono la nostra Storia.
Quanto al resto, forse ti meraviglierai se ti dico che tempo fa su questo blog ho scritto, dopo una discussione con un amico, un post intitolato “L’ecologismo è razionale?” Infatti, pur sentendomi io un amante della natura, non nascondo alcune perplessità su questo mio - diciamo - rapporto affettivo, nel quale ho sempre colto alcune incongruenze. L’articolo, se vuoi dare un’occhiata, e’ qui:
http://www.fantascienza.com/blog/vikkor/2009/03/04/lecologia-e-razionale/
E credo che molto interessanti siano i due commenti, quello di Lippolis in calce all’articolo e quello dell’amico e docente universitario Davide Mana.
Ciao, e buone vacanze anche a te!
Vittorio