Se il progresso è finito
Posted on Luglio 17th, 2010 in Tempo presente |
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Agli inizi del luglio 2010, il pluridecennale amico e collega d’iniziative fantascientifiche Fabio Calabrese ha diffuso presso un gruppo di amici, attivi nel settore, un suo articolo destinato al contempo alla webzine “Continuum”. Il “pezzo” s’intitola Il progresso è finito, e
vuole evidenziare come un ristagno culturale di decenni e l’assenza di idee e scoperte “forti” in ambito scientifico si rispecchi anche in una “morte della fantascienza”.
Concetto, quest’ultimo, che non da ora viene dibattuto vivacemente da più angolazioni, specie nel campo strettamente critico di questo genere narrativo. In realtà dacché l’uomo mise piede sulla Luna (1969) c’è chi ha annunciato il decesso della science fiction. Anzi, negli Usa fin dalla esplosione della prima bomba atomica (1945, New Mexico). Quindi da ben 65 anni la fantascienza starebbe morendo. Intanto noialtri “fantascientisti” siamo ancora qui… L’iniziativa di Fabio ha portato a un fitto e talora polemico scambio di pareri nel gruppo, via email, fino a formare un “dossier” alquanto esteso, imperniato - più che sulla science fiction - su come (e dove e perchè) va il mondo oggi. Il che non deve sorprendere, in quanto la fantascienza è una narrativa di fantasia che però allude al reale, e che da sempre ci racconta l’impatto delle nuove tecnologie sull’individuo e sulla società. L’immagine di ritorno di questo impatto ci presenta di volta in volta - a seconda degli scenari che gli autori descrivono - un mondo talora idealizzato, ma molto più spesso distorto e pessimista. L’interrogativo dunque, per la fantascienza, è se oggi esistano prospettive, e quali, affinché essa possa continuare a farci immergere nei suoi inferni e paradisi. In una parola: se noi oggi abbiamo un futuro in cui credere e sperare. E da narrare.
Ho pensato quindi che anche al di fuori dello stretto ambito specifico l’argomento potrebbe mostrare aspetti d’interesse. Ovviamente non è questa la sede per riportare nella sua integrità il “dossier”. Pertanto ho trascritto qui di seguito solo l’articolo di Fabio, piuttosto lungo e dettagliato, e la mia risposta, nonché la sua replica. I lettori interessati sono ovviamente invitati al commento!
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IL PROGRESSO E’ FINITO, di Fabio Calabrese
Il concetto di progresso è essenziale alla fantascienza. Per progresso intendiamo lo sviluppo della conoscenza scientifica, delle sue applicazioni tecnologiche e delle loro ricadute sociali di lungo periodo e in termini di vita quotidiana. Un genere come la fantascienza non potrebbe nemmeno esistere se non partissimo dal presupposto che il futuro sarà diverso dal presente, e che questa diversità non sarà casuale ma seguirà un andamento preciso e quindi in una certa misura prevedibile, legato allo sviluppo scientifico–tecnologico.
Questo non significa necessariamente che la fantascienza debba essere per forza una letteratura ottimista. Scienza e tecnica possono benissimo essere impiegate per peggiorare la vita dell’essere umano, e il parco delle distopie e previsioni catastrofiche sul nostro futuro è tutt’altro che asfittico: si va dai metodi sempre più raffinati di controllo sociale e di manipolazione della persona al servizio di future dittature e sistemi totalitari, alla distruttività di guerre future combattute con le armi nucleari e al loro inevitabile seguito di
mutazioni e anomalie.
Oppure i prodotti stessi della tecnologia potrebbero rivoltarsi contro di noi; il tema che una ventina di anni fa si sarebbe detto paleofantascientifico della rivolta delle macchine ha ricevuto nuova linfa dagli sviluppi della robotica e dell’informatica che ci portano a concepire creature artificiali mentalmente simili e fisicamente indistinguibili da noi. O semplicemente i disastri ambientali, le apocalissi prodotte dall’immissione nell’ambiente dell’inquinamento, ossia degli scarti della produzione industriale figlia della tecnologia, e dal saccheggio indiscriminato delle risorse naturali, tutte tematiche che non stanno certo perdendo di attualità.
O ancora possiamo concepire una tecnologia del volo spaziale molto più avanzata di quella che noi possediamo nelle mani (nelle chele, nei tentacoli) di creature aliene per nulla benintenzionate verso di noi, e tutta la tematica delle invasioni aliene da H.G. Wells in poi.
Quello che invece non sembra si possa mettere in dubbio senza sconvolgere l’idea stessa di fantascienza, è che scienza e tecnologia impiegate bene o male, a favore o a danno dell’umanità, da noi o da intelligenze artificiali o aliene, siano destinate a progredire indefinitamente: quest’idea è precisamente “il motore” della fantascienza.
Ora provate semplicemente a immaginare che il progresso scientifico–tecnologico si fermi, cessi di esistere: la fantascienza come genere collasserebbe.
Bene, ci sono indizi precisi che fanno sospettare che sia precisamente così, che quel curioso fenomeno che si è innescato nel XVII secolo con Galileo Galilei e che chiamiamo progresso scientifico, oggi sia arrivato alla fase di esaurimento.
Un punto su cui è meglio essere chiari, è che in teoria il progresso scientifico–tecnologico potrebbe continuare a svilupparsi in una cultura che è in decadenza sotto altri aspetti. Che per alcuni versi la nostra cultura sia, più che in decadenza, in completo sfacelo, questo è un fatto sul quale pochi avanzeranno dubbi. A livello di vita quotidiana constatiamo tutti i giorni l’imbarbarimento dei costumi, la crescita costante della maleducazione, della volgarità, del cattivo gusto, della violenza, e non solo nelle periferie degradate delle metropoli.
Che in generale la scuola sia oggi sempre meno efficace nel trasmettere cultura, che l’ignoranza sia in crescita specialmente fra le generazioni più giovani, anche questo non può essere messo in dubbio. Periodicamente si cerca di tracciare la lista dei “saperi irrinunciabili”, una sorta di linea del Piave nella trasmissione e nella difesa della cultura oltre la quale si vorrebbe evitare di scendere, ma che ogni volta tocca spostare su posizioni più arretrate. Intanto negli Stati Uniti, dove certe dinamiche sociali precedono di qualche decina d’anni analoghe situazioni europee, ci si sta sempre più confrontando con il problema dell’analfabetismo di ritorno: dei molti che, terminate le scuole, non hanno più occasione di riprendere in mano un libro o un giornale o di scrivere una lettera e finiscono – letteralmente – per dimenticare l’alfabeto. Un problema - la cosa è praticamente certa - con il quale dovremo presto confrontarci anche noi a breve scadenza.
Per non aprire, poi, il capitolo spinoso del nuovo analfabetismo, quello che i teorici della comunicazione chiamano analfabetismo funzionale: di coloro che non sanno leggere la busta paga, o un orario ferroviario né tanto meno (non parliamo compilare) la dichiarazione dei redditi; che si spaventano quando vedono numeri con più di quattro cifre, che guardano lo schermo d’un computer come un’entità aliena, minacciosa e incomprensibile. Una cultura potrebbe continuare a progredire anche se ristretta ad una élite minoritaria. In fondo è questa la situazione che si è sempre verificata fino agli albori del XX secolo, e noi potremmo anche spingerci a considerare l’esperimento di alfabetizzazione di massa dell’ultimo secolo come una patetica forma di evangelizzazione sociale. Ma anche non considerando la massa che sembra pienamente appagata dall’antica formula “panem et circensens” (oggi i “circenses” sono rappresentati soprattutto dallo sport e dai reality show), cosa dire delle dinamiche interne della cultura cosiddetta alta?
Il pensatore tradizionalista–conservatore Julius Evola faceva notare, ad esempio, che anche i maggiori o quelli che passano per i maggiori filosofi nostri contemporanei trovano la Summa Theologica di Tommaso d’Aquino un testo di lettura estremamente ardua, eppure all’epoca in cui l’Aquinate lo scrisse, era un manuale ad uso degli studenti.
Se dalla filosofia passiamo alla letteratura i risultati sono ancora più sconsolanti: rispetto ad epoche non lontanissime, il numero delle persone alfabetizzate e dei presunti scrittori è enormemente aumentato, eppure dove troviamo qualcosa di lontanamente paragonabile alla Divina Commedia, al Faust di Goethe, alle opere di Shakespeare, di Molière, ai poemi omerici? Le arti figurative? Beh, immaginatevi solo per scherzo qualcuno dei presunti capolavori dell’arte contemporanea, che so, di Picasso, Mirò, Mondrian, Kandinskij nel rinascimento: sarebbe subito considerato lo scarabocchio orrendo che in realtà è. L’architettura? Oggi disponiamo di macchinari e mezzi tecnici notevoli, eppure siamo in grado di costruire solo enormi parallelepipedi di cemento. Dove troviamo qualcosa di paragonabile al Partenone, al Pantheon, a Nôtre Dame
di Parigi, alla cattedrale di Chartres o anche alla neolitica (preistorica) Stonehenge?
Prevedo una facile obiezione. La nostra – si dirà – è un’epoca scientifica e tecnologica, l’intelligenza ha preso una direzione diversa da quella dei capolavori artistici e letterari del passato. Se è questo che pensate, un esame più attento delle cose vi potrebbe portare a pesanti delusioni: la scienza batte desolatamente il passo da 5–6 decenni: le ultime scoperte scientifiche importanti, dal Big Bang nell’astronomia, fisica e cosmologia, alla scoperta della doppia elica del DNA in biologia–biochimica, risalgono almeno alla metà del XX secolo, ed oggi vincono il premio Nobel ricerche che mezzo secolo fa avrebbero stentato a comparire sulle pagine delle riviste scientifiche. In compenso, la ricerca scientifica - quello che passa per tale - è diventata un’enorme macchina per sprecare denaro pubblico, si pensi per tutte alla ricerca della “particella fantasma”, il mitico bosone di Higgs, cercato da mezzo secolo con acceleratori che costano quanto il bilancio di una piccola nazione, senza aver mai ottenuto alcun risultato.
La tecnologia, il vanto degli ammiratori delle “magnifiche sorti e progressive” è al palo quasi allo stesso modo: c’è stato il guizzo dell’elettronica–informatica, ma per il resto… Non riusciamo a dar vita a una tecnologia alternativa a quella del petrolio nel momento in cui questa risorsa si sta rarefacendo, diviene sempre più costosa e l’impatto sull’ambiente del suo utilizzo sempre più inquinante e distruttivo.
E a proposito delle “magnifiche sorti e progressive”: quanti ricordano che questa frase era stata scritta in senso ironico da Giacomo Leopardi, oltre che un grande della nostra letteratura, due secoli fa sembrava aver capito tutto?
Il guizzo dell’informatica, dicevamo, sembrerebbe contrastare con la generale sterilità dell’epoca attuale in campo scientifico e tecnologico (per non dire anche letterario e artistico): ma allora è il caso di dire che la reale importanza di questo guizzo fin troppo sopravvalutata.
Nel 2001-2002 Enrico Rulli pubblicò sulla rivista “Yorick” I sogni infranti della fantascienza, un bel saggio che avrebbe meritato una circolazione ben più ampia, e soprattutto di diventare il punto di partenza per un dibattito di ampia portata.
Il genere fantascientifico nato negli Stati Uniti negli anni ‘20 del XX secolo ed affermatosi anche in Europa negli anni ‘50 dopo la seconda guerra mondiale, si è nutrito fin dalle origini d’una forte carica progressista, della persuasione che grazie ai futuri immancabili sviluppi della scienza e della tecnologia, il futuro sarebbe stato grandioso, in costante e inarrestabile espansione, prospero, felice e via dicendo (anche se non sono mancate le voci dissidenti, prima fra tutte quella del grande Orwell). Questi sogni non potevano che infrangersi contro gli scogli della realtà. Di quelli che non hanno nemmeno cominciato a tradursi in realtà, l’esplorazione umana di lontani pianeti (nel 1969, mezzo secolo fa, siamo arrivati sulla Luna, che su scala cosmica non è nemmeno il giardino dietro casa, è il retrobottega, poi ci siamo bloccati), l’incontro con intelligenze extraterrestri, la creazione in vitro di vita e intelligenza paragonabili a quella umana, non parliamo neppure. Cosa ha da dirci Rulli sulle presunte conquiste dell’informatica? Ecco quanto scriveva:
“L’informatica ha totalmente fallito il suo scopo perché l’uomo si attendeva uno strumento che lo sollevasse dalle sue responsabilità, cioè una macchina che prendesse decisioni al suo posto. Invece si è accorto che l’uso del calcolatore rende più consapevole la sua scelta, mettendo a disposizione un maggior numero di informazioni. Questo non è piaciuto al mercato, che ha completamente pervertito l’uso di queste macchine. Per conquistare la Luna gli americani impiegarono nel 1968 [in realtà 1969, NDA] un calcolatore che aveva 32.000 byte di memoria, che sembrarono allora un’enormità. Ancora agli esordi della propria carriera, Bill Gates ebbe a dichiarare: “chi ha bisogno di più di 64.000 byte di memoria?”
Attualmente nelle case si usano personal computer con processori che hanno oltre 2000 volte la capacità di calcolo degli elaboratori che hanno aiutato a conquistare lo spazio. Eppure queste macchine potentissime servono per giocare, collegarsi alle chat, scrivere testi” (1).
All’intersezione, per così dire, di scienza e tecnologia (perché dovrebbe essere nello stesso tempo ricerca teorica e conoscenza applicata) si trova quel settore importantissimo che riguarda la vita di ciascuno di noi, la medicina. Apparentemente la medicina avrebbe riportato quello che sembra il successo più clamoroso della modernità, avrebbe né più né meno che raddoppiato la durata delle nostre vite. Si tratta, diciamolo subito, di una pretesa del tutto infondata che si regge su di un grossolano equivoco statistico.
Nell’Ecclesiaste troviamo scritto: “Settanta sono gli anni della nostra vita”, mentre Georges Dumezil ci racconta che per gli Etruschi era lecito pregare gli dei di poter vivere ancora fino all’undicesimo settennio (77 anni), dal che si può arguire, com’è confermato anche da molte biografie antiche, che 70–80 anni fossero in epoche remote, proprio come ancora oggi, il limite naturale dell’esistenza. Ciò da cui dipende il presunto allungamento della vita, è la brusca diminuzione della mortalità infantile. In poche parole, se di due bambini che nascono, uno muore poco dopo la nascita mentre l’altro è destinato a diventare ottantenne, la durata media della vita di entrambi, sarà di 40 anni.
In realtà, ciò significa molto meno di quel che vorremmo pensare, in termini di divenire biologico della specie umana, se pensiamo che per non essere travolti da un’esplosione demografica insostenibile, abbiamo dovuto “sopperire” al crollo della mortalità infantile con gli anticoncezionali e le interruzioni di gravidanza. Un bambino morto poco dopo la nascita inciderà sulle statistiche dell’andamento della popolazione, mentre una gravidanza interrotta e tanto meno un mancato concepimento, certamente no; in questo senso, l’allungamento della vita o il crollo della mortalità infantile sono delle finzioni statistiche. O meglio, una differenza c’è, perché la regolazione dell’entità della specie umana attraverso la mortalità infantile o gli aborti spontanei contribuiva a tenere in salute la specie attraverso la logica spietata ma efficiente della selezione naturale, mentre la contraccezione e gli aborti provocati seguono la totale arbitrarietà.
Il crollo della mortalità infantile almeno nei Paesi occidentali industrializzati, è dovuto principalmente alla scomparsa delle malattie infettive che in altre epoche falcidiavano soprattutto i bambini (e gli anziani, ma questo pesava poco sui trend demografici). La parte che la medicina ha avuto in questo, è dovuta principalmente alla scoperta dei vaccini, scoperta che del resto risale al XVIII secolo con Edward Jenner che scoprì il primo vaccino entrato nell’uso, quello contro il vaiolo – a tutt’oggi l’unica malattia realmente debellata – ma sembra che di gran lunga più determinante sia stata in questo senso la diffusione delle pratiche igieniche. Per converso, abbiamo conosciuto la diffusione di varie malattie legate alla pratica della vaccinazione o all’uso di siringhe non accuratamente disinfettate nel Terzo Mondo, l’Aids e l’epatite C in primo luogo.
Stiamo assistendo (impotenti) alla ricomparsa di malattie infettive che almeno nel mondo occidentale si credevano debellate, riportate da noi dagli immigrati (tubercolosi) o dalla tropicalizzazione di zone temperate dovuta ai mutamenti climatici (malaria), e la lotta contro di esse è resa più difficile dalla resistenza acquisita dagli agenti infettivi agli antibiotici.
Se andate a parlare con dei medici onesti, ammetteranno che i progressi della medicina nella lotta alle malattie non infettive e nell’aumentare la qualità della vita, sono piuttosto nulli che minimi. “Aggiungere vita agli anni” rimane un obiettivo utopico, anche se in una certa misura si è riusciti ad aggiungere anni alla vita, anni che non si vorrebbero mai vivere, trascinandosi gravi patologie, anni di accanimento terapeutico.
Tutto considerato, la storia della medicina è quella di un sostanziale fallimento i cui costi sociali, specialmente nella forma di sanità pubblica, sono del tutto sproporzionati agli scarsi benefici.
Esaminata da vicino, anche la storia recente della medicina non sembra dimostrare la superiorità dell’epoca moderna su quelle che ci hanno preceduto.
In qualche caso la medicina ha contribuito a peggiorare le condizioni di salute della gente, e non sto parlando dell’imperizia, tutt’altro che rara, dei singoli medici, ma di vere e proprie “scuole di pensiero”, di quel fenomeno che sono le mode che periodicamente attraversano la medicina. Di fronte a problemi, per esempio come la vera e propria epidemia di obesità col suo seguito di diabete, malattie cardiache, infarti e ictus che sta colpendo il mondo occidentale, medici e dietologi hanno assunto nel recente passato e spesso
assumono ancora oggi un atteggiamento irresponsabile.
Oltre alla sedentarietà e agli eccessi alimentari, la dieta–tipo dell’uomo occidentale si caratterizza oggi per un consumo di alimenti di origine animale molto più elevato di quanto avvenisse anche solo un paio di generazioni fa. Medici e dietologi si sono a lungo prestati e talvolta si prestano ancora oggi a demonizzare i carboidrati che sono da sempre la base dell’alimentazione umana, e in tal modo hanno incentivato il consumo di proteine di origine animale e di grassi animali, con il risultato di contribuire all’esplosione dell’obesità, e di distruggere tradizioni alimentari sane come la dieta mediterranea.
I motivi reali di questa vera e propria mistificazione ai danni della salute sono piuttosto chiari. Le Americhe e soprattutto gli Stati Uniti importano dal Vecchio Mondo pane e pasta, mentre sono grandi esportatori di carne, e la medicina ha dimostrato di preoccuparsi della salute… della bilancia commerciale USA!
Un altro settore nel quale la scienza ha dimostrato di essere fortemente dipendente da mode, motivazioni politiche transitorie e interessi non dichiarati, è la genetica. Non parliamo delle pericolose manipolazioni dell’ingegneria genetica, che in ultima analisi è una questione di tecnologia e non di scienza, parliamo proprio della genetica come ricerca di base.
Nel 2001 il ricercatore Craig Venter ha comunicato di aver portato a termine la decifrazione del genoma umano e di aver constatato che i patrimoni genetici di tutti gli esseri umani sarebbero praticamente identici, in sostanza pretenderebbe di aver dimostrato che la differenza media fra due qualsiasi dei sei miliardi e passa di esseri umani che popolano il nostro pianeta, con differenze enormi riscontrabili a livello di fenotipo, di pigmentazione della pelle, di statura, di complessione fisica, di gruppi sanguigni, di immunità alle malattie, di quoziente d’intelligenza, sia minore di quella riscontrabile all’interno di un clan di antropoidi strettamente imparentati. Nonostante la dubbia credibilità della cosa, la “scoperta” è stata avallata dagli altri scienziati e strombazzata dai media.
In realtà non si è trattato di una decifrazione ma di una mappatura, perché non si sa quali geni esprimono quali caratteri (è come se si conoscessero tutte le lettere di un testo, ma non si fosse in grado di leggerlo perché non se ne sa la lingua); inoltre questa presunta decifrazione riguarda solo il 10% del patrimonio genetico; il resto è stato dichiarato “Dna spazzatura”) (“junk Dna”), non se ne sa la funzione, quindi si decide che non conta.
Proprio recentemente (maggio 2010) Craig Venter è tornato alla carica con una notizia ancor più mirabolante: la creazione della vita artificiale, nientemeno. Una notizia da accogliere con scetticismo, visto che la prima -la decifrazione del DNA umano - si è dimostrata una bufala, e infatti si è trattato di una bufala anche questa volta che ci fa vedere come “scienziati” e media giochino sulla corda del sensazionalismo. Man mano che si è precisata, la notizia si è sgonfiata come un soufflé: Venter ha semplicemente inoculato del DNA estraneo in una cellula batterica, non ha creato la vita artificiale ma un “volgare” OGM.
Io credo che quest’uomo abbia ampiamente meritato sul campo la promozione dalla categoria degli scienziati a quella dei ciarlatani. Ciò che è veramente preoccupante è che questi apprendisti stregoni e saltimbanchi mediatici privi di un minimo di senso di responsabilità e di etica, sono oggi in grado di minare le basi stesse della vita.
Ma torniamo alla presunta decifrazione del 2001: è forse uno dei casi più lampanti nei quali la ricerca scientifica è stata stravolta a favore del predicozzo moralistico volto soprattutto a far accettare agli europei la trasformazione dell’Europa in una società multietnica sul modello americano.
Questo nuovo “siamo tutti fratelli” in salsa pseudoscientifica in realtà nasconde intenti molto meno nobili di quel che sembrerebbe a prima vista.
Si vuole la sparizione di popoli, etnie, culture, tradizioni che si vorrebbe far dissolvere in un universale melting pot; trasformare la complessità umana in una massa amorfa facilmente manipolabile, soggetta al dominio incontrastato delle leggi del mercato: è questo il senso della parola “globalizzazione”, e se la scienza (o un’apparenza di scienza) si presta (o si prostituisce) allo scopo, tanto meglio.
Un settore completamente diverso nel quale ciò che passa per scienza diventa il terreno di pesanti mistificazioni di carattere ideologico, è la ricerca, o meglio la falsificazione della storia (posto che la storia sia una scienza).
“La storia”, ha detto qualcuno, “non è una scienza, è una vendetta”. Ma se fosse vero che soltanto la storia recente esprime il suo carattere vendicativo in quanto scritta dai vincitori e tale da ignorare il punto di vista dei vinti, per esempio nelle due guerre mondiali, saremmo ancora fortunati: la falsificazione si estende molto più indietro nel tempo, fino ad epoche che presumiamo il tempo trascorso dovrebbe ormai consentire di trattare in maniera obiettiva e distaccata.
Sfortunatamente, non è affatto così, perché quando l’errore diventa paradigma, ortodossia, tradizione informa di sé le menti dei ricercatori delle generazioni che si susseguono e acquisisce forza propria: la menzogna a lungo ripetuta diventa verità.
Dove è nata la civiltà umana? Nello stesso luogo – vi stupirà saperlo – che ne è stato il centro e il motore fino al 1914, ossia quel continente di estensione relativamente modesta che gli Urali separano dall’Asia, il Mediterraneo dall’Africa e l’oceano Atlantico dalle Americhe.
Le scoperte fondamentali che segnano il passaggio alla civiltà sono l’addomesticamento degli animali, l’agricoltura, la scoperta dei metalli, l’invenzione della scrittura. Noi abbiamo la prova certa per tre di queste scoperte fondamentali e un forte indizio per la quarta, che esse sono avvenute in Europa, non in Medio Oriente.
Che l’allevamento quanto meno dei bovini sia stato introdotto per primo in Europa, lo dimostra il fatto che la capacità di metabolizzare il latte in età adulta, che è un adattamento darwiniano, si ritrova in massimo grado fra le popolazioni europee che vivono fra la Scandinavia e l’arco alpino, e decresce man mano che ci spostiamo verso il Mediterraneo e fuori dall’Europa.
L’oggetto metallico più antico che conosciamo è l’ascia di rame dell’uomo del Similaun (Oetzi) risalente al 3500 avanti Cristo, 5500 anni fa, più vecchia di almeno mezzo millennio dei più antichi arnesi metallici mediorientali conosciuti. Per la scoperta dell’agricoltura non abbiamo una prova certa ma un indizio importante. La tecnologia della lavorazione della pietra aveva raggiunto una notevole raffinatezza in età preistorica ed era perfettamente adeguata alle esigenze dei cacciatori-raccoglitori; aveva un solo svantaggio, i tempi lunghi necessari per la produzione degli strumenti. Il passaggio al metallo significa una cosa precisa: incremento demografico, le comunità umane si sono ritrovate con un numero accresciuto di braccia e la necessità di un maggior numero di strumenti per farle lavorare; incremento demografico significa sedentarizzazione e passaggio all’agricoltura. La connessione tra agricoltura e metalli è logica ed evidente, e se la scoperta dei metalli è avvenuta in Europa!
Riguardo all’invenzione della scrittura, c’è una storia molto interessante. Non si tratta di una scoperta recente, risale al 1961, 49 anni fa, un tempo più che sufficiente per pensare che in questi campi esiste un vero “coverage” delle informazioni finalizzato al mantenimento dei privilegi che la casta dei presunti storici ed archeologi ricava dalla sua presunzione di conoscenza.
Questa scoperta fondamentale riguardo all’invenzione della scrittura, ci è raccontata dallo scrittore Ian Wilson: nel libro I pilastri di Atlantide:
“E’ venuta alla luce nel 1961, quando l’archeologo rumeno N. Vlassa era intento a compiere degli scavi in un sito preistorico della Tartaria nei pressi di Turda nella Romania occidentale. Nel livello inferiore del sito, che lui sapeva appartenere alla cultura Vinca, si imbatté in un pozzo nel quale si trovava lo scheletro di un adulto, 26 statuette di argilla cotta, due statuette in alabastro, un braccialetto di conchiglie Spondylus e tre tavolette di argilla. Due di queste tavolette sconcertarono Vlassa. Infatti, pur se la data apparente della sepoltura si attestava attorno al 4500-4000 a. C., queste tavolette recavano iscrizioni pittografiche (…).
La prima forma di scrittura pittografica – riconosciuta come tale – è venuta alla luce ad Uruk, nell’attuale Iraq, sembrava essere opera dei Sumeri. Tuttavia la scrittura su queste tavolette, che provengono dalla Tartaria, sembra risalire ad oltre un millennio prima (…)” (2).
La scoperta delle tavolette di Tartaria risale a mezzo secolo fa, ci sarebbe stato tutto il tempo per renderla nota al pubblico, per farla arrivare persino sui libri di storia, invece è stata avvolta da un silenzio omertoso. Perché ciò sia accaduto, non è difficile da comprendere: la concezione “ufficiale” della storia, quella che s’insegna sui libri di testo, è biblica, solo superficialmente laicizzata, e per questo motivo attribuisce a priori al Medio Oriente una centralità che non trova riscontro nei fatti.
Tutte le volte che in qualsiasi punto fra l’Anatolia e l’Egitto saltano fuori quattro cocci di vaso (e quest’area deve ormai somigliare al groviera da quanto è stata scavata e setacciata), ecco che gli archeologi annunciano la scoperta di “una nuova civiltà”; sono gli stessi a cui i grandi complessi megalitici di Stonehenge, di Avebury, di Carnac (o se è per questo, dell’isola di Malta) o i forti vetrificati della Scozia (dei quali nessuno – dico nessuno – ha idea di come sia stato possibile produrre le alte temperature necessarie per trasformare i blocchi di pietra silice in un’unica indistruttibile amalgama vetrosa) non dicono assolutamente nulla.
Copernico e Galileo hanno liberato l’astronomia e le scienze fisiche dalle pastoie bibliche; lo stesso ha fatto Darwin per la biologia, le scienze naturali; la scienza storica attende ancora il suo Copernico, il suo Galileo, il suo Darwin, e a questo punto è legittimo il sospetto che non arriverà mai.
La storiografia ufficiale incantata dall’Oriente e a base biblica sfida impavidamente il senso del ridicolo. Poiché la Bibbia racconta che i figli di Noè erano tre: Sem, Cam, Jafet, ecco che tre devono per forza essere i rami delle lingue e delle popolazioni caucasiche che si suppone discendano da questo immaginario e verosimilmente mai esistito personaggio: semiti (da Sem), camiti (da Cam), indoeuropei (da Jafet). Le popolazioni non caucasiche, poiché si suppone che l’umanità anteriore al diluvio sia stata cancellata, forse
sono venute da Marte.
Basta esaminare un po’ la storia antica e ci si accorge dell’assurdità di questo schema anche solo applicato alle popolazioni caucasiche, perché si trova un gran numero di popolazioni antiche insediate nell’area mediterranea “non indoeuropee” (né d’altronde semitiche e neppure camitiche): Etruschi, Minoici, Liguri, Iberi, Sardi, Corsi e via dicendo; e non si tratta di popolazioni oscure e marginali, ma di grandi civiltà antiche come quella etrusca e cretese. Sarebbe necessario aggiungere un quarto ramo “mediterraneo”, anche se non è possibile riscrivere la Bibbia per inventarsi un quarto figlio di Noè.
Tutti questi fatti dimostrano non solo che scienza e tecnologia non stanno progredendo più, che stanno raschiando il fondo del barile da almeno mezzo secolo, ma che la scienza è il più delle volte una costruzione molto più ideologica e molto meno oggettiva di quanto ci piacerebbe supporre.
Rimane il dubbio se questo “esperimento culturale” fondato sul trinomio scienza–tecnologia–industria non abbia comportato un costo eccessivo per la nostra civiltà, l’umanità, il nostro pianeta, la vita su di esso, con il consumo scriteriato di risorse non rinnovabili, fonti energetiche e materie prime, la distruzione di habitat, l’annientamento di specie viventi, la dissipazione – in poche parole – di un capitale che la natura aveva impiegato miliardi di anni ad accumulare.
Tutto ciò, sebbene si tratti di tematiche ormai largamente sfruttate, può offrire ancora qualche spunto alla fantascienza, ma non è che si tratti di una prospettiva molto incoraggiante.
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NOTE
1. Enrico Rulli: I sogni infranti della fantascienza, “Yorick fantasy magazine” n. 32/33, Reggio Emilia dicembre 2001/gennaio 2002, pag. 82-83.
2. Ian Wilson: I pilastri di Atlantide (Before the Flood), RCS Libri, Milano 2005, pag. 175-177.
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[NOTA del blogger: questa email è stata inviata da Fabio Calabrese, oltre che al sottoscritto, a: Adalberto Cersosimo, Alberto Panicucci, Bruno Zaffoni, Donato Altomare, Gianni Ursini, Giuseppe Lippi, Marco R. Capelli, Mauro A. Migliaruolo, Michele Tetro, Giovanni Mongini, Roberto Furlani, Carmine Treanni, Luca Oleastri, e altre dieci persone delle quali non ho i nomi].
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RISPOSTA, di Vittorio Catani
Ciao Fabio, condivido molti dei tuoi dubbi, mentre non sono d’accordo su altri dettagli. Per dirne una: a me Kandinskij piace immensamente. Non è questa la sede per illustrarne il perché. E temo che i vari Raffaello e Tintoretto inorridirebbero anche nel vedere un Van Gogh, un Turner o uno Hopper. Ma cerco di rispondere molto sommariamente, altrimenti sarebbe troppo lungo e a volte fuori tema e insomma non è questo il punto di cui si discute, ma della (eventuale) “morte della fantascienza”.
Intanto, pur convenendo che la scienza non abbia fatto molti progressi negli ultimi decenni, qualcosa di importante c’è stato: se mio padre fosse vissuto oggi, avrebbe avuto alcuni anni di vita in più, con le cure che abbiamo per ipertensione e malattie cardiovascolari; io stesso, molto probabilmente, se queste cure oggi mancassero starei molto peggio, o forse non ci sarei più. Identico discorso potrei fare per alcuni tipi di tumori, se affrontati per tempo. O per certe protesi che si innestano direttamente nel sistema nervoso, davvero fantascientifiche. Diciamo che in campo medico un miglioramento è avvenuto, eccome. Anche la teoria scientifica si è mossa. Il brain imaging ha dimostrato che Freud non sbagliava: esiste un inconscio. E’ un dato di estrema importanza, per controbattere coloro che erano interessati a descrivere l’uomo come una pura macchina, e per altri motivi che non sto qui e enumerare. Non è vero che l’LHC, il “mostruoso” acceleratore di particelle (Ginevra), non serva a nulla: il suo scopo primo è quello di scoprire la fantomatica “particella di Dio”, ma nel frattempo - allorché saranno elaborati i dati finora ottenuti - certamente avranno convalida o meno molti altri interrogativi della scienza. Si è maggiormente precisata la Teoria delle stringhe (anche per questa si attendono segnali dall’LHC) e, circa la natura dell’universo, si è diffusa la teoria detta del “paradigma olografico”. Quanto a Craig Venter, montatura mediatica c’è indubbiamente stata ma non credo sia partita da Venter. La stampa purtroppo ama titoli sensazionalistici e inattendibili, ma occorre distinguere. Venter si è limitato (lo ha espresso lui con chiarezza) a trasferire in un batterio preventivamente privato del suo intero Dna - il Mycoplasma capricolum - il Dna modificato d’un altro microrganismo, il Mycoplasma mycoides. Risultato: un nuovo essere, dapprima inesistente in natura. E’, nel bene o nel male, un passo ulteriore che nessuno finora aveva compiuto, non un semplice Ogm.
Quanto al “guizzo” dell’informatica: non si può guardare al progresso scientifico giudicandolo solo per le funzioni pratiche d’un computer o di un cellulare: va sottolineato che l’informatica ha trasformato radicalmente il mondo nel giro di neanche due decenni. Non solo tecnicamente, ma ha cambiato la vita delle persone. Che poi l’abbia fatto in meglio o in peggio, non so: ma fosse anche in peggio, ovviamente la responsabilità è dell’uomo che ha usato e usa l’informatica nel modo sbagliato. I vantaggi indubbiamente ci sono, e molti: noi scrittori per primi ne sappiamo qualcosa. E senza i computer attuali, non avremmo mai avuto la globalizzazione, che io considero un elemento assolutamente negativo, almeno come è stata impostata. E così via.
Taglio corto dicendo infine che credo sia possibile conservare (almeno in parte) le proprie culture, se esiste un minimo di tolleranza da entrambe le parti. A me frega davvero poco se a Bari un domani gli africani o i Rom saranno più dei baresi, qualora si riesca a ottenere un’amalgama pacifica dei reciproci interessi, modi di vita, atteggiamenti, etc. Più della “integrazione”, che significa distruzione dell’altrui cultura per imporre la propria, si dovrebbe cercare una tollerante convivenza reciproca, accettando ovviamente alcuni principi di base. Mi rendo conto che è difficile, ma è l’unica via. Ma della “baresità”, della “italianità”, “europeità” (!) - posto che esistano - non so che farne. La persona si giudica dalla sua sincerità, onestà, intelligenza, disponibilità. Quando Einstein fu costretto dal nazismo ad andarsene negli Usa, allo sbarco dovette dare le sue generalità; a chi gli chiese a quale razza appartenesse, rispose: “Umana”. A volte dimentichiamo che sono esistiti in passato, e soprattutto esistono oggi, molti stati multietnici nei quali non sorge alcun problema di culture diverse. Anzi: la “diversità” è la sirena del mondo. E’ la reale “bio-diversità”. Per non ammuffire nei rigagnoli dei propri pensieri, delle proprie convinzioni plurimillenarie, dei propri “miti”. Dio (se esiste) ci salvi da “miti” ed “eroi”. Si tratta di educazione, di mentalità, di visioni, non di “alienità”. Noialtri italiani siamo per primi un tale miscuglio di razze da dare il capogiro. Un grandissimo scienziato un po’ controcorrente, il fisico Richard Feynman, premio Nobel, morto nel 1988, arrivò a dire che in futuro si dovrebbero creare colonie terrestri altrove, e lasciarle sole affiché maturassero una loro diversità rispetto alla Terra e ai terrestri, ormai troppo uniformati e omologati; una diversità - aggiungeva Feynman - dalla quale noialtri non potremmo trarre che nuove idee e benefici.
Riepilogando: hai una buona parte di ragione, il “progresso” scientifico ristagna. D’altronde, di Einstein ne nascono sì e no uno ogni secolo. E certamente l’umanità sta regredendo sotto molti aspetti (cultura, ambiente, etc.). Vorrei però ricordare che tutto questo accade non perché la scienza sia incapace di progredire, ma perché ne è incapace l’umanità. E il motivo è sempre quello, caro Fabio: denaro.
I nostri burattinai, coloro che manovrano le masse e anche i governi - leggi: i grossi gruppi finanziari, alias mega-aziende, banche - hanno studiato bene il loro programma da oltre mezzo secolo e lo stanno puntualmente e spietatamente attuando. L’informatica è stata una chiave di volta inattesa, che ha facilitato e accelerato enormemente il fenomeno. Fenomeno che si traduce in pochi punti chiave.
- Ridurre l’ex Terzo mondo allo stremo sfruttandolo in maniera scientifica finché possibile. Per cui non dobbiamo meravigliarci se il futuro è già scrito: avremo milioni, anzi miliardi di immigrati, un’ondata che non potremo arrestare, ridicolo anzi grottesco fare i duri: vengono qui a chiederci il conto, è da secoli che li distruggiamo e supersfruttiamo senza pietà.
- Altro punto chiave direttamente connesso al primo: se per l’ex Terzo Mondo dev’esserci lo sfruttamento totale, per il resto del pianeta dev’essere lo stesso. E infatti, stai vedendo come hanno ridotto il mercato del lavoro? Milioni di disoccupati, miliardi di precari, azzeramento progressivo dello Stato sociale, dei diritti dei lavoratori, della democrazia (”democrazia”? un singolare sistema politico che resse pochi decenni…)
- Terzo: distruzione della cultura. Cioè della scuola, delle università, con annesso rincoglionimento mediatico televisivo. Gli incolti non sanno pensare col loro cervello, non hanno spirito critico. Sanno solo lavorare. Specie se frustati.
- Quarto: assoggettamento dei governi, che stanno diventando marionette (vedi l’incapacità assoluta, in piena crisi, di frenare le speculazioni finanziarie in corso, che ci costano altri miliardi).
- Quinto, privatizzazione dell’intero pianeta. Brillante idea che si può tradurre così: ciò che è sempre stato tuo e di tutti, ora ce lo prendiamo noi, perchè siamo lo Stato, e d’ora in poi te lo vendiamo; nel senso che il tutto sarà gestito dalle solite mega-mafie, senza alcuna trasparenza, con prezzi alle stelle. Vedi la privatizzazione degli acquedotti, la privatizzazione delle Dolomiti (!) e altre delizie (presto privatizzeranno anche l’aria). Per non parlare delle carceri o della Giustizia (privatizzeranno anche questa, o le metteranno il bavaglio, sta già accadendo).
- Sesto: distruzione della Ricerca pubblica. La stiamo già vivendo. Magari le mafie mega-aziendal-governative avranno laboratori privati nei quali faranno i cavoli loro e ce ne imporranno i risultati, o se ne attribuiranno le glorie (vedi l’azienda di ricerca privata di cui Berlusconi ha la maggioranza e che – a suo dire – in tre anni sconfiggerà il cancro; roba drammaticamente ridicola, ma esempio molto premonitore).
- Finanziarizzazione dell’economia. Succede che ci si butta a pesce, e con enormi capitali, SOLO SU CIO’ CHE RENDE DI PIU’ E NEI TEMPI PIU’ BREVI. Ecco perché le banche non fanno più mutui (che rendono poco, e quel poco è diluito in decenni) contravvenendo in modo disonesto alla loro funzione sociale, che dovrebbe essere il sostegno delle aziende e dei privati. Guadagnano molto di più e più presto se investono in titoli il denaro
depositato dalla clientela. Se poi la borsa crolla, pagano i clienti…
- Anche un minimo di etica va a farsi benedire. Sappiamo che ci sarà un terremoto? Bene. Non avvisiamo affatto quei poveracci, anzi tranquillizziamoli. Ne creperanno un po’, pazienza, ma faremo affari d’oro. Dobbiamo impiantare valvole mitraliche ai cardiopatici? Ok, ma quelle che a noi costano meno. Sono patacche e moriranno in molti, ma chissenefrega se ci mettiamo in tasca bei milioni.
Indebitamento generazionale, crollo della cultura e dell’etica, ristagno o arretramento dei saperi, scempio dell’ambiente, cancellazione della democrazia. Tu, Fabio, credi che in simile contesto ci sia spazio per un “progresso”?
Io dico però che, proprio perché è questo lo scenario, di fantascienza se ne potrebbe scrivere davvero tanta. Se l’ossatura della science fiction - le grandi innovazioni scientifiche - mancano, poco male. Qualcosa comunque ci sarà. Ma soprattutto: il futuro non è solo scienza, è essenzialmente “come” si vivrà, che lavori si faranno, come camperanno le persone, che relazioni manterranno, come sarà ridotto il pianeta, eccetera.
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“DUE RIGHE”, di Fabio Calabrese
Vorrei scrivere due righe di risposta alla tua intelligente replica. Per prima cosa, devo dire che con il mio scritto deliberatamente provocatorio Il progresso è finito mi aspettavo di suscitare reazioni forti e di far pensare, ma sono piacevolmente sorpreso dall’intelligenza della maggior parte delle reazioni suscitate. Oltre alla tua, mi è piaciuta la risposta di Giuseppe Lippi (persona il cui apporto alla fantascienza italiana tendiamo forse a sottovalutare, non è solo il curatore di “Urania” - come se fosse poco! - ma anche un critico e un autore di prim’ordine), che mi ha definito “accorto discepolo di Spengler”, cosa nella quale mi riconosco abbastanza, e fatto notare che:
“Fabio nemico della scienza non sembra esserlo: ammette, per esempio, che dal XVII secolo al XX la rivoluzione c’è stata, prima con Galileo e poi con Newton, Einstein eccetera, ma dice che ora si è arrestata. Che il progresso non progredisce più. Mi sembra questo lo spunto notevole, quello su cui (forse) solo Simak si era soffermato, mentre Bradbury aveva preferito descrivere, in termini poetici, l’influsso negativo e (alla Lewis, o alla Tolkien) ”disumanizzante” delle scienze-tecnologie sull’umanità”.
Una distinzione importante che Lippi ha colto perfettamente, e ti dirò che avevo un certo timore che il mio scritto fosse confuso con le “solite” tirate antiscientifiche di parte conservatrice, specialmente perché è molto diffuso il vizio di cercare di capire come ci si deve atteggiare di fronte alle opinioni di qualcuno prima di comprendere ciò che realmente dice.
Ma veniamo alla tua replica. Noto con una certa curiosità che quella che doveva essere forse una replica alle tesi da me esposte, alla fin fine se ne esce con un tono, se non più pessimista, quanto meno più indignato del mio:
“Il “progresso” scientifico è alle corde, e l’umanità sta chiaramente regredendo sotto molti aspetti (cultura, ambiente, etc.). Ma ricorda: tutto questo accade non perché la scienza sia incapace di progredire, ma perché l’umanità è incapace. E il motivo è sempre quello, caro Fabio: denaro”.
Mi pare che su questo la nostra divergenza di opinioni si riduca a un solo punto: ho i miei dubbi sul fatto che si possa davvero distinguere la ricerca scientifica come attività intellettuale disinteressata da tutto quello che è il contesto culturale e sociale di cui essa si alimenta e senza il quale non esisterebbe (ma
esistono davvero le attività intellettuali disinteressate? Forse ci sono solo quelle di chi scrive sulle fanzine e i blog).
Un punto dove, a giudicare dal tuo commento, avrei dovuto essere più chiaro, è il discorso della immigrazione–globalizzazione. Io avevo scritto:
“Si vuole la sparizione di popoli, etnie, culture, tradizioni che si vorrebbe far dissolvere in un universale melting pot, trasformare la complessità umana in una massa amorfa facilmente manipolabile, soggetta al dominio incontrastato delle leggi del mercato”.
Ora, io non mi nascondo affatto che in questo processo che è sicuramente manovrato da qualcuno dietro le quinte. Gli immigrati, che trovano condizioni di vita disumane nei loro Paesi, e poco meno quando arrivano qui, sono ancora più vittime di noi. Il dramma degli eritrei detenuti in Libia è solo il più recente su una vita costellata di cadaveri.
Tu scrivi in conclusione del tuo articolo dove vedo poche differenze con le opinioni che ho espresso io:
“Il futuro non è solo scienza, è essenzialmente “come” si vivrà, che lavori si faranno, come camperanno le persone, che relazioni manterranno, come sarà ridotto il pianeta, eccetera”.
Dietro queste parole, spero che la cosa non ti dispiaccia, mi è sembrato di sentir echeggiare la voce di Renato Pestriniero, le opinioni che ha espresso in Nuove costellazioni su “Futuro Europa” (Elara Ed.)
E’ una conclusione che mi sentirei di fare mia, a condizione però che coloro che ambiscono a scrivere fantascienza si impegnino davvero in uno sforzo di comprensione delle dinamiche del futuro prevedibile, e non si limitino a ricalcare pedissequamente la science fiction sociologica dei tempi di Pohl e Kornbluth o di quelli di John W. Campbell. Ad esempio, trovano ancora molta circolazione storie di fantascienza “sociologica” in stile Fuga di Logan, quando oggi la tendenza è del tutto opposta, e sarebbe senz’altro più interessante un racconto o un romanzo con dei poveri cristi in età, che quando sono arrivati a maturare la pensione, tac!, arriva una nuova leggina che sposta in avanti l’età pensionabile, in modo da costringerli a rimanere in servizio finché non crepano, e magari l’unica speranza di un giovane per trovare lavoro è camuffarsi da anziano e sostituirsi occultamente al genitore.
Su questo punto fai bene ad avere un moderato ottimismo, a condizione però che sappiamo guardare al mondo con gli occhi di oggi, e non con quelli della SF classica.
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Fabio Calabrese è nato a Trieste il 12.11.1952. Laureato in filosofia, insegnante di scuola superiore, è
science fiction dai primi anni ‘70. Nel 1976 ha dato vita insieme a Giuseppe Lippi (attuale curatore di “Urania”) alla fanzine del fantastico “Il re in giallo”. Suoi racconti e articoli sono apparsi su varie testate e in numerose antologie. Ha pubblicato anche all’estero (in Inghilterra, sulla prestigiosa “Foundation”; in Polonia sulla rivista ”Fantaztyka”). Negli anni ‘80 ha collaborato con le maggiori case editrici specializzate nel settore fantascientifico, specie con Fanucci (Roma). Per la sua attività ha ottenuto numerosi riconoscimenti e premi. Negli anni ‘90 ha iniziato a collaborare con “Gli eredi di Isildur”, sezione triestina della Società Tolkieniana Italiana, con la quale realizza il dizionario tolkieniano pubblicato da Rusconi nel 1999, poi da Bompiani nel 2003. Dal 1998 inizia a collaborare assiduamente (saggi, racconti) con la Perseo Libri (poi divenuta Elara Ed.) di Bologna. Ancora nel ‘98 pubblica - per la prima volta - un racconto su “Urania”, Starlight. Nel 2000 dà vita assieme a Roberto Furlani alla webzine fantascientifica “Continuum”. Da allora articoli e racconti continuano ad apparire sulle principali testate italiane di fantascienza. Nel 2010 ha pubblicato su “Delos” i racconti Il meriggio dorato e Sheila. attivo nell’ambito della
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2 Responses
[...] Articolo completo fonte: Vikkor Vittorio Catani » Blog Archive » Se il progresso è finito … [...]
Se ho capito bene, lo scritto di Calabrese sostiene un certo ragionamento modus ponens concernente la narrativa fantascientifica. Il ragionamento è grosso modo questo (userò quanto più possibile parole non mie):
1) (premessa 1) Se “il progresso scientifico-tecnologico si ferma, cessa di esistere, [allora] la fantascienza come genere collasserebbe”
2) (premessa 2) Il progresso scientifico-tecnologico si sta fermando, sta cessando di esistere.
3) (conclusione) La fantascienza come genere sta collassando.
Mi pare che l’intervento di Vittorio Catani abbia tentato di discutere la seconda premessa (io discuterò la prima). Per quanto mi riguarda, su questo punto, sulla seconda premessa cioè, devo dire che in generale faccio molta fatica a dimostrare che la filosofia dell’ultimo secolo ha fatto (e continua fare) grandi progressi, nonostante chi ha un accesso in qualche modo mediato alla filosofia non abbia affatto questa stessa percezione o abbia addirittura una percezione diametralmente opposta. Sul fatto che noi non saremmo in grado (se non con molta fatica), secondo Julius Evola, di leggere la summa teologica di Tommaso d’Aquino… direi di rubricare la tesi come una battuta filosofica. C’è anche chi ha detto che l’intera filosofia occidentale si sia limitata a glossare Platone. Io, in generale, preferisco le battute comiche a quelle filosofiche, perché a volte le prime, a differenza delle seconde, sono intelligenti. E siccome le seconde, oltre a non essere intelligenti, non fanno nemmeno ridere, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché questo sport sia molto diffuso. Chiusa la parentesi, voglio dire che non è escluso che i progressi ci siano anche in ambito scientifico e che coloro che come me non sono scienziati non siano in grado di coglierli, vuoi per l’altissima specializzazione del linguaggio scientifico vuoi per altri motivi ancora.
Per amore di completezza, proverò allora a discutere anche la prima premessa, a giustificazione della quale Calabresi pone come autoevidente l’assioma che “il concetto di progresso è essenziale alla fantascienza”, che “quest’idea è precisamente ‘il motore’ della fantascienza”.
Il guaio è però che qui c’è un salto. Cioè, sulla base di questo assioma (aggiungo, condivisibile), la prima premessa del ragionamento non dovrebbe suonare come Calabrese la fa suonare. Se l’assioma è vero (e io credo di sì), la prima premessa dovrebbe suonare in questo modo: Se l’idea (o il concetto) di progresso scientifico-tecnologico cessa di esistere, allora la fantascienza come genere collasserebbe. Ora, se sostituiamo al punto 1) del ragionamento (sopra riportato) questa premessa (l’unica che possiamo ricavare dall’assioma), e volessimo ancora sostenere che il collasso del genere fantascientifico ha a che fare con l’idea di progresso, dovremmo allora non già dimostrare che il progresso scientifico-tecnologico si sta fermando, sta cessando di esistere, quanto piuttosto che l’idea (o il concetto) di progresso scientifico-tecnologico sta tramontando. E questa tesi è dura da dimostrare, tanto più che se Calabrese avesse ragione circa la crisi effettiva della scienza, ciò dimostrerebbe che l’idea di progresso, alla luce della quale egli vede (o crede di vedere) il non progresso, è piuttosto viva e vegeta, altrimenti come potrebbe egli dire che non c’è progresso?
Non ci resta che aspettare che qualcuno discuta anche l’assioma
ciao,
L.