Vecchie leggende spaziali - 1. Anthea
Posted on Luglio 12th, 2010 in Tempo presente |
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Cari amici, tornate a mettervi comodi e gustate un altro boccale di birra, o anche di pseudomangrovia venusiana. Qui al Polvere di Stelle i prezzi sono modici, dalle vetrate splende lo spettacolo dell’astroporto “Neil Armstrong” con navi stellari in partenza…
…e il vostro Oberto Fasti, astronauta veterano e vero lupo degli spazi, è pronto a narrarvi un’altra delle sue strepitose avventure.
Ebbene, stavolta vi parlerò di Anthea. Certamente non avete mai sentito nominare questo pianetino, e non vi do torto. Solo io e i miei due compagni d’astronave avemmo modo di visitarlo, nel lontano 2029. Tornavamo da una ricognizione scientifica nella Fascia degli Asteroidi, tra Marte e Giove. Giunti a circa 500 mila km. dalla nostra Luna, e insomma quasi alle porte della Terra, notammo la presenza d’un asteroide perfettamente sferico, dotato di tenue atmosfera, non segnato sulle carte nautiche e perfettamente allineato con Luna e Terra. Il che significava che nessun telescopio, dalla Terra, poteva individuarlo. Grandemente stupiti, decidemmo di scendere a visitarlo.
Ora non vi chiedo di credermi subito sulla parola, ma per le barbe di tutti i Patriarchi Marziani, ecco ciò che vedemmo!
Lo scenario era fiabesco: la luce solare traeva dalle rocce acuminate luminosità mutevoli e variopinte. Eravamo circondati da strane arborescenze minerali con rami, foglie, aculei, forse anche bacche o frutti. C’erano colori di opale, di perla, lapislazzulo. Al suolo, che si sarebbe detto vetrificato, s’intrecciavano rami o arbusti che brillavano come pirite, in gruppi intricati simili a sculture marmoree. Muovemmo alcuni passi, e al solo spostarci fra tutte quelle forme mutavano i colori, la brillantezza, i riflessi. Uno dei nostri, Bob Karatygin, ci chiamò a osservare: al suolo giaceva una specie di grossa lumaca iridescente. Anch’essa pareva solidificata, tutt’uno col suolo, o forse - azzardò l’altro compagno di viaggio, Jo Besostri - si muoveva in tempi lunghissimi, per noi impercettibili. Dibattemmo se un nostro minuto potesse essere un secolo, un millennio, su quel mondo. Dopo qualche analisi e intense riflessioni, ipotizzammo che si trattasse di forme vitali a mezzo tra il biologico e il minerale, forse l’unica forma di vita in grado di sopportare il gelo di quel
piccolo mondo. Jo tentò di staccare qualche pezzo di quegli arbusti, ma parevano più duri del nucleo d’un Buco nero! Segnammo accuratamente la posizione del pianetino, che chiamammo Anthea, e riprendemmo il volo.
Quale fu la nostra disperazione allorché, poco dopo, scoprimmo che un potente campo magnetico, evidentemente celato in Anthea, aveva cancellato e deteriorato tutte le nostre rilevazioni di posizione, e le foto scattate! Invano, anni dopo, abbiamo cercato Anthea: come un’isola misteriosa, è svanita nei flutti dello spazio o del tempo.
Amici, so che è difficile che mi crediate, ma vi lascio col mistero. Grazie, e a una prossima volta dal vostro lupo degli spazi Oberto Fasti.
[Pubblicato la prima volta su "La Gazzetta del Mezzogiorno", rubrica Accadde... domani, il giorno 1 novembre 2000].
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5 Responses
Incipit esemplare. Mi ha fatto un po’ ricordare un romanzo letto tempo fa, “Pomodori, verdi fritti”, e lo stile semplice e rapido di uno scrittore siciliano molto sconosciuto, noto ai chi lo è per “I mimi siciliani”.
Ovviamente non ti sto accusando di plagio
Bene, comunque mi dispiace non conoscere questo autore, se non forse di nome (è Lanza?).
Sì, dimenticavo, è Francesco Lanza. Credo che i “Mimi siciliani” siano disponibili in Internet.
Preziosissima l’illustrazione di Caesar. Molto bello l’aneddoto, declinato verso una delicata malinconia.
Ciao Stefano. Grazie!