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Crescita demografica esplosiva, consumo sfrenato delle risorse, criminale gestione del settore finanziario a livello mondiale, pessima conduzione della “cosa pubblica”: secondo alcuni è già troppo tardi per trovare rimedi. Se poi vogliamo aggiungere anche pericoli esterni…

Nei giorni scorsi, in un’intervista al giornale “The Australian” (Fenner sees no hope for humans), l’eminente scienziato e virologo Frank Fenner ha dichiarato: “Ci avviamo verso l’estinzione, forse entro 100 anni. Qualunque cosa faremo d’ora in poi, è già troppo tardi”.  È forse l’aggiornamento d’un terrore ricorrente nell’umanità, quello della “fine del mondo”?

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Fenner, novantacinquenne, in tema di “estinzione” è un’autorità. È stato professore emerito di microbiologia presso l’Università Nazionale Australiana; è membro dell’Accademia Australiana delle Scienze nonché della Royal Society. Ha ricevuto premi e riconoscimenti ed è autore di saggi e libri. Dapprima interessato alla geologia, in seguito mutò indirizzo rivolgendosi anche all’epidemiologia e alla dinamica delle popolazioni batteriche. Fenner - a quanto apprendiamo - ha giocato un ruolo essenziale nel farci dimenticare il virus del vaiolo, e nella eliminazione delle popolazioni di conigli selvatici nel Sud-est australiano tramite la diffusione di un virus tumorale. Ha, in parte, un merito nella vittoria dell’Australia nella guerra contro la Nuova Guinea, grazie al suo lavoro di controllo sulla malaria, diffusa fra le truppe. Ma i suoi studi presto si interessarono anche alla specie umana esaminata nel suo contesto ecologico. In definitiva la sua prospettiva biologica è anche geologica.

 

Il vero problema, per lo studioso, è nella crescita esplosiva della popolazione e nel consumo sfrenato d’ogni risorsa. Quest’anno supereremo i 6,9 miliardi di persone. “Il mutamento climatico”, sostiene lo scienziato, “è solo agli inizi, e stiamo assistendo a notevoli cambiamenti nei fenomeni atmosferici (…) Non solo l’Homo sapiens andrà presto in estinzione, anche buona parte degli animali. E un controllo delle nascite avrebbe ormai risultati diluiti (…) L’effetto che stiamo vivendo è paragonabile a quello di un’epoca glaciale, o all’impatto di una cometa”.

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La catastrofica visione di Fenner - che comunque, espressa in questi termini generici appare soltanto un parere personale, seppure autorevole - non raccoglie peraltro grandi consensi nel suo stesso ambiente. Il professor Stephen Boyden, batteriologo, epidemiologo e studioso di ecologia, a sua volta docente presso l’Accademia delle Scienze Australiana, ha rilasciato al “Daily Mail” dichiarazioni meno pessimistiche, esprimendo la convinzione che troveremo per tempo i modi d’uno sviluppo ecosostenibile. Di parere opposto Nicholas Boyle, docente dell’Università di Cambridge, il quale per di più identifica l’anno del “giudizio universale”, nel suo recente libro 2014: come sopravvivere alla prossima crisi globale. Stando a Boyle – storico, letterato, esperto in economia, politica, filosofia, teologia – il mondo è avviato verso una nuova crisi globale senza precedenti. Altro che “crisi alle spalle”. L’economia internazionale subirà una scossa colossale che porterà a una rottura di relazioni diplomatiche, economiche, culturali, e gli Usa avranno in questo evento un ruolo fondamentale. Per Boyle, occorrerebbe realizzare con urgenza una comunità internazionale in cui ogni Paese, pur dichiarando pubblicamente la propria impotenza di fronte alle sfide sociali ed economiche attuali, faccia fronte comune per la creazione d’un nuovo sistema mondiale ridimensionando drasticamente vari settori, specie il finanziario.

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Semplici pareri personali anche questi ultimi. Ma va detto che il grido d’allarme giunge ormai da più parti e da primari esponenti del mondo scientifico: un minimo di prudenza, per non dire raziocinio, non guasterebbe affatto. Né sarebbe male che i governi si soffermassero seriamente sullo scempio dell’ambiente in corso, sull’arrembaggio alle risorse naturali, sulle sfrenate speculazioni dei mercati, sulla preoccupante crescita del divario ricchi/poveri, prendendo seri provvedimenti. Ma appare chiaro come i governi non abbiano questa capacità, condizionati evidentemente da più forti centri di potere o da personali interessi. E c’è chi ancora blatera di ”crescita infinita” (sebbene l’Homo sapiens disponga di un solo pianeta), di consumo, Pil, bilanci dello Stato e affini. Quasi che davvero - come molti continuano ad affermare - l’Italia, o lo Stato, o la Terra, siano ”un’azienda”.

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Non è certo la prima volta che qualcuno annuncia l’Apocalisse. Ma una gigantesca crisi economico-finanziaria, o la distruzione ambientale, sono appena due delle possibili modalità di cui può rivestirsi una “fine del mondo”. Un esempio: mezzo secolo fa questi problemi - ambiente e crisi economica globale - non esistevano, ma c’era un’altra spada di Damocle: il “pericolo atomico”. Si era in piena Guerra fredda; i due cosiddetti “blocchi” orientale e occidentale, cioé Usa e Urss,  gonfiavano i loro arsenali e facevano esplodere bombe atomiche qua e là in via sperimentale (alcune perfino nei fondali oceanici, nell’assurda convinzione di attutirne gli effetti o di restare invisibili all’avversario). Lanciare un’atomica sul Kremlino o sulla Casa Bianca avrebbe scatenato un putiferio di ritorsioni, anche atomiche. Cioè appunto la fine del mondo, o comunque della civiltà. Il timore, anzi l’incubo di ciascuno di noi, era inoltre per i sistemi d’allarme automatici, che avrebbero potuto scambiare uno stormo d’uccelli per un missile nemico, dando il via alla Catastrofe (più d’una volta sfiorata). O per chi sovrintendeva a questi sistemi (chiunque poteva  impazzire, da un momento all’altro…)

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In tema di distruzione globale, esistono poi le cause non imputabili all’umanità. Lo stesso Fenner nella sua intervista paragonava il momento attuale all’avvento d’una nuova era glaciale o all’impatto d’una cometa.

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Un’interpretazione - non certo “scientifica” - del complesso sistema di misurazione del tempo dei Maya, ha portato di recente a diffondere la notizia secondo cui il mondo “finirebbe” il 12 dicembre 2012 (12/12/12), o comunque da quella data si verificherebbe un “cambiamento determinante”. Segnaliamo la notizia, rientrante  nel consueto folklore apocalittico, che ne inventa sempre di nuove (come il famoso “Bug” di fine millennio).

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Altre Apocalissi

All’istinto autodistruttivo dell’Uomo - e nell’attesa di sapere “come andrà a finire” - si aggiunge dunque il perenne pericolo di altri eventi “terminali”.

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Il vulcano islandese Eyjafiöll, dormiente da due secoli, recentemente ha impedito per quasi una settimana il volo degli aerei in mezza Europa diffondendo una gigantesca nube di polveri. Ma c’è il rischio del risveglio d’un altro dei numerosi vulcani islandesi, il Katla, prossimo all’Eyjafiöll e molto più pericoloso. Circa 250 milioni di anni fa, alla fine del Permiano/inizio del Triassico, ci fu una delle varie estinzioni di massa del nostro pianeta, la più devastante. Fra le varie ipotesi circa le cause dell’evento, c’è quella di colossali eruzioni vulcaniche in zone corrispondenti alla Cina e alla Siberia. Specie qui, le rocce basaltiche mostrano come la lava ricoprì una superficie di oltre 2 milioni di km2. L’eruzione diffuse nuvole di polvere e aerosol acidi che probabilmente offuscarono la luce solare, interrompendo la fotosintesi sia in mare sia sulla terraferma, facendo collassare la catena alimentare e causando piogge acide.

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Si sono verificate almeno 5 glaciazioni principali sulla Terra, la prima delle quali 2,5 miliardi di anni addietro; per l’ultima delle più importanti occorre risalire di circa 800 milioni di anni: pare che la calotta di ghiacci giungesse quasi all’Equatore. L’ultimo periodo glaciale, detto “glaciazione di Würm”, è terminato circa 10.000 anni fa. Per tradizione si definisce ”piccola glaciazione” il clima freddo che caratterizzò l’Europa del XVII secolo.

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Le cause ipotizzate sono molteplici: cambiamenti periodici dell’orbita terrestre intorno al Sole (noti come cicli di Milankovitch); la variazione dell’orbita del Sole all’interno della Via Lattea; i movimenti delle placche tettoniche; le variazioni dell’attività solare; eruzioni vulcaniche (vedi sopra) e l’eventuale impatto di meteoriti. Infine, ma non ultima, variazioni nella composizione dell’atmosfera (in particolare la quantità del biossido di carbonio).

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E attualmente c’è chi discute su una ipotetica era glaciale che si starebbe avviando nei nostri tempi:

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“Siete stati imbambolati dalla propaganda di massa sul riscaldamento globale? Laurence Hecht della rivista “21st Century Science and Technology” spiega perché la Terra è sulla via di una nuova glaciazione”.

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Difficile crederci, ma basta cercare in rete. D’altronde, sul Web si trova tutto e il contrario di tutto…

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Vi sono poi pericoli esterni: non giungono né dall’Uomo né dalla struttura del nostro pianeta. Giungono dallo spazio.

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La Terra è simile a un’astronave vagante in regioni sconosciute. Se un asteroide di grandi dimensioni ci cadesse sulla testa, cosa accadrebbe? E se il Sole si tramutasse in “nova”? Se incontrassimo un Buco nero? Quanto agli asteroidi, la maggior parte di questi corpi, di piccole dimensioni, è distrutta dall’atmosfera (giungono a elevatissima velocità e si incendiano nell’attrito con l’aria). Corpi di 30-50 metri di diametro possono provocare eventi come quello di Tunguska (1908, Siberia): il bolide esplose a 8 km di altitudine con una potenza stimata in 10-15 megatoni. Il rumore fu udito a 1000 km.; a Londra (era notte) il cielo si illuminò da poter leggere un giornale. Asteroidi del diametro di 1500 metri provocherebbero (si stima) circa 1,5 miliardi di vittime, a parte i danni per le polveri immesse nell’atmosfera. Dai 10 km. di diametro in su, gli effetti sarebbero come per quello responsabile dell’estinzione dei dinosauri, 65 milioni di anni fa. E quindi si rischierebbe l’estinzione della specie umana.

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Ma niente paura: ormai gli astronomi hanno ben puntati i telescopi sui corpi che ci girano attorno, o che di profilano all’orizzonte cosmico, ed esistono software capaci di individuarne le traiettorie. Nel caso dovessero passarci troppo vicini, si pensa che si potrebbe deviarli o farli esplodere con lanci di missili. Finora non ne abbiamo avuto bisogno, quindi non abbiamo esperienze.

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Quanto al Sole, certamente fra qualche miliardo d’anni diventerà una “nova”, cioè praticamente esploderà, per una serie di mutamenti intervenuti al suo interno, invecchiando; ma chissà se ci sarà qualcuno per vedere lo spettacolo (da molto lontano). Che diventi “nova” in tempi brevi, non è impossibile ma – ci dicono – molto poco plausibile.

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Quanto ai Buchi neri (un diverso risultato evolutivo di grandi stelle giunte alla fine del loro ciclo), in essi agiscono energie inimmaginabili. La loro forza di gravitazione è tale da non permettere la fuoriuscita di nulla, neanche d’un raggio di luce: pertanto risultano invisibili. Se ne può peraltro dedurre la presenza dalle perturbazioni che provocano ai corpi ad essi vicini. Gli strumenti hanno individuato vari oggetti, nel cosmo, che potrebbero essere Buchi neri. Nel 2008 se n’è scoperto uno, finora il più grande: ha una massa 18 miliardi di volte quella del nostro Sole. Per fortuna è a 3,5 miliardi di anni luce da noi. Non è escluso che esistano Buchi neri quasi microscopici. Si temeva che potessero formarsene all’avvio del famoso LHC (Large Hadron Collider) di Ginevra, l’acceleratore di particelle che doveva ricreare situazioni simili ai primi istanti di vita dell’universo. L’LHC ha funzionato senza problemi, e siamo ancora vivi. Un buco nero di 1 millimetro sarebbe in grado di scavare nella Terra una galleria del diametro di 100 metri, da qui ai nostri antipodi.

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L’Armageddon in fantascienza

Quanto alle descrizioni di nuove Apocalissi, potremmo affermare che queste abbiano una collocazione di privilegio nell’ambito della science fiction, narrativa che potremmo qualificare come una vera e propria mitologia moderna. Vi ritroviamo infatti – proiettati in uno scenario futuribile, o comunque di fantasia tecnologica – paradisi, inferni, creazioni, distruzioni, creature superiori, agnizioni, e così via.

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Pertanto, sul nostro tema è possibile incontrare di tutto: a partire dalla  distruzione dell’intero Universo, nella fattispecie creato magari per gioco da un semidio che poi se n’è stufato, o ad opera di mostruose creature giunte da universi paralleli. E scendendo a livelli più ristretti, troviamo innumerevoli storie sulla distruzione “soltanto” del  Sole (che fa i capricci e diventa “nova”). Esemplare, su questo tema, uno dei racconti più belli in assoluto ed evocativi di Arthur C. Clarke, Spedizione di soccorso (Rescue Party, 1946). L’annientamento del nostro pianeta, eventualmente per mano dell’uomo, è presentato in mille sfaccettature; guerre totali, o altre cause: per esempio virus che attaccano le graminacee riducendo alla fame l’intera umanità (Morte dell’erba, [Death of Grass] di John Christoper, 1956). Nel romanzo satirico Effetto valanga [Depression or Bust, 1974] Mack Reynolds descriveva una paradossale catastrofe dell’economia globale avviata da un solo individuo, un inconsapevole consumatore che, venendo meno a un acquisto al quale si era impegnato, provocava appunto un effetto valanga di risonanza planetaria. In L’inverno senza fine (World in Winter, 1962) il già citato John Christopher descrive una imminente era glaciale, che peraltro assume qui un significato simbolico del “gelo” che permea personaggi irrisolti e situazioni-limite concernenti rapporti tra persone e tra etnie diverse. Nel film Quando i mondi si scontrano, (1951, When Worlds Collide) un pianeta estraneo entra in rotta di collisione con la Terra: un manipolo di individui cercherà di costruire un’astronave per fuggire dal nostro pianeta condannato. Ancora, distruzione dell’umanità e della civiltà per la caduta d’una meteora che inquina l’intera atmosfera con gas velenosi; o per guerre; per dilapidazione delle risorse ambientali. O, come nel racconto di Vittorio Curtoni La sindrome lunare (1978), tramite la diffusione d’un gas che ha l’effetto di far rifugiare ciascuno di noi nel proprio io, eliminando ogni desiderio di comunicazione con l’“altro”. Forse la fine è già arrivata?

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James G. Ballard nei suoi straordinari romanzi e racconti segna uno spartiacque: dà per già accaduta la catastofe. L’umanità non può far altro se non cercare di adeguarsi alla realtà. L’evento può essere stato un vento inspiegabile che trascina a velocità inverosimile l’intera atmosfera terrestre (Il vento dal nulla [Wind from Nowhere, 1962]); o è la conseguenza di un innalzamento del livello del mare (Deserto d’acqua [The Drowned World, 1962], forse un effetto dello scioglimento dei ghiacci? Non è ben spiegato); oppure deriva da un drammatico effetto serra che ha fatto evaporare le acque e desertificato città e campagne (Terra bruciata [The Burning World, 1964]). O altro ancora. Siamo, chiaramente, su un piano diverso: l’Apocalisse esterna esiste in quanto sintomo di quella interiore. I personaggi ballardiani si muovono su scenari onirici, vittime d’una regressione psichica e comportamentale che pone interrogativi circa il nostro rapporto con le nuove tecnologie - specie della comunicazione - e lo “zodiaco” di nuovi valori, segnali, significati, atteggiamenti. 

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[Questo testo riprende, ampliandolo, l'articolo XXI secolo, prevista l'estinzione dell'uomo, apparso su "La Gazzetta del Mezzogiono" di mercoledì 30 giugno 2010.]

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