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E’ recentissima una notizia eclatante che riguarda le fonti d’energia rinnovabili: il progetto d’una gigantesca centrale solare impiantata sulla Luna. L’idea viene lanciata dalla giapponese Shimizu Corporation: il “Luna Ring” è, nelle intenzioni dei progettatori, un anello di pannelli solari che cingerà l’intero equatore lunare visibile.

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L’enorme apparato accumulerà energia che verrà ritrasmessa sulla Terra. Un progetto che, realizzato, risolverebbe - viene riferito - in modo definitivo le necessità energetiche dell’intero pianeta. La cintura di pannelli, montata da robot, sarà perennemente esposta ai raggi solari: com’è noto, la Luna volge sempre la stessa superficie alla Terra…

Se realizzato, una volta ammortizzati i costi iniziali (in realtà giganteschi anch’essi), un impianto del genere produrrebbe energia praticamente a costo zero, ventiquattr’ore su ventiquattro. Circa la spesa, le previsioni sarebbero di 21 miliardi di dollari, da investire nell’arco di un secolo. Ma dopo aver creato una catena di pannelli lunga 400 km. (dei circa 2500 km. dell’equatore lunare illuminato) si potrebbe già avviare l’irradiazione verso la Terra. Questa avverrà in forma di “treni” di microonde indirizzati verso appositi ricettori, per riconvertire l’energia in elettricità. Un impegno enorme, con adeguato movimento di capitali, che potrebbe rivivacizzare comparti industriali e mercati attualmente in caduta libera… sperando che l’operazione venga eseguita in modo trasparente e che la ricaduta economica sia equamente redistribuita. I vantaggi di una simile centrale lunare sarebbero notevoli: sulla Luna non ci sono problemi di cattivo tempo e il sistema provocherebbe danni ambientali minimi (sulla Luna, i lavori necessari alla costruzione sia della rete dei pannelli, sia d’una antenna orientabile di 20 km. di diametro).

Ma perché, ci si può chiedere, proprio sulla Luna?

Il nostro pianeta non si presterebbe altrettanto bene a una centrale del genere. Anzitutto per questioni di spazio disponibile. Poi perché il pannello solare produce al suo massimo soltanto quando c’è il sole, quindi non di notte né se piove o è rannuvolato; e il sole stesso, se c’è, d’inverno e in primavera riscalda molto meno che in una bella giornata d’estate. Inoltre i raggi solari ci arrivano già “smorzati” dall’atmosfera (per nostra fortuna). La luna non ha atmosfera, e sulla superficie sempre esposta si raggiungono temperature sui 120 gradi centigradi. Si potrebbe obiettare: non sulla Luna, ma su satelliti in orbita. Ma verosimilmente sarebbe più difficoltoso costruire, o far costruire da robot nello spazio, a gravità zero, una centrale orbitante del genere. Al più, gruppi di satelliti.

L’idea infatti non è nuova, se ne parla da decenni. È di alcuni mesi fa la notizia che la Eads Astrium, primaria azienda inglese specializzata in iniziative spaziali, ha in programma la posa in orbita entro il 2015 di una stazione per la raccolta - tramite pannelli solari - di energia da inviare sulla Terra, non tramite microonde ma con raggi d’un particolare laser all’infrarosso. Si può allora affermare che con buona probabilità c’è da attendersi buone nuove in questo settore?

In realtà attrezzature del genere creano collateralmente due problemi da verificare e risolvere. Il primo è ambientale: quali ripercussioni avrebbero sull’atmosfera terrestre gli enormi flussi continui di microonde? Il secondo riguarda un possibile uso militare di queste tecnologie. Già negli anni ’50 (in piena Guerra fredda) Usa ed ex Urss si guardavano con sospetto in merito alla cosiddetta “conquista dello Spazio”. Il gioco – si fa per dire – era  a chi per primo piazzava un satellite in orbita e mandava uomini sulla Luna. Gli ambienti militari erano convinti: chi fosse giunto primo a creare una base missilistica nello spazio, magari sulla Luna, avrebbe avuto sotto tiro l’intero pianeta Terra, seppure a circa 400 mila km. di distanza: già solo questo avrebbe significato vincere, se non altro moralmente, o psicologicamente, la sfida spaziale. Si sa poi com’è andata: il primo satellite artificiale fu posto in orbita dall’Urss, con risonanza mediatica mondiale, il 4 ottobre del 1957 (lo Sputnik, “compagno di viaggio”). Mentre furono gli Usa dodici anni dopo, il 20 luglio 1969, a mettere piede sulla Luna con la missione Apollo 11. Fu un periodo in cui l’interesse per le iniziative spaziali, esplorative e di difesa, toccò un picco poi mai più raggiunto.  Si parlava e scriveva di basi attorno alla Terra, di vere piccole città pressurizzate sulla Luna; si fantasticava di colonizzazione del satellite. Si puntava più in alto: nel 2000 (fascino del “millennio”?) l’umanità avrebbe messo piede anche su Marte. E perfino oltre: fra Marte e Giove c’è la Fascia degli Asteroidi, probabilmente i resti di un pianeta mai riuscito a formarsi: rocce di tutte le dimensioni, ricchissime di minerali che l’uomo sarebbe giunto a sfruttare.

Poi, lentamente ma inesorabilmente, la situazione cambiò. Il denaro per le missioni spaziali prese a mancare. Il “socialismo reale” venne meno con Gorbaciov e la caduta del Muro. L’antitesi e la competizione tecnologico-politico-sociale Usa/Urss evaporarono.

Ma l’idea d’un uso militare dello spazio tramite satelliti, che certo consentirebbe un predominio, non è mai venuta meno. Va tenuto presente che i due progetti di cui abbiamo parlato - il Lunar Ring e quello della Astrium - prevedono entrambi una guida laser che servirebbe da “puntatore”, per evitare di colpire obiettivi civili invece dei ricevitori.

Nel 1983 Ronald Reagan, presidente degli Usa, propose la realizzazione della SDI (Strategic Defense Initiative), poi chiamata Scudo spaziale. Un sistema militare con basi al suolo e nello spazio per proteggere gli Usa da missili nucleari. Progetto attuato solo in modesta parte, per la grande difficoltà – economica a tecnologica – di creare una difesa antimissilistica realmente idonea allo scopo e anche adeguatamente protetta. Usa e Urss (poi Russia), più volte hanno proposto la totale eliminazione dei missili a testata atomica, senza pervenire mai a concreti risultati. Nel frattempo si sono dotati di queste armi anche altri Paesi.

Verosimilmente, se si riuscisse a ottenere una valida fonte energetica alternativa – quelle qui descritte potrebbero esserlo – cadrebbero anche molti focolai di guerra, di povertà, di ingiustizie.

Ma da tempo la fantascienza…

La fantascienza aveva previsto da tempo la possibilità di sfruttare lo spazio per l’ottenimento di fonti d’energia alternative, benché i problemi energetici e ambientali siano venuti alla ribalta solo alla fine degli anni ’60. Nel suo romanzo Universo in fiamme (1952), lo scrittore inglese Vargo Statten (pseudonimo di John F. Russel Fearn) descriveva la messa in orbita attorno alla Terra di una gigantesca lente che avrebbe dovuto convogliare e potenziare i raggi del sole per produrre energia. L’apparato invece, caduto in mani criminali, era usato per ricattare l’umanità: intere città venivano letteralmente bruciate, rendendole bersagli dei raggi solari concentrati.

In questi giorni è in edicola il film Destinazione Luna, un classico del 1950 in cui si descrive per la prima volta al cinema, con grande e profetico realismo tecnologico, una spedizione umana sul nostro satellite: una conquista dello spazio indispensabile – asseriva uno dei protagonisti – perché “chi creerà una base militare sulla Luna dominerà il mondo”.

Infinite, poi, le storie d’esplorazione o colonizzazione del nostro satellite, da Jules Verne (Dalla Terra alla Luna, 1865) e George H. Wells (I primi uomini sulla Luna, 1900) fino ai nostri giorni. Ricordiamo anche l’originalissimo racconto di Robert A. Heinlein L’uomo che vendette la Luna (1949), geniale satira di un capitalismo che non si ferma davanti a nulla e consente una vendita/svendita all’ingrosso del satellite. Ricordiamo infine che lo Scudo spaziale reaganiano viene chiamato anche Guerre stellari, nome ripreso dall’omonimo film fantascientifico di grande successo (1977).

[Questo articolo è già apparso domenica 20 giugno su "La Gazzetta del Mezzogiorno"].