Invisibili, non solo nella fantascienza
Posted on Giugno 11th, 2010 in Tempo presente |
È di pochi giorni fa la notizia secondo la quale, grazie alle nanotecnologie, si sarebbero creati materiali in grado di rendere invisibili gli oggetti.
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Stando a quanto riferito dall’autorevole rivista ”Science”, il risultato è merito del gruppo di lavoro dell’italiano Federico Capasso, il mago della miniaturizzazione, che 34 anni fa lasciò l’Italia per gli Stati Uniti. Oggi Capasso lavora nell’università di Harvard. È giunto dunque il momento di realizzare il magico Mantello Invisibile di Harry Potter?
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“Ogni tecnologia sufficientemente avanzata può non distinguersi dalla magia”. Questo motto è noto anche come “Terza Legge di Arthur C. Clarke”, l’astronomo e scrittore che ispirò il Kubrick di 2001: Odissea nello spazio, e si rivela sempre più veritiero. Certamente uomini di non molti secoli fa, posti davanti alle attuali tecnologie, griderebbero al miracolo o sospetterebbero un patto col demonio. Ci sarebbe da mandare al rogo milioni di scienziati. In realtà le odierne tecnologie non fanno che realizzare – nel bene o nel meno bene – miti dell’umanità…
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L’Icaro della leggenda oggi vola sugli aerei di linea, senza il timore che gli si sciolga la cera delle ali (ogni tanto però succede). Armstrong, Collins e Aldrin sono riusciti a intrufolarsi nel mondo segreto di Artemide o Diana: la Luna, i cui raggi erano simbolicamente le frecce che la dea lanciava dal suo arco d’argento. Gli automi di metallo animato che aiutavano nel suo lavoro di fucina il dio-fabbro Efesto (detto anche Vulcano),
si ritrovano oggi nei robot delle catene di montaggio. E restano tanti miti ancora irrealizzati. Per esempio l’immortalità, gli “elisir di lunga vita” (ma oggi si vive tutti molto più a lungo di allora, e parecchio promettono medicina e ingegneria genetica). Né abbiamo il “dono dell’ubiquità”: al momento dobbiamo accontentarci del teletrasporto… televisivo di Star Trek (eppure la fisica dei quanti sta rivelando nuove meraviglie al riguardo). Poter vedere una persona lontana migliaia di chilometri, e anche parlarle, è ormai da tempo un gioco, con tv computer e cellulari. E potremmo proseguire a lungo, ma vogliamo tornare a soffermarci sul fenomeno della invisibilità, così attuale. Concetto che richiama anche l’uomo invisibile dell’omonimo romanzo di H.G. Wells, da cui fu tratto un celebre film. O l’elmo magico Tarnhelm, che nell’opera lirica L’oro del Reno di Richard Wagner rendeva invisibile Alberich allorché lo indossava. Siamo sempre nella fantasia. Ma come potrebbero rendersi davvero invisibili una persona, un oggetto? Sembra strano che scienza e tecnologie in questi ultimi anni stiano seriamente studiando l’argomento.
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L’invisibilità potrebbe essere realizzata in due modi: o l’oggetto da celare dev’essere trattato in modo da divenire trasparente alla luce, cioè letteralmente attraversabile dai raggi (come un vetro di finestra), oppure i raggi luminosi dovrebbero poter “scivolare” intorno al corpo dell’oggetto, per poi riprendere il loro tragitto.
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Nel 2005 scienziati giapponesi realizzarono un “mantello” in materiale retro-riflettente, dotato di videocamere che filmavano la scena alle spalle di chi l’avrebbe indossato e, al contempo, proiettando davanti quelle immagini. Così chi indossava il mantello “spariva”, confondendosi con lo sfondo filmato. Insomma era un mantello-trucco, sia pure con un ingegnoso apparato meccanico. L’oggetto, più che altro una curiosità, era stato presentato l’anno precedente alla Fiera della Tecnologia di San Francisco. Ma nel
2006 apparve, ancora su “Science”, un articolo in cui alcuni ricercatori inglesi e americani dichiaravano teoricamente realizzabile l’uso di “metamateriali” capaci di deviare le radiazioni elettromagnetiche (la luce ne è una) e farle poi ricongiungere. Sempre nel 2006 fu realizzato un oggetto invisibile solo alla radiazione delle microonde: un primo passo verso la costruzione dei cosiddetti “dispositivi mascheranti” o “di copertura” (cloaking device).
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Il metamateriale è una sostanza che non esiste in natura: è prodotto artificialmente e presenta caratteristiche elettriche e magnetiche insolite. Le leggi dell’ottica ordinaria non valgono per questi oggetti: per esempio è possibile crearne con un indice di rifrazione negativo; in sostanza, la luce che colpisce la loro superficie viene riflessa con un’angolazione insolita. Il che può prestarsi a utilizzi molto particolari.
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Per esempio, si pensa subito a scopi militari. E infatti, un risultato importantissimo potrebbe essere l’occultamento di aerei o navi, che diventerebbero trasparenti ai radar e alla radiazione ottica. Secondo quanto riportato dalla rivista “PhysicsWorld” nel 2008, sarebbe già in corso un progetto della marina britannica per ottenere questo risultato entro un decennio. Al momento, com’è noto, esiste il velivolo Stealth (”furtivo”). Sono aerei che sfruttano una tecnologia in gradi di rende l’oggetto non invisibile, ma “scarsamente percettibile” dai radar.
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I metamateriali permetterebbero inoltre di produrre una “superlente” perfetta, priva cioè dei difetti di quelle attuali; e poi antenne più piccole e molto più efficaci, anche per i cellulari. In teoria, particolari metamateriali sarebbero in grado di flettere anche la materia circostante. Viene riportato un esempio: un giubbotto di questa sostanza potrebbe “piegare” intorno a chi lo indossa un proiettile sparato, deviandolo, anziché solo attutirne l’impatto, come ora accade.
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Fin qui la cronaca. Che ci racconta la fantascienza?
Herbert George Wells scrisse il romanzo L’uomo invisibile nel 1981 (pubblicato nel 1897). Si narrava d’uno scienziato, Griffin, che scopre il segreto dell’invisibilità e lo sperimenta su se stesso, ma ne resta imprigionato perché non riesce tornare visibile. Intanto cerca di vivere come meglio può. Si accorge che la sua condizione comporta anche grossi vantaggi negati agli uomini normali, e cerca di sfruttarli per imporsi all’umanità. L’epilogo sarà tragico: Wells scrive una parabola pessimista sull’uomo e sul potere. Da notare che il protagonista, Griffin, veniva descritto invisibile per trasparenza, cioè perché la sua invenzione permetteva alla luce di attraversare il suo corpo. Scientificamente questa motivazione è molto debole: per dirne una, Griffin sarebbe dovuto restare cieco; noi vediamo perché la luce si ferma sulla retina. Ma il romanzo non pretendeva una valenza scientifica, era soprattutto un apologo. Ancora di Wells, nel 1901 uscì Il nuovo acceleratore, storia in cui l’invisibilità veniva conseguita in altro modo: il protagonista accelerava il suo metabolismo - quindi i suoi movimenti corporali - al punto che in strada le persone gli apparivano immobili come statue mentre per la gente lui era un’ombra
ultraveloce, visivamente quasi non percepibile. Altri autori hanno descritto diversi generi di invisibilità. Per esempio quella attuata da individui dotati di poteri psichici paranormali: l’uomo non è affatto invisibile, ma induce la mente degli altri a credere di non vederlo. Nel racconto di Robert Silverberg Il marchio dell’invisibile (1963) i criminali sono condannati a essere, appunto, “invisibili”, ma socialmente, nel senso che tutti gli altri individui devono trattarli come se davvero lo fossero: non vederli, non ascoltarli, non rivolger loro la parola anche se hanno bisogno d’aiuto. Una punizione-tortura davvero terrificante. Un’invisibilità “classica” è invece quella dell’“anello di Gige”, oggetto magico menzionato da Platone nella sua Repubblica. Un anello che, ruotato, può rendere visibile o invisibile colui che lo possiede. Platone sfruttava l’idea per sottolineare che se nessuno può vedere, e quindi sapere ciò che fai, la moralità vien meno e l’uomo rivela ciò che è in realtà.
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2 Responses
Mi hai fatto ricordare le letture di Platone. Comunque, benché io non capisca nulla di filosofia morale, mi pare che quello stretto legame (moralità/visibilità sociale) possa essere spiegato in due modi antitetici, o attraverso una introiezione dello sguardo altrui (mi pare quello della Repubblica), o anche attraverso una proiezione dello sguardo interiore negli sguardi altrui. Non ne usciamo vivi. La cosa è ingarbugliata. Forse è possibile guadagnare un terreno condiviso e tentare di formulare la domanda sulla socialità delle moralità in termini differenti..
Mi pare che un legame molto più stretto sia riscontrabile tra linguaggio e moralità, o meglio tra la facoltà del linguaggio e la moralità. Voglio dire, esistono esseri morali privi della facoltà del linguaggio? Esistono esseri dotati della facoltà del linguaggio e che non sono morali, almeno nel senso che non dispongono delle categorie del bene e del male? Se siamo d’accordo nello stabilire questa intrinseca relazione tra moralità e linguaggio, allora il problema della socialità può essere riformulato in maniera a mio avviso più promettente come segue: c’è linguaggio senza socialità? La risposta che sembra essere più spontanea è a mio avviso tutt’altro che scontata, infatti la capacità simbolica (questo segno sta per…) sembra essere indipendente dalla socialità.
[...] hanno però anche altre applicazioni importanti, specie nel campo dell’ottica. Maggiori notizie qui, in questo stesso [...]