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Le parole e le cose. Come dire: linguaggio e Babele. Perché anche delle parole non ci si può più  fidare.

Giuseppe Rosato nel suo recente Piccolo dizionario di Babele (Stilo Editrice, pagg. 121, € 8), scrive: “Oggi la parola è tutto, ma non si tratta del Verbo, la Parola grande che si fece carne e che si era candidata a rifare il mondo”.  Assistiamo infatti – constata Rosato tra l’ironico, il pungente, il rassegnato – a uno slittamento se non al disfacimento di un “senso” che ritenevamo eterno. Infatti le parole restano ma i significati corrispondenti, le relative sfumature, ci accorgiamo che sono cambiati. Un po’ come – fenomeno più evidente in lingue diverse dalla nostra – i vocaboli rimangono quelli, ma nel tempo i suoni delle vocali o consonanti sono mutati per cui (assurdo!) esse non si pronunciano come appaiono  scritte; o per una stessa lingua hanno suoni differenti, o sono addirittura “mute”. “Oggi” prosegue Rosato “le parole si fanno carne, ma da macello, strumento perverso assunto per guadagnarsi il governo della terra”. In una confusione che rimanda a una novella Babele, appunto. Perché è cambiato anche il nostro modo d’agire.

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