La discarica infinita
Posted on Febbraio 14th, 2010 in Tempo presente |
E’ un po’ di tempo che, come i gentili lettori possono verificare, uso il mio blog solo - lo ammetto - per fare un po’ di pubblicità (il mio recente romanzo, i vari incontri letterari in cui sono coinvolto qua e là). So bene che un blog
non può servire solo per questo. Anzi: la pubblicità personale, quando c’è, dovrebbe avere anche una sua discrezione.
Ma siamo in un periodo in cui non saprei di cos’altro scrivere.
Eppure la cosa che più mi premerebbe evidenziare - molto al di sopra dei miei piccoli eventi personali - è quanto sta accadendo nel nostro Paese. Quindi presentare qualche articoletto, magari colmo di sacro e borghese sdegno, contro lo tsunami di strame e ciarpame che ci sommerge e sta trasformando l’Italia, lo Stato, le nostre vite in un’unica, gigantesca discarica. Se abusiva o legale, non fa più differenza.
Al punto che, se volessi invece restare in un minimo ambito di “normalità”, potrei continuare a occuparmi di - figuratevi un po’ - fantascienza…
In giro leggiamo e sentiamo, un tantino a casaccio ma non troppo (non sono poi tante le testate che scrivono chiaramente di certe cose):
- “Berlusconi: la fabbrica del debito. Nei 7 anni e 2 mesi dei tre governi del Cavaliere, dal novembre 1994 al 30 novembre 2009, lo Stato ha accumulato un ulteriore indebitamento di circa 430 miliardi. Più o meno 7.500 euro per ciascun cittadino”. (”La Repubblica”, 1 febbraio 2010). (Debito che va a sommarsi a quello già esistente, ovvio).
- “Assediata l’ambasciata italiana dopo le dichiarazioni di B. in Israele. «Morte a Berlusconi, morte all’Italia»”. (”Il fatto…”, 12 febbraio). (Ecco un esempio delle alte doti di diplomazia del Più Grande Statista nazionale da 150 anni in qua, nei confronti del nostro maggior fornitore di petrolio. Una becera dittatura, d’accordo).
- Domanda d’esame: “Chi sono i magistrati?” Per la risposta scegliere una delle seguenti definizioni: “Una metastasi * Un cancro da estirpare * Pazzi * Esseri «antropologicamente diversi dalla specie umana» * Persecutori politicizzati”, e via insultando. Ultimamente, i magistrati sono anche destinatari di un chiaro invito: “Vergognatevi!”. (Dal carnet verbale del Più Grande Statista… etc.).
- La crisi c’è o non c’è? In eterna attesa che B. concordi con se stesso, i dati statistici dicono che questa crisi mondiale ha intanto provocato negli Usa la perdita di ben 10 milioni di posti di lavoro: non è mai accaduto nella storia americana; per 250 anni la gente - come moltissimi nostri connazionali, cioé oltre 6 milioni da metà Ottocento ad oggi - si è trasferita negli Usa perché lì c’era di che vivere. ”In Italia”,
ha affermato il Governatore di Bankitalia Draghi al tg3 del 13 febbraio, ”la crisi ha invertito il suo corso ma si perderanno ancora posti di lavoro”. Finora la cifra dei disoccupati ammonta a 2,1 milioni, pari a un 8,7% (un record). A questi vanno a sommarsi precariato, lavoratori con contratti a scadenze brevissime non rinnovati, lavoro nero, lavoro schiavizzato (non è una esagerazione, prego, basta con le ipocrisie), e tutto il resto. Eppure nell’Occidente si verifica una ripresa. Modestissima, ma c’è… Tranne che in Italia. Ma il peggio è che quando l’economia si riprenderà, lo scenario sarà mutato. Chi aveva una certa attività, non è detto che potrà riprendere nello stesso comparto. Il mercato si è a suo modo evoluto, per non dire che è “saltato”, “esploso”, sta cambiando radicalmente. Nasceranno - stanno già nascendo - altri lavori, altre competenze, altre specializzazioni, altri bisogni. Il che provocherà ulteriore scompiglio. Se ne discute non da ora, ma di tutto questo i nostri governanti non parlano…
- La P.C. (Protezione Civile) è diventata una incivile banda di “protetti”, che ora si vuole privatizzare. Esagerato anche questo? Basta scorrere i titoli della stampa più seria e preoccupata. Oggi (domenica 14 febbraio) in un lucido e documentato articolo di fondo, Scalfari su “La Repubblica” esamina cosa sta accadendo alla ex P.C. e fa letteralmente a pezzi Bertolaso, inchiodandolo con una sfilza di domande - ancora senza risposta - che sono altrettante frecce al centro del bersaglio. Parla di plateali incostituzionalità, Scalfari; parla di enorme sperpero del pubblico denaro, di gestioni fallite, di intromissioni che tutto riguarderebbero tranne la P.C., di cattedrali nel deserto. E mi sembra anche troppo gentile Scalfari, visto che si astiene dal nominare quella nota e ormai diffusa organizzazione illegale che secondo alcuni si sarebbe già infiltrata in questi affari plurimiliardari.
- E poi, e poi… Eh, non si finirebbe mai di elencare. Intercettazioni fondamentali che si vogliono abolire; il costo della corruzione, pari a 60 miliardi di euro, cifra che quasi decuplica quelle di un ventennio fa; i Comuni grandi e piccoli con voragini di debiti; Dell’Utri (intercettato) che dichiara “Io mi sono candidato per non finire in galera” (”Il fatto”, 10 febbraio 2010). E ancora: ”Quasi tutti in galera i vecchi soci di Schifani” (”Il fatto”, 27 novembre 2009), a testimonianza delle ottime compagnie del Presidente del nostro Senato; i “segnali” - se non le “intimidazioni” - dei mafiosi in prigione ai giudici, durante l’interrogazione di Spatuzza; le testimonianze di Ciancimino jr. (”I boss fecero votare Forza Italia”) che, si noti bene, non sono affatto una novità inventata oggi: ci sono riscontri con l’inchiesta per mafia e riciclaggio in cui, fino al 1997, era indagato anche Berlusconi (v. l’articolo “Don Vito, il Consulente. Le rivelazioni di Ciancimino jr.: il padre, gli affari di Berlusconi al Nord e lo spettro dell’inchiesta di Palermo”, “Il fatto”, 25 novembre, pag. 3). E poi i licenziandi sui tetti a morire di freddo; la Ricerca scientifica che evapora, anche perché fondi per laboratori e scienziati furono dirottati per il prestito Alitalia e mai restituiti (”Il fatto”, 17 novembre 2009), i “cervelli” che sfuggono, scuola e la cultura che a loro volta sprofondano.
- Esplosiva anche la questione della “dislocazione” delle aziende che chiudono in Italia e licenziano, per andarsene impunenente a sfruttare e lucrare nei Paesi più poveri. Ma qui non basterebbero provvedimenti locali, si dovrebbe agire a livello mondiale. Lo Stato è impotente. Gli Stati hanno voluto la globalizzazione, e ben sapevano che chi li manovrava avrebbe avuto il suo tornaconto. Infatti in tutto il mondo cresce la ricchezza, ma di chi? Di un gruppo sempre minore di straricchi che ha a fronte masse sempre più estese di poveri e poverissimi.
- Le Borse: chi conterrà gli effetti di una prossima, più deleteria superbolla, visto che gli Stati ormai non hanno più strumenti di contrasto e sanzione, anzi si sono fatti essi stessi tramite delle lobby dei mega-speculatori, nelle quali - ovviamente - si è intrufolata e attestata comodamente quella famosa organizzazione internazionale, quella dal Pil più elevato, l’unica azienda che va sempre più a gonfie vele?
- Ambiente - Risorse in esaurimento - Gente che non ne può più. Politici di primo grado che nuotano nella cacca d’ogni genere ma continuano a evitare processi, a dichiararsi innocenti, a stravolgere la Carta costituzionale, a pretendere sempre più potere, laddove dovrebbe bastare non l’ufficiale dichiarazione di colpevolezza, ma un briciolo di dignità personale e di autostima per sentire l’obbligo di dimettersi e farsi processare, per dimostrare la propria innocenza, come accade in tutti gli Stati civili d’Europa e d’America. Già. Ma è quasi chiedere la Luna.
- E la cosiddetta “opposizione”, si chiederà qualcuno (non voglio neanche pensare a una sinistra antagonista vecchio stile) nel frattempo cosa fa: combatte, protesta, sfila in cortei, grida, si fa sentire? Macché: “Mentre esplode un grande caso di corruzione” (legato alla ricostruzione in Abruzzo), “Bersani ci fa sapere che andrà a Sanremo.” (”Il fatto quotidiano”, 12 febbraio 2010.) Beh, che dire… Si spera che, almeno qui, faccia sentire la sua voce…
Ok, penso che basti una scorsa anche superficiale alla semplice elencazione dei suddetti argomenti - che presento senza alcun approfondimento - per intuire prossimo un punto di non ritorno. Sperando di non essere ottimista…
E’ anche ciò che ho tentato di dire, descrivere, “gridare”, nel mio romanzo “Il quinto principio”, anche se non so fino a che punto l’intento sia riuscito, e anche se ovviamente molti argomenti sono omessi onde evitare un romanzo-fiume (che già com’è conta 537 pagine).
Dal disastro globale in atto sono quindi scivolato - deformazione professionale - nella fantascienza. Ne avevo accennato in apertura, il cerchio si chiude. Ancora auto-pubblicità? Non si può negare, ma con una punta di disagio. Perché il mio libro, benché fantascientifico in quanto ambientato nel 2043, è nato proprio partendo da ciò che oggi ci circonda, quindi è ancorato nella nostra realtà. Magari sarà anch’esso angosciante come gli eventi-discarica, ma rispetto alla notizie di cronaca di cui sopra ci sono un paio di differenze, forse addirittura vantaggi: 1) è scritto con il fine di intrattenere, come accade per tutta la narrativa; 2) è solo fantasia (ma ho sempre più dubbi…)

16 Responses
Carissimo Vittorio, ho amato il tuo romanzo proprio per i motivi che esprimi in questo tuo intervento! Permettimi una citazione di Roberto Saviano: “Il pericolo non nasce da chi pesca, trova, una nuova notizia, il pericolo nasce da chi la riesce a far passare, da chi rompe la crosta degli addetti ai lavori, da chi in qualche modo riesce a far veicolare dei messaggi, dei racconti.”!
La letteratura ha un senso se non rimane vuota autocelebrazione o pura retorica, ma se fra le pagine di un racconto, di una poesia, di un romanzo, troviamo idee o pezzi di vita che possono avere un senso anche al di fuori dell’opera che li presenta. Il tuo romanzo ha il grande merito di riuscire a fare quello che dice Saviano, veicolare in un opera di “intrattenimento” dei messaggi importanti, che però purtroppo non tutti vogliono cogliere. Per troppa gente la letteratura è una noiosa perdita di tempo, o un passatempo per rilassarsi e non pensare. Ma la buona fantascienza, così come la VERA letteratura, deve essere esattamente come il tuo romanzo, che non a caso ho inserito fra i miei preferiti, deve far riflettere, deve spingere la mente del lettore ad analizzare la realtà, deve favorire nuovi filtri di pensiero e di analisi. Un abbraccio fraterno, Vincenzo.
Be’, io spero che tu non sarai buon profeta, Vittorio; ma temo che sia una pia illusione. La qualità “profetica” de Il quinto principio è evidente e dolorosa. Come d’altronde il suo essere, in parte, storia già scritta. Il mondo che descrivi pare una proiezione geometrica del nostro. E pare tale perché nel nostro mondo è possibile già ora trovare, in gradi diversi di sviluppo, il mondo che hai descritto nel libro.
V.
La fantascienza come specchio distorto (ahinoi, sempre meno) del reale…
Vi ringrazio entrambi per quanto avete voluto dirmi.
Per V.C. aggiungo che per molti “anche” la fantascienza dovrebbe solo intrattenere senza farci scervellare sui contenuti. Dicono: “Quando la sera torno a casa ho voglia di distrarmi, non di leggere roba complicata che per di più mi angoscia”. Ad altri invece la sf - diciamo così - sociologica non piace, punto e basta. Non che io non ami la narrativa di puro intrattenimento, se è scritta bene. Ma oggi mi ci dedico molto meno di un tempo.
Il senso della democrazia sta nell’impegno civile e sociale, se si rifiutano gli oneri della cosa pubblica se ne rifutano anche i privilegi!
La disoccupazione è un problema economico (chi non ha lavoro non ha accesso ai beni), ma è anche un problema psicologico. Il disoccupato vive nel senso di colpa, di frustrazione, di inferiorità. Ma quello che mi chiedo è: la disoccupazione è un effetto delle depressioni economiche a cui è possibile rimediare con l’altra faccia della medaglia, il progresso economico? La mia opinione è che nelle crisi economiche la disoccupazione è solo più visibile e che il progresso economico sollecitato dalla tecnologia abbia fatto imboccare all’uomo la via lungo la quale ci troveremo prima o poi di fronte all’esigenza di una svolta mentale, analoga ai cambiamenti di paradigmi nella scienza. Ci troveremo di fronte all’esigenza di abbandonare quella che possiamo chiamare l’ideologia del lavoro o l’ideologia del lavoratore. Chi di noi, per dare importanza allo studio, non ha almeno una volta invitato i bambini o i ragazzi a considerare che lo studio è il loro lavoro? Dal mio punto di vista sono conservatrici tutte le forze sindacali e politiche che si attardano su questa ideologia. È un veleno: dicono all’uomo che lui è essenzialmente un lavoratore, anche quando studia, gioca, accudisce i bambini o la casa (pensiamo alle varie proposte di salariare il lavoro casalingo), ma lo fa in un’epoca ormai in cui il lavoro è un bene limitato a cui tutti sono attaccati con gli strumenti più spietati (penso alle bardature degli ordini professionali, ma la lista sarebbe lunghissima). Chi ha il lavoro se lo tiene stretto privandone gli altri, anche in modo sleale. Ecco dove si impone la svolta mentale: il lavoro viene meno, allora cambiamo le carte in tavola. Cominciamo a pensare l’uomo in termini diversi, il lavoro non è più la sua essenza (attribuirgli un’essenza a cui non è in grado di pervenire in tempi ragionevoli, significa condannarlo all’infelicità). Se questo modo nuovo – ancora indefinito – di pensare comincia a mettere le radici, allora è ragionevole credere che a un indebolimento innanzitutto morale del lavoro segua anche un indebolimento della sua importanza economica e sociale. Finora abbiamo pensato al lavoro come l’unico strumento per accedere ai beni e ai servizi, forse è il caso di cominciare a pensarne altri.
Quanto ai rapporti tra letteratura e gli impegni civili, il mio approccio è in sostanza crociano. Mica vogliamo dire p. es. che l’opera di Saviano è buona letteratura per il sol fatto di essere socialmente impegnata? Gli impegni civili e la letteratura si giudicano con le rispettive categorie.
Ciao Luigi, il discorso che fai sul lavoro è complesso e meriterebbe una lunga disamina. In ogni caso anche io ho sempre pensato che il lavoro è, certamente, un’attività senza della quale l’uomo non esisterebbe - ne’ economicamente ne’ psicologicamente - ma al contempo sono sempre stato convinto che il lavoro dovrebbe essere molto, molto diverso. Anzitutto non si dovrebbe far studiare (vabbe’, e’ lavoro pure questo, ma necessario, magari “anche” studiare in modo diverso) “per” il solo lavoro. Inorridisco e inorridiro’ sempre nel sentir dire che la scuola deve preparare al lavoro. La scuola deve anzitutto insegnare a pensare; poi deve insegnare a pensare ciascuno con la propria testa; dopo viene tutto il resto. Ma sono utopie, perchè l’Istruzione sta diventando una faccenda più che secondaria, quasi un optional di lusso e non è escluso che prima o poi l’aboliscano e la privatizzino, nel senso che ciascuno dovrà arrangiarsi da sé e crearsi da sé le proprie “specializzazioni”, magari con l’ausilio di nuovi strumenti informatici. Tornando al “lavoro”, credo che la mia visione e forse anche la tua siano un tantino utopistiche, se ho ben compreso. Comunque è bene. Di utopie non si parla più da decenni. Non si realizzeranno mai, ma dovrebbero almeno essere un fine (irraggiungibile) verso il quale tendere. Oggi non tendiamo verso nulla.
Sono in parte d’accordo anche per la faccenda della letteratura - che è una cosa - e dell’impegno - che è un’altra. Volevo soltanto dire che da qualche anno - ma è solo una mia questione personale - una fantascienza puramente avventurosa non mi attira più, per quanto brillante possa essere. Ne ho letto troppa in passato, forse. La narrazione deve avere qualcosa in più alla base, altrimenti per quanti orpelli possa esibire mi risulterà un puro esercizio, magari coltissimo o elegantissimo.
La sf è una narrativa che forse più di altre rielabora la realtà, anzi fa una sorta di scansione della realtà a 360 gradi, anzi di più, perché ne esamina anche le possibilità “impossibili” (almeno attualmente). Come letteratura, quindi, credo abbia una particolare vocazione alla critica del reale, in varie modalità: ironia, satira, utopia, antiutopia etc…
Rammento che in passato (anni ‘70-80) la critica sf italiana, che contrariamente a quanto accade ora era ricca, approfondita e attivissima, si accaniva proprio su questo punto, dapprima invocando una sf impegnata, poi volendo distinguere nettamente letteratura da impegno. Si introdussero, per la sf, strumenti della critica strutturalista. Alla fine ci si accorse, però, che in questo modo restava fuori quanto di più rappresentativo e caratterizzante c’era nella narrativa di fantascienza. Solo che questo elemento “caratterizzante”, questo ipotizzato “specifico fantascientifico”, non si riusciva a identificare. Il fatto è che la sf non può scriversi come la narrativa corrente, perché svolgendosi nel futuro deve sempre costruire un mondo “derivato”. La sf non può limitarsi a raccontare le angosce dell’innamorato tradito, o uno scontro tra bande mafiose rivali. E se anche lo fa, “deve” dirci - sia pure in una delle varie gradazioni possibili - quel qualcosa di più sul mondo a venire. Altrimenti non è sf.
Ciao, V.
Viviamo in un mondo in cui tutto ha un costo in denaro.
Per poter sopravvivere abbiamo bisogno di denaro.
Per avere denaro dobbiamo lavorare.
Nell’attuale sistema economico non ci può essere lavoro per tutti.
Se non si abbandona questa ideologia del lavoro, finiremo come nel Quinto principio.
Ciao Vittorio, sono sempre in debito con te di una critica al tuo libro, parlo del romanzo. È difficile però trovare il tempo per leggerlo, credimi.
I mondi possibili sono la mia principale occupazione ed è evidente che ciò che è possibile lo è relativamente a ciò che è attuale o ciò che assumiamo sia tale. Potremmo dunque dire che la fantascienza non si allontana dalla realtà, ma la supera conservandola
Ed è proprio in ques’ottica che ti domando se non trovi possibile, a partire da ciò che è attuale, un mondo in cui la parola “lavoro” non denoti nulla, o di più: non significhi più nulla. Io considero un tale mondo possibilissimo e considero anche uno scenario infernale quello in cui in un tale mondo l’uomo si pensi essenzialmente come lavoratore. Penso anche che di questo inferno le nostre società siano una anticamera.
Consentimi di aggiungere anche, brevemente, affinché il discorso non sembri troppo astratto, che l’infelicità del lavoratore senza lavoro è un modo edulcorato di parlare. L’infelicità – che può avere anche tratti poetici – significa in realtà sofferenza psichica, malattie nervose. L’idea che tutto ciò che l’uomo può massimamente desiderare, come la certezza di una identità, può essere perfettamente raggiungibile indipendentemente dai circuiti del lavoro, penso sia un atto di amore verso noi stessi.
Ciao Luigi. Mio romanzo: non devi fartene una preoccupazione, accidenti! Lo leggerai quando avrai tempo. Io, per es., ho un arretrato spaventoso.
Interessante anche quell’idea sulla sf.
Quanto al “lavoro”, è colpa mia se non ho specificato meglio. Dicevo che l’uomo non è nulla, economicamente e psicologicamente, in questo senso: l’uomo è nato per “fare”. Homo faber. I “fannulloni” (non nel senso di quel politicante da osteria) non credo che abbiano una vita molto interessante. Ok, ci si adegua a tutto, e se la natura lo consente l’uomo può, per generazioni, anche vivere tutta una vita trastullandosi, facendo l’amore, mangiando frutti esotici e nuotando nei mari della Polinesia. Magari ci metterei due firme anch’io. Ma anzitutto io sarei condizionato dal fatto che cerco pace, proprio perché ho lavorato una vita intera; inoltre è un quadretto oggi… fantascientifico.
Per fortuna c’è una molla, ed è il desiderio di conoscere, di ampliare il proprio panorama interno ed esterno. Quand’anche ci si potesse dedicare solo ed esclusivamente ad attività speculative-creative del genere, sarebbe comunque un “lavoro”. Eccetera.
Ciò di cui noi discutiamo invece è il lavoro istituzionalizzato, retribuito, inquadrato in precise (o quasi) e rigide norme sociali, gerarchizzato (purtroppo) eccetera.
Faccio un esempio che mi riguarda direttamente: io sono in pensione da 14 anni (ma non sono un pensionato-baby, tengo a dire). In questo periodo di “riposo”, ho scritto non so quante volte più fantascienza rispetto ai precedenti 40 anni (circa) di scrittura e pubblicazione. Da notare: la mia pensione non è granché, ma mi consente ancora di campare. E la sf, economicamente, mi ha dato quasi nulla. Perché allora ho bruciato i miei giorni e la mie notti di pensionato scrivendo, scrivendo, scrivendo, senza contare tutte le altre incombenze quotidiane che pesano sempre e comunque su tutti noi, e che allorchè si va in pensione, guarda caso, anziché diminuire aumentano?
Boh, io l’ho fatto perché non so stare senza far niente. C’è chi si dedica al giardinaggio, chi alla pesca. L’avrei fatto anche io, forse, se non avessi avuto il pallino della scrittura. Tutto, ma non starsene per il resto dei propri giorni seduto su una panchina ai giardini comunali, in attesa che micada una mela, non in testa ma in bocca:-). Si potrà obiettare che ormai siamo “condizionati a voler lavorare” dal contesto. Può darsi. Non so. Alzo le mani. Evviva, allora chi passeggia tutto il dì:-) Ciao!
Ehi, mi viene un’idea, tratta da ciò che ho scritto. Non so se è originale: potrei averla già sentita e poi dimenticata. Insomma: se quel giorno Newton avesse avuto fame, anziche’ arzigogolare sulla caduta della mela, avrebbe pensato solo a mangiarsela.
Una buona idea per una storia alternativa…:-)
Sul lavoro “necessario” ho la netta sensazione che pesi la nostra psicologia occidentale. Lavoro in senso moderno e occidentale, sia chiaro. Il lavoro del contadino, del pastore, del fattore, che quasi non conosce soste è, semplicemente, un’attività connessa con l’esistenza primaria. Ma il nostro lavoro, di occidentali del XXI secolo, con questa esistenza primaria non ha nulla a che fare. E’ solo la cinghia di trasmissione tra produzione/consumo e guadagno delle grandi conglomerate. E perde pure di importanza rispetto ai cespiti finanziari.
V.
p.s. Vittorio, scrivilo il racconto su Newton
Mi associo alla petizione: Scrivilo, il racconto su Newton.
Potrebbe essere una storia brevissima, alla Fredric Brown (quello del raccontino celeberrimo “Sentinella”). Come idea mi sembra troppo goliardica per scriverci una storia seria…
La fantascienza si presta ottimamente al racconto fulminante.
V.