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Dopo l’insolita vicenda della mollica nell’LHC, una breve storia di sabotaggi. Avventurosa, con anche un po’ di fantasia…

È nota l’inconsueta vicenda riguardante il collaudo dell’LHC (“Large Hadron Collider”) del CERN di Ginevra. Un tunnel ad altissima tecnologia lungo una trentina di chilometri, in grado di portare microparticelle a una velocità pari al 99, 9999991 per cento della luce, per farle collidere. Sperando, così, di indagare sui maggiori misteri dell’universo: il Big Bang, l’esistenza del mitico “bosone di Higgs” (detto anche “la particella di Dio”), e altro. Ben due volte l’esperimento è stato interrotto. La prima, il 10 settembre 2008, l’apparato si spense da sé dopo un’esplosione di scintille, fumo ed elio refrigerato. La seconda volta (8 novembre 2009) il gigante è stato sconfitto dalla presenza d’una mollica di pane nei misteriosi ingranaggi elettronici. Come è stato possibile? Sono nate le ipotesi più disparate, che in verità lasciano perplessi: si sostiene, per esempio, che durante la costruzione un volatile abbia lasciato cadere la mollica. O che essa provenga da un aereo in volo. Altri, fra cui il giornalista del “New York Times” Dennis Overbye, avanzano l’ipotesi di un sabotaggio, molto fantasioso, riprendendo quanto dichiarato da due fisici di fama. 

Helger B. Nielsen dell’Istituto Niels Bohr di Copenhagen, e Masao Ninomiya dell’Istituto Yukawa di Kyoto sostengono che manipolare l’ipotetico bosone di Higgs potrebbe essere talmente devastante, da provocare un “ritorno al passato”, evitando cioè che l’LHC ne produca uno. Un sabotaggio… dal futuro. Intanto il 23 scorso sono ripresi senza intoppi alcuni collaudi parziali del grande “collisore” di adroni.

Gli Shuttle, la Sfinge marziana e Phobos 

In verità, di sabotaggi le cui cause spesso sono rimaste irrisolte se non misteriose, è ricca la storia delle recenti tecnologie. Un esempio che destò clamore e polemiche è collegato con l’ormai famosa “Sfinge” di Marte. Il 25 settembre 1992 un vettore Titan III partì da Cape Canaveral per lanciare una sonda automatica verso il pianeta Marte: il Mars Observer, apparato costato oltre 500 milioni di dollari avente come scopo una ripresa fotografica ad alta definizione della superficie marziana. Il pianeta sarebbe stato raggiunto dalla sonda a fine agosto ’93, e il suo programma era anche indagare la zona desertica detta Cydonia, dov’erano appunto stati individuati dalla sonda Viking 1 (1976) strani oggetti simili a costruzioni, nonché la famigerata “sfinge”. Senonché il 20 agosto – proprio all’avvio dell’avvicinamento al pianeta – la sonda  smise di colpo di rispondere ai comandi inviati da terra per la messa in orbita. Il danno, scientifico ed economico, fu enorme. E subito si propose – fra le motivazioni dell’incidente – quella del sabotaggio: addirittura una congiura della Nasa per impedire la conferma dell’esistenza di quelle strutture architettoniche e quindi di testimonianze di vita intelligente sul Pianeta Rosso. Subito partì anche lo sfruttamento commerciale della questione, con libri, gadgets eccetera: il concetto di “complotto”, da qualche tempo, attecchisce volentieri in tutti i settori, e rende molto… Ma va detto che già prima di partire dalla terra la Mars Observer aveva sollevato dubbi di sabotaggio: nelle verifiche finali si erano trovati detriti nell’apparato ottico delle fotocamere che dovevano riprendere le immagini marziane. E la Nasa fu accusata di star cercando pretesti per ritardare o addirittura evitare il lancio della sonda.

Da notare che in precedenza, nel 1988, erano state lanciate due sonde russe “Phobos”: una delle due andò “perduta”. La seconda doveva fotografare Marte e il suo satellite Phobos. Quest’ultimo presenta aspetti misteriosi circa la sua orbita - un cerchio quasi perfetto - e il materiale di cui è composto, tanto che alcuni hanno azzardato l’ipotesi che si tratti del relitto d’un satellite artificiale alieno. Ebbene, la seconda sonda prese a scattare foto, ma proprio all’avvio dell’ultima e fondamentale fase della missione, si “spense da sé”.

L’1 febbraio 2003 altro incidente, stavolta drammaticamente famoso: in fase di rientro, lo Shuttle Columbia si disintegra in cielo sulla città statunitense Palestin, spargendo resti, anche umani, sull’intero Texas. Fra le cause della tragedia fu preso in considerazione anche il sabotaggio politico. Dell’equipaggio faceva parte infatti l’astronauta israeliano Ilan Ramon, che nel 1981 aveva partecipato al bombardamento d’un reattore nucleare a Baghdad. In merito, la Nasa aveva adottato particolari misure di sicurezza prima del volo e durante la missione. La verità non è mai emersa con certezza.

Altro evidente sabotaggio, fortunatamente innocuo, sullo Shuttle Endeavour, in partenza il 7 agosto 2007. Si scoprì che un tecnico aveva tagliato cavi all’interno d’un computer, che peraltro non doveva operare sullo Shuttle ma essere trasportato sulla ISS (Stazione Spaziale Internazionale).

Il Terzo Reich. Acqua pesante e il re degli Zeppelin…

L’acqua pesante è un’acqua in cui gli atomi d’idrogeno appartengono a una categoria diversa da quelli del liquido che beviamo: essi hanno nel loro nucleo un neutrone, oltre al solo protone. Il risultato è un’acqua  leggermente più densa, assolutamente non potabile (produce danni gravissimi all’organismo) e con caratteristiche che ne favoriscono l’uso in particolari circostanze. Per esempio, nelle centrali nucleari o nella costruzione della bomba atomica.

Nei primissimi anni ‘40 il Terzo Reich, dopo aver invaso la Norvegia, attrezzò un laboratorio per la produzione d’acqua pesante a Telemark, località nel Sud-Est norvegese. Era una lotta col tempo: i costruttori della temibile arma avrebbero automaticamente vinto la guerra. Nel 1942 un commando Usa, supportato dalla Resistenza locale, tentò di sabotare l’impianto. Ma i tedeschi ricostruirono il laboratorio a Berlino. L’acqua pesante fu tuttavia “affondata” mentre veniva trasportata via mare. Le gesta dei coraggiosi autori del sabotaggio furono trasferite nel film Gli eroi di Telemark di Anthony Mann (1965), con Kirk Douglas.

Alle ore 19,25 del 16 maggio 1937 il più grande, imponente e tecnologizzato dirigibile della storia umana, lo Zeppelin “Hindenburg”,  s’incendiò e venne distrutto nel volgere d’un minuto mentre cercava di attraccare al pilone d’ormeggio, a Lakehurst (New Jersey). Delle circa 100 persone a bordo ne morirono 35. L’evento ebbe enorme risonanza, anche perché ci furono foto e riprese cinematografiche in diretta. Nonostante la delicatezza dei dirigibili, gli Zeppelin erano famosi per la loro sicurezza. Uno d’essi, il Graf Zeppelin, vantava un milione e mezzo di chilometri percorsi, includenti per la prima volta un giro del mondo. Contrariamente all’uso corrente, il gas che gonfiava lo “Hindenburg” non era l’elio (gas “inerte”) ma l’idrogeno, suscettibilissimo a infiammarsi, e fu questo gas a decretarne la fine. Ma l’idrogeno era stata una scelta obbligata, a causa dell’embargo dell’elio verso la Germania attuato dagli Usa, unico stato all’epoca produttore del gas. L’aereo tuttavia possedeva una tecnologia di sicurezza avanzatissima, encomiabile. Numerose le ipotesi sulle cause dell’incendio, mai definitivamente accertate. Fra queste, inevitabile il sabotaggio, tesi sostenuta peraltro da Hugo Eckener, ex capo della Luftschiffbau Zeppelin e grande esperto dei dirigibili tedeschi. Questi erano visti, in effetti, come mirabolanti simboli del Reich e del suo potere e delsuo avanzamento tecnologico: lo “Hindenburg” ne era l’espressione più alta. Il drammatico evento è stato a sua volta tradotto in un film che prende il nome dal dirigibile, per la regia di Robert Wise (1975). L’opera sposa l’ipotesi del terrorista a bordo e sfrutta al meglio l’innegabile spettacolarità dell’orrore finale. 

                                                                                                                                                               [Articolo apparso col medesimo titolo su "La Gazzetta del Mezzogiorno" di giovedì 26 novembre]. 

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