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Nel centenario del viaggio di Freud negli Usa, uno sguardo alla lenta ma incoraggiante rivalutazione della sua opera: in barba alle “resistenze vetero-umanistiche” ma anche alla comoda idea dell’”uomo-macchina”.

Ricorre, in questi giorni, un anniversario culturalmente importante, del quale ben poche testate giornalistiche pare si stiano occupando (e con toni diversi). Cent’anni fa - il 21 agosto 1909 - Sigmund Freud salpava da Brema, unitamente ai suoi amici-allievi Jung e Ferenczi, per approdare - il 29 - negli Usa. Lì, A Worchester (Massachusetts), egli avrebbe tenuto cinque conferenze sulla sua nuova, rivoluzionaria teoria. La psicanalisi approdava ufficialmente negli Usa. Si narra che, nella circostanza, Freud abbia detto a Jung: “Non sanno che portiamo loro la peste”. Ma contrariamente alle attese di Freud e dei suoi accompagnatori, l’evento ebbe una risonanza clamorosa. E tuttavia, Freud stesso non si faceva, né in seguito si fece mai, grandi illusioni. Egli non vedeva nella terra pur vergine degli Stati Uniti quell’humus in grado di raccogliere e far lievitare adeguatamente le sue idee.
I fatti, nel prosieguo, gli avrebbero dato piena ragione.

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