Spazzacamino delle stelle
Posted on Giugno 27th, 2009 in Tempo presente |
I detriti orbitali, è noto, rappresentano già oggi un serio problema per satelliti e stazioni spaziali. Ma in futuro potranno dare lavoro a una ardimentosa figura di operatore ecologico, oltre che riservarci strane sorprese…
Giosuè ebbe una contrazione repentina allo stomaco, ma tirò un sospiro di sollievo quando si rese conto che la tuta che indossava aveva reagito al segnale radar molto prima di quanto avrebbero potuto fare i suoi riflessi. Un potente getto del reattore a ossigeno incorporato l’aveva spinto di colpo lateralmente, e lui era ancora vivo. Annaspava e roteava nello spazio nero cercando di fermare quel moto e di non allontanarsi troppo dalla Stazione. Sentì il sudore colargli dalla fronte; per qualche istante si appannò la visiera del casco. Gli apparati elettronici della tuta erano nuovamente in funzione per stabilizzarlo. Mezzo minuto e si ritrovò dritto in verticale rispetto alla Stazione Ross, apparentemente immobile. Ma stava già eseguendo la manovra d’avvicinamento.
Sotto i suoi piedi e sotto la massa - per metà nera, per metà quasi abbagliante - della Stazione (la parte illuminata dal Sole, benché la Ditta del cavolo avesse garantito una vernice antiriflesso) la Terra ruotava ignara, 500 chilometri “in basso”. Anche l’atmosfera, nella parte della Terra in cui era giorno, diventava un alone luminoso difficile da sopportare allo sguardo.
«Accosta ancora!» gli giunse nell’auricolare. La voce di Sirina. Giosuè tirò un respiro di sollievo. Rispose: «Ok, per oggi basta con i rottami».
La stretta camera di decompressione della Stazione lo accolse; sfilò con cura e attenzione la “sacra tuta”, l’appese per bene e gli venne di mandarle un bacio. Prese con i guanti il contenitore di plastica – era ancora gelido da spaccare le mani – e ne estrasse con estrema attenzione alcuni oggetti altrettanto ghiacciati, che depositò su un apposito vano riscaldante della paratia. Poco dopo si aprì l’altro portello pneumatico e s’infilò nello stretto locale. Veleggiando, andò a poggiarsi su un sedile metallico a incastro. Riabituarsi allo spazio centellinato interno alla Stazione Ross era sempre disagevole, dopo una passeggiata fuori, perfino quando eri felice di riportare la pelle a casa.
«Abbiamo visto tutto» si limitò a dire McGregor con la solita aria funerea.
«Allegro, ragazzo» rispose Giosuè ancora stravolto «fra poco è il tuo turno. Io sono tornato vivo, comunque… Sirina, grazie per la collaborazione».
«Figurati» disse la ragazza con un sorriso che stirò ancora di più i suoi lineamenti. «Hai raccolto roba buona nel panierino?».
«Ah!» fece Giosuè, bevendo qualcosa di caldo che gli aveva passato McGregor con un ghigno. «Niente di speciale. Ma non ho ancora capito di che si tratta. Ne parliamo ora che saranno abbastanza caldi da poterli maneggiare». Si passò una mano sul volto. Ancora non si capacitava d’essere scampato alla morte per miracolo.
«Scoppio dalla curiosità» disse Sirina ammiccante, passando dall’inglese all’italiano.
Accidenti, pensò Giosuè imponendosi di non pensare all’incidente, cosa ha di particolare questa donna? E’ secca e con qualche ruga in più, eppure quegli occhi celesti hanno dentro qualcosa, un fuoco che… Cambiò pensieri: «Vogliamo cercare di scoprire cos’era quel bolide che stava per centrarmi?»
Il radar ad alta risoluzione e la videocamera erano sempre accesi: la stessa Stazione Ross, vicina com’era alla fascia di rottami RM12, doveva difendersi da eventuali scontri con oggetti anche piccoli che avrebbero potuto arrecare danni irreparabili, se non mortali. La Stazione aveva occhi per vedere nel buio e sistemi per difendersi in caso di oggetti in corsa sulla sua traiettoria. Tanto più la Ross vigilava doppiamente, quando uno di loro tre era fuori a “raccogliere” o a fare rilevazioni dal vivo.
Furono recuperate immagini al rallentatore del momento critico per Giosuè. «Guarda» disse McGregor «il radar aveva già individuato l’oggetto…»
«Dev’essere stato anche più veloce del mio sensore. Vedete? – Giosuè controllò. – Il segnale alla mia tuta è pervenuto proprio da qui, dalla Stazione». Dalle immagini singole, i tre cercarono di capire cosa fosse l’oggetto che aveva mancato Giosuè per frazioni di secondo e pochi centimetri. «Non si capisce» disse Sirina, «l’immagine è troppo rapida… sembra…». Tacque, incerta.
«Una specie di scatolone bianco. Appiattito. Con una piccola cupola…» azzardò McGregor.
«Santa Madonna» imprecò Giosuè «Mai visto niente di simile da queste parti».
«In Rete dovrebbe esserci un Catalogo delle “forme” degli oggetti orbitanti. Forse è il caso di avvisare la Ditta» disse McGregor.
«La cosa ti spaventa?» commentò Giosuè, sapendo che McGregor poteva infuriarsi. «Uno spazzino spaziale oggi può trovare di tutto, come ieri trovava di tutto uno spazzino stradale: ce l’hanno insegnato prima di mandarci in questa fogna».
«Già – rispose McGregor – ma uno spazzino spaziale oggi può crepare con il sangue che gli esce a fiumi in bollicine dalla tuta, ciò che a uno spazzino stradale ieri non…» Sirina s’intromise: «Ragazzi» disse con patetico accento russo «vogliamo litigare su cosa? Basta. Siamo qui perché ce lo siamo scelto noi».
«Io non ho scelto un cavolo di niente» disse McGregor. «Sono stato scelto dalla vita. Magari tu ti trovi in questo cesso per divertimento».
Giosuè diede un’occhiata a uno strumento alla parete e approfittò per troncare la discussione. «Gente, il mio panierino è riscaldato, vogliamo dare un’occhiata ai funghi?». Sirina disse: «Oh che bello!».
Giosuè tornò nella cabina di decompressione, ne uscì, richiuse il portello, aprì la scatola e la scosse; lentamente ne uscirono oggetti galleggianti, scrutati con estrema attenzione dai presenti.
«Ma guarda» fece Sirina. «Questi tre… Non mi dire… Sembrerebbero…» Li afferrarono. Erano pezzi di metallo anneriti, a tratti cromati, con manopole, ma le forme parevano non lasciare dubbi: due rubinetti da lavandino domestico e una specie di tappo metallico.
Giosuè disse: «Nelle stazioni e sulle astronavi non si montano oggetti simili. Si accettano scommesse su chi abbia abbandonato questa roba nello spazio… Via!» scattò deluso, prendendo i rottami e richiudendoli nella scatola dei rifiuti definitivi.
McGregor era uscito mugugnando per il turno di tre ore. Sirina lievitava ancorata alla sua branda e probabilmente dormiva. A Giosuè, ritiratosi in un angolino, giungeva il suo odore sottile, che non aiutava a rilassarlo. Aveva ripescato il “bottino” e lo rigirava tra le mani. A volte, gli “spazzini” (ma alcuni li chiamavano “spazzacamini”, e forse era più appropriato e quasi poetico, perché era come se ripulissero non un selciato ma la colonna d’un “camino” sulle teste dell’umanità) riuscivano a beccare oggetti rari o preziosi, nelle orbite. Dacché la densità dei rottami era divenuta pericolosa al punto da aver fatto esplodere due navi spaziali e storpiato un satellite, si era posto il serio problema d’un recupero o una distruzione dei detriti orbitali. Se ne catalogavano più di 50 mila lunghi almeno 10 centimetri, ma in realtà dovevano essere milioni e i più piccoli erano i più letali perché meno visibili. Seguivano direzioni (AS16, RW13/bis, KZ001 eccetera) che obbedivano a strane leggi, per cui c’era una continua suddivisione spontanea in orbite circolari, ovali, sul piano dell’eclittica, dell’equatore, sui poli, a 500 km. di altitudine, a 1000: tutto in modo perennemente instabile. Rottami di satelliti, navette fuori uso, pezzi di stazioni, spezzoni di razzi anti-satellite; roba “dimenticata” nello spazio da astronauti o turisti spaziali usciti fuori per la passeggiata “tutto incluso” (chiavi inglesi, attrezzi, bottiglie di coca cola); qualcuno giurava di aver raccolto preservativi; una leggenda parlava d’un cofanetto ripieno di gioielli femminili. Alcuni detriti, attratti in un’orbita a spirale cadevano giù e si bruciavano nell’atmosfera, ma i più restavano a girare in tondo per decenni o secoli. Non essendoci sistemi risolutori del grave problema (anche i raggi laser erano una goccia nell’oceano) e non avendo la Nasa né i governi denaro da spendere, la “pulizia” era stata demandata ai privati. La Stazione della Ross & Co. non era più aguzzina delle altre: duemila euro al mese per rischiare la vita più volte al giorno nella “distruzione” con laser o nel caso “raccolta”. Proibito intascarsi i rottami specie se “preziosi”. Li si poteva raccogliere con manovre non facili, specie se si trovavano a viaggiare parallelamente alla Stazione. I più richiesti erano pezzi di vecchie astronavi, componenti di motori, souvenir vari; c’erano collezionisti maniaci che li pagavano a peso d’oro e il mercato di questo non piccolo contrabbando era divenuto fiorente. Ma mai da cambiarti la vita… E c’era chi avrebbe voluto dichiarare “patrimonio dell’umanità” quell’accozzaglia mortale di spazzatura. Almeno, se i rubinetti fossero stati d’oro… Di qualche ipotetica stazione spaziale da Vip. A proposito, pensò fuggevolmente Giosuè, quell’oggetto bianco che per poco non l’aveva accoppato poteva essere proprio un lavandino… Sì, a pensarci ne aveva la sagoma. Boh.
Lo schermo alla paratia, puntato sulla Terra, in quel momento rimandava un’immagine del Sud Pacifico. Giosuè aumentò l’ingrandimento. Accidenti, si vedeva una nuova chiazza nera. Petrolio? No. Doveva essere “fund”. Era già la quarta o quinta volta che questo inquinante saliva spontaneamente dall’abisso oceanico. Come se non bastasse. A volte si squarciavano i fondali per piccole scosse e veniva su una nuova porcheria. Doveva subito avvisare la Ross: inviò un’email con immagine della macchia. Magari nessuno l’aveva ancora vista e lui avrebbe vinto un piccolo bonus…
I pensieri furono interrotti da un rumore dalla cabina di decompressione: McGregor. Eppure non era trascorsa neanche un’ora. Benedetto ragazzo, cos’altro era accaduto? Giosuè cambiò canale sui programmi tv, qualcuno si sbracciava e urlava. Per non svegliare Sirina infilò la cuffia: «…apparsi improvvisamente a una velocità di…». McGregor si catapultò dentro fragorosamente. «Un miracolo!» tuonò come indemoniato, «Presto! Dobbiamo allontanare la stazione dall’orbita!»
Sirina si era svegliata. «Che succede?» chiese.
McGregor gesticolava come un folle. «Si avvicinano a noi! Ci ridurranno un colabrodo se non ci spostiamo, fuori ne sono già morti una dozzina delle altre stazioni, capite?». McGregor manovrò frenetico sul pannello dei comandi; era lui il pilota. «Ho avuto la notizia dalla Branson, dalla 124-A e… che, dormite?!».
Il pavimento ebbe una specie di scrollata, l’intera struttura rollò. I reattori erano entrati in funzione. «Ma che diavolo fai?» urlò Sirina. Scattò dalla branda e scese a tirarlo via dai comandi. «E’ impazzito, ci fa uscire dall’orbita, guarda, scendiamo… precipiteremo giù… maledizione, basta!».
Gli occhi sbarrati, McGregor ripeté: «Dodici morti!» e dette una sberla alla donna scaraventandola in alto. Giosuè gli fu addosso. Seguì una colluttazione. Alla fine Giosuè riuscì ad assestargli una botta da stramazzare: McGregor restò immobile, occhi fissi, bava alla bocca.
«Guarda che ha fatto!» disse Sirina disperata scrutando il quadro di controllo.
Giosuè vide: in effetti la stazione era fuori orbita. Non c’era da stare allegri. La tv sbraitava
ancora: «…non visti… inspiegabili… apparsi all’improvviso… pericolo moltiplicato per gli addetti all’eliminazione delle scorie orbitali… blocchi più grossi sono entrati nell’atmosfera terrestre e si spera che bruceranno nella caduta…»
Sirina aveva uno spacco alla fronte e si tamponava. Disse: «La stazione sta precipitando, con la sua massa ormai sarà difficile raddrizzarne l’orbita».
Giosuè convenne: «Non abbiamo scelta. Dobbiamo uscire immediatamente e lanciare l’Sos sperando che qualcuno venga a raccoglierci. E che ci trovi ancora vivi».
Avevano promesso di mantenersi vicini, ma presto Giosuè si accorse che era un’utopia. McGregor si era allontanato urlando (ne sentiva ancora l’eco negli auricolari della radio) e sgambettando; Sirina doveva essere abbastanza prossima, aveva visto la lampada della tuta accesa ma ora pareva scomparsa o si era girata di spalle; quelli dell’Sos avevano promesso di arrivare dalla Brandon con le scialuppe. Giosuè stringeva in mano il laser e teneva d’occhio il sensore radar col terrore che si materializzassero detriti in arrivo, troppo veloci per evitare la collisione. Ma non se ne sarebbe neanche accorto: significava crepare dissanguato e per il gelo esterno in 3 o 4 secondi. Eppure – strano – loro tre dovevano essersi venuti a trovare casualmente in una zona libera da scorie. Una fortuna! Per modo di dire. «Sirina!» chiamò nel microfono.
«Sono qui» rispose una voce che lo rincuorò, anche se nel buio non riusciva a individuare la donna. Dovevano essersi allontanati parecchio reciprocamente. Pazienza; erano vivi. Avevano azionato leggermente i reattori delle tute per contrastare la discesa inevitabile. La stazione era molto più avanti, ormai scomparsa. L’ossigeno di scorta durava 12 ore, i soccorsi non sarebbero arrivati prima di 6 o 7. Dovevano conservare energia per radio e luci, che li avrebbero resi individuabili. Certo che nel buio assoluto, con sotto il pallone della Terra, in quella situazione, e i detriti allo sbaraglio, non c’era da stare allegri. Sentì le voci di Sirina e una bestemmia di McGregor ma chissà dov’erano. Voci disincarnate lontane un’eternità.
Accese il minischermo della tv da polso. «…aver individuato la fonte dei nuovi presunti meteoriti… Non si tratta di… ma…» La voce subiva interferenze, le immagini erano sfocate. «Secondo il professor… tratterebbe… container di rifiuti lanciati nello spazio 11 anni fa… rimasti per errore in un’orbita che… la Terra si è ritrovata a intersecare i container…»
Diamine: bella roba! Qualche nazione più furba riteneva di aver risolto il problema ma aveva sbagliato il lancio, e la spazzatura era rimasta nei paraggi. Giosuè imprecò. Ora ripioveva tutto sulle nostre teste, a tonnellate. Guardò le immagini: c’era una ripresa dalla strada d’una grande città, uomini correvano come pazzi e qualcosa tracciava nel cielo azzurro una scia di fuoco: doveva essere uno dei container, riuscito a precipitare quasi fino al suolo prima di bruciarsi. L’operatore tv azzardava, perchè l’oggetto stava cadendo a picco quasi su di lui, che restava immobile e urlava: «…ora è ci è sopra… precipita… esplode!»
Seguì un tuono che rintronò negli orecchi di Giosuè. Le immagini vorticarono, l’attrezzatura per la ripresa sfuggì di mano all’operatore ma per puro caso ricadde posizionandosi in modo favorevole: Giosuè vide chiaramente uno scoppio lontano, oggetti volarono per aria e uno d’essi fu scaraventato verso la videocamera. Era candido e brillava al sole. Cadde su un terreno scuro di campagna, rotolò, saltellò, alla fine rimase fermo proprio dinanzi all’obiettivo. Aveva qualcosa di familiare nella forma…
Giosuè sbirciò lo spazio intorno a lui: buio, silenzio, spariti Sirina e McGregor, niente ancora dai soccorsi. Vuoto infinito, buio indefinito. Solitudine. Follia…
Di colpo capì cos’era l’oggetto bianco ancora fisso sul minischermo: porcellana. Marchio noto, esemplare di lusso, macchiato ma in discreto stato nonostante tutto. Un water.
[Pubblicato su "Meridiana. Bimestrale di astronomia" n. 189 del Maggio-Giugno 2007, Organo della Società Astronomica Ticinese e dell'Associazione Specola Solare Ticinese]
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