Nostro alieno inenarrabile - II
Posted on Giugno 24th, 2009 in Tempo presente |
Seguito e fine della breve panoramica sui tentativi della fantascienza di concepire una “alienità assoluta”.
Una specie totalmente aliena dovrebbe esprimersi in un linguaggio per definizione intraducibile. Di fronte a una simile forma di comunicazione, a nulla varrebbero neanche quei comodissimi “traduttori universali” con i quali gli autori di fantascienza si liberano elegantemente, o credono di liberarsi, di un gigantesco problema. In fondo i cosiddetti traduttori altro non sono che “assertori di plausibilità”, ovvero tautologici fanta-gadget che rendono possibile l’impossibile, tramite l’espediente di definirlo in un gergo tecnologico. Perché in realtà l’ET non è solo un rompicapo biologico, è anche un rompicapo linguistico; e si pone pertanto la fatal domanda: un linguaggio alieno traducibile, è davvero alieno? E viceversa. (Vedasi La scienza della fantascienza, di Renato Giovannoli, Bompiani, 1991).
Uno degli esempi spesso citati quanto a lingua (e dunque alienità) davvero diversa, è il racconto di Robert Sheckley Mun mun (Shall We have a Little Talk?, 1965; “Urania” n. 419, 1966). Jackson, agente segreto e linguista, sbarca sul pianeta Na con il compito di impadronirsi dello Hon, lingua locale somigliante in apparenza al cinese. L’iniziativa va inquadrata nel segreto progetto di colonizzazione terrestre di Na. Presto però il nostro personaggio si accorge che lo Hon manifesta una marea di improvvise incongruenze alle quali risulta impossibile star dietro:
Da un certo punto di vista era inevitabile: tutte le lingue cambiano. Ma sul pianeta Na la trasformazione era più rapida. Molto più rapida.
La lingua Hon cambiava come cambia la moda sulla Terra. Come cambiano i prezzi, il tempo. Si trasformava incessantemente seguendo regole a lui sconosciute e principi invisibili. Mutava struttura come una valanga cambia forma precipitando a valle. Al confronto, la lingua inglese era un ghiacciolo eterno.
Commenta Giovannoli: “…L’alieno è una forma informe, un’entità in divenire, come la lingua che parla.”
Tuttavia non sempre gli alieni parlano, anzi spesso essi neanche tentano un qualsivoglia tipo di dialogo: si limitano a imporre una loro misteriosa, assurda presenza. È quanto accade nel singolare - e purtroppo poco conosciuto - romanzo Superficie del pianeta, del francese Daniel Drode (Surface de la planète, 1959; SFBC,
1972), a tratti sperimentale nella scrittura, e vincitore di un contestato Prix Jules Verne nel 1960. Vi si narra di un’umanità rinserratasi nel sottosuolo, nelle celle individuali di un Sistema globale totalmente automatizzato e apparentemente perfetto. Il Sistema fu concepito per sfuggire a un olocausto atomico. Ma qualcosa comincia a malfunzionare, e alcuni “reclusi” decidono, dopo decenni, di risalire in superficie. Fra costoro è il protagonista, che prende a vagare confusamente fra foreste, relitti di città, enormi spianate di suolo vetrificato. Il mondo sembra divenuto esso stesso estraneo, alieno, impenetrabile. In tale contesto, si verifica all’improvviso l’intrusione di inesplicabili forme vitali: le Ombre.
Sono là… non c’è alcun dubbio. Le Ombre furtive. Punteggiano il suolo di un nero profondo, come una muffa lussureggiante. Si cercherebbe invano, intorno, l’inverosimile macchina capace di proiettarle. Insomma si tratta di un’impercettibile quantità di nero, dotato di una certa velocità. O meglio ancora, di una modifica del colore di fondo del suolo, che lentamente avanza come un’onda. Se ne può incontrare qualcuna larga più d’un metro, ma subito essa restringe il suo contorno e si deforma, come un’ameba. (…) In che modo comunicano fra loro esseri privi di spessore, questo mi domando. Possiedono una sorta di linguaggio? Scommetto che neppure si riconoscono, prima di attraversare quel limite oltre il quale si fondono fra loro in un tutto. Rinuncio a studiare questo universo piatto. E perché non potrebbe racchiudere una diversità superiore alla nostra?
Lo Ombre rimarranno inspiegate razionalmente: troppo lontane dall’uomo. Esse rivestono, evidentemente, anche un ruolo metaforico nell’economia del testo (un testo del ’59, che fra l’altro mostra numerosi intuizioni geniali - per esempio sulla realtà virtuale - e che ha inattesi momenti ballardiani). Le Ombre sono forse un “doppio” in negativo del protagonista; o la concretizzazione d’una metafora che suggerisce quanto estranea, aliena, sia divenuta l’umanità a sé stessa e al suo pianeta. Lo psicanalista Aldo Carotenuto, nel suo volume Il fascino discreto del terrore (Bompiani, 1997) parla dell’Ombra nella narrazione fantastica; Ombra peraltro intesa non in senso letterale:
L’Ombra è il rimosso, è tutto ciò che - comportamento, pensiero o altro - viene negato e cade nell’inconscio, come sedimentazione: essa solitamente presenta caratteristiche di potenziale violenza, proprio perché l’opera di rimozione carica i contenuti rimossi di energia negativa.
Le Ombre di Superficie del pianeta sembrano insomma la letteralizzazione di una metafora psichica. Ad ogni
modo, l’apparizione di queste entità bidimensionali contribuirà, nella parte conclusiva del romanzo, a far lievitare le vorticose deduzioni ed estrapolazioni del protagonista, tese a chiarire la propria identità e l’interpretazione della stessa storia dell’Uomo.
Romanzo singolare, dicevo, questo di Drode, e ricco di stimoli; forse non riuscito al cento per cento, ma senza dubbio la sua pubblicazione fu un atto di coraggio dei curatori della collana SFBC (Science Fiction Book Club, Ed. La Tribuna, Piacenza) che in quel periodo erano Vittorio Curtoni e Gianni Montanari.
Spiegare coma allegoria l’alieno inspiegabile, tuttavia, non è affatto - per il discorso che qui ci riguarda - spiegarlo letteralmente, cioè in senso biologico, linguistico, epistemologico. Ma in verità, forse si pretende troppo dalla fantascienza: concepire l’inconcepibile.
Nel suo già menzionato articolo, Delio Zinoni notava inoltre che l’alieno “è tanto più terrorizzante quanto più è normale, vicino a noi”; e osservava che l’alienità assoluta “è difficilmente comprensibile, e scarsamente utilizzabile a fini letterari. Al massimo può essere un esercizio intellettuale, nei casi peggiori precipita nel ridicolo”.
Anche in queste asserzioni c’è molta verità: d’altronde era lo stesso Freud a rilevare che il perturbante (ciò che maggiormente ci spiazza) è semplicemente ciò che, fin qui familiare, improvvisamente non lo è più del tutto. Insomma, ci spaventa o inquieta maggiormente proprio ciò che più ci assomiglia.
Tuttavia personalmente ritengo che l’alienità totale (o quasi), opportunamente presentata, possa dimostrarsi feconda di quello spessore emotivo o speculativo particolare, tipico delle esplorazioni di “zone di confine” della nostra mente, del nostro sapere, della nostra concezione del mondo. Qualcosa che può svelare scenari interessanti, non limitati alla sola narrativa di fantascienza.
A questo punto diviene - a mio avviso - percorso obbligato rifarsi al romanzo Solaris, del polacco Stanislaw Lem (Solaris, 1961; ed. Nord, 1973; trasposto nel 1972 sullo schermo dal regista russo Andrei Tarkowski). Si tratta di una tra le pochissime opere che, con grande rigore e approfondimento, si concentrano proprio sul tema della indicibilità di ciò che è davvero diverso da noi. Nel libro tuttavia, molto più che nel film, l’aspetto che ci occupa viene indagato con notevole mescolanza di fantasia e indagine razionale.
La storia si incentra sulla esplorazione del lontano pianeta Solaris, attorno al quale orbita una stazione terrestre, in cui operano alcuni scienziati. Solaris è interamente ricoperto da un oceano, che alcune manifestazioni lasciano presumere sia in qualche modo senziente. Tuttavia decenni di studi e di esperimenti non hanno portato ad alcun dialogo col gigantesco alieno. Dei vari problemi posti da Solaris, nessuno verrà davvero risolto; ogni presunta spiegazione solleverà più interrogativi di quanti ne abbia apparentemente chiariti. A cominciare dalla incredibile capacità dell’oceano-creatura di stabilizzare, per una pura questione di sopravvivenza, l’orbita del pianeta su cui si attesta. Il che pone l’enigma di Solaris come essere raziocinante, e anzi dotato di conoscenze superiori a quelle umane. Numerose analisi eseguite con apparecchiature elettroniche rivelano che l’immenso oceano-gelatina esegue - sembrerebbe - gigantesche
operazioni matematiche, delle quali peraltro agli indagatori giungono spezzoni insensati. Alcuni studiosi ipotizzano quindi che Solaris sia una specie di antichissimo yogi onnisciente, immerso in sue elucubrazioni e convinto dell’inutilità di interagire e comunicare con l’universo. Tuttavia l’oceano agisce: crea sulla sua superficie ciclopici coaguli, formazioni effimere ma implicanti l’utilizzo di immense energie. Altri osservatori passano allora ad argomentare di “oceano debilitato”, di brandelli demenziali di un’intelligenza forse un tempo grande, lucidissima. Si pone al contempo il quesito se l’oceano pensi, sia pure senza possedere una coscienza… E così via.
In definitiva, nell’arco di alcuni di decenni vengono impegnate nella decifrazione del mistero le massime risorse di ogni branca della conoscenza umana: planetologia, fisica, biologia, psichiatria, filosofia, matematica e via elencando; eppure tutte queste scienze, in un crescendo estenuante di ipotesi, relazioni e contestazioni d’ogni genere, finiscono col mostrarsi povere, inadeguate.
L’oceano è inoltre capace di duplicare oggetti, perfino corpi: estrae simulacri “viventi” dalle memorie e dalla psiche profonda degli osservatori terrestri in orbita nella stazione spaziale. Per esempio Kris, uno dei protagonisti, vede materializzarsi il “doppio” di una donna che egli amò, e che si suicidò ritenendosi non riamata. Il rapporto ambiguo e angosciante dei personaggi con queste allucinanti creature, artificiali ma apparentemente indistinguibili dai loro originali, accresce l’effetto dirompente dell’enigma, riverberando nel “privato” un dramma che è, anche, di tutta la specie umana. La questione di Solaris resterà irrisolta; qualcuno giungerà sarcasticamente a paragonare la “solaristica” (disciplina che giunge a vantare una bibliografia sterminata) un succedaneo di religione, in cui il “contatto” non è che l’attesa di un Avvento, di una Rivelazione che spieghi il senso dell’esistenza umana.
Lem ci rappresenta così la storia di un fallimento, quello dell’uomo e del suo pensiero, incapaci entrambi di comprendere ciò che ci è davvero distante, in quanto non si è anzitutto compreso se stessi. Ne dicenderà uno shock culturale, una sensazione di impotenza: “L’uomo si è mosso per andare alla scoperta di altri mondi, di altre civiltà, senza avere perlustrato a fondo, dentro di sé, i cortiletti, i camini, i pozzi, le porte
sbarrate” scrive Lem. Solaris, alieno assoluto, è in realtà uno specchio.
Tornano validi, a questo proposito, altri concetti espressi da Carotenuto nel suo già citato saggio:
La letteratura fantastica ci presenta spesso il problema della visione dell’alterità, di un’alterità talmente assoluta e straniera nella sua a-normalità, da apparire inumana. (…) Il lato ombra delle cose che si cela oltre il velo dell’apparire mina il principio di causalità, privando l’individuo di ogni riferimento cui ancorarsi, gettandolo nel caos.
Come reagisce l’individuo in questa situazione?
3. – Follie ulteriori
Uno scrittore che lascia balenare abissi di alienità è Howard Phillips Lovecraft: per esempio, allorché tenta di descrivere i suoi dèi gorgoglianti, esseri striscianti e innominabili sul fondo di baratri di follia. Perfino l’architettura delle sue “città senza nome”, o dai nomi singhiozzanti (R’lyeh) è stravolgente, disgustosa, da capogiro; la sola visione di quelle forme sconnesse provoca una distorsione della mente, porta alla pazzia, figurarsi quale potrebbe essere la psicologia dei loro abitanti (L’orrore di Dunwich, Le montagne della follia).
Per respingere la diversità assoluta, distruttiva, che preme ai vetri della sua finestra in rue d’Auseil, Erich Zann improvvisa ogni sera alla viola musiche spaventose, geniali e deliranti, ma ciò non basterà a salvarlo dalla pazzia e dalla morte (La musica di Erich Zann, 1921; in H.P. Lovecraft, in Tutti i racconti, 1989, a cura di Giuseppe Lippi). Lem ci raccontava l’alienità irrappresentabile solo - e non poteva essere altrimenti - attraverso i suoi riflessi sulla cultura umana e sull’individuo (la Medusa si può osservare solo nello specchio, pena essere tramutati in pietra); e lo scrittore polacco si faceva razionale e accorato cronista di un tramonto della presunzione umana. Lovecraft invece punta non alla costruzione lucida e paradossale, bensì allo scuotimento emozionale. Egli non tenta spiegazioni o razionalizzazioni, che ritiene impossibili, ma va al cuore del problema: non sono ammessi filtri, e pertanto l’alienità letterale significa orrore, demenza; è questo l’unico esito della ragione umana dinanzi all’indescrivibile. O forse dinanzi a qualcosa di cui preferiamo non sapere.
Anche da alcune storie di Jorge L. Borges trapelano alienità. Il suo accostamento al tema è, ovviamente, molto personale. Il protagonista del racconto L’Immortale (ne L’Aleph, 1952; Feltrinelli, 1959) è un tribuno
militare d’una Legione dell’antica Roma in Egitto: dopo lungo vagare nel deserto, egli scopre la vagheggiata la Città degli Immortali. Ma il sito appare disabitato:
Notai le sue stranezze, e mi dissi: gli dei che l’edificarono erano pazzi. Si aggiunsero altre impressioni: quella della indeterminatezza, quella dell’atroce, quella d’una complessità insensata. Abbondavano il corridoio senza sbocco, l’alta finestra irraggiungibile, la vistosa porta che si apriva su una cella o su un pozzo, incredibili scale rovesciate. Altre, aeramente aderenti al fianco d’un muro monumentale, morivano senza giungere ad alcun luogo nelle tenebri superiori delle cupole. Questa città - pensai - è così orribile che il suo solo esistere e perdurare, sia pure al centro di un deserto segreto, contamina il passato e il futuro, e in qualche modo coinvolge gli astri. Finchè durerà, nessuno al mondo potrà essere felice. Non voglio descriverla. Null’altro posso ricordare. Quest’oblio, ora invincibile, forse fu volontario…
Si accede qui a una sfaccettatura squisitamente letteraria ed erudita della “irrappresentabilità”, in un gioco di specchi e rimandi (Escher, Chesterton, Piranesi, lo stesso Lovecraft) che ingenera meraviglia. Come in Baldanders (in Manuale di zoologia fantastica, con Margarita Guerrero, 1957; Einaudi, 1962), una paginetta in cui Borges descrive un’altra creatura “indescrivibile”, in quanto continuamente trasformantesi nelle forme…
…di un uomo, di un rovere, di una scrofa, di una salsiccia, d’un prato di trifoglio, di sterco, di un fiore, di un ramo fiorito, d’un gelso, di un tappeto di seta, di molte cose ed esseri e poi, nuovamente, di un uomo (…) che verga le seguenti parole dell’Apocalisse di San Giovanni: Io sono il principio e la fine.
Perché non poche e stupefacenti e anche dilettevoli sono le forme dell’inenarrabile.
[Pubblicato originariamente su "Delos" n. 62 del dicembre 2000, poi nel volume Vengo solo se parlate di Ufi, Delosbooks, 2004].


4 Responses
Mi era ignoto il romanzo di Drode, vedrò di recuperarlo, grazie!
V.
Quel romanzo in realtà passò quasi inosservato. Daniel Drode poi venne anche in Italia, partecipando a una delle convention ferraresi (gli SFIR, ovvero Science Fiction Round About) della seconda metà anni ‘70, ma anche lì non gli fu dato il rilievo che avrebbe meritato, anzi lui c’era ma eravamo in pochissimi a saperlo. Fu un periodo d’oro per le Con: ospiti come Sturgeon, Brunner, Sheckley, Aldiss…
Di Drode dovrei avere anche una foto, scattata in quell’occasione. Di suo, credo che in Italia sia apparso solo questo romanzo, e un racconto che probabilmente - ampliato - portò al romanzo, perché lo scenario era molto simile.
Vegetti cita il romanzo e due racconti. Il tutto tra il 1964 e il 1972. La sua voce su Wikipedia francese aggiunge in tutto altri tre racconti: http://fr.wikipedia.org/wiki/Daniel_Drode
Non uno scrittore fecondo, decisamente.
V.