Quando finalmente andai in pensione
Posted on Giugno 8th, 2009 in Il mestiere di vivere |
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Allorché, giovanissimo, incominciai a lavorare in banca - la fu Banca Commerciale Italiana - non mi pareva vero. Che io poi fossi sopravvissuto a 37 anni di banca, non mi sembrava vero. Anche andare in pensione non mi pareva vero; ma al riguardo mi ha rinfrescato la memoria l’aver casualmente ritrovato,
rimestando tra vecchie carte, il testo del discorso di commiato che rivolsi alla direzione e ai colleghi di allora, in occasione del tradizionale “rinfresco” da me offerto nella circostanza. Può interessare a qualcuno? Non so. Comunque è anche uno sguardo su un mondo che non c’è più. Benché si tratti di “solo” quattordici anni fa. (Oggi è molto peggio…)
(Presenti il Direttore della Filiale dott. Ciabotti, il Condirettore dott. Condello, una trentina di colleghi - a Bari, nel salone della la Filiale, il 14 dicembre 1995 alle ore 16,30).
Gentili Signori, anzitutto vi ringrazio di cuore per essere qui: mi sembra una attestazione di stima, direi anche di affetto. Come vedete ho tre o quattro fogli in mano. Avevo preso degli appunti, ripromettendomi di toccare alcuni argomenti di prammatica in circostanze del genere. Ma in questo momento ho deciso che quanto avevo scritto non mi piace, e allora cambio tutto.
Infatti, gira e rigira, cosa si dice in un’occasione del genere? La solita manfrina. Cioè che “questo è in sostanza un addio”. Si rammenta che siamo a “una delle tappe fondamentali della nostra vita”. Si ripercorre qualche momento della propria carriera… se carriera c’è stata. Poi magari - come ho visto accadere per altri - viene il groppo in gola, sfugge perfino la lacrimuccia… e il tutto diventa a seconda dei casi triste, barboso, patetico…
Mi piacerebbe invece dire qualcosa di diverso, di anticonvenzionale. Per esempio: fare un bilancio critico di questi miei trentasette anni spesi in banca. Meglio ancora: un’autocritica fantozziana della mia vita di bancario.
Ora secondo il copione, dovrei commuovermi perché vado via per sempre dalla banca? Ma io, vedete, butto per aria questi fogliacci che ho scritto!! E vi dico ad alta voce:

Ora penserete che sono impazzito, che il pensionamento mi ha dato alla testa… Ma allora non sapete quanti sono quelli fra voi che da un bel po’ mi dicono: “Vittorio, beato te!”, “Vitto’, vorrei stare al tuo posto…”, oppure alla barese: “Vue’ fa’ a cang’?” (“Vuoi fare cambio con me?”).
A costoro, che comprendo benissimo, voglio comunque ricordare un piccolo dettaglio: cioè che c’è una contropartita da pagare. L’età.
Io vado in pensione fra pochi giorni, cioè dal 1° gennaio 1996, ma con decorrenza ufficiale dal 1° aprile 1996. Misi piede in banca il 1° aprile 1959: come pesce d’aprile mi pare che 37 anni siano abbastanza: o no?
Entrai che avevo appena compiuto 18 anni. A quei tempi c’era un orario detto “spezzato”, con due ore e mezza di intervallo e termine lavoro alle 19. Ma molte volte si usciva alle 21, e anche oltre, perché c’era da fare straordinario, e non ti potevi rifiutare di farlo… ma non sempre te lo pagavano, specie se eri un novellino. Ricordo bene che d’estate alle volte uscivo alle 22. Invidiavo terribilmente i miei coetanei, amici o ex compagni delle scuole superiori che ancora non lavoravano, o studiavano all’università. Di sera erano liberi e specie nella buona stagione potevano dedicarsi ad attività alquanto più piacevoli… Praticamente io non ho vissuto la mia gioventù.
Ma questo era poco a confronto di quanto i “vecchi” mi dicevano circa cose che accadevano ai loro tempi (parlo degli anni ’40). Per esempio, un collega mi raccontò di un capufficio che si tratteneva in banca abitudinariamente fino alle dieci di sera e oltre. Per un malinteso senso del dovere, o perché era sconsigliabile comportarsi diversamente, nonostante l’orario avanzato nessuno dei dipendenti di quell’ufficio osava lasciare il posto di lavoro prima che il Capo decidesse di alzarsi e andarsene. Chi mi narrava questa storia abitava a Molfetta, un paese a circa 25 km. da Bari, raggiungibile per ferrovia. Ebbene, l’ex collega mi diceva che più volte gli era capitato di attendere una uscita del Capo alquanto attardata e per questo aveva perso l’ultimo treno per Molfetta. Di conseguenza aveva dormito nella sala d’attesa della stazione, senza poter informare la famiglia; e la mattina seguente era tornato in banca senza neanche farsi la barba.
A me invece capitò che il CSE (Capo del Servizio Esecutivo, allora sovrintendente alla contabilità degli uffici) si ammalò per un mese. La Direzione Centrale di Milano inviò un sostituto dalle abitudini un po’ particolari: era uno “spione”. Ci spiava tutti, per vedere come impegnavamo ogni minuto, anzi ogni secondo del nostro tempo. Una volta andai in bagno a far pipì e mi accorsi che si era accostato a distanza e, credendosi non visto, mi stava spiando (cronometrava i tempi della mia urina?) Un’altra volta dovetti andare in bagno, lì dove ci si siede. Ebbene, dopo neanche tre minuti costui ebbe la faccia tosta di bussare fragorosamente alla porta urlando: “CATANI!!!”
Mi salì il sangue agli occhi. Decisi di sistemarlo una volta per tutte. Gli risposi, con la voce roca e alterata di chi sia impegnato in un cospicuo sforzo fisico: “MOMENTOOOO!!!”
Da allora non si fece più vedere nei bagni.
Era la seconda metà degli anni Ottanta ed ero Vicedirettore presso l’Agenzia di città n° 1. Il mio medico mi prescrisse un medicinale per via intramuscolo, ogni mattina alle ore 10. Seppi di un ex infermiere, un vecchietto che abitava a un isolato dall’Agenzia: presi accordi e ogni giorno mi allontanavo una diecina di minuti per andare da lui. Così fai una siringa oggi, fanne una domani, tra una chiacchiera e l’altra seppi che
il tipo era titolare d’un libretto di risparmio di 5 milioni (di lire) presso il Banco di Napoli. Ovviamente lo invitai a trasferire il rapporto presso l’Agenzia dove lavoravo: il che avvenne qualche giorno dopo.
Gente, pochi possono battere questo mio record: per la banca io ho perfino mostrato il sedere.
Comunque la mia scuola per l’acquisizione di nuovi clienti, quando ero ancora semplice impiegato, fu il Capo dell’Ufficio Sviluppo, dott. Simoni. Uno “sviluppatore” (così si chiamava allora) assolutamente formidabile. Nativo di Putignano, in provincia di Bari, conosceva bene la sua zona ed era proprio questa, con i vecchi grandi proprietari terrieri, il suo “campo di semina”. (Uve da vino, mandorle, olive, carciofi, ortaggi, costituivano la base dell’economia del sud di Puglia, regione a quell’epoca ancora essenzialmente agricola, sebbene stesse sorgendo alla periferia di Bari una vastissima zona industriale). Ebbene: per insegnarmi il mestiere, sapete dove mi portava il mio Capo?
Direte: presso i ricchi latifondisti. Presso le industrie vinicole (ce n’erano a dozzine). Presso i frantoi oleari. O in visita alle grosse aziende industriali nel Nord barese…
Macché!
Mi portava ai funerali.
Erano una sua specialità. Mentre io reggevo il cero al caro estinto, nel cordoglio generale, il Capo (ero tutt’orecchi) tramite una sua inverosimile catena di amicizie contattava gli eredi, per convincerli a trasferire i capitali in eredità presso la nostra banca.
Solitamente si trattava di cifre di tutto rispetto. E lui ci riusciva quasi sempre.
Frutto di un modo di porgersi, di una capacità di convincimento bancario innati.
Da cotanto maestro, non potevo a mia volta non produrre risultati abbastanza soddisfacenti nell’acquisizione di nuova clientela. Fu così che, nei primi anni Ottanta, un giorno mi fu comunicata la promozione da Procuratore d’Agenzia a Vicedirettore d’Agenzia.
Decisi di festeggiare con i miei cinque collaboratori, per cui ordinai qualcosa dal vicino bar. Un cliente si accorse dei festeggiamenti e notò che erano per me. Gentilmente si avvicinò, mi fece a sua volta gli auguri e chiese quale ne fosse esattamente il motivo. Gli dissi che ero stato promosso Vicedirettore dell’Agenzia.
Il cliente strabuzzò gli occhi e rispose: “Ma scusi, lei qui non era già il Direttore?!”
Già. Perché tutti, nelle agenzie, chiamavano e chiamano “direttore” chi ne è a capo, indipendentemente dal suo vero grado, e lui aveva sempre sentito che tutti mi chiamavavo “direttore”.
Cercai di spiegare la faccenda al cliente, ma non sono sicuro d’esserci riuscito.
Secondo me, quel tizio è rimasto col sospetto che io fossi stato degradato.
Una volta andai in un paesino per sollecitare la riscossione di rate arretrate di un piccolo prestito, e scoprii che la debitrice era una prostituta. Alle mie insistenze per ottenere almeno parte della cifra, lei mi guardò e disse: “Dotto’, ripeto, qua soldi non ce ne sono! Se vuole, posso pagarla in natura”.
Potrei raccontarne tante, ma preferisco chiudere pensando non più alla banca, che presto resterà un ricordo lontano. Ora voglio pensare alla mia vita da pensionato. Il che inevitabilmente mi porta a fare paragoni.
Per esempio: sempre, ma soprattutto nei periodi di forte lavoro, quando l’economia “tira”, in banca siamo tutti stimolati a reperire nuova clientela che porti del denaro, ciò che in gergo si dice “fare la raccolta”. Ma questa espressione, potrà ancora avere un senso per me pensionato?
Sissignori. Significherà, per esempio, che coltiverò un mio orticello. E “farò la raccolta” dei pomodorini, delle insalatine, dei peperoni…
Oppure: la Direzione batte insistentemente sul famoso budget (detto all’italiana “baget”), assegnato a ciascuno di noi: siamo tutti martellati dal baget, baget, baget. Ma per me pensionato, al massimo potrà significare leggere i libri di Baget Bozzo, se ne ha scritti. Ma non farò nemmeno quello, perché la parola “baget” anche come persona non è nelle mie corde! E poi ancora: in banca bisogna concedere i fidi, ovvero - in gergo - impiegare denaro, “fare gli impieghi”. Quali saranno ora i miei “impieghi”?
Saranno il tempo che impiegherò nella lettura, nella scrittura, e in altre cose che mi piacciono e non ho mai potuto fare. Una cosa è certa: non “impiegherò” il mio tempo rimpiangendo o rievocando la banca.
Al più rievocherò il calore di tutti voi che ora siete qui, a dimostrazione - come dicevo in esordio - della vostra simpatia o amicizia. Perché qualche amico vero, in 37 anni, l’ho trovato anche in banca.
Grazie a tutti!
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19 Responses
Molto bello!
…ma anche molto sofferto. Grazie!
Molto divertente. Mai pensato di scrivere un romanzo, anche breve, sulle tue vicende “bancarie”? ^^
Sì, certo, è un progetto che non mi decido mai a prendere in esame seriamente. Forse, nonostante i 14 anni trascorsi, non ho ancora smaltito gli effetti collaterali:-)
Ma forse potrebbe essere un modo per smaltirli definitivamente ;-).
(In realtà non ci credo, dal lavoro d’ufficio non ci si riprende più ;-))
V.
Voto anch’io a favore di un romanzo “bancario” di Catani… ci si accontenta anche di un racconto lungo, sù sù…
Mah… grazie per le vostre esortazioni… Comunque un libro (anche famoso) su vicissitudini bancarie personali c’è già. Dovrei fare concorrenza addirittura a Giuseppe Pontiggia e al suo primo romanzo, “La morte in banca”:-) Il titolo dice tutto… Anche se questo romanzo non era affatto “fantozziano”; era piuttosto drammatico-esistenziale, pero’ la sostanza era la stessa. Lo scrisse che era poco piu’ che adolescente. Comunque, data la mia diversa impostazione potrei farci un pensierino… nessuno si sogna di porsi al livello di Pontiggia, ovviamente.
Suggerisco di tenerti alla larga dalla narrativa bancaria, se per banca si intende qui qualcosa di più che una semplice ambientazione. Se la banca viene assunta come un microcosmo in cui avvengono cose non peculiarmente bancarie la cosa può anche funzionare. Ma se parti dal principio che il protagonista della tua storia è il mondo bancario stesso, con le sue glorie e le sue miserie, senza rendertene conto ti ritroverai a scrivere per un pubblico di bancari. E’ questo quello che vuoi?
Chi legge si vuole identificare con un protagonista. Io non avrei difficoltà a farlo con un agente di cambio fiorentino o genovese del tredicesimo secolo che percorre l’Europa per i suoi affari, perchè allora la banca era qualcosa di prometeico, funzionale alla costruzione di una nuova civiltà. Ma a chi interessa oggi identificarsi con uno sportellista, o magari anche un trader di borsa? E in una storia in cui non succede niente altro che fluffa bancaria? Solo ai bancari e agli sfigati.
Ma se metti che uno scrupoloso ispettore dell’auditing si imbatte in uno strano conto off-shore di una compagnia di BigPharma che sta sviluppando una droga che permette percezioni extrasensoriali, e che alle persone su cui la droga è stata sperimentata sono successe cose assai strane e sinistre…
Beh, allora forse se ne può fare qualcosa.
Certamente… Lungi da me descrivere le ansie e i patemi dello sportellista scavalcato nella carriera di capufficio da un ex facchino raccomandato dal Ministro, o i dolori del giovane archivista al quale l’Istituto non invia per tempo la nuova modulistica:-) Per di più scrivere autoreferenzialmente per un pubblico di bancari significherebbe non essere letto, o quasi. Forse oggi le cose sono cambiate, ma quando lavoravo io, il bancario era tutto sommato soddisfatto del proprio lavoro, spesso banalissimo e ripetitivissimo… in banca non esistono solo o la Borsa o i rapporti con l’estero, o l’ufficio dei fidi bancari; la maggior parte del lavoro è qualitativamente al di sotto di quello d’un operaio addetto alla catena di montaggio. Raramente qualcuno, tornato a casa, prendeva un libro in mano… V.
Giacché ci siamo possiamo anche divertirci a sviluppare un po’ di nuclei di storie di Science Banking
Pensa a un mercato dei derivati (future, opzioni, eccetera), in cui i titoli in contropartita non sono azioni, valute, o materie prime, ma diritti semestrali d’accesso alla realtà virtuale.
Ma l’intero sistema di realtà virtale si basa su una stimolazione trisensoriale (tatto, udito, e vista), mentre c’è un tizio che nel suo garage di casa è riuscito a sviluppare un sistema che permette anche la stimolazione gustativa e olfattiva. Ma il nuovo sistema è proprietario e non implementabile con quello già in funzione. Il tizio lo ha già brevettato e adesso vuole svilupparsi una piattaforma di realtà virtuale completa e tutta sua.
Se si sparge la voce (che per ora è solo una soffiata), l’intera bolla speculativa dei derivati fa plop, e la banca che sa come stanno le cose deve svuotare pian pianino il portafogli dei titoli della vecchia realtà virtuale senza che nessuno mangi la foglia.
Ma sarebbe molto meglio che, nel frattempo, delle scoperte di quel tizio non si sappia niente…
Un po’ di banca, un po’ di alta finanza, un po’ di high tech e abbiamo la storia, no?
Ok! certo che ci sono premesse per uno sviluppo “molto” creativo (diciamo cosi’) della finanza. I nuovi media avranno una parte preponderante, la perdita di potere degli Stati, e il corrispettivo aumento di potere della concentrazioni industriali, nonche’ la fantasia creativa di mafia, genietti della finanza etc. fara’ il resto, fregandosene di istituzioni di controllo. Di fatto non si potranno controllare miliardi di persone che inventano autonomamente i mille giochi di una Borsa-casinò perennemente online.
Grazie per aver condiviso queste memorie.
Terribile quella delle iniezioni intramuscolo con annesso trasferimento di conto.
Cosa non si fa per la causa.
Proprio oggi ascoltavo un’intervista ad Harlan Ellison, su come l’avere un lavoro “vero” (a contatto con le persone, non legato ad un terminale) sia essenziale per imparare a scrivere.
E da quel che vedo…
Thanks for posting, I’ll definitely be subscribing to your blog.
Secondo me le possibilità che avresti sono infinite, dal taglio fantozzian/umoristico a quello serio o al suo uso come base parafantascientifica. Tra l’altro, avendo iniziato a lavorare in banca giovanissimo, hai praticamente attraversato passaggi d’epoca da quell’osservatorio, dagli uffici in cui dominava la carta a quelli in cui domina il computer, dall’Italia contadina a quella industriale e postindustriale… dal comparto bancario che alimentava il consumo e quindi la produzione a quello che alimenta se stesso… la banca dalla fine degli anni ‘50 agli anni ‘90 può essere la cartina di tornasole di mille cose, ci rifletterei seriamente
Alle volte ci ho pensato, ma siccome cerco di essere realista, devo dedurre che in fondo la faccenda non m’interessa davvero, se ho dato e do ancora la precedenza ad altre cose. Comunque quello che scrivi e’ verita’: dal 1959, anno di entrata in banca, al 1996, le cose cambiarono moltissimo. Eppure la Banca Commerciale tecnologicamente era all’avanguardia: l’unico istituto di credito in Italia che possedesse già un centro elettronico, a Parma, da vari anni prima che io fossi assunto! Ogni sera, da tutte le sedi filiali e agenzie d’Italia della banca, con apposito corriere partivano tonnellate di carta: le scritture contabili di tutte le operazioni quotidiane, d’ogni genere, e confluivano nel Centro contabile di Parma. Lì i dati venivano elaborati e controllati; periodicamente il Centro inviava liste di dati d’ogni genere, (per esempio: le somme depositate in ciascun conto corrente della clientela) affinchè gli uffici avessero modo di verificare quei dati con quelli propri, e constatare se vi fossero errori. La contabilità era ancora tutta a mano e per fare operazioni aritmetiche si usavano le calcolatrici meccaniche. Ai primi anni ‘70 fu introdotto il nastro perforato. Mentre fino ad allora un versamento di un cliente su un suo conto doveva essere registrato manualmente dall’addetto (cioe’ scrivendo con la penna), con il nastro perforato la registrazione era ancora manuale, ma attraverso una macchina, non la penna. Inoltre a fine giornata al Centro non si inviava un malloppo cartaceo (le copie delle ricevute contabili date ai clienti), ma il nastro perforato. Per arrivare al computer si e’ dovuto attendere un po’, ma anche lì la Comit precorse i tempi. Solo se si volesse affrontare (cosa diversa da cio’ di cui stavamo parlando, sia chiaro) uno studio sulla evoluzione tecnologica, relativa modulistica, nonchè illustrazione dei miglioramenti etc., occorrerebbe un tempo indefinito e la consultazione di milioni di pezzi di carta; ammesso che esista ancora un archivio del genere (finche’ sono stato io in banca, c’era). Tornando all’esperienza personale, te ne dico un’altra. Sai come trascorsi il mio primo giorno di banca? Venne il Capo della contabilità e mi chiese se avessi una calligrafia leggibile. Gli risposi di sì. Volle verificare: prese un foglio bianco, mi dette calamaio (con inchiostro nero) e penna (quella con l’asticciola, non la stilografica) e mi disse: “Scriva: Banca Commerciale Italiana”. Obbedii. Lui guardò il risultato e disse: “Deve scrivere più in chiaro. Vediamo un po’: riempia tutta la pagina di “Banca Commerciale Italiana”.
Non ti dico cosa pensai in quei momenti, comunque mi adeguai. Alla fine il Capo guardò il risultato e mi disse: “Va bene.” Quindi mi destinò all’ufficio Assegni circolari, che a quanto poi seppi, era sempre il primo gradino dei neo-assunti. A quei tempi l’assegno circolare era diffusissimo per i pagamenti, specie fra fornitori e commercianti, ma anche per comuni pagamenti d’una certa entità. Venivano i clienti a richiedere assegni circolari, io dovevo prendere le loro richieste (dove c’era già un timbro attestante che l’importo era stato versato dal cliente alla Cassa) e compilare (a penna) gli assegni: importo in lettere, in cifre, nome del beneficiario; poi dovevo punzonare gli assegni a seconda dell’importo (era un sistema di controllo a vista), mettere il timbro “Non trasferibile” (se richiesto dal cliente), far verificare che l’assegno corrispondesse a quello richiesto, compito questo di un altro collega, il quale consegnava l’assegno al richiedente. A me restava una matrice. A chiusura del lavoro, dovevo far “quadrare” le cifre, cioe’ la somma in lire delle richieste della clientela del giorno doveva corrispondere al totale in lire segnato sulle matrici degli assegni, e questo totale ovviamente doveva combaciare anche con la cifra in denaro introitata dall’Ufficio Cassa per gli assegni circolari. I controlli infatti erano sempre incrociati. Inoltre dovevo ricontare la dotazione giornaliera di assegni per verificarne il numero: quello degli assegni “vergini” residui piu’ quelli consegnati ai clienti, uguale dotazione iniziale.
Un lavoro, come si puo’ immaginare, estremamente ripetitivo e modesto, ma alquanto pericoloso se si sbagliava qualcosa. Ma soprattutto frenetico: ogni giorno scrivevo e consegnavo fino a circa 600 assegni circolari (mica poco…) Rimasi in quell’ufficio per oltre sei mesi.
Tutto ciò ovviamente non si può raccontare, perche’ terribilmente monotono. Vi si può appena accennare in poche righe, se del caso…
Più ne tiri fuori più mi convinco che “dovresti” metterci mano! certo si deve aver superato lo shock di una vita prigioniero nel posto di lavoro… e questo ovviamente puoi valutarlo solo tu.
Mah! La tua amichevole insistenza mi fa riflettere…:-)
Seicento assegni al giorno!? Altro che i call-center di oggi!
V.
Da metà anni Sessanta in poi finalmente tolsero penna e calamaio e arrivò una macchina da scrivere apposita. E meno male. Comunque 600 restava sempre un bel numero…