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Con L’impero del Sole - tra le più sobrie opere cinematografiche di Spielberg - il nome di James G. Ballard cominciò a circolare anche presso i non interessati alla fantascienza. Era il 1987: quel film riprendeva un romanzo autobiografico di Ballard e decretava (sia pure tardivamente) la fama per uno degli scrittori più importanti del ‘900, non solo nel campo della narrativa fantastica. Nato a Shangai nel 1930 da genitori inglesi, Ballard era approdato in patria nel ‘46 dopo essere stato rinchiuso in un campo di concentramento giapponese. Studiò medicina; ebbe esperienze artistiche (surrealismo, pittura): eventi che avrebbero poi influenzato il suo modo di scrivere. I primi racconti apparvero alla fine degli anni ‘50. Nel 1962 uscì il suo famoso articolo-pamphlet Come si arriva allo spazio interno?, che sanciva uno scardinamento delle tecniche del fantastico per giungere a un nuovo ritratto dell’uomo contemporaneo. In sostanza, per lui la narrativa fantastico-scientifica non doveva occuparsi dello “spazio esterno” (astronavi, guerre galattiche) ma dello spazio “interno” (psichico) dell’essere umano.

Il suo primo romanzo tradotto in Italia, Il vento dal nulla (Urania n. 288, 1962), passò quasi inosservato. Narrava della nostra atmosfera che - forse per effetto di un fenomeno solare - prendeva a “ruotare” vorticosamente attorno alla Terra travolgendo ogni cosa, per poi acquietarsi. Ma con Deserto d’acqua (su Urania, 1963) si gettarono alle ortiche i canoni sacri della tematica catastrofica. Il mare sommergeva buona parte dei continenti ma venivano fornite generiche giustificazioni del contesto; il disastro non era più - come di consueto - lo scenario esotico per gesta drammatico-avventurose, né tanto meno un pretesto ammonitorio sul dissesto ambientale, o su eccessi della tecnologia. L’inondazione globale diveniva allegoria, un’amplificazione del nostro paesaggio reale e psichico già compromesso, e il ritorno a una vita nel liquido placentare. I personaggi della storia non potevano che assecondare istinti inconsapevoli, immersi in uno scenario regredito a ere geologiche primordiali: non restava che l’abbandono, la fuga.

Buona parte della produzione ballardiana successiva variava in mille sfaccettature questo tema portante, che si giovava ampiamente di un background junghiano (ma in anni successivi l’indice si sposterà su Freud). Seguirono infatti un altro paio di memorabili romanzi (dopo l’aria e l’acqua, fu la volta di terra e fuoco: Terra bruciata e La foresta di cristallo, entrambi del 1966); l’inquietante e anticipatore Condominium (1975), nonché una lunga serie di magnifici, visionari racconti in cui le psicologie dei protagonisti, pur apparendo schematiche, venivano minutamente dissezionate in un’atmosfera gelida che ne amplificava l’impatto narrativo.

Seguì una ulteriore, spiazzante svolta narrativa. Già a partire dal racconto Terminal, del 1964, la pagina si frammentava come schegge di specchi che riflettessero tra loro immagini deformate; il risultato era una letteratura cupa, a entropia emotiva zero, spesso ermetica. In Italia si dovette attendere il 1992 per reperire uno dei “nuovi” testi più significativi di Ballard, La mostra delle atrocità (1969). Il “Financial Times” definì quest’opera “una devastante poesia della violenza”. Lo scrittore William S. Burroughs scrisse: “Le radici non sessuali della sessualità sono esplorate con una precisione chirurgica. Un incidente d’auto può essere più stimolante di un’immagine pornografica… La linea di demarcazione fra paesaggio interno e paesaggio esterno è definitivamente crollata: i terremoti possono essere originati da sconvolgimenti sismici dentro la mente umana”.

La mostra delle atrocità era una raccolta di racconti - risultato estremo dell’evoluzione ballardiana - e al contempo anche romanzo “autobiografico”, nella forma d’un mosaico di frammenti legati/slegati tra loro. L’anno dopo uscì Crash - romanzo poi trasposto in film da Cronenberg - dove il connubio delle pulsioni erotiche con il paesaggio tecnologico di morte e violenza è amplificato fino al delirio.

In queste opere prosegue l’attenuazione, fin quasi alla scomparsa, di elementi fantascientifici tradizionali, sostituiti da sprazzi di un presente in bilico su un futuro allucinato. Il linguaggio è plasmato allo scopo: asettico, tagliente, quasi respingente, alieno da letterarietà, aperto anzi alla proposizione di modalità espressive ritenute inadatte alla narrativa (referti medici, circolari di lavoro, etc). Il tutto in una dirompente, ossessiva analisi di violenze contemporanee in cui s’incrociano come idee fisse alcune icone: l’assassinio di Kennedy, la morte di Marilyn Monroe, le torture della guerra nel Vietnam, la stimolazione sessuale attraverso notiziari di atrocità. In definitiva: la messa a nudo del nostro corpo, lo scambio tra le nostre viscere e il nuovo paesaggio massmediale-tecnologico (”le icone neuroniche sulle autostrade spinali”). Personaggi-oggetti privi di dolore e amore, trasportati alla deriva da una corrente di immagini e sensazioni impazzite, che fissano il sesso nel metallo, i sentimenti nell’inorganico, la vita nel nulla; un patchwork di tecno-prodotti (cellulari, astronavi, preservativi etc.) che per Ballard creano i nuovi più autentici segni zodiacali del nostro immaginario. A questo punto perdono senso le tematiche espressamente fantascientifiche: la catastrofe è già ovunque, anche in noi. Ballard fu infatti tra i primi a farsi provocatorio sostenitore di una “morte della fantascienza” a causa della sua dissoluzione nel mondo reale.

Nella sua produzione ultima (si vedano i romanzi Cocaine Nights, Super-Cannes, Millenium People e Il regno a venire) l’autore, abbandonati gli sperimentalismi formali, concentra la sua attenzione sulle spinte profonde e distruttive dell’attuale società, indagando in particolare la classe media “con precisione superiore e quella di quasi tutti i testi sociologici e politologici che infestano le librerie” e portando anche qui il suo discorso alle estreme conseguenze, “perché James Graham Ballard è stato un grandissimo scrittore, ma è stato un ancor più grande sovversivo. Uno dei pochi rimasti sulla piazza”. (Virgolettati da: L’ultima apocalisse di James Ballard, Andrea Colombo, “Il Manifesto”). Ballard ha dunque “nobilitato” certamente il genere narrativo “fantascienza”, ma è stato anzitutto un grandissimo esploratore dell’impatto delle nuove tecnologie e dei nuovi media sull’inconscio e sui comportamenti dell’uomo, tramite i suoi romanzi e i numerosi, splendidi racconti. Questi ultimi sono stati riproposti in tre volumi - con una nuova traduzione e in raccolta integrale - da Fanucci.

Io e Ballard.

 Come ho scritto su questo stesso blog, nella risposta a un lettore del post precedente (anch’esso dedicato allo scrittore inglese), la notizia della scomparsa di Ballard mi ha colpito in modo particolare. Vorrei pertanto soffermarmi qui un tantino sul “mio” personale rapporto con la narrativa di Ballard.

Allorché lessi Deserto d’acqua anche io intuii, come tantissimi altri lettori, di essermi imbattuto in un autore diverso, dal fascino quasi ipnotico, capace di scrutare nel mondo con occhi nuovi. Durante gli anni Settanta, con alcuni amici di Bari (città non mia natale, ma in cui vivo da mezzo secolo) conducevamo un programma radiofonico di fantascienza, Quarta dimensione, presso un’emittente locale (a quei tempi si chiamavano ancora “radio libere”), nel nostro caso era Radio 5 di Roberto de Marinis, lettore di fantascienza e scrittore egli stesso. Volli adattare e condensare il racconto ballardiano La rete di sabbia, che trovavo estremamente evocativo e “radiogenico”. Lo mandammo in onda - nel nostro gruppo c’era anche Eugenio Ragone - come lettura a più voci; e come sottofondo musicale scelsi l’Adagio dalla Sonata per pianoforte “Hammerklavier” di Ludwig van Beethoven. Il racconto narrava, in un’atmosfera di degrado, di un uomo che vuole assolutamente recarsi su Marte; in realtà le missioni spaziali sono terminate da tempo, e in orbita attorno alla Terra ci sono solo i cadaveri di astronauti morti. Nel finale il protagonista assiste, a Cape Canaveral, alla caduta di una di queste bare volanti; irretito nei propri vaneggiamenti scambierà il deserto circostante per le sabbie di Marte, sul quale crederà di essere arrivato.

In precedenza, il nostro gruppo - che avevamo battezzato Drincon-2, in onore ad alcune libagioni… - aveva organizzato un’intera trasmissione dedicata alla vita e alle tematiche dello scrittore inglese. Erano anni un po’ pionieristici; il nostro era un pubblico di ascoltatori certamente ristretto, ma che ci seguiva con assiduità.

Nel 1985 partecipai - con Eugenio Ragone e Antonio Scacco - alla compilazione di un saggio sulla fantascienza, Il gioco dei mondi (ed. Dedalo, Bari). Si trattava di un volume divulgativo che passava in rassegna le “idee” della science fiction: Ballard non poteva mancare. Trovammo modo di descrivere le sue “statue canore” e di richiamare i suoi “scultori di nuvole” (le une e gli altri presenti nel ciclo di Vermilion Sands) in tema di possibili future modalità d’espressione artistica.

Nella seconda metà degli anni Ottanta, Ragone ed io compilammo una delle nostre audiocassette di fantascienza, Prigionieri del tempo (1992): era una rassegna, con letture e brani recitati, che aveva per filo conduttore l’impossibilità di evadere dalla “freccia del tempo”. Uno dei brani registrati era Controtempo, di James G. Ballard, per l’occasione da noi ribattezzato Il tempo del passaggio: storia “alla rovescia” di un uomo. Falkman viene esumato, resuscita, vive, si sposa, si fidanza, nasce, poi rientra nell’utero materno, sparisce dalla faccia della Terra… Uno dei sensi possibili di questa storia era la constatazione che le nostre vite restano sempre uguali, da qualunque parte le si consideri. (Il lettore odierno noterà subito l’analogia col racconto di Francis Scott Fitzgerald, e relativo film). L’audiocassetta costituì elemento di base per una sorta di conferenza-spettacolo durante una convention; successivamente essa venne distribuita in allegato a L’eterno Adamo, una fanzine prodotta a quell’epoca da Mario Leoncini.

Non sono mancate altre occasioni per giocare con la narrativa di Ballard, smontarla e rimontarla, porgerla all’attenzione della gente. Nel 1993 Eugenio Ragone produsse una sua audiocassetta contenente il lungo racconto Essi ci guardano dalle Torri (1963), poi da lui portata anche a una convention.

Una narrativa, quella di Ballard, di intensa attualità anzi in anticipo sui tempi, anche quando ci racconta dell’oggi. L’ho sempre considerata un po’ alla stregua di un radar, un cellulare, insomma uno di quegli oggetti-zodiaco utili per orientarsi nelle atrocità del presente.

                                                                                                                                                                        [Questo articolo riprende e amplia lil "pezzo" 'omonimo apparso su "La Gazzetta del Mezzogiorno" il 21 aprile 2009].

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