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Di recente abbiamo appreso dalla stampa che grazie a una scansione cerebrale eseguita con la tecnologia FMRI - Risonanza magnetica funzionale, una sorta di ecografia che evidenzia e misura l’afflusso di sangue alle varie regioni del cervello umano - alcuni ricercatori americani del National Institutes of Health (NIH) hanno individuato la zona di materia grigia in cui risiede “l’idea di Dio”. In verità si è verificato trattarsi della medesima zona che si attiva anche ai non credenti, allorché la mente elabora idee legate all’aldilà. Siamo in aree della corteccia cerebrale molto evolute, presenti solo nella specie Homo sapiens. Un dato di fatto è quindi che, si creda o meno in Dio, “strumenti mentali” usati per il concetto del “divino” sono comuni a ciascuno di noi. Questa scoperta può dimostrare qualcosa? Secondo alcuni - per esempio il teologo Gianni Gennari - sarebbe la conferma che nella nostra mente vi sia una “predisposizione naturale” all’idea di Dio: una sorta di firma divina. Per altri invece - lo studioso di neuroscienze Telmo Pievani - la fede nel soprannaturale, semplicemente, “si appoggia a strutture cerebrali” tutte proprie. Il che peraltro dovrebbe essere ovvio, in quanto qualunque altro concetto, di qualsivoglia genere, ha a sua volta una corrispondenza in precise zone della corteccia.

L’esperimento, a parte la proficua discussione che può suscitare, riveste un’altra importanza ai fini di quanto intendiamo illustrare. E cioè che con il perfezionamento delle varie tecnologie di brain imaging (cui appunto appartiene la FMRI) si stiano gradualmente penetrando i meccanismi dell’organo più misterioso e complesso che si conosca: il cervello umano.

Il che è molto positivo se si pensa a quali acquisizioni può portare la scoperta di cosa sia il “pensiero”, di come esso nasca e agisca; quali siano i meccanismi molecolari del cervello, a che servano zone cerebrali di cui si sa poco o nulla; come si formano gli schemi mentali e così via. Queste acquisizioni sarebbero anche preziosissime per prevenire o guarire malattie della mente - schizofrenia, Alzheimer… - verso le quali siamo ancora impotenti; e chissà che non si giunga perfino a potenziare alcune facoltà intellettive.

Altra recentissima notizia in tema. Alcuni ricercatori canadesi del Silk Children Hospital di Toronto hanno individuato una zona cerebrale che conserva i brutti ricordi. Identificate le relative cellule, le hanno “cancellate”. I dettagli sono apparsi su ”Science” del 13 marzo scorso. Secondo gli studiosi, questa scoperta offrirebbe una speranza affinché memorie sconvolgenti possano essere eliminate della mente dei bambini e degli adulti, prima che si creino gravi situazioni post-traumatiche. “Non vogliamo azzerare ogni aspetto di queste memorie” ha dichiarato Michael Salter, responsabile del programma di Neuroscienze e Salute mentale dell’ospedale. “Per aiutare chi sopporta tale tipo di stress, la soluzione ideale sarebbe minimizzare il collegamento tra il ricordo e le emozioni dirompenti che si producono nel contesto specifico”. Lo studio è stato condotto sui topi, ed ha rilevato che sarebbe opportuno operare solo su determinati neuroni, che in questi roditori - come nell’uomo - sono localizzati nell’amigdala.

Esiste ovviamente un rovescio in questa medaglia apparentemente d’oro zecchino: chi conoscerà i segreti della mente sarà anche in grado di controllarla.

Il desiderio di dominare o alterare pensieri e volontà altrui (o anche i propri) è vecchia come l’umanità e ha una sua lunghissima storia. In tempi recenti, nell’ambito militare statunitense (CIA) fu creata un’apposita espressione: brainwashing (”lavaggio del cervello”). Riepilogare qui per sommi capi questa vicenda porterebbe lontano. Mi limito a pochi esempi. L’uomo ha alterato (o tentato d’alterare) le percezioni mentali dapprima con sortilegi, preghiere alle divinità, l’uso di droghe naturali, alcolici; o con l’esecuzione di musiche fortemente ritmate, ripetitive, ossessive. Ha scoperto la meditazione profonda. Ha praticato la tortura; inflitto scosse elettriche e sonni prolungati generati da droghe; indotto la trance; tentato la seduzione, la deprivazione sensoriale, l’ipnotismo. Sette religiose e religioni hanno plasmato la volontà di milioni di adepti; hanno tentato con preghiere ed esorcismi di influire sulla volontà di individui e di masse. Governi totalitari hanno imposto un “pensiero unico” in grado di plasmare intere nazioni…

E infine giungiamo a una vera scienza del controllo del pensiero, in continua evoluzione, di fatto già operativa: tutti sappiamo che la tv, nostra quotidiana amica domestica, può trasformarsi nella più insidiosa e formidabile arma di manipolazione dei fatti, quindi del pensiero: politico, economico, scientifico, religioso, sociale. La martellante pubblicità ci indirizza - spesso in modo per noi inconsapevole - verso precise scelte negli acquisti promettendo felicità e benessere. Le pressioni selettive su prodotti culturali (stampa, pubblicità) tendono a una crescente omologazione del pensiero, all’imposizione di mode e merci sempre più passeggere e obsolete. Ma anche una semplice “idea” - ha affermato il famoso biologo Richard Dawkins - può soggiogare la mente e diffondersi in modo virulento: proprio come una malattia o un’infezione. In questo caso si tratta sempre di idee “eteree”, cioè senza basi scientifiche verificabili. Si pensi quanto danno ha seminato e semina l’idea di “razzismo”, anche se ora biologia e Dna ci hanno mostrato che in realtà le “razze” non esistono, e quand’anche esistessero ciò non giustificherebbe alcun eccidio. O l’idea tutta nazista che l’ebreo non fosse un essere umano normale ma un sub-uomo, quindi trattabile come o peggio d’un animale. Dio, bellezza, giustizia, libertà: altri concetti carichi di valori e che suscitano emozioni molto forti, ma sono talmente astratti e ambigui da assumere significati diversi - addirittura opposti - per persone diverse.

Per questo motivo, le nuove tecnologie d’indagine cerebrale provocano entusiasmo ma al contempo grande inquietudine: ancora più pericoloso potrebbe rivelarsi il loro uso per infrangere la nostra privacy più intima, pilotare e obnubilare i pensieri della gente. Il punto è il seguente: il cervello si presenta come macchina elettro-chimica. Dal che si deduce che agendo (in modo opportuno) chimicamente o elettricamente - o con il magnetismo, altro volto della elettricità - sarà possibile, come è già in parte, interferire con i processi intimi naturali del cervello.

Per esempio, la Transcranial Magnetic Stimulation (TMS) agisce sui neuroni - le cellule cerebrali - ed esperimenti su animali indicano che essa può controllare semplici comportamenti del soggetto. Se per ora i risultati restano grezzi, ciò è dovuto solo all’attuale inadeguatezza delle apparecchiature: ma domani sarà possibile individuare i precisi circuiti neurali che in una data persona reagiscono a uno dato stimolo. Si potrebbe quindi, teoricamente, indurre reazioni artificiali, manipolare le reazioni chimiche ed elettriche cerebrali per guidare persone come marionette, deprivarle di stimoli, difese morali, modificarne mentalità e carattere. Se da un lato macchine piccolissime (nanotecnologie) potranno essere introdotte nell’organismo - con iniezioni, per contatto epidermico, tramite cibo - per svolgere il loro programma di distruzione dei neuroni cancerosi, la stessa tecnologia potrà rendere l’individuo un’arma letale non controllabile. Micro-robot, laser ad alta precisione, il poter disporre d’una grande energia e capacità computazionale, potranno rimuovere dai cervelli “reti cognitive” causa di malattie o di comportamenti disfunzionali. Trapianti neurali (già praticabili) potrebbero porre in atto nel neonato cure preventive per evitare futuri rischi di tossicodipendenza, o altre propensioni ritenute inaccettabili, modificando pertanto la futura personalità dell’individuo. 

Dunque conoscere i segreti della mente significherà davvero controllarla. Con l’auspicio che l’umanità sia anche in grado di controllare se stessa.

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La fantascienza da decenni racconta che…

Come per altri temi già trattati in questo blog (teletrasporto etc.) anche il controllo della mente è una delle idee “magiche” nate con l’umanità, poi assimilate dalla fantascienza fin dalle sue origini (nella  narrativa, nel cinema, nel fumetto e così via).

Sulle funzioni del cervello si sa ancora ben poco, anche se da qualche anno si sono fatti notevoli passi avanti. Il che ha sempre consentito agli scrittori di fantascienza di muoversi con una certa libertà nelle loro ipotesi narrative. Il Catalogo della Fantascienza online di Vegetti, alla voce alfabetica “cervello” riporta 33 titoli (e si tratta solo dei titoli italiani di fantascienza che hanno “cervello” come prima parola). Questo genere narrativo è zeppo di materia grigia sopravvissuta all’espianto dalla scatola cranica ma che, immessa in particolari soluzioni nutritive, continua a vivere e magari anche a crescere in volume (tipico il romanzo di Curt Siodmak Donovan’s Brain, 1943, tradotto in italiano come Il cervello mostro, “Urania” n. 60, 1954, che ispirò più di un film). Ci sono poi i poteri cerebrali detti ESP (percezioni extra-sensoriali), di solito apparentati al paranormale, ma nel nostro caso trasformati dalla fantascienza in fenomeni più o meno scientifici. E’ un tema sfruttato all’infinito, specie negli anni ‘40-50: a causa di radiazioni atomiche, o di radiazioni assorbite nello spazio durante lunghi viaggi interplanetari, nascono umani con mutazioni genetiche positive consistenti in poteri telepatici, o di preveggenza, o di levitazione, o addirittura che consentono di provocare incendi con la mente, o di proiettarsi in mondi alternativi. Esemplari, in questo ambito, i romanzi Mondi invisibili di James Blish (”Urania” n. 47, 1954; Jack of Eagles, 1952) e Le Sentinelle del cielo di Eric Frank Russell (”Urania” n. 51, 1954 [Sentinels from Space, 1953]), ma un elenco esaustivo sarebbe lunghissimo. Anche nuove tecnologie e nuovi ritrovati della medicina e chirurgia possono modificare il cervello. Da citare almeno il celebre racconto Fiori per Algernon di Daniel Keyes [Einaudi 1959; Flowers for Algernon, 1959]): toccante storia di un minorato mentale che a seguito di un’operazione di neurochirurgia sperimentale diviene gradualmente un genio, per poi ridiscendere consapevolmente e irrimediabilmente, in modo altrettanto graduale, nell’idiozia. (Da questa storia fu tratto il film I due mondi di Charly, 1968, interessante ma non convolgente quanto il racconto). Nel romanzo Operazione Apocalisse di Lewis Padgett [BEM, 1955; Mutant, 1945-53]) da una guerra atomica è nata una vera e propria stirpe di telepatici, che rappresentano un passo avanti nella storia evolutiva dell’Homo sapiens. Costoro tuttavia, per la loro “diversità” (e temuta superiorità) sono soggetti a persecuzioni e pogrom. Le variazioni sul tema sono innumerevoli.
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Ovviamente non vanno sottociuti classici come Il Mondo nuovo di Aldous Huxley (1932), in cui viene preconizzata una evolutissima ingegneria genetica finalizzata alla “felicità” dell’individuo e al ferreo controllo della società: si fanno nascere umani modificati a seconda delle mansioni cui saranno programmaticamente destinati, mansioni che risulteranno gratificanti, anche le più umili e faticose. Non tutti sanno che Huxley, nel suo Mondo nuovo, tradusse in romanzo moltissime idee tratte da un volume di saggistica del connazionale John B.S. Haldane, Dedalus or Science and the Future (1924).
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Con l’avvento della cibernetica - parola coniata nel 1947 dal matematico Norbert Wiener - si incomincia a mescolare corpo umano e computer, insomma con macchine “intelligenti” o in qualche modo “sensibili”. Nel 1950 usciva il romanzo di Raymond F. Jones I cervelli cibernetici (The Cybernetic Brains). L’autore ipotizzava appunto l’integrazione del cervello umano col computer, concetto poi ampliato nel romanzo Il regno del lupo di Frederik Pohl & Cyril Kornbluth (”Galaxy”, 1960; Wolfbane, 1957). In questa storia, il computer è creato da una fusione di cervelli umani.  Diviene comunissimo anche il tema di calcolatori superevoluti che raggiungono una soglia di autocoscienza, come in Vulcano 3 di Philip K. Dick (1963; Vulcan’s Hammer, 1960).
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L’avvento dell’era telematica e della diffusione dei personal porta nella fantascienza uno scompiglio dal quale uscirà trionfante e dominatore (per circa un ventennio) il nuovo “filone” del cyberpunk.
Impossibile tacere del romanzo che, per convenzione, dà un avvio “ufficiale” a questa vera e propria rivoluzione: Neuromante di William Gibson (1986, Ed. Nord; Neuromancer, 1984). Ma le fila del sub-genere cyber si ingrossano subito con nomi nuovissimi che ci daranno opere fondamentali: Bruce Sterling, Rudy Rucker, Pat Cadigan, Marc Laidlaw, Lewis Shiner, John Shirley, Paul Di Filippo, Richard Kadrey, Neal Stephenson e altri. Questa nuova fantascienza canta la fusione tra uomo e macchina, tra umano e informatica, tra carne e protesi artificiali che attecchiscono e proliferano in organi e visceri. L’uomo ne uscirà potenziato nei sensi, ma vulnerabile a nuovi inediti attacchi alla sua privacy, al suo modo di pensare, di lavorare, perfino di amare. Il cyberpunk assume anche un valore “politico”: il mondo che descrive è immutabile, chiuso, diviso in caste, e genera un’economia di pura sopravvivenza. L’umanità sarà un miscuglio di corpi connessi, modificati e zeppi di protesi, in mega-città affollate e claustrofobiche che sono un trionfo ma anche un pervertimento delle tecnologie della comunicazione, di intrattenimento, di bassifondi, delinquenza, soprusi, miseria e vite che non hanno più valore né senso. E’ un mondo insomma in cui il “salto” è stato già fatto: impossibile tornare indietro; si può vivere solo alla giornata e adattandosi. E’ qui che troviamo i cowboys della console in grado di viaggiare con la mente all’interno delle reti, in spazi virtuali dove si può combattere per la vita come nel mondo reale, contro i nuovi potenti e le nuove ferocissime mafie. Qui il binomio cervello + macchina (o cervello + tecnologie, o + nanotecnologie) raggiunge il suo apice, diviene la base per ogni storia, crea variazioni infinite. La mente umana potenziata può usarsi come arma per penetrare nelle menti altrui, o per viaggiare; può espandersi per permeare altri umani, o animali, perfino macchine, e “percepire” come macchine; sperimentare gioie quasi indescrivibili, accrescere memorie, cancellarle, rubarle, trasferirle… e ovviamente per uccidere. Uccidere a colpi di pensiero online. Per contro, ci sono spazi celati di libertà per i negletti, perché essi riescono a creare TAZ (Zone Temporaneamente Autonome) nelle quali il riciclo dei materiali elettronici, la possibilità di muoversi hackerando in rete, riesce a creare paradossalmente sacche di autonomia faticosamente conquistata e strenuamente difesa. Insomma la “nuova” fantascienza dà corpo ai nuovi timori e alle nuove angosce. 
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Offrire una panoramica sia pur breve dei titoli principali non porterebbe che a una ripetizione o a un ampliamento di quanto appena detto. A titolo di esempio riassumo comunque la trama del romanzo Permutation City di Greg Egan (1994; in Italia ed. ShaKe, 1998) e del racconto di William Gibson Johnny Mnemonic (1981; “Urania” n. 1110, 1989).
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In Permutation City assistiamo, in un mondo futuro ultratecnologico, alla diaspora di un gruppo di persone le quali decidono di smaterializzarsi, cioè trasferire il contenuto (le informazioni) globale delle loro menti su supporti artificiali, e in questo modo “vivere” insieme - sotto spoglie virtuali apparentemente identiche a quelle originali in carne e ossa - in una immensa metropoli, anch’essa virtuale, chiamata Permutation City. Ciò che maggiormente interessa e avvince nel romanzo, è la sconfinata serie di profonde e originalissime riflessioni che nascono da una trama del genere, condotta dall’autore - un matematico australiano - fino alle sue più logiche, astruse, destabilizzanti e - direi - affascinanti conseguenze. E’ la scoperta di un universo inverosimile, rappresentato fantasiosamente, ma sempre con estrema adesione al dato scientifico; e soprattutto questo romanzo è - per contrasto - una riflessione sul “nostro” mondo e sul nostro “essere”, da un punto di vista decisamente inedito. Un “gioco” intellettuale, ma di altissima qualità.   

Quanto al racconto di Gibson, Johnny Mnemonic: Johnny è un “ricordante”, cioé un corriere-dati che è stato ingaggiato per trasportare software illegale in una “bolla di memoria” inserita chirurgicamente nel proprio cervello. Ma al momento del caricamento dati, Johnny scopre che la sua capacità di immagazzinamento è la metà del necessario, il che lo obbliga a usare un ripiego pericoloso che minaccia di provocargli in breve tempo un collasso neurale e va a sovrascrivere parte dei suoi ricordi personali. Johnny si trova invischiato in una storia sgradevole, in quanto i suoi clienti hanno rubato qualcosa di molto importante e la micidiale Yakuza (mafia giapponese) lo rivuole indietro. Una fuga porterà Johnny e Jane (una guardia del corpo unitasi a lui per difenderlo, munita di innesti bionici) nei sobborghi più squallidi e pericolosi della sterminata metropoli, fino a un territorio dominato da una sub-cultura locale ribellatasi al dominio della tecnologia, per individuare l’unica creatura in grado di decriptare quello che Johnny ha realmente nella sua testa: qualcosa di troppo importante, evidentemente.                                                                                                                                          Da questa storia nel 1995 è stato tratto l’omonimo film con Keanu Reeves.

Sul tema della memoria, che negli ultimi anni ha assunto un particolare aspetto e valore nella narrativa e cinematografia di fantascienza, val la pena ricordare anche il noto film Se mi lasci ti cancello (2004), con Jim Carrey e Kate Winslet. Vi si narra d’una inquietante schermaglia tra amanti, a colpi di cancellazioni e autocancellazioni mnemoniche più o meno riuscite, per cercare di “dimenticare”.

E’ importante sottolineare che ciascuno dei numerosi scrittori cyberpunk ha i suoi temi preferiti e il suo peculiare modo di scrivere. Infatti anche la scrittura, col cyber, diviene molto più attenta, consapevole, talora anche ricercata: insomma non siamo più nella tradizionale narrativa di genere. E soprattutto il cyber spesso diviene sensibile all’analisi di una società che è - come sovente è stato nella fantascienza, ma con il cyberpunk in modo innovativo - uno specchio deformato della attuale società. Letteratura “impegnata” si sarebbe detto un tempo, anche se suona strano per un genere come la science fiction, a mio parere mai adeguatamente considerata.
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Quanto alle nuovissime tendenze della fantascienza - quella seguita al “ciclone cyberpunk” - va detto che il “genere” riparte dalle ultime coordinate per tentare un nuovo salto, quasi prometeico.
Autori come Vernor Vinge o Greg Egan (già citato) e vari altri di recente apparizione, puntano su una narrativa alquanto tecnologizzata, che indaghi le nuove scienze (Fisica dei quanti, Neuroscienze, nanotecnologie, Intelligenze artificiali; fenomeni come l’entanglement - si veda, in questo blog, l’articolo sul “teletrasporto” - e argomenti cosmologici come il cosiddetto Paradigna Olografico, secondo cui l’universo sarebbe simile a un immenso ologramma), per giungere a un superamento dell’attuale stato di cose. In questa science fiction, computer superevoluti, finanza ed economia del tutto rivoluzionate, e la realizzazione di superintelligenze artificiali, porteranno a un punto critico - definito Singolarità - oltre il quale il nostro mondo quotidiano muterà al punto da farsi imperscrutabile. Gli autori in auge sono ora Charles Stross (specie il suo complesso romanzo Accelerando, Armenia ed., 2007), Cory Doctorow, Ken MacLeod, Ted Chiang, Benjamin Rosenbaum, Ruth Nestvold, Richard K. Morgan… Letture qualche volta non semplicissime, in verità.
In Italia si è formato il gruppo dei Connettivisti, attenti sostenitori di questa nuova visione della science fiction e che praticano anche una loro “via”, per una fantascienza a mezzo fra cyberpunk, transumanesimo e futurismo.
Sappiamo bene quanto questo genere narrativo, la fantascienza, si sia sempre dimostrato proteiforme.  
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[Articolo apparso in versione ridotta su "La Gazzetta del Mezzogiorno" di domenica 15 marzo 2009, con il titolo L'idea di Dio è qui, in un punto del cervello umano.]   
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