“Wired Italia”
Posted on Febbraio 21st, 2009 in Tempo presente |
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Oggi trovo in edicola il n. 1 dell’edizione italiana del mensile statunitense “Wired” (ed. Condé Nast): 240
coloratissime patinatissime pagine imbottite di pubblicità; euro 4. Di questa famosa testata lessi per la prima volta nel 1997 nel volume di Mark Dery Velocità di fuga. Cyberculture di fine Millennio. “Wired” (parola traducibile con “cablato”) fu fondata a San Francisco, California, nel 1993 dallo statunitense di origine italiana Louis Rossetto, con la collaborazione di altri personaggi tra cui Nicholas Negroponte, del MIT Media Lab. Il magazine si occupava delle nuove tecnologie - specie quelle concernenti le telecomunicazioni - e del loro impatto sulla cultura, l’economia, la politica, ispirandosi dichiaratamente alle idee del sociologo e teorico dei media Marshall McLuhan. Fu subito un grande successo perché testata viva, originale, innovativa. “Il mondo dei visionari tecnologici, la controcultura informatica, i cavalieri elettronici, le menti creative di una società in rapidissima evoluzione trovavano uno specchio in cui riflettersi”: frasi senz’altro da sottoscrivere. Vi collaborarono anche massimi nomi della fantascienza: il primo fascicolo dedicava la copertina a Bruce Sterling; e vi scrivevano William Gibson e Rudy Rucker e tanti altri.
Fra i collaboratori di questo primo, patinato fascicolo risaltano, fra numerosi altri, i nomi dell’architetto Gianni Biondillo, di Luca Sofri, Silvia Ballestra, il noto futurologo Vito Di Bari, lo scrittore e ricercatore Matteo Bittanti, il notissimo ai cyberpunk Raf Valvola (già fondatore dell’editrice ShaKe), il dj Linus, il filosofo Maurizio Ferraris… L’elenco completo sarebbe lungo. Fra gli articoli, anzitutto una “breve storia” del “Wired” originale; un
servizio su Echelon (che fine ha fatto il Grande Orecchio?); vivere fino a 120 anni; una lista dei Supereroi più popolari; i supercomputer più veloci del mondo; le “nuove” professioni; l’evoluzione della videosorveglianza; David Byrne; recensioni, sport, nuove tecnologie; un’intervita alla Levi Montalcini di Paolo Giordano, scrittore sull’onda del successo con i suoi “numeri primi”. Nell’Editoriale il direttore Riccardo Luna scrive fra l’altro:
“…Oggi “Wired” torna a casa, in Italia, per raccontare la vostra passione per il futuro (…) Può sembrare folle parlare di innovazione in questo Paese, adesso. Ma se non ci fossero italiani innovatori nonostante questo Paese, noi non saremmo arrivati fin qui (…) Ogni mese “Wired” sarà una fonte di energia rinnovabile alimentata dalla passione delle vostre storie (…) Non so se un giornale da solo possa cambiare il mondo, ma se oggi gli Usa hanno il primo presidente wired della storia, forse è anche perché nel 1993 lì nacque un magazine che fece diventare cultura diffusa questi valori (…) Adesso tocca a noi (…) Rossetto mi ha mandato una bella lettera piena di consigli. Finisce così: «Thanks for being curious (…) As I said yesterday, the appearance of your Wired Italia is a dream for me, un sogno».”
I tempi sono “molto” cambiati rispetto a quelli che videro la nascita della rivista. Eppure non sono cambiate le speranze, anzi: oggi di speranze viviamo.
Tanti auguri “Wired”, Italia.

5 Responses
Ho qui da qualche parte il primo numero di Wired - quella vera, prima che la rilevasse Condé Nast e diventasse per i due terzi pubblicità.
Era il 1993.
Bruce Sterling, Earth Girl, cyberpunk, smart drinks, Whole Earth Catalog…
E se da una parte è bello vedere Wired arrivare in Italia (è arrivata a piedi, direttamente da San Francisco, che diavolo, ci ha messo quindic’anni), dall’altra non posso che pormi delle domande sulla lista dei contributors..
Là c’era William Gibson, qui c’è Luca Sofri.
Là c’era Rudy Rucker, qui c’è Linus.
Oh, la comprerò - intervistano la Levi -Montalcini (là intervistavano Arthur C. Clarke… ah, nostalgia canaglia), e poi è Wired.
Però il dubbio che sia “Wired de no’antri” rimane…
Sottoscrivo quanto detto da Davide, con il dubbio rinforzato dalla scoperta del background del suo direttore.
Biondillo è praticamente relegato a un ruolo di comparsa d’eccellenza (sua è una misera paginetta, essenziale ma per niente fondamentale su una rivista del genere). Non ho mai visto l’originale, purtroppo (pur avendone letto in rete qualche articolo), ma qui l’editoriale sembra una tavola optometrica. Il pezzo sulla Montalcini avrebbe meritato ben altro approfondimento considerati gli intenti della rivista (cavoli, per gli argomenti affrontati sarebbe andata bene dappertutto, da Focus al Venerdì di Repubblica). Dei pezzi finora letti solo quello su Echelon e Assuncion mi sembra all’altezza della quota a cui - per i trascorsi oltreoceano - l’edizione italiana di Wired dovrebbe aspirare.
E poi, Giuda ladro, appena mezza pagina dedicata ai libri!? Spero tanto che aggiustino il tiro con il #2,
Salve: mi aggiungo anche io, che nell’articolo mi ero limitato a uno sguardo d’insieme, attratto più che altro dal nome della testata e senza esprimere alcun giudizio, anche se in fine articolo scrivevo che i tempi sono cambiati.
Infatti.
Contenutisticamente una versione di “Focus” un po’ meno rozza, a parte qualcosa (sì, Echelon; e la Levi Montalcini - fra l’altro c’è un errore nella didascalia di una sua foto: se nel 1960 RLM aveva 19 anni, ora dovrebbe avere un anno meno di me!) Poi: alcuni caratteri tipografici sono talmente microscopici da meritare una lente allegata al fascicolo; altri sono piccoli e grigi su sfondo nero, in pratica illeggibili. E un’aria di generale ottimismo che (ma questo può essere un parere più personale) si disintegra superato il bordo delle pagine. Ho poi trovato estremamente fastidiosa questa pubblicità con pagine direttamente inserite fra quelle dei testi, per costringerti a leggerla - o almeno guardarla - prima di capire che non si tratta del testo.
Sarà sempre così? Cosa ha del Wired originale?
Wired attraversò due fasi.
La prima (alias “Wired quello vero”) era una rivista che affiancava hi-tech, antropologia, cultura popolare e marketing.
Circa il 10% delle pagine era dedicato alla pubblicità.
Grafica essenzialmente basata su fotografie (alcune splendide), impaginazione a volte snervante (A.C Clarke osservò che c’era un refuso in copertina: per come era impaginata la rivista avrebbe dovuto intitolarsi “Weird”).
Nicholas Negroponte curava l’editoriale, e spesso venivano richiesti ad autori famosi articoli atipici - Gibson fece una serie di articoli di viaggio (incluso il famoso “Come Disneyland con la pena di morte”, su Singapore).
C’era anche una edizione inglese (con articoli di gente come Douglas Adams o Richard Dawkins) che colò a picco dopo due anni.
La seconda fase, dopo il crollo delle dot.com, vide la rivista andare a gambe all’aria, e Condé Nast acquistare il titolo che era all’asta per coprire i debiti.
Si passò istantaneamente al doppio delle pagine - ma anche al 35% di pubblicità.
La rivista si fece più cauta - pezzi sugli effetti speciali del cinema, sull’i-Pod e così via; ma pezzi coraggiosi continuano ad uscirne anche oggi.
Di fondo, il primo Wired era fatto per imprenditori dot.com e ragazzini col computer autocostruito, il secondo è un solido prodotto per yuppies con il Mac…
La prima mi piaceva da pazzi.
La seconda l’ho letta finché non è diventata troppo cara (10 euro a copia? Scherziamo?)
Opinioni personalissime, naturalmente.
Domani acquisterò la mia copia - 4 euro sacrificati al diritto di poter dire la mia non solo per sentito dire.
[...] anni dopo la sua trasmutazione in una rivista tutto sommato trendy, la testata sbarca in Italia.Lo scopro dal blog di Vittorio Catani.Ci scambiamo qualche idea.Ma io sono uno scienziato sperimentale - devo vedere e giudicare per conto [...]