L’universo a stelle e… stringhe
Posted on Settembre 24th, 2008 in Tempo presente | 1 Comment »
Altro che atomi e quark: la materia dell’universo è un insieme di “corde” che vibrano…
Sappiamo della recente entrata in funzione - peraltro con alcuni contrattempi tecnici - dell’LHC (Large Hadron Collider) del CERN di Ginevra. L’LHC è il più potente acceleratore di particelle finora costruito, un tunnel ovale lungo 27 km, dotato di tecnologie sofisticatissime. Uno degli importanti esperimenti demandati
all’acceleratore concerne una diramazione della Fisica che ai non addetti può apparire esoterica: la “teoria delle stringhe”. Ma i risultati potrebbero rivoluzionare tutto quanto diamo per certo circa la materia, l’universo, la realtà, noi stessi.
La teoria non è comunque una novità, giacché esiste da circa 40 anni, ma essa rimane ancora nel limbo delle supposizioni: la sua dimostrazione richiede strumenti evolutissimi. Di cosa tratta, e perché “stringhe”? Più volte nel corso dei secoli, se non dei millenni, l’universo e la sua struttura intima sono stati associati alla musica. I pitagorici parlavano di “musica delle sfere”; mistici e religiosi d’ogni cultura hanno invocato “l’armonia della natura”; studiosi e scienziati sono riusciti - negli ultimi anni - a trasformare in sonorità le vibrazioni dei moti planetari lungo le loro orbite, o le onde che si propagano dal plasma formato da particelle di gas estremamente rarefatti presenti nello spazio. E’ stata addirittura “ricostruita” in laboratorio una presunta eco (il “rumore”) del Big Bang, la grande esplosione che avrebbe dato inizio al nostro universo. Nulla di strano, e anzi niente di più “naturale”, se un’avanguardia di fisici sostiene che la materia sia costituita non dai classici atomi e quark ma da “corde” simili a elastici vibranti, impensabilmente minuscoli: usando un paragone del fisico Brian Greene, se un atomo fosse ingrandito quanto l’intero universo una “corda” al confronto sarebbe più o meno lunga quanto un albero. Insomma siamo a livelli di estrapolazione da far vacillare la mente. Eppure sarebbe proprio la grande diversità nelle vibrazioni di questi oggetti filiformi infinitesimi, celati nelle viscere dello spaziotempo, a determinare la varietà o l’essenza ultima della materia e delle forze che ne derivano. Il termine “stringhe” traduce l’inglese strings, cioè appunto “corde”, e sappiamo che in inglese è questo anche il nome dei violini, nell’orchestra classica…
Un passo indietro: dai primi del ‘900 a oggi si sono succedute acquisizioni della fisica e della cosmologia
che hanno travolto millenarie convinzioni. La teoria delle relatività, che si applica al macrocosmo, ci ha rivelato che tempo e spazio non sono entità statiche, una sorta di palcoscenico immobile sui cui si svolge lo spettacolo dell’universo. Einstein e altri ricercatori hanno scoperto che spazio e tempo sono “attori” tutt’altro che inerti. Lo spazio, per esempio, può essere letteralmente “curvato” dalle forze gravitazionali. La luce ha proprietà che contrastano con il senso comune: essa viaggia a circa 300 mila km. al secondo, ma questa velocità non può essere superata: se un’astronave che vola a 200 mila km al secondo accende i fanali, la luce andrà a 500 mila? Nossignori. Se siete su un treno che fila a 100 km/ora e camminate nel corridoio nel senso di marcia, la vostra personale velocità sarà la somma dei 100 orari più quella del vostro camminare. Ma nel caso dei fari sull’astronave si scopre che la velocità complessiva della luce resta sempre 300 mila al secondo. Non solo: più aumenta la velocità dell’astronave, più “rallenta” il tempo degli astronauti, relativamente al tempo di chi è rimasto sulla Terra; essi al loro rientro, risulteranno (rispetto ai terrestri) tanto più giovani quanto più velocemente avranno viaggiato. Anche il tempo dunque non è “immobile” sul nostro ideale palcoscenico. Ma questi fenomeni relativistici si manifestano visibilmente solo su grande scala (e hanno ricevuto definitive conferme): su scala quotidiana, gli effetti sono così modesti da risultare non misurabili.
Poco dopo la relatività einsteiniana un’altra rivoluzione, forse ancora più “assurda”, bussò alla porta: la “meccanica quantistica”, cioè la scoperta di astruse leggi riguardanti la fisica delle particelle (o “quanti”). Nel microcosmo delle particelle vigono leggi anche più controintuitive di quelle connesse al macrocosmo: oggetti piccolissimi appaiono e scompaiono, vigono forze occulte, la materia sembra crearsi dal nulla, il tempo oscilla avanti e indietro, c’è incertezza nelle misurazioni e altro. Einstein non vide mai di buon occhio
la meccanica quantistica; scopriva in essa contraddizioni insanabili rispetto alla teoria relativistica, macrocosmo e microcosmo sembravano (e sembrano) in conflitto. Errori? Ma intanto anche la teoria quantistica ha ricevuto e riceve inequivocabili conferme teoriche e pratiche. Sarebbe mai stato possibile individuare il punto sfuggente capace di legare fenomeni così divergenti in un’unica formulazione scientifica, saremmo mai giunti a una “Teoria del Tutto”, o TOE (Theory Of Everything)? Einstein dedicò il resto della vita a questo scopo, senza approdare a nulla. Quando morì, il 18 aprile 1955, sul comodino aveva i suoi appunti rimasti incompiuti. Ma non si possono addebitare colpe al grande Albert: nella sua indagine era troppo in anticipo sui tempi; mancavano basilari acquisizioni perché egli trovasse la soluzione. In realtà ne siamo tuttora lontani, “ma”…
Ed è qui che entra in scena la teoria delle stringhe. Con alcuni suoi presupposti (stringhe vibranti anziché particelle; nove - ma forse undici - dimensioni del nostro spaziotempo, anziché le 4 che conosciamo… e altre stupefazioni) essa riesce a conciliare l’inconciliabile, riunendo le forze della natura in un “tutto” evidente, coerente, “armonico”… ma ahinoi, per ora solo in teoria. Da qui le “note” (è il caso di dire) “dolenti”: come sostenere una teoria finora non dimostrata e forse mai dimostrabile? Essa tratta su scala talmente infinitesima oggetti (le stringhe) che, per le stesse leggi fisiche, noi non potremo forse mai vedere né misurare: ogni eventuale controprova dovrà necessariamente venirci solo dal rilevamento di loro “effetti collaterali”. Ma è corretto definire scientifica una teoria priva del
popperiano elemento intrinseco della falsificabilità? I sostenitori delle stringhe sono visionari, siamo ancora nei territori della Scienza o anche la razionalità galileiana è in fase di revisionismo? Intanto i teorici delle stringhe sono ormai eserciti, spesso eserciti di “devoti” entusiasti. Non solo: la letteratura specifica si è evoluta enormemente con diramazioni, filiazioni, “superstringhe”, “Teoria-M” e altro; qualunque affermazione o intuizione viene presto superata da ulteriori voli teorici. Razionalità o nuova religione? Attendiamo dunque il responso del gigantesco LHC ginevrino (che a sua volta dovrebbe evidenziare un ipotetico effetto collaterale delle stringhe). E siamo interessati anche all’esito di indagini del satellite WMAP (Wilkinson Microwave Anisotropy Probe) della NASA, il quale dovrebbe individuare alcune delle dimensioni extra previste dalla teoria, ricavandole dalla loro influenza sull’energia cosmica rilasciata al momento del Big Bang, tredici miliardi di anni fa… Grandiose idee, se non superbe. Nel frattempo però l’”armonia delle sfere” del XXI secolo non appare esente da qualche… stecca.
Una volta accettata la teoria delle stringhe conseguirebbe una nuova visione del mondo. Il nostro universo sarebbe parte di qualcosa più grande, una mega-dimensione definita bulk (”volume”). Il cosmo ne sarebbe una piccola porzione: superato il geocentrismo dovremo rinunciare quindi anche al “cosmocentrismo”. Sarebbe, inoltre, la ufficializzazione dell’esistenza di universi paralleli, finora relegati nelle pagine della fantascienza. La fisica delle stringhe prevede che lo spazio si possa “strappare”, ma senza che ciò produca
catastrofi universali, anzi in una maniera delicata: piuttosto che una lacerazione, sarebbe - sostiene Brian Greene - “come il lavorio di una tarma sulla lana”. Abbiamo già accennato che la teoria necessita dell’esistenza di dimensioni spaziali extra, ma queste sono “arrotolate” su se stesse e quindi non risultano visibili alle nostre osservazioni. “Quando compiamo un gesto con un braccio, noi non ci muoviamo solo attraverso le 3 dimensioni note - lunghezza, larghezza, altezza - ma anche all’interno di quelle invisibili”. Queste ulteriori micro-dimensioni arrotolate si chiamano “spazi di Calabi-Yau” (dai nomi dei fisici Eugenio Calabi e Shing-Tung Yau). Anche gli italiani hanno parte importante in questa complicata faccenda. A parte il citato Calabi, va notato che l’intera teoria muove da un’occasionale ma sensazionale scoperta teorica che il fisico delle particelle Gabriele Veneziano fece nel 1968, definita “Funzione Beta Eulero”.



