Da anni assistiamo a un fenomeno in crescita: lo sviluppo ipogeo delle città. Così Toronto nasconde una rete underground di tunnel pedonali lunga 27 chilometri, Tokyo sta diventando un paesaggio fantascientifico…

Da vari anni assistiamo a un fenomeno in progressiva crescita: lo sviluppo ipogeo, sotterraneo delle città, riguardante soprattutto i centri urbani più grandi. Il sottosuolo di Tokyo sta diventando un paesaggio assolutamente fantascientifico, perché utilizzare “spazi” sotto i nostri piedi significa anzitutto servirsi di materiali particolari e tecnologie aggiornatissime, spesso spettacolari. Come la Tbm, Tunnel boring machine (”macchina perforatrice per i tunnel”), gigantesco apparato che scava, raccoglie materiali di risulta, ricopre le gallerie, costruisce pareti e contrafforti, il tutto in automatico.

Il punto di partenza non è una novità e risale a secoli addietro: sotterrare reti di servizi, ma non solo. C’è anche la necessità di utilizzare al meglio gli spazi di superficie. E costruire ipogeo diventa un modo per ridurre l’impatto ambientale, o di coniugare la necessità di innovazioni urbane con zone di valore storico. Sebbene il sottosuolo non sia “abitato” stabilmente, esso si presta inoltre a offrire servizi d’ogni genere, con il vantaggio di non dover estendere la città di superficie: ciò che invece accrescerebbe le distanze, il traffico e l’inquinamento. Quanto all’uso “cittadino” del sottosuolo, già i Romani (per esempio) usavano vaste gallerie sotterranee per deporvi i cari estinti: le catacombe, che divennero anche i luoghi dove i primi cristiani celebravano in segreto il loro culto (punto importante, perché il sito diveniva anche “abitativo”). Nel lontano passato troviamo casi di città interamente sotterranee: la più famosa è forse Derinquyu, in Cappadocia (Turchia). Derinquyu fu scoperta nei primi anni Sessanta e si ritiene sia stata abitata da Ittiti, Romani e Bizantini. E’ visitabile per ben 8 livelli che giungono a 66 metri di profondità, scavati nel tufo con case, strade, chiese, scuole; una realizzazione che lascia ammirati e stupiti. Si presume che al totale interramento avessero portato motivazioni di sicurezza, a difesa contro saccheggi e scorrerie frequenti nell’epoca.

Sotto il livello stradale, benché solitamente a cielo aperto, sono state per millenni le fogne e gli scarti liquidi di numerose lavorazioni. Ma col progredire delle tecnologie sono divenuti “invisibili” intere reti di servizi: acque di scarico, linee elettriche e telefoniche, fibre ottiche, gas, acquedotti e così via. L’avvento della metropolitana estese anche alle comunicazioni la discesa sotto il livello stradale. E’ cresciuto così il novero del “servizi” che è utile (talora indispensabile) trasferire nel sottosuolo e si è continuato a scavare sempre più in profondità. Ovviamente il costruire ipogeo deve risolvere problemi vitali: protezione da infiltrazioni d’acqua, assoluta affidabilità degli impianti (elettricità, aerazione, clima, uscite di sicurezza), “tenuta” in caso di terremoti. Da questo punto di vista Tokyo è una città-pilota. La megalopoli conta 13 milioni di abitanti - 35 considerando l’intero agglomerato urbano - e il suo sottosuolo, sviluppatosi su più strati, è affollato quasi quanto la superficie. In queste “sottocittà” ubicate a venti, trenta, perfino 50 metri di profondità (limite al momento ritenuto non valicabile) si trova tutto quanto può interessare coloro che, per vari motivi, sono costretti a spostamenti o a soste non lunghe. E pian piano i servizi sono cresciuti: bar, rivendite di giornali, ristoranti, parcheggi, centri commerciali. Il tutto incentivato anche da motivi di sicurezza, per evitare il crearsi di luoghi solitari più esposti alla delinquenza. Una volta avviato il processo, esso sta man mano crescendo da sé: ovunque si stanno trasferendo giù grandi palestre, musei, centri di bellezza, librerie. Molti edifici di superficie hanno ascensori che non si fermano al piano terra ma proseguono giù, fino alla fermata della metropolitana. Oppure troviamo bretelle stradali che evitano il centro cittadino, s’interrano decine di metri e sbucano in pochi minuti d’auto in superficie, all’altro capo del centro urbano. Un tunnel del genere a Tokyo, a 30 metri di profondità e lungo 7 km. (lo Yamate Tunnel), riesce a ridurre del 20% il traffico e il progetto prevede un ulteriore ampliamento di 4 km. Il Giappone è terra sismicamente ad alto rischio: ricordiamo il terremoto del 1995, con 6000 morti e l’interruzione di servizi essenziali per centinaia di migliaia di abitanti. Ebbene, nel sottosuolo della capitale (peraltro minacciata dalla previsione di un Big One che dovrebbe verificarsi in una trentina d’anni) passano anche “reti salvavita”, utili a evitare - quanto meno ridurre - disastrose interruzioni dei servizi. Toronto, oltre 5 milioni e mezzo di abitanti, è un’altra metropoli decisamente all’avanguardia: nel tempo, si è creata una Toronto “underground” alternativa denominata PATH (”sentiero”), a perpendicolo sotto il cuore della città: una rete di tunnel pedonali lunga complessivamente 27 km. su un’estensione di ben 372 mila metri quadri. Pochi lo sanno, ma il complesso commerciale più grande del mondo è ubicato nel sottosuolo. PATH è l’odierno sviluppo di un breve, vecchio tunnel pedonale interrato, con alcuni servizi, creato nell’anno 1900. Oggi il complesso conta 1200 esercizi commerciali, 20 grandi parcheggi e perfino banche e alberghi (Sheraton, Hilton. Intercontinental, Fairmont Royal York Hotel, Rogers Centre…). Grandi centri del mondo hanno città gemelle sottostanti: tra le maggiori quelle di Montreal, Sydney, Vancouver, Santiago, Helsinki, Parigi, Francoforte, Hong Kong, Nuova Delhi.

Anche nelle maggiori città italiane si manifesta la tendenza, sia pure su dimensioni più limitate. Da notare la riqualificazione in corso del sottosuolo di Napoli: le stazioni del metrò sono oggetto di un intervento di natura artistica con dipinti murali, installazioni luminose, mosaici e altro, opera di noti architetti e artisti di fama internazionale. Se la crescente espansione in verticale, che portò alla costruzione dei grattacieli, oggi pare si rivolga al basso, non è forse campato in aria immaginare il giorno in cui sotto i nostri piedi sorgeranno anche vere e proprie abitazioni. Alberghi - come visto per Toronto - ce ne sono già. Magari prima o poi commercianti, addetti ai lavori o dipendenti decideranno - specie se le attività si consolideranno ulteriormente - di crearsi in loco un punto d’appoggio che all’occasione abbia funzioni domestiche. L’avvio di un nuovo fenomeno, o di una moda: trasferirsi nel sottosuolo. Un ”esodo” che potrebbe divenire una necessità: ormai la maggior parte delle popolazione terrestre ha abbandonato le campagne e si è spostata nelle città, che diventano sempre più vecchie, crescono disordinatamente, sono intasate dal traffico e mostrano problemi d’ogni genere. L’uso del sottosuolo lascerebbe invece l’esterno disponibile per le produzioni agricole, lo sviluppo del verde e il tempo libero; il traffico verrebbe decongestionato, l’isolamento termico naturale del sottosuolo incrementerebbe i risparmi energetici. Nel sottosuolo c’è, in teoria, uno “spazio” indefinito.

Ma la città ipogea non è solo una modifica spaziale dell’abitare: influenza anche il nostro modo di vivere. Anzitutto si “perde” il cielo, vivendo in una perenne “notte” con luci artificiali. Ne risentono i bioritmi. Si verifica anche una crescita dei cosiddetti non-luoghi, zone urbane in cui si sosta solo per tempi brevi. Si accrescono gli spostamenti “in verticale” (ascensori, scale mobili). Inoltre viene meno quella “prospettiva”, il panorama insomma, che ha sempre costituito elemento visivo essenziale della città. Ci sembrerà sempre più di vivere in un “altrove”: le sottocittà assomiglieranno molto a una ipotetica Luna City.

 

Negli abissi d’acciaio di romanzi e film… 

La città è certamente uno dei temi che attraversano l’intera narrativa di fantascienza. Si sono immaginate motivazioni le più diverse anche per l’esistenza di megalopoli sotterranee, o comunque di comunità viventi nel sottosuolo. Scendere giù può essere, per esempio, una necessità dettata dallo scoppio d’una guerra nucleare globale. Questa era anzi una concreta paura negli anni della Guerra fredda e - si ricorderà - soprattutto negli Usa gente con adeguate disponibilità economiche fece costruire non poche case-bunker interrate, veri rifugi corazzati e attrezzati, nel timore d’una guerra atomica scatenata dall’Urss. Una storia che muove da uno spunto simile (riparo da una guerra globale) è narrata nel racconto I difensori di Philip K. Dick, come pure - in differenti forme - dal francese Daniel Drode nel romanzo Superficie del pianeta. Uno dei romanzi più noti di Isaac Asimov, Abissi d’acciaio, ha per teatro una megalopoli sotterranea ultratecnologica; qui il motivo della discesa nel cuore del pianeta è la “sicurezza”, che maschera tuttavia uno slittamento paranoico dell’umanità. In numerose altre storie la città sotterranea è anche simbolo di un’umanità oppressa da governi totalitari, con personaggi che combattono per un riscatto riuscendo poi, simbolicamente, a “risalire in superficie” (come nel romanzo …E su di noi le stelle di Louis Charbonneau, o nel film di George Lucas L’uomo che fuggì dal futuro). In altri casi c’è stato un cataclisma naturale, i pochi sopravvissuti si sono rifugiati per secoli nel cuore del pianeta, in caverne buie, per cui sono divenuti praticamente ciechi, eppure sono incredibilmente riusciti a sopravvivere (Percezione infinita, di Daniel F. Galouye). Gli uomini nei muri è un romanzo di William Tenn che a sua volta narra di un’umanità rinchiusa in cunicoli e gallerie infestate da topi e insetti, per sfuggire all’invasione di giganteschi alieni. Nel celebre romanzo La macchina del tempo Herbert George Wells immaginava il futuro di un’umanità scissa in due razze diverse: gli Eloi, pacifici e imbelli, vivono in superficie; i Morlock, creature degenerate anche fisicamente, sono rifugiati nel sottosuolo e si cibano degli Eloi. La storia era una satira sul divario fra le due classi dei “proletari” e dei “capitalisti”. Con l’avvento del cyberpunk la “discesa” si fa allegorica: le megalopoli elettroniche teatro di eventi e avventure sono luoghi virtualmente illimitati eppure chiusi, spesso claustrofobici quanto le più invivibili comunità sotterranee.

Questo articolo è apparso su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 17 febbraio 2008.