Come potrebbe mutare la democrazia nell’era digitale.

 Forse non ce ne accorgiamo, ma il concetto di “democrazia” cui siamo abituati - e che ritenevamo immutabile - sta cambiando per più d’un motivo. Si parla infatti di crisi delle democrazie. Questa forma di governo si basa anzitutto sul presupposto della condivisione - non negoziabile - d’una serie di valori (libertà, uguaglianza, giustizia, proprietà, privacy). Ma col trascorrere del tempo, da un lato vanno (o si pretende di relegare) in soffitta alcuni di questi valori, al contempo ne nascono di nuovi, spesso così nuovi da lasciare spiazzati. Per altro verso ci accorgiamo che talora la democrazia risulta debole, a causa di alcune sue contraddizioni o imperfezioni. Pensiamo (per esempio) a governi democratici con maggioranze assolute che varano leggi opportunistiche, nell’impotenza dell’opposizione. O a falle nel bilanciamento dei tre poteri legislativo, esecutivo, giudiziario. Vero anche che essa è “il peggior governo eccettuati tutti gli altri”; ma è anche (come disse George Bernanos) “la forma politica del Capitalismo”. E il capitalismo sta evolvendo, molto spesso in peggio. Come pure, gli Stati - che dovrebbero applicare la democrazia - stanno lentamente perdendo in autorità e autonomia, sovente soggetti ai diktat di enormi agglomerati societari (quindi di capitale) transnazionali. E’ sempre più corrente che nei governi vi siano alti esponenti di quelle grandi imprese. Come non è raro che nei governi allignino collusioni mafiose sempre più difficili da identificare e sceverare, perché anche la mafia è cambiata e spesso opera a sua volta tramite società primarie, dalla legalità formalmente (e apparentemente) adamantina. E così via. Qui intendiamo illustrare, in breve, alcuni motivi per cui la democrazia si sta trasformando anche con l’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione.

Pensieri e parole transitano come mai prima attraverso uno schermo, alla velocità della luce. Ciò sta influenzando (amplificando) il potere del nostro linguaggio, con ricadute sulle forme di governo. Basti ricordare che Stato e Leggi nascono e si rafforzano con l’invenzione della scrittura. Con il torchio da stampa, Gutenberg non poteva immaginare che la sua invenzione avrebbe portato anche alla nascita d’una “opinione pubblica”. Fino a pochi anni fa la formazione di tale opinione era demandata a giornali, radio, televisioni. Oggi i canali televisivi sono migliaia, c’è la tv satellitare, la telefonia è una rete che avvolge l’intero pianeta e soprattutto esiste il Web, somma di tutti i “media” con in più l’arma dell’interattività. Ciò sta sviluppando un nuovo spazio pubblico, senz’altro più autonomo, talora confuso, sperimentale, ridondante se non superfluo. Ma e’ la controprova d’una vitalità che sta cercando una sua via. Già oggi solo in rete si legge di eventi che non ascolteremo mai dalle televisioni. Solo in rete esistono forme di giornalismo alternativo, o “partecipativo” (i lettori possono votare sulla utilità o condivisione di notizie e pareri). Esiste la possibilità di ricercare e confrontare subito le fonti. Internet è il modo più efficace di scambiare notizie per chi viva sotto regimi autoritari: la rete, crescendo, vedrà il progressivo crollo di dittature; essa scavalca barriere nazionali, di lingua, istituzionali, disciplinari. Tende a divenire un ipertesto del Mondo. Ricordiamo anche che a Manila (Filippine) nel 2001 avvenne la “sms revolution”: il presidente Joseph Estrada fu accusato di corruzione e si avviò una procedura giudiziaria dai dubbi esiti. Ma migliaia di dimostranti giunti dall’intero Paese si riunirono pacificamente per vari giorni nelle strade della capitale, diffondendo migliaia di sms contro il governo, provocandone infine la caduta.

Esistono altri aspetti della cosiddetta “democrazia digitale” o “cyberdemocrazia”: aumenta il numero delle città e delle regioni con propri siti che offrono notizie d’ogni genere, servizi: da casa, il cittadino può stampare il documento che gli occorre senza recarsi negli uffici; effettua pagamenti di tasse, vota esprimendo il proprio parere su progetti pubblici in corso d’esame. Si crea così una “democrazia locale” online la cui essenza è una partecipazione diretta del cittadino impossibile in passato e ciò accresce, sia pure localmente, il tasso di democrazia. E’ noto che in alcune città italiane vi sono stati esperimenti di “scrutinio elettronico” fin dal 2004. Su quest’ultimo i pareri sono discordi. Studiosi di fama come Pierre Lévy ritengono che il voto elettronico “completerà il quadro d’una democrazia al passo con la società dell’informazione”. Secondo altri, i vari passaggi del voto (dalle schede al destinatario finale) si prestano a manomissioni. Vi sono altri elementi per i quali la rete (come in genere la tecnologia digitale), può definirsi “democratica”. Anzitutto l’uso di Internet non richiede particolari abilità o competenze. Inoltre il Web, pur condividendo alcune caratteristiche con la stampa, a differenza di questa conferisce agli internauti un potere di controllo sul linguaggio. Internet è una stampa accelerata, istantanea, presente ovunque, spesso interattiva, dotata di memoria globale. Inserire il digitale nel politico (”e-government”) può significare quindi consentire ai cittadini on line buona parte dei servizi delle amministrazioni. Un uso razionale della rete consentirebbe di eliminare burocrazie statali corrotte, inefficienti; renderebbe trasparente ogni operazione; garantirebbe l’accesso dell’utente a processi decisionali su temi che lo interessano in modo diretto. Da un “medium” elastico, diffuso, non rigido, non gerarchico, non autoritario - la Rete - non può discendere che un più elevato grado di democrazia. Estendendo idealmente il processo all’intero Stato (e ad altri Stati), vedremmo nascere una sorta di utopia telematica. Tutto oro che brilla, dunque, per la democrazia elettronica?

Naturalmente no, per varie ragioni. Si immagini una Internet accaparrata da un potere politico quasi invisibile ma dagli effetti totalizzanti: sotto finzioni democratiche avremmo la più pervasiva, invasiva e impietosa delle dittature. O si ipotizzi un e-government soggetto ad hackeraggi dei ladri di informazioni, cancellatori di memorie preziose, falsificatori di banche dati: un devastante terrorismo telematico distruggerebbe un’intera nazione. Ma secondo alcuni studiosi la rete mondiale sarebbe già stata colonizzata, in altro modo. Si pensi quanto è cresciuto, nell’ultimo quindicennio, il controllo sul Web da parte di pochi grandi gruppi economici e mediatici. Una invasione non limitata all’universo del virtuale, anzi estesa alle nostre menti. Infatti - per portare un esempio - i programmi che ci semplificano numerosi utilizzi del computer sono “modelli di facilitazione dei processi di pensiero che sostituiscono, alla faticosa elaborazione personale, l’adozione di modelli precostituiti” (Franco Berardi Bifo, in: AA.VV., Dopo la democrazia?, ed. Apogeo, 2008). Tali programmi finiscono col subordinare la creatività dell’individuo agli standard imposti dal “gigantesco conglomerato tecno-finanziario”. Alla omologazione delle attività cognitive degli utenti si aggiungeranno presto (già abbiamo avvisaglie) sistemi di “trust computing”. Ovvero sistemi che consentono un sempre più capillare controllo, da parte delle grandi case produttrici, sui computer (quindi sulla sfera privata, sul pensiero) dei singoli utenti: “Si stanno determinando le condizioni tecniche per una definitiva cancellazione dell’autonomia di pensiero”. E in effetti - sostiene ancora Berardi - il nostro immaginario è influenzato e controllato dagli standard delle corporation televisive, editoriali, pubblicitarie. “Cosa resta della democrazia quando vien meno l’indipendenza dei processi di formazione del pensiero?”

In verità questo rischio non è recente - anche se solo oggi alcuni effetti stanno raggiungendo estese, raffinate e perfino allettanti tecniche di penetrazione - né riguarda solo le nuove telecomunicazioni. Ma soltanto negli ultimi tempi queste tecnologie di dominio e controllo stanno amplificando a dismisura il loro raggio d’azione. Perchè chi controllerà il software controllerà il cervello umano. E oggi più che mai, solo l’informazione consapevole salverà noi (e la democrazia) dalla “nuova informazione”.

(Questo articolo è apparso su “La Gazzetta del Mezzogiono” di domenica 22 giugno 2008)