Diritto di voto
Posted on Giugno 22nd, 2008 in Tempo presente |
Come potrebbe mutare la democrazia nell’era digitale.
Forse non ce ne accorgiamo, ma il concetto di “democrazia” cui siamo abituati - e che ritenevamo immutabile - sta cambiando per più d’un motivo. Si parla infatti di crisi delle democrazie. Questa forma di governo si basa anzitutto sul presupposto della condivisione - non negoziabile - d’una serie di valori (libertà, uguaglianza, giustizia, proprietà, privacy). Ma col trascorrere del tempo, da un lato vanno (o si pretende di relegare) in soffitta alcuni di questi valori, al contempo ne nascono di nuovi, spesso così nuovi da lasciare spiazzati. Per altro verso ci accorgiamo che talora la democrazia risulta debole, a causa di alcune sue contraddizioni o imperfezioni. Pensiamo (per esempio) a governi democratici con maggioranze assolute che varano leggi opportunistiche, nell’impotenza dell’opposizione. O a falle nel bilanciamento dei tre poteri legislativo, esecutivo, giudiziario. Vero anche che essa è “il peggior governo eccettuati tutti gli altri”; ma è anche (come disse George Bernanos) “la forma politica del Capitalismo”. E il capitalismo sta evolvendo, molto spesso in peggio. Come pure, gli Stati - che dovrebbero applicare la democrazia - stanno lentamente perdendo in autorità e autonomia, sovente soggetti ai diktat di enormi agglomerati societari (quindi di capitale) transnazionali. E’ sempre più corrente che nei governi vi siano alti esponenti di quelle grandi imprese. Come non è raro che nei governi allignino collusioni mafiose sempre più difficili da identificare e sceverare, perché anche la mafia è cambiata e spesso opera a sua volta tramite società primarie, dalla legalità formalmente (e apparentemente) adamantina. E così via. Qui intendiamo illustrare, in breve, alcuni motivi per cui la democrazia si sta trasformando anche con l’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione.
Pensieri e parole transitano come mai prima attraverso uno schermo, alla velocità della luce. Ciò sta influenzando (amplificando) il potere del nostro linguaggio, con ricadute sulle forme di governo. Basti ricordare che Stato e Leggi nascono e si rafforzano con l’invenzione della scrittura. Con il torchio da stampa,
Gutenberg non poteva immaginare che la sua invenzione avrebbe portato anche alla nascita d’una “opinione pubblica”. Fino a pochi anni fa la formazione di tale opinione era demandata a giornali, radio, televisioni. Oggi i canali televisivi sono migliaia, c’è la tv satellitare, la telefonia è una rete che avvolge l’intero pianeta e soprattutto esiste il Web, somma di tutti i “media” con in più l’arma dell’interattività. Ciò sta sviluppando un nuovo spazio pubblico, senz’altro più autonomo, talora confuso, sperimentale, ridondante se non superfluo. Ma e’ la controprova d’una vitalità che sta cercando una sua via. Già oggi solo in rete si legge di eventi che non ascolteremo mai dalle televisioni. Solo in rete esistono forme di giornalismo alternativo, o “partecipativo” (i lettori possono votare sulla utilità o condivisione di notizie e pareri). Esiste la possibilità di ricercare e confrontare subito le fonti. Internet è il modo più efficace di scambiare notizie per chi viva sotto regimi autoritari: la rete, crescendo, vedrà il progressivo crollo di dittature; essa scavalca barriere nazionali, di lingua, istituzionali, disciplinari. Tende a divenire un ipertesto del Mondo. Ricordiamo anche che a Manila (Filippine) nel 2001 avvenne la “sms revolution”: il presidente Joseph Estrada fu accusato di corruzione e si avviò una procedura giudiziaria dai dubbi esiti. Ma migliaia di dimostranti giunti dall’intero Paese si riunirono pacificamente per vari giorni nelle strade della capitale, diffondendo migliaia di sms contro il governo, provocandone infine la caduta.
Esistono altri aspetti della cosiddetta “democrazia digitale” o “cyberdemocrazia”: aumenta il numero delle
città e delle regioni con propri siti che offrono notizie d’ogni genere, servizi: da casa, il cittadino può stampare il documento che gli occorre senza recarsi negli uffici; effettua pagamenti di tasse, vota esprimendo il proprio parere su progetti pubblici in corso d’esame. Si crea così una “democrazia locale” online la cui essenza è una partecipazione diretta del cittadino impossibile in passato e ciò accresce, sia pure localmente, il tasso di democrazia. E’ noto che in alcune città italiane vi sono stati esperimenti di “scrutinio elettronico” fin dal 2004. Su quest’ultimo i pareri sono discordi. Studiosi di fama come Pierre Lévy ritengono che il voto elettronico “completerà il quadro d’una democrazia al passo con la società dell’informazione”. Secondo altri, i vari passaggi del voto (dalle schede al destinatario finale) si prestano a manomissioni. Vi sono altri elementi per i quali la rete (come in genere la tecnologia digitale), può definirsi “democratica”. Anzitutto l’uso di Internet non richiede particolari abilità o competenze. Inoltre il Web, pur condividendo alcune caratteristiche con la stampa, a differenza di questa conferisce agli internauti un potere di controllo sul linguaggio. Internet è una stampa accelerata, istantanea, presente ovunque, spesso interattiva, dotata di memoria globale. Inserire il digitale nel politico (”e-government”) può significare quindi consentire ai cittadini on line buona parte dei servizi delle amministrazioni. Un uso razionale della rete consentirebbe di eliminare burocrazie statali corrotte, inefficienti; renderebbe trasparente ogni operazione; garantirebbe l’accesso dell’utente a processi decisionali su temi che lo interessano in modo diretto. Da un “medium” elastico, diffuso, non rigido, non gerarchico, non autoritario - la Rete - non può discendere che un più elevato grado di democrazia. Estendendo
idealmente il processo all’intero Stato (e ad altri Stati), vedremmo nascere una sorta di utopia telematica. Tutto oro che brilla, dunque, per la democrazia elettronica?
Naturalmente no, per varie ragioni. Si immagini una Internet accaparrata da un potere politico quasi invisibile ma dagli effetti totalizzanti: sotto finzioni democratiche avremmo la più pervasiva, invasiva e impietosa delle dittature. O si ipotizzi un e-government soggetto ad hackeraggi dei ladri di informazioni, cancellatori di memorie preziose, falsificatori di banche dati: un devastante terrorismo telematico distruggerebbe un’intera nazione. Ma secondo alcuni studiosi la rete mondiale sarebbe già stata colonizzata, in altro modo. Si pensi quanto è cresciuto, nell’ultimo quindicennio, il controllo sul Web da parte di pochi grandi gruppi economici e mediatici. Una invasione non limitata all’universo del virtuale, anzi estesa alle nostre menti. Infatti - per portare un esempio - i programmi che ci semplificano numerosi utilizzi del computer sono “modelli di facilitazione dei processi di pensiero che sostituiscono, alla faticosa elaborazione personale, l’adozione di modelli precostituiti” (Franco Berardi Bifo, in: AA.VV., Dopo la democrazia?, ed. Apogeo, 2008). Tali programmi finiscono col subordinare la creatività dell’individuo agli standard imposti dal “gigantesco conglomerato tecno-finanziario”. Alla omologazione delle attività cognitive degli utenti si aggiungeranno presto (già abbiamo avvisaglie) sistemi di “trust computing”. Ovvero sistemi che consentono un sempre più capillare controllo, da parte delle grandi case produttrici, sui computer (quindi sulla sfera privata, sul pensiero) dei singoli utenti: “Si stanno determinando
le condizioni tecniche per una definitiva cancellazione dell’autonomia di pensiero”. E in effetti - sostiene ancora Berardi - il nostro immaginario è influenzato e controllato dagli standard delle corporation televisive, editoriali, pubblicitarie. “Cosa resta della democrazia quando vien meno l’indipendenza dei processi di formazione del pensiero?”
In verità questo rischio non è recente - anche se solo oggi alcuni effetti stanno raggiungendo estese, raffinate e perfino allettanti tecniche di penetrazione - né riguarda solo le nuove telecomunicazioni. Ma soltanto negli ultimi tempi queste tecnologie di dominio e controllo stanno amplificando a dismisura il loro raggio d’azione. Perchè chi controllerà il software controllerà il cervello umano. E oggi più che mai, solo l’informazione consapevole salverà noi (e la democrazia) dalla “nuova informazione”.
(Questo articolo è apparso su “La Gazzetta del Mezzogiono” di domenica 22 giugno 2008)

5 Responses
Analisi lucida come sempre, ma non concordo con gli scenari più cupi messi in relazione al controllo del web. Una cosa di cui resto convinto è che la rete sia uno spazio troppo vasto da ricondurre a un controllo interstiziale. Possono esserci delle sfere di influenza, come d’altro canto esistono domini di influenza anche da questa parte del monitor, ma nulla che possa ambire a un potere egemonico. Non appena una tecnologia comincia a essere strumentalizzata (vedi i siti di informazione, originariamente lanciati come voci veramente libere e poi ricondotte nello schema dell’”informazione di stato”, al punto da cancellare quasi tutta la concorrenza alle controparti elettroniche delle testate cartacee), si scopre un uso nuovo di qualcosa che magari già esisteva (i blog ne sono un ottimo esempio: nati come diari on-line, si sono presto trasformati in gangli informatici di un sistema di informazione parallelo).
La facilità di utilizzo è importante perché solo attraverso interfacce “istintive” lo strumento diventa un mezzo democratico, aperto a tutti. Eventuali strumentalizzazioni del mezzo in questo senso sono sempre vincolati alla disposizione dell’utente. E’ lui che decide fino a che punto lasciarsi guidare, e dove invece cominciare a pensare. E’ la stessa cosa che succede nel mondo fisico: gli strumenti per l’esercizio della democrazia dovrebbero esserci (stampa, associazionismo, movimentismo), ma quanti li usano davvero e quanti sono disposti a tollerare il loro sotto-impiego o, peggio, il loro controllo da altri poteri?
Il problema, insomma, affonda le sue radici sempre nella coscienza civile. Il discorso si fa lungo e credo di essere già stato abbastanza confusionario così. Magari ne riparliamo a mente fredda…
Ciao!
X
Caro X,
grazie per il tuo intervento. Anche io non condivido totalmente la posizione di Bifo, ma ritengo sia un’autorevole e articolata analisi “contraria”, che bilancia certi ottimismi forse eccessivi. D’altronde non si può negare che l’Internet d’oggi non sia quella dei utopistica primordi, per intenderci la Rete vagheggiata dalla Electronic Frontier Foundation. Il mondo degli affari l’ha invasa e la condizionerà sempre più, come pure i governi, che vogliono aggiungere paletti e balzelli… Ciao! Vittorio
Caro Vittorio,
il tema è complesso, per cui ogni commento rischia di qualificarsi come un punto di vista fra gli altri. Ciascuno di essi può, tuttavia, illuminare uno dei molti lati del problema. Ci provo col mio.
“Democrazia” implica un “demos”, che non è genericamente il popolo, ma un’opinione pubblica informata, e critica (cfr. John Locke, p. es.). Non a caso, in Atene, era riservata ai cittadini, ovvero ad una elite di possidenti o comunque di non lavoratori in grado di occuparsi della cosa pubblica (ne erano esclusi i Perieci, per esempio)
La modernità ha visto il suo progressivo allargarsi al popolo, appunto, ma con questo è divenuta altra cosa, ovvero una scontro fra organizzazioni o, come sempre più oggi, fra personalità. Si fonda cioè non sull’etica della responsabilità, ma sull’etica della convinzione (cfr. Weber). Si tratta di convincere per l’appunto, e l’azione del convincere ha ormai più a che fare con rituali, appartenenze, miti, pregiudizi, paure, speranze, che non con l’argomentazione critica che caratterizzava l’agorà ateniese (non che mancassero i demagoghi, ma il loro successo era comunque di breve momento, vedi Alcibiade…).
Nel secondo Novecento le cose si sono ulteriormente “evolute” e mi sembra ormai evidente che in questi ultimi anni stiamo assistendo ad un “deriva” della democrazia proprio in questo senso. Vedi, nei loro comizi De Gasperi o Togliatti svolgevano un ragionamento (unilaterale, se vuoi, ma coerente e teso ad informare argomentando un punto di vista); negli attuali scontri televisivi è invece assolutamente dominante lo slogan, l’interruzione, l’insulto, il cominciare a a far di no con la testa non appena l’avversario pronuncia la prima sillaba… Nessuno ragiona più, e ovviamente non ragiona più la maggior parte del pubblico ridotto a due partigianerie settarie e reciprocamente ostili (cfr la dinamica degli applausi…)
Vogliamo ancora chiamarla democrazia? Certo, ne osserva tutti i rituali, ma io userei piuttosto un termine coniato da Predag Matvejevic in riferimento ai regimi post comunisti dell’Est: democratura. Ovvero una creatura bastarda, come puoi intuire dalla definizione.
E poi, chi fissa l’agenda dei problemi? il popolo o non piuttosto il leader? Che ne pennsi di una campagna elettorale (l’ultima) condotta sul refrain della paura dell’ “altro” amplificato a dismisura da telegiornali che dedicano i tre quarti del loro tempo alla cronaca nera, soprattutto se coinvolge di volta in volta albanesi, rumeni, rom e via dicendo?
Mi fermo qui, osservando solo che, non a caso, la fantascienza anche di ciò si è occupata, e immagino si occuperà ancora.
Solo un’opinione, dicevo, ma spero serva, nel suo piccolo, ad ulteriori riflessioni.
Un caro saluto
Nino Salamone.
Caro Nino,
scusa il ritardo con cui rispondo al tuo stimolante intervento, del quale ti ringrazio.
Qui, onestamente, le cose esulano un po’ dalle mie competenze nel senso che non mi ritengo un tecnico della materia, ma soltanto un cittadino che osserva ed esprime alcune sue considerazioni, giuste o errate che siano.
Indubbiamente hai ragione: la democrazia odierna è qualcosa di diverso di ciò che si intendeva alle origini (quando, d’altronde, si trattava in realtà di un governo d’élite e la società inoltre considerava normalità la schiavitù). Ma per quanto possa essere mutata la società, per quanto questa possa essersi aperta a nuove acquisizioni e diritti civili, la “democrazia” nella pratica resta quasi nave senza nocchiero in gran tempesta. I problemi sono molti: anzitutto, i principi basilari (di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, nonché di bilanciamento dei poteri, etc.) dovrebbero restare capisaldi. Ma ciò - ce ne avvediamo quotidianamente - non è più. Le nuove tecnologie, che potrebbero rivelarsi di ausilio fondamentale all’esercizio di una vera democrazia, purtroppo vengono usate spesso per farne carta straccia. Non sono affatto contrario al “revisionismo” (se con questa parola si intende il rivedere le proprie idee sulla base di nuove e palesemente piu’ valide - democraticamente - acquisizioni), ma oggi c’è anche una forma di “revisionismo a senso unico”, che tende solo a sfasciare conquiste per imporre il proprio dogmatismo. L’attuale capitalismo, autodefinitosi ormai l’unica vera intoccabile forma di economia, ne approfitta per lanciarsi all’arrembaggio e al pirataggio, sconvolgendo mercati e governi. Tutto questo, e altro, mina gravemente le basi della democrazia. Quali siano gli anticorpi, purtroppo non so dire. Tutto dovrebbe partire dalla scuola… se avessimo una scuola che funzionasse e sapesse formare una coscienza civica che insegni a ragionare con logica e soprattutto con la propria testa. Dovrebbe partire dalla coscienza dei cittadini… se i cittadini sapessero leggere la realtà ed estrarla dall’involucro di falsita’, omissioni e censure che la nasconde quotidianamente. Dovrebbe partire dai governi… se non fossero spesso collusi con mafie e con il grande capitale. E così via. Stretta da tanti legacci, contaminata con corpi estranei, cosa fa e dove va la democrazia? Mai come oggi essa ha bisogno di puntelli che la difendano e di coscienze che scendano in piazza (anche metaforicamente) con determinazione. Ma, personalmente, specie in Italia vedo invece menefreghismo, razzismo strisciante e/o palese, assuefazione, omologazione, arrivismo, inettitudine, incapacità di reagire, crollo della cultura, fuga di cervelli, prendi-i-soldi-e fuggi. Sono pessimista? Chissà. Ma chi è pessimista, specie oggi, non sbaglia mai…
Ciao, Vittorio
Mi intrometto perché una discussione di questo genere è quantomeno molto attuale. Tanto attuale da essere ormai vitale. La democrazia si fonda sull’equilibrio dei diversi poteri. I tre poteri “classici” e il potere basato sul possesso dei mezzi d’informazione. In Italia su una situazione storica di arretratezza nell’uso dei mezzi di informazione si è innestata una distorsione nel loro uso e possesso del tutto indegna di una democrazia. Prima la spartizione partitica quindi l’infodittatura berlusconiana, dotata della facoltà di addossare a qualsiasi gruppo etnico e sociale la responsabilità della crisi economica. O si risolve il problema del potere di informazione o da qui non se ne esce.