L’uomo d’acciaio

Posted on Giugno 23rd, 2013 in Fantascienza, Proiezioni | 2 Comments »

Diversamente da Bill non sono mai stato un fan dell’eroe creato da Jerry Siegel e Joe Shuster, forse il supereroe per eccellenza. Il problema con i supereroi è riuscire a innescare quell’affinità empatica che consente di superare la difficile barriera della sospensione dell’incredulità. Che poi è il problema tipico di ogni storia, ma nel caso dei supereroi eleva - oltre alle responsabilità che derivano dai poteri - anche la barriera da scavalcare. Nel mio caso hanno sempre avuto gioco facile altri personaggi, che a torto o a ragione sono andato giudicando come provvisti di maggiori sfumature, e pertanto di più promettenti risorse narrative da esplorare: Capitan America (soprattutto nel suo rapporto post-11 settembre con Nick Fury e il resto della comunità supereroistica targata Marvel), Wolverine e gli X-Men, Silver Surfer (più che i Fantastici 4), e in casa DC ovviamente Batman (forse ancora di più attraverso gli occhi degli sbirri di Gotham Central). Ma soprattutto il mio interessamento  per il genere deve molto (se non proprio tutto) alla prospettiva introdotta da Alan Moore con quel capolavoro postmoderno che è Watchmen. E dopo aver apprezzato tanto la trasposizione cinematografica di Zack Snyder (ne parlammo diffusamente su Urania Blog e su queste stesse pagine) quanto la reinterpretazione in chiave ultra-dark del Cavaliere Oscuro fornita da Christopher Nolan, ho deciso di dare una possibilità anche a Man of Steel, che si avvale della stessa compagine produttiva responsabile del successo planetario delle Dark Knight chronicles.

E, contrariamente all’opinione più diffusa che mi è capitato di leggere in giro in questi giorni, il film mi ha lasciato un senso di soddisfazione che confesso di non essermi per nulla aspettato a scatola chiusa. Ma procediamo con ordine.

Superman è con Lanterna Verde il più fantascientifico dei personaggi di punta della DC: incarna nelle sue origini quel senso del meraviglioso tipico delle avventure spaziali della Golden Age, un fattore che in prima battuta me lo ha reso da sempre poco credibile. In altre parole Superman mi sembrava molto poco congeniale a ispirare storie capaci di far riflettere sul nostro tempo. Un po’ un paradosso, a ben guardare. Per certi versi è l’equivalente di Iron Man, ma mentre quest’ultimo si presenta come la quintessenza del capitalismo tecnologico, Superman resta ancorato a un immaginario in qualche modo datato. Il parallelo tra le due figure regge anche se andiamo ad analizzare il processo di svecchiamento del canone operato dalle scritture fumettistiche e cinematografiche che li hanno coinvolti in questi ultimi anni. Così come Iron Man vede sottolineata la propria natura di cyborg fin dal lavoro svolto da Warren Ellis sulla miniserie Extremis, ben prima del boom cinematografico propiziato dal talento istrionico di Robert Downey Jr, l’Uomo d’Acciaio affronta in questa pellicola un’autentica opera di rivalutazione delle sue origini kryptoniane: senza spoilerare, basti dire che l’estetica dark e un provvidenziale upgrade tecnologico rendono Krypton e la sua società un mondo credibilmente alieno.

Man of Steel ripercorre la genesi del personaggio, dal salvataggio del neonato Kal-El grazie al sacrificio paterno (Jor-El è qui personificato, in carne e pixel, da Russell Crowe), fino alla sua rivelazione all’America e al resto del mondo. Snyder opta per una narrazione felicemente destrutturata per quasi metà della pellicola, alternando i diversi tempi della vita di Clark Kent (Henry Cavill), dall’infanzia a Smallville, Kansas (nel cuore rurale d’America) alla scoperta della Fortezza della Solitudine tra i ghiacci artici. Dopo il prologo concitato (e visivamente a volte confusionario) su Krypton, diversi momenti riusciti (l’unica scena che le viene riservata, per esempio, è giostrata con grande bravura da Diane Lane; il continuo confronto del giovane Clark con il padre adottivo interpretato da Kevin Costner costruisce bene la psicologia del futuro Superman; il confronto dell’uomo venuto da Krypton con la natura della Terra ci regala diverse scene d’impatto), intercalati da qualche scivolone al limite della comicità involontaria (a esser generosi l’Uomo d’Acciaio e i suoi primi maldestri tentativi di prendere confidenza con i poteri stridono un po’ con la voce che pontifica fuori campo), ci conducono alla svolta della pellicola: l’arrivo nell’orbita terrestre di una nave kryptoniana capitanata dal generale ribelle Zod (Michael Shannon), a capo degli ultimi superstiti della sua specie, accidentalmente scampati in un carcere spaziale al cataclisma che ha portato alla distruzione del pianeta natale. Kal-El è arrivato sulla Terra con l’ultimo reperto in grado di rigenerare il suo popolo e Zod è intenzionato a entrarne in possesso, per ripopolare una Terra riplasmata a immagine e somiglianza di Krypton.

Qui nel frattempo la sceneggiatura lascia sgocciolare un altro po’ di acqua, sia per quanto riguarda la funzione originaria della Fortezza della Solitudine, sia per la gestione dei personaggi: tanto la proiezione della coscienza di Jor-El quanto il ruolo della reporter Lois Lane (Amy Adams) nei piani degli invasori sembrano pensati esclusivamente per assolvere alla funzione di deus-ex-machina al servizio del protagonista. Ma se David S. Goyer si conferma non impeccabile nell’amministrare lo script, Snyder cerca di metterci una toppa come meglio può: spingendo il pedale dell’acceleratore fino in fondo. Gli scontri dell’uomo d’acciaio con i kryptoniani ribelli raggiungono apici parossistici e tengono incollati alla poltrona. Una menzione di merito tra i cattivi va ad Antje Traue, nei panni - ahem… nella tuta bionica, che in qualche modo richiama l’estetica dei Necromonger di Chronicles of Riddick - di Faora, luogotenente e braccio destro di Zod. E un altro punto a favore del film è senz’altro l’arma finale (che poi nemmeno sarebbe un’arma, ma assolve benissimo allo scopo) nelle mani dei conquistatori. Snyder tira fuori dal cappello una scena onirica di impatto notevole a suggellare il primo incontro tra Zod e l’Uomo d’Acciaio e un’invenzione autoreferenziale ma efficace la prima volta che nel film viene fatto il nome di Superman. Il resto è ordinaria amministrazione.

Ma tra macchine terraformanti, intelligenze artificiali e nanotecnologie, L’uomo d’acciaio compie a tutti gli effetti un aggiornamento tencologico del mito, regalandoci un personaggio che, malgrado le aspirazioni a un’umanità ordinaria, è soprattutto un alieno mutante, con tutte le complicazioni che la condizione comporta. E carica la storia di una valenza etica ben rappresentata nel dilemma di Superman davanti alla scelta tra il legame con Krypton e la vita degli innocenti minacciati da Zod, l’ultimo della sua stirpe. Lasciandoci comunque con degli interrogativi in sospeso:

1. Come mai la kryptonite - ormai proverbiale nemesi dell’uomo d’acciaio - viene sfruttata in maniera solo marginale?

2. Dopo lo sdoganamento di Cloverfield, quando si stancherà Hollywood di trasformare la Grande Mela (che si chiami New York, Gotham City o Metropolis il succo non cambia) in un campo di battaglia? L’anno scorso ci avevano provato - abbastanza insensatamente - The Avengers, quest’anno la DC Entertainment ha voluto pareggiare a tutti i costi i conti con i Marvel Studios.

3. Era proprio necessaria la ventata di patriottismo finale?

Se anche Man of Steel dovesse rimanere senza un seguito (per altro già annunciato dalla Warner Bros dalle pagine del Wall Street Journal, forse addirittura già per il 2014), si tratta di quesiti con cui riusciremo a convivere.

Chiusura sui contributi tecnici. I veterani Amir Mokri e David Brenner, nei rispettivi comparti (fotografia e montaggio), rendono alla pellicola i loro migliori servigi. Promossi i costumi del premio Oscar James Acheson in coppia con Michael Wilkinson. Sospensione di giudizio per il compositore tedesco Hans Zimmer, che pur asservendo la musica alle scene sembra non riuscire a trarre dallo spartito una personalità all’altezza delle aspettative sul personaggio e così non riesce a replicare i fasti di altre sue prove di ben altro spessore (pensiamo a Il GladiatoreIl Cavaliere OscuroInception). La prova alla sceneggiatura non lascia invece nutrire gli auspici migliori per la Warner, che aveva già siglato con Goyer un accordo per tre titoli. Il contratto, oltre alla presente pellicola, dovrebbe includere anche l’attesissimo sbarco al cinema della Justice League (ovvero la risposta DC agli Avengers). Buona fortuna!

Transformers on the dark side of the Moon

Posted on Dicembre 18th, 2010 in Fantascienza, Proiezioni | 1 Comment »

Come la stragrande maggioranza dei miei coetanei, ovvero generazione venuta su negli anni ‘80, anch’io con i Transformers ci sono cresciuto. Lo confermano i giocattoli sepolti da qualche parte in soffitta, nelle loro confezioni ancora in perfetto stato di conservazione. Da grande fan della saga venti e rotti anni fa, mai avrei immaginato che un regista approssimativo come Michael Bay, sotto la supervisione di un regista come Steven Spielberg che da Jurassik Park in avanti si è segnalato soprattutto per la sua discontinuità, potesse trarne qualcosa di buono in un adattamento cinematografico.

Diciamoci la verità: quanti credevano che una storia di automezzi robotici in grado di assumere fattezze antropomorfe potesse diventare una trilogia di successo al cinema? Invece la tecnologia ancora una volta mi ha costretto a ricredermi. La resa estetica e tecnica dei Transformers di Spielberg/Bay si è dimostrata abbastanza d’impatto da giustificare l’intera operazione. E per resa estetica non mi riferisco solo a Megan Fox. Sicuramente la sorpresa è stata di portata nemmeno lontanamente confrontabile a quella provata di fronte all’esito straordinario dell’operazione portata a termine da Zack Snyder con Watchmen (altro regista mediocre, all’opera su materiale di ben altro spessore), ma è comunque innegabile il sollievo davanti a un lavoro di non assoluta inutilità nel panorama cinematografico del genere. Onesto intrattenimento, d’accordo, ma pur sempre intrattenimento di buona resa.

Adesso si avvicina il momento dello sbarco al cinema del terzo capitolo, da cui la Fox sarà per altro assente essendo entrata in attrito con il regista (ma a quanto pare sarà anche validamente sostituita), e il teaser appena rilasciato sembrerebbe dimostrare in maniera altrettanto sorprendente ed efficace una delle caratteristiche intrinseche della fantascienza: per quanto debole possa essere l’idea alla base di un lavoro di sci-fi e/o per quanto deboli possano rivelarsi il suo trattamento e il suo sviluppo, è estremamente improbabile che esso non nasconda almeno un buon motivo che ne possa giustificare l’esistenza e riscattare in parte la fatica della fruizione.

Nel caso di Transformers 3, non basterebbero questi 2 minuti capaci di incastrare nella storia che noi tutti conosciamo un twist di raccordo alla saga dei robot mutanti? A voi il giudizio finale.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-11-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Transformers: The Dark of the Moon - Trailer Italiano

Cinema: shortlist 2009

Posted on Gennaio 19th, 2010 in Nova x-Press, Proiezioni | 3 Comments »

Dopo i fumetti, a cui vi rimando anche per il disclaimer, arriviamo ai film del 2009. Che cosa mi hanno riservato le visioni dello scorso anno? Risposta semplice: un gran numero di belle sorprese. Andiamo a riepilogarle insieme.

The Wrestler, di Darren Aronofsky. Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 2008. Un film crepuscolare sulla lenta, inesorabile caduta di una star del wrestling, che è al contempo una fotografia spietata delle dinamiche del successo e un affresco iperrealistico dell’underground in cui si possono facilmente rivedere tutti i fandom del mondo. Lo sfondo è quello della profonda provincia americana: dal New Jersey alla Rust Belt, scenari di periferie degradate, suburbi abbandonati allo squallore, città sonnolente che preferiscono condividere il sogno collettivo di uno showbiz tanto illusorio quanto effimero, piuttosto che scuotersi dal loro lento declino. Mickey Rourke ci regala una memorabile interpretazione del caduto in cerca di un ultimo riscatto - agli occhi di se stesso, della figlia che lo ha ripudiato, della spogliarellista segretamente innamorata di lui e del mondo intero - sotto i cerotti e le cicatrici di Randy “The Ram” Robinson. Dirige con mano sicura il newyorkese Aronofsky (due tappe fantascientifiche nel suo curriculum: Pi - Il teorema del delirio nel 1998 e The Fountain nel 2006): meno visionario e allucinato delle prove precedenti, ma altrettanto implacabile nell’intrecciare emarginazione e alienazione nella sua tela di quanto si era dimostrato capace in Requiem for a dream (2000). [Per la recensione completa vi rimando al relativo post di marzo.]

Watchmen è stata l’autentica rivelazione dell’anno. Il calcolo delle probabilità e la precedente prova di Zack Snyder con un fumetto non lasciavano presagire niente di buono. Invece, vuoi per l’abile trasposizione in script della complessa trama di Alan Moore da parte di David Hayter e Alex Tse (si dice che otto diverse versioni del copione si siano succedute negli anni), vuoi per l’alchimia perfetta degli attori (basta il ricordo di Malin Akerman nel costume succinto di Spettro di Seta a far perdere un battito al mio cuore, oppure la performance di Jackie Earle Haley sotto la maschera di Rorschach per convincermi dell’impossibile), la visione di Watchmen mi ha lasciato tra lo stupefatto e l’entusiasta. Ne ho parlato brevemente ma a più riprese sullo Strano Attrattore (qui, qui e qui) e mi sono invece dilungato su Urania Blog. Scrivevo: “Siamo ormai così abituati a vedere i capolavori della narrativa e gli eroi del fumetto demoliti dal cinema, che la constatazione che si possa ancora riuscire a portare sul grande schermo una grande opera narrativa o artistica conservandone lo spirito si accompagna a uno stupore attonito. Questo amplifica l’impatto del senso del meraviglioso che impregna le scene di Watchmen ambientate tra i deserti marziani e, allo stesso modo, anche quel perturbante che invece ci coglie vedendo il Dr. Manhattan in azione nella giungla del Sud-Est asiatico, intento ad affiancare la Cavalleria dell’Aria dell’US Air Force nella sua opera di sterminio della resistenza vietcong e a fare del Vietnam la guerra-lampo che era stata auspicata dall’arroganza degli strateghi di Washington. È un po’ come se Hayter avesse fatto propria la massima di Rorschach: “Nessun compromesso. Mai”. E si fosse poi impegnato nell’impresa della trasposizione con la certezza che avrebbe potuto essere solo un fiasco tremendo, oppure un successo clamoroso”. Se dovessi candidare un film a film del 2009, probabilmente questo sarebbe la mia prima scelta.

Star Trek. Laddove nessun uomo era mai riuscito a tornare prima, ecco J.J. Abrams in azione per rifondare l’immaginario trekker e tracciare un punto zero come rampa di lancio per future rotte interstellari. Alex Kurtzman e Roberto Orci fanno un ottimo lavoro sul materiale originario, senza tradirne lo spirito, dedicando a ciascun personaggio della serie classica il doveroso approfondimento psicologico, esagerando forse solo un po’ nell’asservire il finale alla gloria di James T. Kirk (ma la megalomania è comunque una caratteristica del personaggio, spaccone come è sempre stato). I set ridonano smalto al futuro, attualizzandolo nell’estetica e nell’architettura, tanto nello spazioporto tra i campi dell’Iowa quanto su Vulcano o nella San Francisco minacciata dai romulani transfughi nel tempo. Le soluzioni registiche sono da manuale, molto studiate ma realizzate con grande maestria e senza che il tocco del regista risulti mai invadente, ma sempre funzionale al risultato. Abrams è stato in grado di massimizzare la resa spettacolare delle scene e di regalarci un punto di vista insolito in sintonia con l’estraneità dell’ambientazione spaziale: camera quasi mai ferma, inquadrature prese secondo angolazioni oblique e inconsuete. Un buon punto di ri-partenza per il futuro del franchise. [Qui la mia recensione al film.]

Il cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans. Finto remake del discusso capolavoro di Abel Ferrara del 1992, girato da Werner Herzog. In realtà il cattivo tenente interpretato da Nicolas Cage (mai così convincente negli ultimi tempi) ha davvero poco da spartire con l’originale di Harvey Keitel, se si esclude un debole per la cocaina e per i soldi facili che lo porta a mettersi sempre più nei guai. Per il resto, le loro storie seguono parabole nettamente divergenti: il cattivo tenente Keitel, assalito da una crisi mistica dopo lo scabroso episodio di una violenza ai danni di una suora, viene da questa convinto della necessità del perdono e riesce infine a resistere alla propria disperata sete di vendetta (riflesso di una vita immorale, dominata da un abbandono animalesco al vizio), per abbracciare l’insegnamento della donna e cercare un’impossibile redenzione, suggellata dagli spari che mettono fine al film; il cattivo tenente Cage/McDonagh, al contrario, ha molti più elementi di contatto con L’infernale Quinlan di Orson Welles, corrotto, prepotente, disposto a tutto per incastrare i colpevoli di una strage compiuta nell’ambito di un regolamento di conti tra spacciatori, ma la sua sorte capovolge i destini tanto del prototipo newyorchese quanto del capitano Quinlan, in un’insperata quanto delirante redenzione finale sottolineata dallo stato di pace trasognata di un acquario. La scelta di Herzog di trasporre l’ultima chiamata del suo cattivo tenente a New Orleans, ancora segnata dal passaggio di Katrina, contribuisce a regalare alla pellicola un ulteriore elemento di interesse nell’atmosfera umida e avvolgente del Sud. Un paio di parentesi visionarie spezzano il ritmo lento della trama poliziesca e iniettano una dose di delirio lisergico che sembra voler quasi sostituire un panteismo molto pagano, con tracce di misticismo voodoo, alla morale cristiana che pervadeva il Bad Lieutenant di Ferrara. Sussulti di personalità che rendono quest’opera degna di considerazione quanto l’originale. [Il compagno Fazarov non è del tutto d'accordo con me: la sua recensione è su Drowned Word.]

District 9. Ovvero, il ritorno in auge della fantascienza sociologica, lanciata da una campagna di viral marketing e rinvigorita da un’intensa cura adrenalinica a base di action game. L’atteso film di Neill Blomkamp prodotto da Peter Jackson non delude, per quanto il regista sudafricano debba calcare la mano sulle soluzioni tecniche per soccorrere una trama un po’ esile. Scrivevo nella mia recensione: “è interessante vedere come, caduta la minaccia sovietica, il tema dell’incontro/scontro di civiltà venga ora declinato secondo i termini dell’immigrazione clandestina, dell’obbligo di accoglienza e del dibattito segregazione/integrazione. L’analogia con l’apartheid è fin troppo esplicita e potremmo quasi dire che District 9 s’inserisce nel solco di Alien Nation (1988), aggiornando la tematica del confinamento nel ghetto a questi tempi di masse umane in movimento dal Terzo Mondo”. Il ribaltamento operato dal regista è sui fatti del District Six di Cape Town, che nel 1966 fu dichiarata area riservata ai “soli bianchi” dal governo sudafricano. Il film di Blomkamp è un’allegoria che non teme di confrontarsi con l’orrore, lo squallore e la perfidia umana, e che nel finale riserva allo spettatore un’inattesa piega verso le suggestione della fiaba. Paradigmatico, si spera che serva a far riflettere soprattutto i più giovani.

Inglourious Basterds. Il capolavoro di Quentin Tarantino? Forse il film che rende esplicita la funzionalità propedeutica del doppio volume di Kill Bill nella cinematografia dell’autore americano. E se una pellicola riesce a ridimensionare ai miei occhi le imprese di Black Mamba, allora se non è un capolavoro di sicuro è qualcosa che gli si avvicina parecchio. Dalla mia recensione del 12 ottobre scorso: “Bastardi senza gloria si configura come il migliore esercizio di equilibrismo narrativo finora congegnato da Quentin Tarantino. Un’autentica prova di acrobazia intellettuale, per come riesce a imbastirci una storia implausibile eppure convincente, regalandoci quello che almeno una volta nella vita tutti abbiamo sognato: la giusta condanna di un’ingustizia, accompagnata da un castigo commisurato alla colpa. Un miracolo riservato alla fantasia e al cinema migliore, di cui quello di Tarantino è da sempre espressione. Il regista americano si trova ormai talmente a suo agio con i meccanismi della mitopoiesi da confezionare un vero e proprio generatore di miti: dal plotone di soldati yiddish che semina scompiglio tra le SS (e memorabile resta l’introduzione all’entrata in scena dell’Orso Ebreo) al sergente tedesco Hugo Stiglitz che semina morte direttamente tra i suoi superiori; dal cecchino squallido eroe della propaganda nazionalsocialista alla vendicatrice ebrea, a metà strada tra la Pulzella d’Orléans e la Sposa/Black Mamba. I cattivi di Tarantino sono davvero cattivi e una menzione d’onore spetta al colonnello Hans Landa, il terribile “cacciatore di ebrei” intrepretato da un istrionico Christoph Waltz destinato, a quanto pare, a portare nuova linfa nelle schiere degli antagonisti hollywoodiani. I buoni, invece, non sono così buoni come ci hanno abituati a credere decenni di schematismi narrativi. Sfumature di grigio attraversano i loro caratteri: come accade per il tenente Aldo “L’Apache” Reine, il mezzosangue sceso dalle Smoky Mountains del Tennessee per organizzare i Bastardi senza gloria su mandato dell’OSS (l’embrione storico della CIA), a cui presta mascellone e accento Brad Pitt, in stato di grazia”.

L’uomo che fissa le capre. L’esilarante debutto alla regia di Grant Heslov confeziona una denuncia impietosa dell’irrazionalità della guerra e delle istituzioni militari più potenti del mondo. Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Questo film è la storia dell’Esercito Nuova Terra rivissuta attraverso i racconti dei suoi protagonisti e il manuale del suo fondatore. Se la mettessi su questo piano, probabilmente vi sembrerebbe azzardato, ma basta una semplice ricognizione in rete per capire di quanti siano gli spunti documentati intessuti nella trama dirompente e allucinata de L’uomo che fiss le capre. La pellicola trae ispirazione dal libro The Men Who Stare at Goats (2004) del giornalista gallese Jon Ronson (recentemente ristampato da Einaudi), il cui titolo si rifà a uno degli episodi riportati anche nel film, che documentano l’interesse dell’US Army per l’impiego bellico di poteri paranormali. L’Esercito Nuova Terra è in realtà il First Earth Battalion proposto nel suo manuale dal tenente colonnello Jim Channon, un reduce del Vietnam che al rientro in America, illuminato nel corso di un incidente di guerra dall’apparizione di un angelo che gli avrebbe rivelato che “la gentilezza è la [vera, NdR] forza“, si dedicò dagli anni ‘70 all’esplorazione delle pratiche New Age e al loro potenziale utilizzo nel warfare. E Jim Channon è ovviamente il Bill Django trasfigurato da Jeff Bridges sul grande schermo. Ma diversi altri aneddoti sulle stramberie dell’Esercito più forte del mondo rivivono nel film di Grant Heslov, dalle più assurde (le capre ammazzate con l’imposizione del pensiero attraverso lo sguardo; il Dim Mak, ovvero il tautologico colpo mortale la cui caratteristica è quella di avere effetto solo dopo un tempo che nessuno può conoscere, finché non giunge improvvisa la morte) alle più verosimili, rese tristemente popolari anche dalle notizie degli ultimi tempi (la tortura psicologica condotta sui prigionieri di guerra attraverso sistematiche combinazioni di lampi di luce e musiche ossessive)”. L’immaginario fantascientifico al servizio di una critica feroce contro il militarismo, secondo l’insegnamento di Kurt Vonnegut.

300

Posted on Novembre 1st, 2009 in Proiezioni | 19 Comments »

Ricordo che ai tempi se ne fece un gran parlare. Wu Ming, se non ricordo male, lo smontò pubblicamente e a più riprese. Diversi amici invece lo apprezzarono oltre misura. Mi tenni alla larga dalla pellicola e dal dibattito, fiutando sentore di patacca a miglia di distanza e non sentendomi particolarmente motivato per prendere parte alla diatriba.

Stasera ho ottenuto la conferma ai presagi peggiori.

Non ho idea del livello a cui fosse il fumetto di Frank Miller, che nelle storie di Sin City che ho letto è graficamente e drammaticamente sempre molto elevato. Ma il film di Zack Snyder è insulso. La voce fuori campo sembra un plagio dei documentari del Ventennio (o forse di Fascisti su Marte, non ho ben capito). L’estetica è talmente farlocca da risultare ridicola: luci finte, finte scenografie, finti costumi e finte ricostruzioni (nemmeno quel minimo di attendibilità storica che un’impresa come le Termopili avrebbe meritato). Sui dialoghi sorvolo per pietà (e presumendo che anche il doppiaggio ci abbia messo del suo).

Stupisce che il regista sia lo stesso di Watchmen. E stupisce ancora di più che qualcuno abbia sentito il bisogno di sparare a zero e qualcun altro di farne una parodia. 300 si ridicolizza benissimo da solo.

Se Zack Snyder non si fosse riscattato in soli 2 anni, gli avrei consigliato un Programma Ludovico con la filmografia di Albert Pyun somministrata in sequenza direttamente nell’encefalo. A conti fatti, chissà che non abbia provveduto da solo.

Menti connesse

Posted on Luglio 7th, 2009 in Accelerazionismo, Connettivismo, Fantascienza, Futuro, ROSTA, Sezione π² | 3 Comments »

Oggi Indimente, blog dell’omonima associazione culturale romana, mi ha dedicato un’intervista raccolta nelle ultime settimane dal mio vecchio amico Alessio Mittiga. Ad Alessio devo la scoperta di una serie di fumetti che hanno profondamente segnato il mio rapporto con l’immaginario di fantascienza: V per Vendetta e Watchmen di Alan Moore, per dire, ma anche Transmetropolitan di Warren Ellis e L’Eternauta di Oesterheld. Senza il conforto dei suoi albi e dei suoi consigli fumettari, gli anni romani dell’università sarebbero stati senz’altro meno interessanti. Nell’intervista abbiamo discusso ad ampio raggio di fantascienza, Connettivismo, Accelerazionismo, Sezione π², memoria e web. Buon divertimento!

Transitando per Next Station

Posted on Giugno 19th, 2009 in Connettivismo, ROSTA | 1 Comment »

Faccio mea culpa per non averne dato tempestiva notizia - negli ultimi giorni sono stato sopraffatto da lavoro e impegni vari - ma colgo l’occasione per farne un promemoria a beneficio di chi si fosse distratto: Next Station sveste il suo abito consueto e si rinnova per il futuro!

Il rilancio a cui accennavo ormai più di due mesi fa (anche qui) verrà rifinito nei prossimi mesi, con l’entrata a regime della nuova redazione che si occuperà di dispacciare bollettini dal futuro, mirati a conquistare presto l’assuefazione delle vostre sinapsi. Ma per il momento potete gustarvi il rinnovamento del contenitore, opera mirabile del nostro Gran Maestro del Codice Umberto “2×0″ Pace, che valorizza al meglio il dossier Watchmen preparato con l’insostituibile collaborazione del compagno Fernosky (leggete la sua interpretazione burroughsiana della graphic novel di Alan Moore e capirete cosa vuol dire la parola “connettivismo”) e la preziosa partecipazione dell’assiduo Domenico “7di9″ Mastrapasqua e di due ospiti d’eccezione, esperti conoscitori dell’autore britannico e del suo immaginario: Ivan “Zak/Mr Fumetto” Lusetti e Marco Scardamaglia.

Non un vero numero zero, in attesa del Nuovo Corso, ma un valido banco di prova per la svolta finale. Collaudo riuscito, voi che ne dite?

Star Trek

Posted on Giugno 2nd, 2009 in Fantascienza, Proiezioni | 6 Comments »

Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.

Queste parole pronunciate con tono solenne sulle note inconfondibili di Alexander Courage (Where No Man Has Gone Before) segnavano poco più di una decina di anni fa l’inizio dell’ora-cuscinetto interposta tra i compiti a casa (e le imprecazioni annesse) e la cena in famiglia. Con la serie classica di Star Trek ci sono in pratica cresciuto, dopo che in età non ancora del tutto consapevole avevo consumato grandi quantitativi della Next Generation (ma era stato ai tempi in cui poteva passarmi sotto gli occhi una sequenza di Blade Runner lasciandomi del tutto impassibile, mentre potevo trascorrere serate intere a contemplare le fughe nel deserto di Tremors…). Per scoprire le carte fin da subito, non sono mai stato un grande esperto della serie creata da Gene Roddenberry, perché non ho mai avuto la costanza richiesta all’appassionato per addentrarsi con cognizione in un mondo tanto complesso e variegato come quello che fa da sfondo alla missione quinquennale della USS Enterprise e alle vicende delle generazioni successive, fino al grandioso Deep Space Nine che trovai all’epoca stupefacente per la commistione di atmosfere noir e scenari interplanetari.

Ciò premesso, sono riuscito a vedere Star Trek sul grande schermo per un pelo. Lo Star Trek che avrebbe dovuto essere l’XI episodio cinematografico della longeva quanto travagliata saga, lo Star Trek che J.J. Abrams ha trasformato in una rifondazione dell’immaginario trekker: un punto zero in linea con i tempi che corrono e con i nuovi mezzi. Ne sono uscito soddisfatto e sorpreso. Alex Kurtzman e Roberto Orci hanno fatto un ottimo lavoro sul materiale originario, senza tradirne lo spirito, dedicando a ciascun personaggio della serie classica il doveroso approfondimento psicologico, esagerando forse solo un po’ nell’asservire il finale alla gloria di James T. Kirk (ma la megalomania è comunque una caratteristica del personaggio, spaccone come è sempre stato). I set ridonano smalto al futuro, attualizzandolo nell’estetica e nell’architettura, tanto nello spazioporto tra i campi dell’Iowa quanto su Vulcano o nella San Francisco minacciata dai romulani transfughi nel tempo. Le soluzioni registiche di Abrams sono da manuale, molto studiate ma realizzate con grande maestria e senza che il tocco del regista risulti mai invadente, ma sempre funzionale al risultato. Abrams è stato in grado di massimizzare la resa spettacolare delle scene e di regalarci un punto di vista insolito in sintonia con l’estraneità dell’ambientazione spaziale: camera quasi mai ferma, inquadrature prese secondo angolazioni oblique e inconsuete.

Per un assaggio di quanto detto sul piano estetico, si rimanda al trailer. Qualche difetto lo si può comunque trovare in alcuni buchi di sceneggiatura (come la necessità di coinvolgere Spock nell’abbattimento della trivella, non giustificata sul piano narrativo se non nell’economia degli equilibri della trama), nella scarsa verosimiglianza di alcuni scontri a fuoco in spazio aperto (pur nella sontuosità iconografica) e in una manciata di momenti che diventano particolarmente fumosi in coincidenza con le fasi più concitate della pellicola. Niente, comunque, che impedisca di apprezzarne l’essenza e - dopo Watchmen mi sembra davvero di ripetermi - la fedeltà allo spirito del prodotto originario. Con in aggiunta il pegno doverosamente pagato all’immaginario abramsiano, con lo slusho servito nei bar e le creature aliene che tradiscono la loro somiglianza con l’incubo mutante di Cloverfield. Intromissione ingiustificata per qualcuno, valore aggiunto per chi come il sottoscritto crede nell’intreccio dei riferimenti, nella rete sotterranea che connette il nostro immaginario oltre la soglia del Terzo Millennio.

Non dirò nulla sulla trama per non guastare la visione a chi non ne avesse ancora avuto il piacere. Basti sapere che nella pellicola anche un appassionato non particolarmente edotto come il sottoscritto troverà richiami espliciti agli eventi o anche solo agli accenni che puntellano la mitologia trekkie; che i personaggi principali ci sono tutti: Spock, McCoy, Chekov, Uhura, Sulu e Scottie; e che l’iniziazione allo spazio di Kirk e del suo equipaggio avviene rinnovando l’espediente del viaggio nel tempo già utilizzato a più riprese in passato dagli autori della saga, tanto sul piccolo quanto sul grande schermo. Poco male: il meccanismo funziona e la chiusura sui titoli di coda che riprende il tema di apertura della serie classica ha il sapore dell’omaggio, suggellando questo antefatto e concedendo allo spettatore - fuori dal film - un viaggio nella memoria.

In estrema sintesi, credo che al di là dei suoi meriti intrinseci, questo Star Trek firmato da J.J. Abrams renda giustizia al genio e all’opera di Roddenberry e che lo faccia con grande rispetto, mettendo al servizio dell’immaginario trekker e della sua tradizionale sensibilità nel bilanciare tensione morale, speculazione sociologica e spirito dell’avventura, quella tecnologia degli effetti che, per necessità o ingenuità, al franchise in passato è sempre difettato.

Lunga vita e prosperità.

 

No Minuteman at Midnight

Posted on Aprile 1st, 2009 in Connettivismo, Nova x-Press, ROSTA | 2 Comments »

Che fine hanno fatto gli Watchmen?

Watchmen: il sogno di celluloide

Posted on Marzo 18th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Proiezioni, ROSTA | 9 Comments »

Ogni promessa è debito. Un parallelo tra il film e il fumetto, con le ragioni per cui l’adattamento mi è piaciuto, è on-line su Urania Blog. AVVERTENZA: include la spiegazione del perché creda possibile che Watchmen influenzi il gusto estetico degli anni a venire, in maniera non dissimile da quanto accaduto all’epoca per Blade Runner. Fermo restando che Watchmen NON è Blade Runner, ci mancherebbe.

E questo è solo l’immediato. Per aprile qualcosa di più vasto apparirà - a firma di collaboratori d’eccellenza - su Next-Station.org. In versione 2.0.

Stay tuned!

A mezzanotte, tutti gli agenti…

Posted on Marzo 15th, 2009 in Connettivismo, Graffiti, Proiezioni | 1 Comment »

Sempre a proposito di uomini in maschera, questa è Desolation Row di Bob Dylan, che dà il titolo al Capitolo I di Watchmen (citata esplicitamente in chiusura di episodio). Anno 1965, dall’album Highway 61 Revisited. Nel film una cover realizzata dai My Chemical Romance in chiave punk accompagna i titoli di coda. Probabilmente avrebbero fatto meglio a tenere l’originale.

Now at midnight all the agents
And the superhuman crew
Come out and round up everyone
That knows more than they do
Then they bring them to the factory
Where the heart-attack machine
Is strapped across their shoulders
And then the kerosene
Is brought down from the castles
By insurance men who go
Check to see that nobody is escaping
To Desolation Row

Una specie di paradigma, no? Il testo integrale è sul sito ufficiale di Dylan. Buon ascolto!

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Bob Dylan - Desolation Row