Uccidere Novikov. Ancora. E ancora…

Posted on Giugno 5th, 2013 in Fantascienza, ROSTA, Transizioni | No Comments »

Prendo in prestito il titolo del post da un gioco balenatomi in mente pensando al principio di autoconsistenza di Novikov. Non mi sembra di averne ancora parlato, pur avendolo citato in questa segnalazione di qualche tempo fa. Si tratta in sostanza di una soluzione (o un rimedio) al paradosso del nonno e nasce dall’intenzione del fisico russo Igor Dmitriyevich Novikov di escogitare un risparmio - energetico e concettuale - rispetto alle soluzioni proposte dalle teorie basate sul multiverso, che prevedono dimensioni parallele per sciogliere i nodi di questo e altri paradossi legati ai viaggi nel tempo.

Il principio di autoconsistenza postula che il passato sia immutabile. E che in un loop temporale chiuso gli eventi non sono determinati solo dal passato, ma anche dal futuro: in altre parole, qualsiasi evento è già accaduto, in quanto risultato logico e necessario della concatenazione di eventi che, nel passato e nel futuro, ha concorso al suo verificarsi.

Il gioco del titolo quindi scaturisce dall’impossibilità di modificare il passato. E pertanto dall’inutilità di qualsiasi tentativo di inviare sicari dal futuro per impedirne la formulazione da parte di Novikov.

Ma veniamo a noi. Mi sono dilungato sull’argomento perché, in effetti, in chiusura di quel post proponevo un esercizio: cercare di posizionare Timecop, film del 1994 con Jean-Claude Van Damme, diretto da Peter Hyams e prodotto da Sam Raimi, nel diagramma di flusso che vi segnalavo. Io lo avrei collocato esattamente a valle del blocco di controllo sul principio di Novikov, nel caso in cui la condizione non sia soddisfatta.

A quanto pare nei giorni scorsi la Universal ha confermato il suo interesse per un remake del film. Probabilmente senza coinvolgere nessuno degli autori originari, né Van Damme.

Speriamo che questa volta almeno ci spieghino come facevano Max Walker e colleghi, ogni volta, a partire in una capsula di lancio e approdare nell’epoca di destinazione a piedi. E, soprattutto, come ogni volta riuscissero a trovare la strada per tornare nel tempo di partenza. Ma speriamo anche che non riducano il tutto a un film sull’autostop temporale.

Linee di flusso

Posted on Aprile 12th, 2013 in Fantascienza, Graffiti, Micro | 5 Comments »

Ho visto circolare questo diagramma sui soliti social network (l’ho scoperto grazie a Vanamonde). Ed era troppo bello per non condividerlo anche qui… C’è davvero tutto: il loop di causalità, il principio di autoconsistenza di Novikov, il multiverso, la premonizione. In una parola: stupefacente. Cliccate e godetevelo!

Dei film citati, personalmente ne ho visti 22. Mi metterò con piacere in cerca dei restanti.

Esercizio per casa: visto che non è menzionato, prendiamo un film abbastanza famoso e vediamo dove collocarlo nel diagramma di flusso del viaggio nel tempo. Voi dove lo mettereste Timecop di Peter Hyams (1994), con l’inossidabile Jean-Claude Van Damme?

Looper

Posted on Febbraio 7th, 2013 in Proiezioni, ROSTA | No Comments »

La mia recensione: sulle pagine di Boiling Point.

Sul filo sottile della nostalgia: appunti a margine di due serie sci-fi

Posted on Marzo 5th, 2012 in Criptogrammi, On air | No Comments »

L’altra sera è cominciata su Rai4 la prima stagione di Ashes to Ashes, per la prima volta in chiaro. Avendo visto più volte Life on Mars, di cui questa rappresenta uno spin-off e con cui condivide i due terzi del team creativo e la maggior parte dei comprimari, la visione delle prime due puntate ha fatto emergere dagli strati inferiori della mia coscienza una concatenazione di riflessioni che rimandavo da un po’, e che conto presto di riprendere in maniera più organica. L’innesco è stato offerto dalla contrapposizione tra il 1973 e il 1981, gli anni in cui le due serie sono ambientate. Ma facciamo un passo indietro.

Life on Mars è la storia di un agente di polizia, l’ispettore capo Sam Tyler (John Simm) della Polizia di Manchester, che viene accidentalmente investito nel 2006 e si risveglia nella Manchester della sua infanzia, ascoltando la musica diffusa da un’autoradio. La canzone è appunto Life on Mars di David Bowie (composta nel 1971) e assicura gran parte dell’effetto emotivo della scena. Il resto è merito della scrittura di Matthew Graham (co-creatore della serie con Tony Jordan e Ashley Pharoah e sceneggiatore della prima puntata), della regia di Bharat Nalluri e di John Simm, sempre credibile nella parte del poliziotto spaesato, alle prese con i metodi all’antica dei nuovi colleghi e con il sospetto sempre più solido di una spregiudicatezza che spesso sconfina nell’illecito. La serie nasce quindi come serial di fantascienza, ma fin dalla prima puntata diventa un poliziesco: superato il viaggio nel tempo, che resta per molti versi inspiegato, per le 16 puntate delle due stagioni che la compongono, Sam Tyler dovrà vedersela con Gene Hunt (Philip Glenister) per sbrogliare casi d’ogni tipo, che talora s’intrecciano con il suo passato personale (e con il difficile presente della sua famiglia nel 1973).

La serie giunse al capolinea dopo due stagioni con un finale che lasciava tutti i nodi in sospeso, per dar seguito alla volontà proprio di Simm di abbanondarla per dedicarsi ad altri progetti, ma visti gli ottimi risultati e gli aspetti della realtà parallela - o solo artificiale, forse simulata, magari metafisica - e del suo rapporto con il mondo reale (o presunto tale) ancora da approfondire, la BBC commissionò agli autori un seguito. E Graham e Pharoah se ne uscirono con questa serie che solo in superficie è una versione al femminile di Life on Mars, in cui la protagonista Alex Drake (Keeley Hawes) rimane ferita durante uno scontro a fuoco nel 2008 e quando riprende i sensi si ritrova nel 1981. Scopriamo subito che è lei la psicologa della polizia che ha seguito il caso di Sam Tyler (durante le scene finali di Life on Mars il suo personaggio non entrava mai in campo), di cui conserva memoria. L’esperienza con Tyler le fornisce subito gli elementi per districarsi nella realtà-trappola in cui è finita. Le tre stagioni di Ashes to Ashes seguono gli sviluppi del suo personaggio e dei comprimari ereditati da Life on Mars, in particolare Gene Hunt, trasferito da Manchester a Londra con buona parte della sua squadra. La serie, a differenza del predecessore, si dipana su un arco temporale di circa due anni, dal 1981 al 1983, attraversando i primi anni di thatcherismo, dal matrimonio reale di Carlo e Diana alla guerra delle Falkland.

L’influsso esercitato dalle due serie nella cultura britannica è stato profondo, in virtù della popolarità acquisita dai personaggi e dall’approccio in definitiva politicamente scorretto del co-protagonista Gene Hunt e di gran parte della sua banda. Basti pensare che ha fatto molto discutere il coinvolgimento involontario dello stesso Hunt nell’ultima campagna politica, con i Labours e i Tories che se ne sono serviti per sferrarsi colpi bassi a ripetizione, fino all’invito da parte della Kudos Productions a interrompere lo sfruttamento indebito della sua immagine.

La prima cosa che colpisce, guardando Ashes to Ashes, è data dai segni di decadimento che contraddistinguono gli scenari urbani. Anche se Manchester rappresentava un’ambientazione decisamente più interessante, Londra è tutt’altro che un posto noioso per un serial. L’East End è presentato come un ammasso di condomini in sfacelo e fabbriche in rovina e al centro del secondo episodio troviamo già una manovra di speculazione edilizia ai danni dei ceti proletari. In effetti siamo su una linea di logica continuazione di quanto già visto nella Manchester di Life on Mars, dove la questione lavorativa veniva affrontata dal punto di vista delle agitazioni sindacali contro la riforma delle Trade Unions perseguita dal premierato di Edward Heath. La seconda è la maggiore cattiveria di alcune soluzioni legate al subconscio del protagonista: nel caso di Tyler le proiezioni dell’inconscio s’incarnavano spesso nella visione di una bambina bionda vestita di rosso (la cosiddetta Test Card Girl, che in quegli anni accompagnava il monoscopio della BBC - e se condividiamo la stessa curiosità e volete un confronto l’equivalente della Rai, definito Philips PM5544, moderate il volume degli altoparlanti per il vostro bene… eccovelo); nel caso dell’ispettore Drake, assumono invece la forma del clown personificato direttamente da David Bowie nel suo videoclip di Ashes to Ashes. E le sue apparizioni, inutile dirlo, risultano qualche ordine di grandezza più terrificanti delle pur inquietanti manifestazioni della bambina del monoscopio BBC.

La terza constatazione è certamente l’efficacia della formula: c’è poco da fare, questa combinazione di fantascienza e police procedural funziona, e funziona alla grande. Non so cosa potrebbe venire fuori dall’annunciata versione italiana (intitolata provvisoriamente 29 settembre, di cui tuttavia da due anni si sono perse le tracce), ma il gusto di contrapporre il presente al passato può essere per lo spettatore generalista fonte di piaceri che in genere sono riservati agli appassionati di fantascienza in senso stretto. Purtroppo il caso britannico che ha decretato il successo del franchise non fa fede, considerando la maggiore predisposizione del pubblico d’oltremanica agli stilemi della science fiction. Ma se lo shock da futuro è da sempre pane per i nostri denti di appassionati, una versione addomesticata come appunto questa forma di shock temporale “da passato” potrebbe riuscire di più facile assimilazione per un pubblico più eterogeneo e meno “preparato”, qual è appunto quello italiano. E gli anni di piombo offrono spunti di sicuro interesse per essere storicamente indagati o anche solo drammaticamente accennati (dopotutto, io stesso ho ceduto alla tentazione, con un racconto intitolato - guarda caso - Cenere alla cenere).

Arriviamo così a quello che voleva essere il succo del mio post. Life on Mars lasciava ampio spazio alle interpretazioni, ma a meno di cadute di stile questo Ashes to Ashes potrebbe servire a gettare anche nuova luce sui punti lasciati in sospeso dal prototipo, risolvendo quegli aspetti che avevano alimentato le discussioni più accese. La principale accusa mossa a Life on Mars era infatti quella di essere una serie “nostalgica”, incapace di guardare avanti, e la scelta di Sam Tyler di rifugiarsi volontariamente nel passato veniva letta da molti, alla fine, come una dimostrazione di questo approccio. Un’interpretazione legittima, che però condividevo solo in parte. Sono rimasto tuttavia incapace di razionalizzare la mia posizione e di argomentarla, rendendomi conto che nasceva da nient’altro che una qualche astrusa risonanza empatica. Almeno fino ad ora. Cominciando a guardare Ashes to Ashes, infatti, un po’ di cose hanno cominciato a schiarirsi e mi sembra che le tessere del mosaico si stiano incastrando al posto giusto.

Le due serie, infatti, non mettono in scena la stessa rappresentazione del passato. Se vogliamo, anzi, propongono una prospettiva in evoluzione, una dialettica tra epoche storiche diverse: avvertiamo, cioè, lo scorrere della storia, per dirla con toni altisonanti. In Life on Mars sentivamo che qualcosa poteva ancora essere fatto per modificare il corso degli eventi, rivoluzionando di fatto il nostro presente. Fin dalle prime battute questa possibilità sembra invece essere definitivamente esclusa in Ashes to Ashes. Sarà stato per il thatcherismo in UK, per l’edonismo reaganiano in USA o per l’orgia democristosocialista d’ispirazione craxiana in Italia, ma con gli anni ‘80 cominciano a delinearsi le prime certezze sul futuro: le cose andranno sempre peggio, c’è poco da scherzare. Come abbiamo avuto modo di sperimentare, la discesa è proseguita per tutti i ‘90 e ha raggiunto il culmine con la prima decade del nuovo secolo. Gli USA hanno intravisto una luce in fondo al tunnel, ma qui nella Vecchia Europa è ancora notte fonda.

Altro che nostalgia consolatoria, insomma: mi sembra piuttosto di essere dalle parti dell’autocritica più matura, condotta attraverso un semplice meccanismo narrativo quale può essere il confronto tra i nostri giorni e quelli di due epoche-chiave nel nostro passato. E anche se poi la tensione drammatica prenderà tutta un’altra direzione, com’è plausibile che accada e come accadrà, per sbrogliare la matassa di una trama che si sviluppa attraverso cinque stagioni (volendo considerare le due serie come la prosecuzione l’una dell’altra), il fatto di averci messo di fronte a questa contrapposizione resta, con tutte le riflessioni che può avere stimolato.

Non ci vorrà probabilmente una terza serie per sciogliere le ultime riserve possibili, anche se sono quasi certo che riuscirei comunque a godermi un ipotetico Thursday’s Child ambientato negli anni di transizione dal XX al XXI secolo. Ma poi subentra razionalmente la convinzione che se potremo aspettare qualche anno per questo, probabilmente sarà perché avremo trovato nel frattempo un modo per restare a galla, piuttosto che per venire davvero fuori dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati negli ultimi decenni, e questo mi rallegra decisamente meno.

Next Station: conflitti, incubi e traiettorie superluminali

Posted on Gennaio 8th, 2012 in Connettivismo, ROSTA | 5 Comments »

Finalmente ci siamo: è on-line il terzo numero di Next Station, nuovo corso, versione webzine. Segnalo in particolare: i racconti di Dario Tonani (in realtà già proposto come antipasto del numero all’uscita di Toxic@, e pubblicato da qualche mese) e Roberto Furlani (che si appresta a diventare un film, se non l’avete già fatto visitate la pagina web ufficiale del progetto o fate un salto su Facebook), l’esperimento di mash-up di Fernando Fazzari che mette sotto i ferri il celebre racconto Berenice di Edgar Allan Poe (mi sento di poter dire che si tratta della prima seria analisi pratica dedicata a una tecnica narrativa invalsa di recente nel mondo editoriale, grazie a un filotto di titoli che combinano celebri opere della letteratura mondiale ed elementi di fantastico, horror o fantascienza); le panoramiche di Francesca Fuochi e Alex Tonelli, dedicate rispettivamente all’artista inglese Francis Bacon e a Tullio Avoledo, acclamato autore de L’elenco telefonico di Atlantide; la recensione di Emanuele Manco sulla raccolta del meglio di Cyborg, occasione per ripercorrere un’intera stagione dell’underground fantastico italiano; le rubriche di Sandro Battisti e Salvatore Proietti, incentrate rispettivamente sul gruppo inglese The Mission e sui rapporti tra Italo Calvino e l’immaginario della scienza; e per finire la rielaborazione dell’intervento sui viaggi nel tempo tenuto da Lanfranco Fabriani e dal sottoscritto in occasione dell’Evento Light 2010.

Il punto di partenza per la navigazione è ovviamente l’editoriale, che non abbiamo potuto - purtroppo - circoscrivere all’immaginario. L’immagine di copertina è come al solito opera di Marco Moschini, direttamente dai sotterranei di Bologna. Buona lettura!

Superluminal

Posted on Settembre 23rd, 2011 in Transizioni | 2 Comments »

299.798.454 metri al secondo. Questa sarebbe la velocità più alta mai registrata in natura, con una revisione al rialzo di poco più di 6 km/s rispetto alla stima della velocità della luce (la famosa c immortalata da Einstein nella formula pop del XX secolo: la celeberrima E=mc²). Una costante, questa famosa c (dal latino celeritas). Una velocità limite, a separare il mondo sub-luminale da quello superluminale, di cui fino a ieri si vociferava con una certa prudenza. Da oggi, quei 6 km/s potrebbero segnare un vero e proprio paradigm shift. Grazie a una delle particelle più sfuggenti e a una ricerca che, qualora venisse confermata, recherebbe lustro al nostro paese.

La notizia ha fatto il giro dei quotidiani e dei siti, diffondendosi - come rimarca il fisico renitente Marco Delmastro, che mastica queste cose quotidianamente - con una velocità paragonabile all’oggetto della scoperta. Insomma, passatemi la battuta: il messaggio è ben rappresentato dal mezzo. Ironia a parte, è difficile non provare entusiasmo per una notizia del genere: se la scoperta degli scienziati al lavoro su OPERA, nei laboratori del Gran Sasso, dovesse venire confermata - e il bello del metodo scientifico è che le notizie non basta darle, bisogna aspettare che il risultato venga confermato dai colleghi in un esperimento parallelo prima di stappare le bottiglie di spumante tenute in serbo per l’occasione - aprirebbe interi nuovi orizzonti alla comprensione umana dell’universo.

Ma per il momento occorre portare prudenza, come invita a fare un altro dei miei blogger di riferimento in ambito scientifico: su Keplero, Amedeo Balbi corregge il tono sensazionalistico adottato quasi all’unanimità dalla stampa italiana, con la complicità di scienziati piuttosto controversi al di fuori dei confini nazionali, e ci ricorda che - se confermata, continuo a ribadirlo - la scoperta non sancirebbe una violazione della relatività einsteniana, dacché la teoria esclude la possibilità di accelerare una particella fino alla velocità della luce (per la qual cosa occorrerebbe un’energia infinita), ma non vieta l’esistenza di particelle intrinsecamente più veloci della luce. Particelle di questo tipo erano già state postulate (i lettori di fantascienza avranno una certa confidenza con i tachioni), ma finora le teorie formulate prevedevano per esse una massa immaginaria, il che le rendeva un po’ troppo esotiche per i nostri gusti.

I neutrini analizzati da OPERA, del tipo muonico, sono provvisti di una massa seppure infinitesima (si parla di meno di dieci milionesimi dell’elettrone) non nulla e soprattutto sono particelle osservate e già conosciute da tempo, sebbene per molti versi ancora da capire. In particolare, per esempio, l’esperimento dei fisici dell’INFN (l’Istituto Nazionale di Fisica Nazionale) dei laboratori del Gran Sasso si prefigge lo scopo di studiare le oscillazioni del neutrino muonico in neutrino tauonico, ovvero le trasformazioni da un tipo della particella a un altro, e per questo entrambi i fisici-blogger citati più in alto rimarcano comprensibilmente che le caratteristiche dei rilevatori utilizzati per le misure non sarebbero state disegnate espressamente per misurare la velocità dei neutrini. Quindi - benché il risultato sembri confermare una precedente misura e garantire l’accuratezza necessaria - non possiamo ancora escludere l’evenienza di un errore sistematico.

Gli addetti ai lavori, insomma, ci vanno giù con i piedi di piombo. Dal mio punto di vista di fisico mancato, ci sono un paio di cose della faccenda che mi colpiscono in maniera particolare: la prima è ovviamente la violazione della causalità che una simile particella realizzerebbe, e che fino a oggi costituisce la principale obiezione logico-filosofica all’idea di spostarsi a velocità superluminali; la seconda è che una particella provvista di massa non nulla potrebbe viaggiare più veloce di una particella di massa nulla invariante come il fotone, che finora poneva la pietra di paragone per la velocità (inclusa quindi la propagazione dell’informazione); per finire, queste particelle potrebbero muoversi a una frazione leggermente superiore alla velocità della luce, ma quante altre potrebbero muoversi o essere accelerate a velocità anche molto maggiori? Il lettore di fantascienza non può non pensare alle possibili applicazioni di una simile idea nella pratica. A chi scrive, le pagine lette hanno subito stimolato il ricordo di motori iperluce per la navigazione interstellare FTL (faster than light), macchine del tempo e agotransfer. Il che non sarà come eguagliare l’estasi della scoperta, ma resta pur sempre capace, in queste condizioni, di evocare un bel brivido di vertigine.

Se la notizia dovesse essere smentita dalle prove sperimentali dei prossimi giorni e dei prossimi mesi, allora scemerà sicuramente l’euforia intorno all’argomento; ma tutte le persone più inclini alla fantasia potranno conservare l’ebbrezza della vertigine cosmica che ci è balenata davanti agli occhi per la durata di un istante effimero ma bellissimo.

Risorse in rete
Press release: CERN (in inglese), INFN (in italiano)
• L’articolo su arXiv: Measurement of the neutrino velocity with the OPERA detector in the CNGS beam
• La notizia su Scientific American
• La notizia sul Corriere della Sera
• La notizia su Repubblica
• La notizia sul Guardian
• Lo scetticismo di Forbes
• La vignetta di xkcd (spiegata dal fisico renitente)
• Borborigmi di un fisico renitente: I pettegolezzi viaggiano più veloci della luce
• Keplero: Più veloci della luce?

[Foto di Dan McCoy/Corbis. Via Guardian.]

Viaggi nel tempo al bando

Posted on Aprile 11th, 2011 in Agitprop, Fantascienza, Micro | 1 Comment »

La famigerata SARFT è tornata a colpire. Dopo Tang Wei, bersaglio di un editto dell’agenzia cinese preposta al controllo culturale sui mass media, è notizia della settimana scorsa (rimbalzata anche su Boing Boing, ringrazio Lanfranco Fabriani per la segnalazione) che nelle maglie della censura governativa è incappato niente meno che un tòpos tra i più classici della fantascienza: il viaggio nel tempo.

Negli ultimi tempi l’espediente è diventato particolarmente popolare, visto il suo diffuso utilizzo in fiction e pellicole di successo a partire da Shen Hua. Ma per le autorità di Pechino, dato il suo potenziale irriguardoso nei confronti della storia, il viaggio nel tempo sarebbe da condannare e rigorosamente da evitare nelle future produzioni.

Gli sceneggiatori sono avvisati: giù le mani dalla macchina del tempo! Per rispetto della storia. O semplicemente per risparmiare agli spettatori la fatica che deve aver sperimentato qualche solerte funzionario nel suo personale approccio con il tema.

[Nell'immagine: Time Machine Clockwork, by Pierre J.]

150 anni d’Italia: ancora Mille!

Posted on Marzo 17th, 2011 in Agitprop, Criptogrammi, False Memorie | No Comments »

Non posso lasciar correre la ricorrenza senza apporre due parole (davvero due) a questa data. E a giudicare da quanto si legge oggi in giro, sui social network e i blog della rete, non sono il solo. Il compagno Fazarov, per esempio, da par suo ha voluto commemorare l’anniversario del 150° anno dell’Unità d’Italia con questa sfiziosa scorribanda su e giù per il filo della storia (con tanto di guerre segrete temporali intuibili dietro le quinte, sulla scia delle ormai consuete rivendicazioni di parte). E la prospettiva fantascientifica forse offre ancora una volta l’angolazione migliore da cui guardare la realtà.

Oggi, con quello che sta succedendo nel mondo, dalle rivolte e repressioni in corso nel mondo arabo alla crisi nucleare che ha fatto seguito allo tsunami che ha travolto il Giappone, non trovo abbia molto senso festeggiare. Però la celebrazione della ricorrenza può passare anche attraverso forme meno manifeste, attraverso il semplice - ma se è davvero così semplice, non si capisce perché sia anche così raro - tributo della memoria.

Se oggi, fatte le debite eccezioni legate alle anomalie prettamente nostrane e di cui bisogna rendere atto alla nostra emerita classe dirigente, vivere in Italia non è poi così diverso da qualsiasi altra nazione occidentale, lo dobbiamo a una manciata di generazioni di patrioti e sognatori che intorno alla metà del XIX secolo credettero che un’Italia diversa da quella in cui erano nati e cresciuti, un’Italia unita e unica, capace di confrontarsi alla pari con le altre entità nazionali europee, fosse possibile. Un’idea accarezzata per secoli e continuamente sfumata grazie alle partigianerie e ai particolarismi da sempre fieramente difesi in ogni angolo della penisola. Ma che quell’Italia nata dall’impresa garibaldina sia oggi ancora unita, malgrado tutto e tutti, sulle nostre cartine geografiche, è a maggior ragione la materializzazione di un’idea fantascientifica. Un’impresa, dunque, capace di protrarsi ben al di là dello spazio temporale del processo di unificazione vero e proprio. Dopotutto, come sa bene ogni manutentore, il problema è sempre quello di tenere in marcia l’opera dell’ingegno, al di là delle fasi di progettazione e realizzazione.

E allora, senza retorica, oggi andrebbero ricordati tutti i nostri padri, nonni e avi caduti sul campo per tutta la durata di questi 150 anni, tutte le madri e madrine d’Italia, tutti i precursori del cui sogno noi oggi rappresentiamo, nel bene e nel male, la realizzazione. Loro potrebbero non essere altrettanto fieri di noi, ma noi dovremmo essere orgogliosi di loro. E magari impegnarci per dimostrarci alla loro altezza e, se davvero basteranno meno di 150 anni per veder svanire quel sogno antico ma audace portato a compimento dai Mille, saperci meritare anche noi sul campo la fama negativa dei briganti.

Palinsesto

Posted on Gennaio 5th, 2011 in Fantascienza, Letture, ROSTA | No Comments »

La mia recensione all’ultima fatica di Charles Stross approdata in Italia è su Fantascienza.com.

Recorded Future: il domani è già scritto?

Posted on Dicembre 11th, 2010 in Futuro, Micro, Transizioni | 2 Comments »

Il passaggio commerciale/analitico dal momentum allo Zeitgeist, illustrato ieri su Repubblica.it in un articolo ben documentato di Giulia Belardelli. Si chiama Recorded Future e sul sito della start-up statunitense sovvenzionata dalla CIA e da Google che l’ha ideato viene presentato come il primo “motore analitico temporale” al mondo. Un modo per viaggiare nel tempo a cavallo delle onde dell’infinito mare dell’informazione. A stupire non è tanto l’annuncio, quanto semmai l’idea che uno strumento del genere non fosse già a disposizione delle intelligence di mezzo mondo.