Breece D’J Pancake: Cacciatori di volpi

Posted on Aprile 8th, 2012 in Letture | No Comments »

[Consueto appuntamento annuale per ricordare Breece D'J Pancake, lo scrittore del West Virginia morto la notte tra il 7 e l'8 aprile 1979, dopo averci lasciato una manciata di racconti straordinari. Quest'anno voglio proporvi un racconto in cui si respira un clima da noir di provincia, pur non essendo una storia strettamente di genere. Per alcuni versi, i misteri di Parkins rievocano l'atmosfera sospesa e sinistra, persino ostile, a cui David Lynch e Mark Frost avrebbero dato forma sul finire del decennio successivo in Twin Peaks. Cacciatori di volpi è una storia che si nutre di segreti e crudeltà e mette in scena, tra i boschi congelati nelle ombre dell'autunno, una lotta per la sopravvivenza, che rivive solo trasfigurata nella battuta di caccia a cui si riferisce il titolo.]

Quando il camion di Bill arrivò in cima all’ultima salita prima di Parkins, il sole aveva già cominciato a rimbalzare dai pendii a ovest, e dalle colline orientali un’ombra grigia si proiettava sulla città. Da quella salita, Bo riusciva a vedere chi era in piedi e chi no dalle posizioni dei quadrati gialli di luce sulle facciate delle case. Lucy era nella cucina della sua pensione, i suoi inquilini nei bagni. Le due sorelle Duncan, che non facevano niente, si alzavano presto per continuare a farlo. Spettegolavano sui vicini, per lo più su Lucy. Lei le ignorava. Bo pensava che le piaceva che si parlasse di lei.
Brownie Ross stava aprendo il suo negozietto vicino alla ferrovia; accendeva le luci, tirava su le saracinesche, buttava carbone nella stufa. Bo si chiese perché Brownie apriva così presto, e anche Enoch. Brownie non aveva mai venduto niente di più grosso di un sacchetto di chiodi prima di mezzogiorno e, se ti si rompeva la macchina, dovevi andare a Parkins per trovare un telefono.
Bill lavorava per le ferrovie, come capostazione, e Lucy teneva a pensione i pochi uomini che ci volevano per mandare avanti la miniera che era stata riaperta, così entrambi dovevano essere in piedi alle sei. Enoch apriva presto perché lo faceva Brownie e Brownie era soltanto un vecchio. Le mattine cambiavano molto poco a Parkins.
«Lasciami davanti alla pensione, Bill. Voglio una tazza di caffè.»
«Non sono cazzi miei» scattò Bill mentre il camion si fermava vicino all’orso giallo sorridente della Brakes-and-Alignment. Fuori dal camion, Bo si girò per ringraziare l’autista, ma gli fu tirato dietro un «e non sono neanche tuoi». Il camion partì con un balzo e Bo lasciò che la portiera si chiudesse da sola per la scossa. Camminò verso la portafinestra del garage e ci lanciò dentro un’occhiata: la luce gialla della notte era ancora accesa, il banco del negozio cosparso di arnesi e pezzi della notte precedente. La Dodge verde se ne era andata.
«Devo averla messa a posto bene» pensò. «L’hanno portata via.»
Né Enoch né il carro attrezzi erano in vista. Il presagio nell’attacco di Bill aveva colpito nel segno: Enoch ne aveva combinata ancora una delle sue, ma solo gli uomini dovevano saperlo. “Neanche gli angeli in cielo sanno l’ora della sua venuta”. Bo rise mentre entrava nell’opprimente odore di argilla rossa, grasso e benzina. Rimise in ordine il banco, si lavò le mani, si guardò alle spalle e si diresse da Lucy.
La pensione era orribile. Si drizzava minacciosa su due piani nel vuoto della vallata, anonima e greve come le grosse rocce che Bo aveva visto nei film western alla TV. Tra le mura echeggiavano rumori: il suono delle tubature malfunzionanti e dei litigi dei pensionanti. Sul retro, una tettoia era stata convertita in sala ristorante.
Dentro, Bo riscoprì gli aromi della colazione. Dieci minatori stavano mangiando; Lucy stava preparando loro il pranzo in scatole di latta con il coperchio arcuato. Bo andò baldanzoso al juke-box, selezionò F-6 in gesto di sfida ricordandosi di Bill e si avvicinò al bancone con noncuranza. Ma nessuno lo aveva osservato come lui pensava. La voce da basso di Ike Turner marcava il ritmo; quella di Tina ci sussurrava dentro.
Lucy chiese con freddezza se voleva del caffè. Non rispose, ma ne prese comunque. I minatori se ne andavano e scendevano i capisquadra. A differenza dei loro uomini, che parlottavano di segreti sulle condizioni del lavoro e della sicurezza, i capisquadra mangiavano da soli e in silenzio.
Bo li osservava in disparte. Si chiese perché non riusciva a identificarsi con gli uomini tollerando la loro musica, le loro partite a carte e la loro caccia alle volpi, ma sapeva che una leggera crosta di indifferenza limitava la sua socievolezza.
Quando i capisquadra se ne andarono, Lucy tornò a riempire la tazza di Bo. A forza di intingersi i capelli, le erano diventati rossi come una paglietta di metallo arrugginita della Brillo. Era appena truccata con un filo di ombretto verde e la sua pelle aveva la grana e il colore dei funghi velenosi. A ogni mano portava un anello di fidanzamento con un diamante. Scommetto che è arrivato il momento di buttarli via, pensò Bo.
«Come ti va Bo?» Era sincera e la cosa gli piaceva.
«Non mi è chiaro, Lucy. Mi annoio, credo.»
«Prova con una canzone diversa, domani.»
«Domani è domenica. E poi, non è la mia canzone che mi annoia.»
«Quanti anni hai detto di avere?»
«Sedici, l’ultima volta che li ho contati.»
«Ci hai messo sedici anni prima di annoiarti?»
«Ci è voluto tutto questo tempo perché facesse effetto.»
Lucy rise. Bo osservava il suo viso che si contorceva, domandandosi se rideva con lui o di lui. Decise che era per questo che gli altri uomini dicevano che era una troia, e sorrise.

Da Cacciatori di volpi (Fox Hunters) di Breece D’J Pancake. Traduzione di Ivan Tassi per Trilobiti (ISBN Edizioni). Foto di Vilseskogen (”Fall Morning in West Virginia”) e di Dougtone (”West Virginia State Route 3”).

Breece D’J Pancake: Una stanza per sempre

Posted on Aprile 8th, 2011 in Letture | 4 Comments »

[Stanotte è caduto il 32simo anniversario della tragica scomparsa di Breece D'J Pancake. Come ormai da tradizione, voglio riportare un brano da uno dei suoi racconti per esprimere, attraverso la memoria, un ringraziamento per averci regalato questa manciata di pietre preziose. E come tra le pietre scavate dalla terra capita di imbattersi nel fossile di qualche minuscola creatura preistorica, così in queste pagine può capitare di scorgere l'ombra di Colly, il protagonista tradito e sconfitto ma malgrado tutto "ancora vivo" di Trilobiti. Come ha scritto Joyce Carol Oates sul New York Times, un personaggio "atterrito dall'intimità" e per questo incapace di costruire una relazione con "una donna che potrebbe amare", ma comunque già consumata dalla vita.]

E’ solo una ragazzina, quattordici, quindici anni, ma mi guarda come se sapesse quello che sto pensando, che cosa sto aspettando di vedere con questo vecchio ubriacone, e continua a guardarmi come se fosse l’ira di Dio o roba del genere. Mi fanno male gli occhi a guardarla di sbieco dall’altra parte della strada mentre tengo la faccia girata verso il barbone, ma la guardo lo stesso. Posso dire già da adesso che non è una puttana. Ha piuttosto l’aria di una ragazzina che una volta aveva una casa, dei jeans, un vero impermeabile, un telo di plastica sulla testa. Ed è anche troppo giovane per questa città: la legge non tollera pollastrelle in questo posto. Mi sa che probabilmente è scappata di casa e il tipo non è facile da inquadrare. Le passo davanti, non le presto attenzione, poi mi infilo in un negozio di ciambelle.
Prince Albert è seduto al bancone e parla da solo, passandosi le dita arrugginite tra i capelli e la barba. La sua pelle è giallognola perché si è cauterizzato il cervello con un sistema a quaranta volt a bordo del Cramer. Ho sentito dire che era un bravo guardafili, ma adesso è soltanto un invalido, è sporco e puzza come qualsiasi avvinazzato per strada.
Mangio la mia frittella, bevo a sorsi il caffè e guardo fuori dalla finestra. Il traffico si infittisce, le feste stanno cominciando. Quella ragazza passa, guarda nella vetrina del negozio verso di me come se conoscesse esattamente il momento in cui una sbandata mi farà cadere tra due chiatte. Mi fa venire i brividi e lascio lì il mio caffè, voglio un goccio e poi un sonnellino, ma quando esco lei è lontana in fondo alla strada, diretta verso i bar squallidi sulla Prima Strada. La pioggia si gonfia e ulula, sferzando scrosci d’acqua lungo i marciapiedi. La seguo finché non si mette nel vano di un’altra porta. Il mio cappello è fradicio e l’acqua comincia a corrermi giù per il collo e il viso, ma vado verso l’entrata dove sta lei e la guardo in piedi sotto la pioggia.
Dice: «Mi vuoi comprare?»
Rimango là per un pezzo cercando di capire se è una truffatrice. «Hai una stanza?» chiedo.
Scuote la testa, guarda dall’altra parte della strada, poi su e giù.
«Useremo la mia, ma voglio qualcosa da bere.»
«Va bene, conosco un posto che ne vende» dice lei.
«Conosco un posto migliore.» Lo conosco questo trucco. Non ho intenzione di farmi fregare i soldi dal suo magnaccia. Ma mi infastidisce, non riesco a capireche tipo di magnaccia non prenderebbe una stanza. Se lavora da sola non durerà più di due giorni tra gli sbirri e i magnaccia.
Camminiamo per la strada fino a uno spaccio. E’ bello stare con qualcuno, ma lei sembra troppo seria, come se pensasse solo all’aspetto economico della faccenda. Compro una bottiglia di Jack Daniel’s, provo a scherzare. «Jack e io ci conosciamo da tanto» dico, ma si comporta come se non mi sentisse.
Quando entriamo nella hall dell’hotel, due vecchi smettono di parlare per guardarci. Mi sa che lei li fa arrapare e sono contento che questa gentaglia ci stia degnando di attenzione. Sulla porta, ci metto un po’ per aprire la serratura e spero che la drag faccia capolino, ma è andata a farsi inculare. Entriamo e prendo un asciugamani per asciugarci, faccio il caffè per il whisky.
«Carino qui» dice lei.
«Sì. Lo disinfestano regolarmente.»
Per la prima volta sorride e penso che dovrebbe essere fuori a giocare a boccette o a qualcosa del genere.
«Non ci so fare molto» dice. «I primi tipi mi hanno fatto abbastanza male, così ho sempre un po’ paura.»
«E’ perché non sei tagliata per il mestiere.»
«No, è che ho bisogno di un posto. Devo smettere di andare in giro, sai?»
«Sì.» Nella finestra vedo i nostri fantasmi contro la luce scura del vetro. Mi mette un braccio attorno e penso che forse non siamo mai riusciti a mettere da parte l’aspetto economico della faccenda.
«E perché saresti venuto da me?» dice lei.
«Mi guardavi in modo buffo, come se vedessi che mi stava per succedere qualcosa di terribile.»
Ride. «Be’, no. Ti stavo studiando.»
«Sì. Sono solo un po’ nervoso stasera. Faccio il secondo su un rimorchiatore. E’ pericoloso.»
«Che cosa fa il secondo?»
«Tutto quello che il capitano o il primo non fanno. Non è una gran vita.»
«E allora perché non molli?»
«C’è di peggio. Mollare non è la soluzione.»
«Forse no.»
Mi mette la mano sul collo per eccitarmi: vuole che le sorrida, vuole piacermi. «Perché non molli tu e smetti di fare la puttana? Non fa per te. Ti meriti di meglio.»
«E’ carino che la pensi così» dice lei.
La guardo, penso che cosa potrebbe essere se avesse un’opportunità o due. Ma non le avrà qui. Nessuno qui ha un’opportunità. Potrei dirle dei miei genitori adottivi, delle signore nell’ufficio del sussidio e della maniera in cui mi hanno guardato quando mi hanno messo su un pullman diretto in un’altra città, ma non avrebbe senso per lei. Spengo la luce, ci svestiamo, ci mettiamo a letto.
Il buio è la cosa migliore. Non c’è viso, non ci sono parole, c’è solo la pelle calda, qualcosa di vicino e di dolce, qualcosa in cui perdersi. Ma quando la prendo, so che cos’ho, il corpo di una ragazzina che non si muoverà né per abitudine né per piacere, una bambina che gioca a fare la puttana, e mi sento orribile vicino a lei, e a causa di lei. Mi forzo su di lei come con tutte le altre. So che le sto facendo male, ma non fiaterà. Lei geme e il mio corpo si inarca in uno spasmo, poi subito dopo lei si rannicchia lontano da me e la tocco. E’ inerte.
Dico: «Potresti stare qui per questo mese. Voglio dire, se vuoi, potrei pagare io l’affitto e tu potresti trovarti un lavoro vero e pagarmi dopo.»
Rimane ferma là.
«Forse potresti lavorare in città da Sears o da Penney.»
«Perché non chiudi quella fottuta bocca.» Salta fuori dal letto. «Pagami e basta, okay?»

Da Una stanza per sempre (A Room Forever) di Breece D’J Pancake. Traduzione di Ivan Tassi per Trilobiti (ISBN Edizioni). Foto di Ana Cutone (”All Lit Up!”, veduta di Staubenville, Ohio, di notte) e di WVJazzman (”Parkersburg-Belpre Bridge at Night II”).

Trilobiti e fantascienza

Posted on Novembre 18th, 2010 in Fantascienza, Postumanesimo, Transizioni | 2 Comments »

A un appassionato di trilobiti e fantascienza non può sfuggire la notizia apparsa oggi sul Corriere della Fantascienza grazie al sempre attento Alberto Priora. Un gruppo di paleontologi ha dedicato la scoperta di una nuova specie fossile al pluripremiato scrittore britannico Stephen Baxter. La proposta di classificare questi fossili sotto la denominazione di Mezzaluna Xeelee è un omaggio proprio a uno dei suoi più vasti e ambiziosi affreschi letterari: una civiltà del futuro in cui gli umani devono confrontarsi con altre civiltà spaziali, tra cui una specie supergalattica dai poteri semidivini.

Il fossile di Baxter mi riporta indietro al mio tentativo di rappresentare una civilta interstellare postumana dal punto di vista di una comunità planetaria meno evoluta sulla scala di Kardashev. Una novella in cui altri fossili viventi, i celacanti, giocano un ruolo allegorico e metaforico di primo piano. Mi fa piacere ritrovare queste assonanze nella notizia riportata da Alberto e la cosa mi spinge a riprendere in considerazione quanto prima l’opportunità di sottoporre quel racconto in stand-by da diversi mesi a qualche editore.

Ancora Trilobiti

Posted on Maggio 7th, 2010 in Letture, ROSTA | 3 Comments »

Apprendo solo adesso della riedizione da parte di ISBN Edizioni di Trilobiti, la sorprendente raccolta di racconti di Breece D’J Pancake (qui potete leggere una mia disamina del racconto omonimo, qui invece un estratto di uno dei racconti più amari: La cava). E anche se la nuova copertina e il persistente richiamo alla figura di Kurt Cobain possono non trovarmi d’accordo, se non l’avete ancora fatto vi consiglio calorosamente di approfittate di questa nuova uscita, che include anche una postfazione di Percival Everett, che scrive: “nessun lettore può terminare questi racconti senza commuoversi, e nessuno scrittore può uscirne senza restare infuenzato”. Niente di più vero. Per ringraziamenti e reclami, ripassate pure da queste parti. Sarà un piacere discuterne.

Breece D’J Pancake: La cava

Posted on Aprile 8th, 2010 in Letture | 3 Comments »

[La notte tra il 7 e l'8 aprile 1979 Breece D'J Pacake moriva misteriosamente a Charlottesville, Virginia, per le conseguenze di una ferita da arma da fuoco, in circostanze non ancora del tutto chiarite. Lo scorso anno abbiamo preparato con il compagno Fazarov uno speciale su Next-Station.org per commemorare l'evento. Quest'anno voglio riproporvi un brano da uno dei suoi racconti, apparso postumo nel 1982 sulle pagine dell'Atlantic Monthly e ambientato nel mondo dei minatori del West Virginia, purtroppo tornato di tragica attualità proprio in questi ultimi giorni.]

Buddy schiacciò il grasso tra i denti della forchetta, cercando di recuperare la carne in mezzo a tutta quella poltiglia, e osservò Sally mentre mangiava. «Ci saranno dei soldi, Sal.»
«Non ricominciare. Sempre ci saranno, ma non ce ne sono mai.»
«Questa volta di sicuro. Estep e io abbiamo lavorato quella roba oggi. Una scavatrice D-nove e una pala meccanica ci farebbero finire alla svelta. Curt ha il contratto e tutto.»
«Pensavo che i tuoi genitori avessero già regolato i conti con le colline qui intorno.»
Lui si rivide in piedi a un funerale sotto il sole, non riusciva a dire chi, ma il profumo di Vitalis che veniva dalle mani di suo padre gli aveva rivoltato lo stomaco e le scarpe nuove gli facevano male ai piedi.
«Mai avuto un tetto sopra la testa, neppure quello. Rimani, Sal.»
Con la forchetta, Sally disegnava curve pigre nella zuppa di fagioli. Scosse la testa. «No, sono stanca di vivere di parole.»
«Queste non sono parole. Che cosa ti ha fatto stare con me così tanto tempo?»
«Le parole.»
«E l’amore? L’amore non è parlare.»
«Fare la puttana è parlare.»
La sua mano schizzò sopra il tavolo; per il colpo, la testa di Sally si girò da un lato e lei diventò tutta rossa. Si tirò su con calma, mise il piatto nel lavello e camminò per l’ingresso fino alla stanza da letto. Buddy la sentì accendere la televisione, ma il brusio diminuiva e lasciava spazio soltanto al guaire dei cani. Osservò il suo piatto che diventava freddo, mentre il grasso si incrostava sui bordi.
[…]

Il colpo riscosse Sally dal dormiveglia, ma si rimise giù, guardando la luce azzurra della tv che giocava contro i fiori rugginosi delle crepe del soffitto, mentre gli ultimi grani di cocaina le entravano in testa. Si allungò, si sentì galleggiare in un oceano di luce azzurra che gorgogliava attorno al suo corpo, si rilassò. Sapeva che era più carina delle ragazze al Thunderball Club o di quelle alla televisione; e molto più divertente.
«Moltisssssimo» sussurrò, più e più volte.
La sagoma di Buddy apparve sulla porta. «Non torneranno» disse.
«Chi?» Sally si sedette, lasciando che le lenzuola le scivolassero via dai seni.
«I cani.»
«Ah, sì.»
«Non ci fai i soldi così, Sal. Troppa roba gratis che ci gira intorno.»
«Sì? E tutto il denaro che fai tu mi terrà qui?»
Lui tornò verso l’ingresso.
«Buddy» disse lei. E lo sentì fermarsi. «Vieni.»
Mentre lui si toglieva le scarpe, lei fu colpita molto più del solito dal suo dorso arcuato; ma quando lui si girò verso di lei, il suo petto si gonfiò mentre si sbottonava la camicia. Da dove stava, la luce dell’ingresso si mischiava con quella della tv, colpendo i suoi occhi con lampi bianchi e rosa mentre lei si muoveva tra le onde delle coperte per fargli posto.
Lui entrò nel letto, le mani fredde le accarezzarono la vita e lei sentì piccoli tremiti nei muscoli di lui. Gli passò un dito giù per la spina dorsale per farlo eccitare.
«Quando parti?»
«Abbastanza presto» disse lei, tirandoselo più vicino.

Da La cava (Hollow) di Breece D’J Pancake. Traduzione di Ivan Tassi per Trilobiti (ISBN Edizioni, 2005). Foto di Dixon Marshall, “Mountain Icecap: South Branch Mountain”.

Altri articoli dedicati a Pancake:
Breece D’J Pancake, trent’anni dopo, 05-04-2009
Pancake: una riflessione sul tempo, 10-04-2009

Pancake: una riflessione sul tempo

Posted on Aprile 10th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Letture, Nova x-Press | 6 Comments »

L’opera di Breece D’J Pancake include una riflessione sul tempo che non può risparmiare il lettore nell’atto della scoperta del suo micromondo narrativo. L’intero universo di Pancake si trova compiutamente espresso in 12 racconti, che ne costituiscono l’intera produzione letteraria e ne condensano l’essenza in un barlume di eternità.

Il tempo di cui si parla in questi quadri della provincia profonda, istantanee delle zone più depresse delle colline appalachiane del West Virginia, è una spirale di pietre semipreziose, parafrasando il grande Samuel R. Delany, un vortice destinato a risucchiare qualsiasi prospettiva di redenzione. Il risultato è la percezione di un panorama immobile, cristallizzato al di fuori di ogni logica evolutiva. Perfino i trilobiti che il protagonista dell’omonimo racconto colleziona e regala agli amici non servono a dispiegare una vera prospettiva temporale, ma semplicemente a confermare la chiusura di qualsiasi possibilità di fuga. La stessa sorte, un giorno, accomunerà questi animali trasformati in pietra agli uomini che adesso costruiscono autostrade e ponti sui fiumi che cinquecento milioni di anni fa ospitavano queste forme di vita enigmatiche. I desideri e le passioni, salvo rari momenti di slancio subito riassorbiti nell’ordinario non-fluire che è lo stato delle cose, sono già relegati alla stessa dimensione.

Cosa possano percepire i cuori di pietra di questa gente, cosa possano vedere i loro occhi fossili, Pancake ce lo mostra con una chiarezza lancinante. Le sue parole evocano immagini dal profondo, irretendo il lettore in una trama di odori, fremiti, visioni, che lo precipitano nel cupo anonimato di una terra tagliata fuori dal cammino del progresso, lasciata indietro, abbandonata a se stessa.

Non c’è riscatto, nelle storie che Pancake racconta. La redenzione non è contemplata quasi nemmeno come possibilità. Anche quando i rapporti sembrano mettersi per il verso giusto o, per lo meno, una speranza si profila all’orizzonte, qualcosa irrompe a incrinare definitivamente il tessuto del quadro. Qualcosa va sempre storto e così ci riporta allo status quo di partenza. La situazione si ricompone, nel significato più letterale e nel verso meno consolatorio immaginabile.

Non c’è uscita, da questo mondo.

Non sorprende che - volendo prestare fede alla ricostruzione della polizia - Pancake si sparasse un colpo alla testa, la notte di Domenica delle Pasque dell’anno 1979. Non aveva nemmeno 27 anni, ma doveva avere ormai interiorizzato dalla terra e dalle persone una tale consapevolezza da lasciarlo senza via di fuga. In fondo è questo che traspare dalle sue storie. Una coscienza decisamente più vecchia di quanto la sua età anagrafica potesse suggerire. Una coscienza che è anziana e antica allo stesso tempo. Una consapevolezza che a volte illumina i suoi personaggi consolandoli con la ricompensa della comprensione (emblematica la chiusura di Colly nello stupendo “Trilobiti”, come pure del protagonista di “Onore ai morti”), altre li soffoca semplicemente in un’ombra di condanna (”Mi fermo davanti alla stazione dei pullman, dentro guardo le persone che aspettano e penso a tutti i posti in cui stanno per andare. Ma so che non riusciranno a scappare o che non sarà una sbornia che li tirerà fuori di lì, o che non sarà la morte a liberarli da tutto” leggiamo nell’epilogo del fulminante “Una stanza per sempre”). Sempre, in ogni caso, sullo sfondo di pessimi presagi, segnali di annientamento, presentimenti di disfatta.

La percezione del tempo e dei suoi effetti è un elemento ricorrente. “Mi sento vecchissimo” afferma Colly in “Trilobiti”. Poi, nel successivo “La cava”, assistiamo alla seguente scena che riecheggia fortemente, in un gioco di specchi e rimandi, le sue ossessioni.

Ai piedi della discarica fumante, dove erano stati rovesciati i resti d’argilla, il bambino di Estep girovagava, cercando qualcosa.
«Che fai lì, Andy?»
«Rocce» disse il ragazzo. «Ci sono dei disegni sopra». Porse a Buddy un pezzo d’argilla.
«Fossili. Vecchia roba morta.»
«Li sto collezionando.»
«Perché vuoi tenere della vecchia roba morta?» chiese, restituendogli l’argilla.
Il ragazzo abbassò lo sguardo e scrollò le spalle.
«Vai a casa, capito?» disse Buddy, osservando Andy mentre spariva giù per la strada secondaria, lasciandolo al ronzio del trasformatore. Si chiese perché il bambino sembrasse così vecchio.

Il lessico emotivo di questi personaggi riproduce la desolazione della natura. La violenza la fa da padrona, anche - o forse soprattutto - nelle storie più toccanti. Una reazione istintiva all’ostilità dell’ambiente, si potrebbe pensare. Ma forse c’è anche di più, forse persiste una speranza remota di infrangere il velo della quotidianità più triste e disperata attraverso un gesto a sua volta disperato, e così la violenza diviene espressione fisica di un impulso interiore. Un moto inconsulto dell’anima. L’equilibrio di Pancake è tale da non renderla mai una consuetudine e l’autore si limita a ritrarla senza suggerirne la necessità né tanto meno l’opportunità. Pur in assenza di un vero distacco dalla materia narrata, il suo tono non diventa mai assolutorio. E questo elemento consolida la sensazione di un lungo, forse non del tutto volontario ma inevitabile, processo di assimilazione da parte di Pancake.

Questi racconti ne sono un concentrato. Perché, come opportunamente fa notare Giacomo Papi nella sua introduzione alla prima edizione italiana, “nella prosa di Breece D’J Pancake tutto persiste”. A lettura ultimata, non si hanno dubbi che le stesse emozioni fissate nelle parole perdureranno anche nella memoria.

[Tutte le foto che accompagnano questo post sono di Dizzy Girl, prese dal suo set West Virginia.]

Next Station: ricordando Pancake

Posted on Aprile 8th, 2009 in Connettivismo, Letture, ROSTA | 2 Comments »

Ho scoperto Pancake per caso. Solo per un caso mi sono imbattuto on-line nelle pagine che lo riguardavano. Sono rimasto stupefatto dall’alone di culto che ne circondava l’immagine e l’opera, a fronte di una brevissima esistenza e di un’ancora più breve stagione letteraria. Mi sembrava un enigma. Ma mi è bastato leggerne poche righe, apprendere poche cose sul suo conto, per convincermi a dare la caccia alle sue cose. Il corpus dei suoi lavori è un autentico scrigno di perle: 12 pietre preziose, un po’ sporche di terriccio umido e di foglie secche. Profumo di cenere.

Pancake. La lettura non mi ha deluso. Mi ha anzi dischiuso sentieri che mai avrei immaginato. Ma lui resta sempre un enigma.

Con il compagno Fernosky abbiamo condiviso la folgorazione. Dall’anno scorso - era proprio di questi tempi - ad oggi, ne abbiamo letto e riletto i racconti, assaporandone le suggestioni, il potere evocativo della parola, i tormenti. Oggi cade il trentesimo anniversario della sua scomparsa prematura. Andavamo pianificando da tempo il rilancio di Next Station. Non ci siamo ancora riusciti, ma non abbiamo creduto che fosse il caso di rinviare il primo dei nostri propositi: rendere merito a un autore ancora terribilmente attuale e sempre profondamente appagante da leggere. Così, con la complicità di Iguana Jo, non abbiamo rinunciato a pubblicare Ricordando Pancake, il mini-speciale on-line sul portale del connettivismo che ne anticipa la ripartenza.

Era il minimo che potessimo fare.

Breece D’J Pancake, trent’anni dopo

Posted on Aprile 5th, 2009 in Connettivismo, Letture | 10 Comments »

La Domenica delle Palme di 30 anni fa Breece D’J Pancake moriva in circostanze mai del tutto chiarite. Incidente o suicidio, se ne andava con un colpo di fucile quello che Kurt Vonnegut avrebbe giudicato, in una lettera a John Casey, ”il più grande scrittore”, e ancora “lo scrittore più sincero che abbia mai letto”. Una pallottola poneva fine alla sua personale via crucis privata. Due mesi dopo avrebbe compiuto 27 anni.

Da studente presso l’Università della Virginia, scriveva questo nelle lettere alla madre:

Quando avrò finito qua tornerò nel West Virginia. C’è qualcosa di antico e profondamente radicato nella mia anima. Mi piace pensare di aver lasciato la mia anima su una di quelle colline, e non sarò mai davvero capace di partire finché non l’avrò trovata. E io non voglio cercarla, perché potrebbe capitare che la trovi e così sarei costretto a partire davvero.

Una scrittura - come nei suoi 12 racconti, tutto ciò che ci ha lasciato - sofferta e diretta, sincera e per questo dolente. Parole che hanno il sapore della cenere e del fumo, della polvere di carbone e della rugiada. L’odore dei boschi, delle montagne, della legna, dei cervi e dei cani. Il profumo della vita vissuta come condanna ed espiazione.

Partendo da questa pagina dell’Atlantic Monthly, la prima rivista a pubblicare i suoi racconti, e dal sentito omaggio che gli dedica Tim Heffernan, potrete entrare nell’universo di questo scrittore straordinario. L’8 aprile con il compagno Fernosky lo ricorderemo come merita sulle pagine di Next Station.

Orfani della connessione

Posted on Luglio 8th, 2008 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, ROSTA, Transizioni | 4 Comments »

Sempre tra le news odierne di Fantascienza.com, segnalo l’annuncio della messa in linea del numero 107 di Delos Science Fiction, la prima rivista telematica di fantascienza in Italia che per l’occasione ha approntato uno speciale estivo dedicato alla narrativa. Carmine Treanni, autore di una introduzione profondissima e lucida sui tempi postmoderni che stanno vivendo la fantascienza e l’immaginario da essa alimentato, ha chiesto a otto autori di provare a immaginare un possibile futuro per l’Italia. Insieme a mostri sacri del calibro di Vittorio Catani, Donato Altomare (fresco protagonista di una doppietta al Premio Urania), Silvio Sosio e Virginio Marafante, e a fianco di altre giovani e valenti leve come l’amico Alberto Priora, Roberto Paura e Leonardo Pappalardo, sono stato invitato a offrire il mio contributo, cosa che ho fatto con estremo piacere.

L’idea di ambientare un racconto in un territorio che mi era familiare mi ronzava dalla testa da un po’ di tempo. Per la genesi vi rimando a quanto scrivevo il 25 marzo scorso sullo Strano Attrattore 1.0, dove anticipavo anche l’incipit di Orfani della connessione, che adesso potete leggere in versione integrata e definitiva su Delos. L’illustrazione che correda il racconto, che potete ammirare anche qua sopra, è opera di Giorgio Raffaelli, a cui va nuovamente il mio più sincero ringraziamento.

I luoghi del racconto sono quelli della mia infanzia: le propaggini delle colline materane affacciate sulla valle del Cavone, tra l’Appennino e la costa jonica. Si tratta del secondo racconto che ambiento in quella zona. Il primo, Terre Morte, era apparso sul Numero Zero di NeXT, quando tutto questo era ancora un sogno prototipale. E adesso quei tempi mi sembrano sepolti sotto strati geologici disseminati di progetti: alcuni in rovina, altri ben conservati, altri ancora che forse verranno un giorno riesumati e rimessi in sesto. Per cominciare, un terzo racconto con lo stesso sfondo ma a tema ucronico potrebbe seguire fra non molto. Ma è ancora tutto da vedere.

Per il momento, accontentatevi di questo: Orfani della connessione si situa in un futuro non ben precisato, che potrebbe cadere tra 10 anni come tra 50. Si confronta con il tema dell’augmented reality, ovvero l’espansione informativa della realtà percepita attraverso l’uso di dispositivi a radiofrequenza, display retinici virtuali e altre diavolerie in grado di consegnarci una rete pervasiva e (quasi) ubiqua. Ne parlava anche Anisotropie, qualche giorno fa, e il racconto va a riallacciarsi al discorso che teneva banco anche da queste parti sul futuro della Rete.

Se la scrittura risente dell’ultimo Gibson e non ho problemi ad ammetterlo, le atmosfere del racconto sono invece fortemente debitrici della lezione di Breece D’J Pancake, che con queste cose non ha niente a che vedere. O forse sì. Lascio che siate voi a deciderlo. Buona lettura!