Holonomikon

Posted on Ottobre 24th, 2013 in Transizioni | No Comments »

Rieccomi, anche se solo per una comunicazione di servizio. Da oggi mi trovate anche - soprattutto - al mio nuovo indirizzo:

http://holonomikon.wordpress.com/

Lo Strano Attrattore non chiuderà, almeno per il momento. Forse troverò un nuovo uso, o forse resterà cristallizzato alla fotografia attuale. Presto per dirlo. Comunque, se capitate da queste parti, mettetevi pure comodi, consultate liberamente gli archivi, ci sono pur sempre 790 post, tra il primo del 23 maggio 2008 e questo. Poi, se vi va, fate pure un salto dall’altra parte. Chissà che non ci sia altro da vedere.

Kardashev e il celacanto

Posted on Aprile 24th, 2010 in Connettivismo, Postumanesimo | 3 Comments »

Esco oggi da una settimana di editing e revisione su un progetto collettivo e, come accade spesso quando si fanno scontrare immaginari e ispirazioni, prospettive e visioni, prima di tornare a immergermi a capofitto nel romanzo provo l’urgenza di assecondare altre storie. Nella fattispecie, c’è una profondità postumanista che richiama ancora una volta la mia attenzione.

Mi sporgo a guardare brevemente oltre l’orlo del tempo, in quel baratro in cui sprofonda e ribolle la tenebra informe e favolosa - per dirla con un pensiero a Delany - delle possibilità future e passate. Mi perdo così in visioni di rutilanti e terribili civiltà interstellari, mentre nei miei schemi neurali faccio andare a ciclo continuo la danza ipnotica delle pinne di un celacanto sul fondo dell’oceano. E un sogno di persistenza e di trasformazioni prende forma da parole appena sussurrate.

La sindrome lunare

Posted on Luglio 19th, 2009 in Accelerazionismo, False Memorie, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, Transizioni | 6 Comments »

In questi giorni di sindrome lunare, per dirla con il grande Vic, gli italiani stanno tornando a puntare i loro nasi al cielo. Almeno questa è l’impressione che se ne ricava dalla lettura delle pagine (elettroniche e non) della stampa, che se non altro fungono da specchio attendibile degli umori del Paese. E gli speciali dedicati all’anniversario dello sbarco lunare dell’Apollo 11 dal Corriere on-line e da Repubblica.it meritano un’occhiata da parte dell’appassionato e del curioso.

Fa un certo effetto rileggere ora le parole di Moravia scritte all’epoca, intrise di scetticismo anti-scientifico e anti-tecnologico. Ma oggi possiamo dire che la sua ostilità al sogno dell’esplorazione spaziale nasceva da una reazione conservativa di fronte alla prospettiva di cambiamento e rivoluzione che si poneva - per la primissima volta in maniera concreta - davanti all’uomo, sulla frontiera spaziale. Nel corso della sua visita al Goddard Space Center, Alberto Moravia obiettava a George Mueller, direttore NASA per i voli spaziali con equipaggio umano:

“Certo lei si rende conto delle sconcertanti e in certo modo terrificanti implicazioni d’una simile affermazione. Basterà pensare ad alcune differenze tra il viaggio di Colombo e quello degli astronauti. Il primo solca un oceano azzurro, sotto un cielo luminoso, approda ad isole verdeggianti popolate di uomini innocenti e primitivi. Gli astronauti, appena fuori dell’atmosfera, piombano invece nel buio, approdano in un mondo morto, senza aria e senza vita, sbarcano con enorme difficoltà, si aggirano dentro un orizzonte che non oltrepassa due chilometri, su un suolo di pomice, tra picchi desolati.

La sua affermazione che il viaggio degli astronauti somiglia a quello di Colombo implica, a ben guardare, che l’umanità pian piano abbandoni la Terra, culla della vita, e si disperda nello spazio, in mondi inimmaginabili e con mezzi inimmaginabili e insomma cessi di esistere nei modi che sinora l’hanno caratterizzata. Tutto questo, almeno fino a quando non ci saremo fatti una mentalità interplanetaria, me lo concederà, è abbastanza sinistro”.

Moravia, non il più grande amico che la fantascienza italiana abbia avuto (per approfondire rimando alla testimonianza di Vittorio Catani sull’episodio di Montepulciano), intuiva la portata rivoluzionaria di quel sogno, le conseguenze che avrebbe comportato la realizzazione di un progetto tanto complesso e avveniristico come portare un uomo a mezzo milione di chilometri dalla Terra. E non a caso parlava di post-storia: qualcosa sarebbe finito, con quello sbarco. Qualcosa di nuovo e di diverso avrebbe avuto inizio. Il fatto che all’epoca non se ne riuscissero a cogliere ancora le implicazioni (le modalità in cui l’uomo avrebbe fatto proprio lo spazio erano molto più nebulose di quanto non lo siano ancora oggi) era la causa di quel percepire sinistro da parte dell’intellettuale nelle sue vesti da cronista.

Le catastrofiche profezie di Moravia non si sono ancora compiute. Con la distensione e la crisi petrolifera gli obiettivi dell’America e del mondo si volsero nel corso degli anni ‘70 verso altri scenari e il sogno dello spazio finì in ibernazione, per essere tirato fuori al momento opportuno e venire sbandierato a fini di mera propaganda politica, tanto nell’era Reagan (declinato in termini paramilitari nell’iniziativa di difesa strategica del famigerato Scudo spaziale) quanto nell’era Bush Jr. (l’obiettivo Marte spacciato a più riprese come piano strategico per il ritorno degli USA nello spazio).

Oggi siamo pressoché sicuri che la conquista dello spazio non potrà prescindere da una radicale riprogrammazione dell’uomo, dalla prospettiva di ridefinirne i parametri biologici secondo protocolli che ne faranno a tutti gli effetti un postumano. Ma a ben guardare, prima di spiccare il salto verso altri pianeti in stile Uomo Più e molto prima di guardare alle stelle più vicine, è ancora sulla Luna che dovremo tenere puntati i nostri obiettivi.

La Stampa.it ha pubblicato l’altro giorno questo intervento di Les Johnson, fisico della NASA che non nasconde il suo debole per la fantascienza. Segnalo il suo intervento con estremo piacere, in quanto va a ricollegarsi al discorso che facevamo da queste parti solo una settimana fa sul futuro dell’energia. Gli scenari che ci prospetta Johnson sono visionari: impianti di produzione sulla Luna o nell’orbita alta terrestre, sistemi di trasmissione a microonde, reattori a fusione nucleare alimentati con l’elio-3 estratto dalla crosta lunare. Vedere simili tecnologie prospettate da uno scienziato impegnato sul campo, divulgate per di più da uno dei quotidiani meno scientificamente ferrati della nostra stampa nazionale, è un po’ sorprendente. E non è difficile ricondurre questo discorso all’evoluzione della civiltà umana sulla scala di Kardashev, per riprendere un altro antico argomento discusso anche su questo blog.

Insomma, a 40 anni dallo sbarco dell’Apollo 11, pensare alla Luna significa ancora una volta interrogarci sul destino della nostra specie e sulle potenzialità della nostra civiltà. Nessuna frattura è inevitabile per rilanciare la scalata alle stelle: il mutamento, se ci sarà, dovrà avvenire conservando lo spirito umanistico di ciò che siamo, non rinnegando quanto di meglio è stato fatto, sogni inclusi. Arriveremo così nel futuro sulle nostre gambe di uomini, anche se nel frattempo ci saremo muniti di protesi o stampelle postumane. Dove ci condurrà il prossimo sogno, sarà la storia (senza post-) a dirlo.

[Le immagini della conquista lunare arrivano dalla galleria della NASA.]

Con le lenti del futuro

Posted on Maggio 5th, 2009 in Connettivismo, Futuro, Transizioni | 7 Comments »

Si chiamano head-up display (in breve HUD, letteralmente: “visori a testa alta” e, per estensione, “visori a sovrimpressione”, qui la voce Wikipedia) e, sono pronto a scommetterci, entreranno nelle nostre vite rivoluzionandole come è successo per la musica tascabile e i dispositivi cellulari. E sapranno rivelarsi forse ancora più rivoluzionari, perché potrebbero schiuderci una nuova prospettiva sul mondo, vincendo la resistenza alle modifiche fisiche (come l’integrazione di chip o innesti elettronici) che potrebbero trattenerci dallo spiaccare il Grande Balzo. Con queste lenti “olografiche” le reti ubique che si apprestano a prendere il sopravvento della nostra gestione/percezione dello spazio antropico nei prossimi dieci anni riusciranno a essere decisamente più immediate e interattive, senza il bisogno di includere parti estranee nei nostri corpi.

L’argomento dell’augmented reality mi sta particolarmente a cuore avendone affrontato le potenzialità in più di un’occasione (per esempio nel racconto Orfani della connessione, tradotto anche in inglese per Next International). Altrove, in qualcosa in corso di stesura, mi ero spinto ad affibbiare un nome alla tecnologia: ricorrendo alle tecniche di contrazione pseudo-commerciale messe in atto, tra gli altri, da Michael Marshall Smith, li avevo battezzati videoSpex. Niente di particolarmente innovativo, comunque, essendo questi simpatici ammennicoli già prospettati - in maniera comunque molto personale - da Luce Virtuale di William Gibson (1994) e inoltre presenti, come un sacco di altre sciccherie avveniristiche, in Ghost in the Shell.

Solo, ora come ora, mi sembra impossibile immaginare un futuro in cui la nostra interazione con la Rete non sia più immediata, interattiva e ubiqua di quanto non sia già oggi. E questi display indossabili mi sembrano metterci sulla strada più agevole verso quel futuro.

L’eco della Singolarità

Posted on Aprile 30th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, ROSTA, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

Ancora 20 anni: tanto manca alla Singolarità Tecnologica secondo le stime di Vernor Vinge. Come ipotesi, l’autore di Universo Incostante e di Rainbows End riesce a cucinarcela bene, senza risparmiare i particolari delle ragioni che lo inducono ad avanzarla.

Dovendo immaginare uno scenario attendibile ai tempi della stesura di Sezione π², mi figurai la data del 2047 (più o meno dieci anni). All’epoca già mi sembrava una stima ottimistica. Non so se la contrazione dei tempi sia sintomatica di una diversa percezione dello stato di avanzamento delle conoscenze e delle tecnologie (e quanto questa nuova percezione risulti giustificata), ma se la scommessa di Vinge dovesse riuscire vincente e alla fine si rivelasse l’unica causa di obsolescenza per il mio romanzo, mi riterrei già moderatamente soddisfatto. Mi toccherebbe magari distribuire versioni aggiornate e corrette della Sezione, in formati compatibili con i protocolli neuronici che saranno invalsi nel frattempo, ma in queste circostanze sarei disposto a rinunciare ai diritti per la riedizione.

Gli interessati si tengano in contatto.

Singolarità Universali

Posted on Febbraio 5th, 2009 in Accelerazionismo, Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

L’annuncio della fondazione della prima università dedicata alla Singolarità, sovvenzionata addirittura con i fondi di Google e NASA, ha acceso reazioni in fin dei conti prevedibili, come accade ogni volta che questo meme viene tirato in ballo. In effetti, di questi tempi, negli ambienti di discussione on-line il concetto di Singolarità risulta tra i più opportuni per innescare polemiche durature: ha un potenziale in apparenza inesauribile.

La Singolarità è ormai peggio del Comunismo. Ovunque se ne parli, gli animi s’infuocano. Non sorprende, considerando che i due concetti hanno imboccato traiettorie fin troppo simili. Con l’unica differenza che, in maniera bizzarramente pertinente con l’idea di sviluppo che prospetta, la nozione di Singolarità ha ripercorso la parabola utopica/distopica del Comunismo in tempi decisamente più “accelerati”.

A partire dalla sua elaborazione a opera di Vernor Vinge, abbiamo assistito a un numero ormai incalcolabile di riletture del concetto, che hanno portato a nuove versioni alternative, varianti di successo ed estremizzazioni di convenienza. Mutuando dal lessico della memetica, potremmo parlare di un’idea a bassissima inerzia e a elevatissimo potenziale di deriva. Se da un lato questa molteplicità di interpretazioni è il chiaro e inequivocabile segnale della mancanza di uno stampo dogmatico, dall’altro le continue rielaborazioni hanno alimentato un’impressione sempre più magmatica della Singolarità, qualcosa in corso di continua ridefinizione. E una conseguenza di queste condizioni è stata la progressiva affermazione di un approccio metafisico, un’ansia quasi messianica.

La cosa non deve essere piaciuta allo stesso Vinge se nel 2007 (a circa quindici anni di distanza dal suo storico articolo) decise di mettere in discussione la prospettiva della Singolarità Tecnologica delineando tre scenari alternativi. Il contenuto del suo discorso sul Long-Term Thinking (15 febbraio 2007, da cui sono ripresi i grafici che accompagnano questo articolo) sembra studiato apposta per demistificare l’attesa acritica e quasi religiosa di un evento da lui evocato come una semplice – per quanto promettente – ipotesi sul futuro della nostra società (e civiltà). Le tre opzioni alternative alla Singolarità a cui si richiama lo scrittore americano sono: il ritorno alla follia (con la regressione dell’umanità a uno stadio a bassa tecnologia per effetto di una catastrofe globale), un’età dell’oro decisamente più rassicurante (una sorta di surrogato di Singolarità) e, per finire, una ciclica alternanza tra periodi di splendore e intervalli di oscurantismo (il modello della ruota del tempo). Un tentativo, questo di Vinge, finalizzato a ricondurre la teoria nel solco originario dell’estrapolazione.

Ho già accennato alla volatilità delle sue implicazioni. Vinge ipotizzava in origine due possibili scenari principali come punti di transizione verso il postumano, che prospettavano un’esplosione di intelligenza artificiale (IA) o, alternativamente, un incremento esponenziale delle facoltà cognitive umane ottenuto mediante manipolazioni tecnologiche (dall’intelligence amplification all’augmented intelligence). Ripresa di volta in volta, la Singolarità ha assunto forme molteplici: l’emergere di autocoscienza dai programmi (Ricambi di Michael Marshall Smith), dalla Rete (Terminator nei suoi recenti sviluppi televisivi e cinematografici, ma l’intuizione viene già accennata da William Gibson en passant – praticamente buttata lì, come per caso – in Aidoru) o dalla materia stessa (il computronium di Stross in Accelerando, dove per altro l’esplosione di intelligenza e potenza di calcolo coinvolge l’intero pianeta). La Singolarità Universale è un miraggio. Ogni autore che ne ha scritto ha avuto le proprie idee e convinzioni sulla Singolarità Tecnologica. In Sezione π² immagino per esempio qualcosa di analogo a una Convergenza NGR, la cooperazione dello sviluppo integrato di nanotecnologie, genetica, intelligenza artificiale, computazione quantistica e cibernetica a delineare un panorama tecnologico profondamente integrato e soggetto a una continua evoluzione (in grado di rendere obsoleti strumenti che solo il giorno prima rappresentavano lo stato dell’arte).

Ma è bene ricordare che si tratta sempre di scenari virtuali. Per quello che mi riguarda, la Singolarità è una metafora tra le più potenti oggi a disposizione di chi scrive fantascienza. È un orizzonte degli eventi storico, al di là del quale possiamo concederci una o due licenze in più per guadagnare qualche metro utile nel punto di vista sul reale. E incarna meglio di qualunque altro concetto forte in circolazione l’idea della rivoluzione, dello stravolgimento dell’ordine costituito, del superamento di un certo immobilismo ormai consolidato al di fuori della sfera della tecnologia e della conoscenza. La Singolarità, insomma, è uno strumento: estremamente utile per vettoriare la densità di informazione che può associarsi a un punto di rottura e di non ritorno. Ma come tutti gli strumenti di potenza analoga, il suo uso non è esente da rischi.

Personalmente non so se nel futuro dell’uomo c’è una Singolarità, né quale aspetto assumerà eventualmente. Le IA sembrano ancora piuttosto lontane, sui nostri radar, ma l’incombente ubiquità della Rete potrebbe portare a effetti anche più radicali sulle nostre vite, andando a considerare lo sviluppo parallelo delle interfacce elettroniche e neurali, come prospettato da Gary Stix nel suo articolo “Il download della mente” (titolo molto morganiano), sullo scorso numero de Le Scienze. E sono certo che il futuro saprà essere tremendamente più strano di quanto oggi possiamo immaginarlo.

La Singolarità, in quest’ottica, assume una sua valenza metaletteraria che trascende il semplice contesto diegetico. L’estasi per i postmoderni che amano la fantascienza, verrebbe da dire, parafrasando Ken MacLeod. Che poi ci siano anche enti come la NASA e imprese come Google pronte a finanziare corsi di studio sulle sue implicazioni, come dice il compagno Fernosky, non può far altro che darci da pensare.

Storia di transiti, amori e dirigibili

Posted on Febbraio 1st, 2009 in Fantascienza, Letture, Postumanesimo, Transizioni | 1 Comment »

About McIntyre’s Superluminal:

Biotecnologie, conflitti sociali, nuovi mezzi di comunicazione e nuove lingue, come la vera lingua parlata dai tuffatori o la stupefacente lingua di mezzo che condividono con i cetacei. E ancora: oceanografia e lampi di matematica. Tutto questo e molto altro ancora è possibile trovare in Superluminal, un romanzo dalla vocazione universale (mimetica, diremmo oggi, capace di infrangere le barriere dei generi coniugando romance, avventura e fantascienza) e al contempo sorprendentemente in anticipo sui tempi.

È un grosso merito della collana Nuova Galassia e del suo curatore Salvatore Proietti (anche traduttore del testo in questione) averlo finalmente presentato ai lettori italiani, a distanza di un quarto di secolo dalla sua uscita. Se da un lato è importante la sua valenza storica, con i prodromi del cyberpunk già codificati nelle invenzioni che costellano queste pagine (innesti protesici, ingegnerizzazione genetica, il richiamo agli ultraleggeri che si addensano nelle pagine di quella rivoluzionaria stagione di scrittura, presagi di un paesaggio ad altissima penetrazione informatica e — addirittura — messaggi spazzatura a saturare la banda dei comunicatori personali dei protagonisti e filtri anti-spam per contrastarne l’invasività), dall’altro Superluminal stupisce per la lucidità critica con cui analizza tematiche come l’evoluzione, la scoperta di nuovi confini per una ridefinizione del concetto di appartenenza, che trascendono la fantascienza e che negli ultimi anni abbiamo ritrovato con una incidenza crescente nelle opere del cosiddetto filone postumanista.

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La persistenza dei celacanti

Posted on Gennaio 7th, 2009 in Connettivismo, Futuro, Postumanesimo, Transizioni | 1 Comment »

La creatura che vedete qui sopra è un celacanto (Latimeria chalumnae), esponente della più antica linea evolutiva di pesci che si conosca. I reperti fossili conosciuti permettono di datarne la comparsa intorno a 410 milioni di anni, nel Medio Davoniano, e a lungo è stata considerata una specie estinta fin dal Cretaceo (circa 80 milioni di anni fa), finché nel 1938 non ne venne pescato un esemplare al largo dalle coste del Sudafrica. E negli anni seguenti altri avvistamenti hanno permesso di tracciarne la presenza in Madagascar, Kenya, Tanzania e Mozambico. Una seconda specie dello stesso genere (L. menadoensis) è stata rintracciata invece in Indonesia nel 1999.

Creature piuttosto schive, i celacanti arrivano a 80 kg di peso e anche 2 metri di lunghezza, e possono vivere fino a 60 anni (per informazioni ulteriori vi rimando alla relativa pagina di Wikipedia). Queste creature sono affascinanti per diversi aspetti legati al loro status di fossili viventi, ma la loro caratteristica principale è proprio quella di avere conservato molte caratteristiche dei loro antenati di centinaia di milioni di anni fa. La qual cosa ne fa - quasi - dei campioni di persistenza. Mentre altri pesci e invertebrati si evolvevano drasticamente, trilobiti e ammoniti si estinguevano, e specie più adatte soppiantavano le altre nella naturale evoluzione degli ecosistemi, i celacanti sono riusciti a preservarsi con piccole modifiche che li rendono al contempo diversi dalle numerose specie dello stesso genere che popolavano gli oceani nel Davoniano, ma pur sempre unici nel panorama tassonomico odierno (per esempio il giunto intercraniale che ne separa la parte inferiore del cranio da quella superiore). Non è un caso che abbiano ispirato a Robert Reed un racconto omonimo dalle forti sfumature postumaniste.

Mi piace parlarne perché il celacanto è stato richiamato in un articolo di Repubblica.it mentre nei giorni scorsi qui si parlava di evoluzione. Non esattamente una coincidenza, ma mentre a scuola il celacanto ci veniva mostrato quale bizzarria evolutiva nei bozzetti dei naturalisti, solo adesso - spinto dalla curiosità ravvivata - sono riuscito in effetti a recuperarne on-line delle foto dal vivo.

Da quando il loro genere è comparso, il Sole ha appena completato la sua seconda rivoluzione (periodo stimato: 200 milioni di anni) attorno al nucleo galattico. L’uomo arriverà a vederne concluso il primo? E’ una di quelle domande che schiudono una prospettiva vertiginosa sull’abisso del tempo. Se l’uomo come genere è infatti comparso circa 2,5 milioni di anni fa, la specie homo sapiens ha appena 130.000 anni e nel corso della sua breve esistenza sembrerebbe avere già dovuto affrontare gravi momenti di crisi (secondo la Teoria della Catastrofe di Toba, circa 70.000 anni fa un’eruzione decimò la popolazione umana sulla Terra a un gruppo di poche migliaia di individui, selezionandone rigidamente il pool genico).

Nel suo articolo sulle recenti scoperte che hanno riguardato le dimensioni e la velocità di rotazione della Via Lattea, apparso ieri sul Corriere.it, Giovanni Caprara prospetta che prima della catastrofe che porterà alla fusione della nostra galassia con Andromeda (nella foto, ripresa nell’infrarosso dal telescopio Spitzer della NASA) l’uomo avrà probabilmente trovato la sua via per le stelle, adattandosi alla vita spaziale. Quello che non dice è che per riuscirci l’uomo dovrà probabilmente rinunciare - se non altro temporaneamente - a molte delle caratteristiche biologiche che oggi lo contraddistinguono come tale.

L’origine della civiltà viene fatta convenzionalmente (da cui l’etimologia del termine) risalire alla fondazione provata della prima città (e la consultazione di una lista degli insediamenti urbani più antichi può rivelarsi estremamente interessante). Proviamo a immaginare brevemente cosa è successo dal 6000 a.C. ad oggi: esplorazioni, scoperte, teoremi, teorie, architettura, arte, letteratura. L’invenzione della stampa, l’avvento dell’elettronica e dell’aviazione, lo sbarco sulla Luna, internet (e adesso, forse, anche la wiTricity). E proviamo a proiettare tutto questo sulla scala logaritmica dei prossimi 8000 anni. Non avremo coperto che un anno ogni 25.000 di esistenza dei celacanti.

Personalmente mi trovo in accordo sulla definizione di civiltà basata sull’uso consapevole della tecnica e sulla sua trasmissione generazione dopo generazione (concetto da cui è poi derivato lo studio di Kardashev sugli stadi di civilizzazione). Possiamo allora sostenere che l’uso della tecnologia, e pertanto la civilizzazione, acceleri l’evoluzione delle specie? Per il momento, abbiamo un’unica cavia e troppo poco tempo per trarre delle osservazioni significative. Ma la questione è intrigante. E la contrapposizione con i celacanti carica di suggestioni. Magari, materiale per qualche futuro lavoro.

Il chiosco delle meraviglie di Bruce Sterling

Posted on Dicembre 22nd, 2008 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Letture, Transizioni | 1 Comment »

La notizia è che Bruce Sterling è tornato. Non è lo Sterling che ci aveva incantato con le visioni transumaniste della Matrice Spezzata (1982), ma per fortuna neanche quello che ci aveva deluso con l’acritica esaltazione di tecnologia e iperliberismo fusi in un insipido corporativismo tecnocratico che essudava da Isole nella Rete (1998). Siamo piuttosto dalle parti dei malinconici quadretti di Un futuro all’antica, la sorprendente antologia del 1999 che ci aveva rivelato un aspetto inedito della personalità eclettica di questo Autore. Adesso a farci provare nuovamente il gusto dell’indagine sociale, l’ebbrezza dello scavo filologico negli strati sedimentati nell’immaginario del nostro basso futuro, ci pensa il suo ultimo romanzo breve, finalista al premio Nebula e pubblicato da Delos Books nella collana Odissea Fantascienza lo scorso novembre con il titolo Il chiosco (in un’ottima traduzione firmata Jasmina Tesanovic e Salvatore Proietti). Un’occasione per ricominciare a parlare di futuro, che potrebbe riuscire anche in un efficace regalo per Natale.

Una galleria di personaggi si muove intorno all’impresa del nuovo secolo, fiutata da un rigattiere del vecchio quartiere degli artisti di Belgrado. La società iugoslava è in frantumi, le cicatrici segnano ancora i corpi e la memoria del suo popolo, ma a ridosso delle Transizioni che hanno posto termine, in rapida sequenza, alle illusioni del comunismo e del globalismo, con l’avvento delle innovative nanotecnologie che permettono di manipolare nanotubi di carbonio all’interno degli astrusi fabbricatori, c’è già chi ha fiutato la possibilità di una Terza Transizione che porti all’agognata parificazione sociale. Il richiamo dell’affare attirerà presto le attenzioni di organizzazioni criminali e politicanti disposti a tutto.

Eccone una piccola anteprima:

Prima di installare il fabbricatore, nel chiosco di Borislav si potevano trovare le solite cose che avevano tutti gli altri chioschi: gomma da masticare, cioccolatini, bottiglie di alcol scadente da comprare all’ultimo momento, scintillanti portachiavi souvenir che i turisti non avrebbero mai usato in nessuna occasione. Quegli oggetti erano l’essenza stessa della vita di un chiosco.
Ora però le cose erano diverse, grazie  a quelle colorate schede di plastica con i modelli 3D. I ragazzi più grandi già le collezionavano: non i giocattoli che ci si facevano, ma le schede stesse.
E proprio quel giorno, dal suo solito posto nel cubicolo dalle pareti in vetro, Borislav aveva compiuto il passo logico successivo. Aveva offerto ai ragazzi schede da collezione ultra-scintillanti, carissime, che non avrebbero mai prodotto nessun tipo di giocattolo.
E naturalmente i ragazzini erano impazziti per averle. Ne aveva vendute cento.
E anche in questo c’era una logica che Borislav non comprendeva. Lui agiva con l’istinto del venditore da strada.
Sapeva che i ragazzini, per la loro stessa natura, non erano in grado di comprendere l’importanza del denaro. E Borislav si rendeva conto che prendere quello che gli potevano offrire non era il suo vero scopo.
Loro portavano il senso del futuro. Il ribollire della loro energia era il sintomo di qualcosa di più grande.
Borislav non aveva una parola per definire tutto questo, ma lo percepiva, nello stesso modo in cui con la sua gamba dolorante percepiva l’approssimarsi di un temporale.
Il senso del futuro poteva portare soldi a un uomo. I soldi non avevano mai salvato un uomo senza futuro.
 
 

 

La Lucania secondo Pasolini

Posted on Ottobre 28th, 2008 in Graffiti, Kipple, ROSTA | No Comments »

Da Repubblica.it:

“A distanza di più di quarant’anni dal film di Pier Paolo Pasolini Il Vangelo secondo Matteo Giovanna Gammarota è andata in quei luoghi dell’Italia meridionale che il regista scelse per ambientarvi la vita di Gesù. Nasce così “Sopraluoghi in Lucania. Sulle tracce del ‘Vangelo secondo Matteo’ di Pier Paolo Pasolini”, la mostra fotografica (dal 30 ottobre al 28 novembre 2008 alla Sala Santa Rita di Roma), che racconta in 35 fotografie scattate nel corso del 2006 la particolare esperienza artistica vissuta dalla Gammarota. Ciò che l’ha spinta a seguire le tracce del Vangelo non è stato il desiderio di mostrare le bellezze dei paesaggi ma il bisogno di verificare, fisicamente ed emozionalmente, se i luoghi avessero conservato la forza ancestrale che comunicavano nel film. Ne sono nate immagini volutamente semplici e dirette, che accolgono il trascorrere lento del tempo, ma proprio per questo si caricano di memorie, si rivelano capaci di ascoltare i silenzi della terra e il linguaggio delle cose.”

La presentazione della mostra sulle pagine on-line della Reppublica si conclude con il conforto che le “immagini [...] dimostrano che quel paesaggio è ancora lì intatto come Giovanna Gammarota stessa racconta”.

Non per fare come al solito il bastian contrario, ma non è così. In quarant’anni molte cose sono cambiate, e poche o nessuna in meglio. Lo sfruttamento selvaggio dei bacini di combustibili fossili imposto dalle compagnie nazionali, la miopia “tattica” delle amministrazioni locali sul tema delle rinnovabili, gli intrecci di interesse a livello politico con il doppio-gioco di giudici e amministratori e lo scempio del territorio, sono tutte cifre di una strategia ben precisa, resa possibile dalla speculazione sul sogno di riscatto di una terra.

Certo, addentrandosi in queste terre venendo dal Tavoliere, o dall’Irpinia, si prova ancora lo stesso stupore che mi riempiva a sei anni, sui viadotti che scavalcano i baratri dell’Appennino, davanti alle distese di colline e calanchi erosi dagli elementi. Ma ormai è soprattutto lo stupore alimentato dal ricordo, dalla persistenza della memoria e delle sensazioni che vi furono impresse e codificate in giovanissima età. E presto subentra la delusione per il balzo in avanti che avrebbe potuto essere spiccato, che un po’ era stato promesso, e che invece tutti sembrano aver voluto dimenticare.