Italia, 2012

Posted on Febbraio 5th, 2012 in Agitprop, Nova x-Press | 3 Comments »

Post ad altissima concentrazione polemica, proseguite a vostro rischio e pericolo. Che è un po’ quello che ha fatto il sindaco di Roma nei giorni scorsi, sospendendo l’attività didattica ma lasciando le scuole aperte a beneficio dei genitori che volessero depositarvi i figli a tempo indeterminato, lasciando ingombre di neve le strade ma avvisando i cittadini di non mettersi in marcia senza catene, distribuendo pale per liberare i marciapiedi dalla neve e soprattutto ribaltando sulla Protezione Civile la mancata preparazione della Capitale all’arrivo della perturbazione…

Lo spettacolo che l’Italia sta dando di sé al mondo dall’inizio dell’anno riflette in maniera incantevole lo stato di confusione mentale in cui è precipitata. Siamo un Paese che merita un’accurata indagine psicopatologica. Qualcuno dice che il governo Monti ci sta aiutando a uscire dal baratro, secondo me restiamo invece ancora aggrappati oltre il bordo, in attesa di una mano provvidenziale che venga a porgerci l’agognata salvezza.

Procediamo per gradi.

La più grande nave da crociera italiana viene guidata contro gli scogli da un comandante in piena fregola e ancora non ho sentito un solo commentatore, nella pur ricca copertura mediatica dell’evento, interrogarsi su come abbia fatto una persona del genere a ottenere il comando di una nave come quella: nemmeno un segno di instabilità? Bene. Quanto all’efficienza, alle competenze, alla preparazione: davvero l’intera catena gerarchica che collega la sua posizione ai vertici aziendali così come i responsabili dell’ufficio del personale avrebbero messo uno per uno, tutti, già prima della tragedia, la mano sul fuoco sulle qualità del loro comandante? La speranza è che la magistratura accerti tutte le responsabilità in tal senso. Intanto godiamoci lo spettacolo del relitto incagliato di fronte al porto del Giglio, come la triste sagoma di una balena spiaggiata, un gigante annegato o un MegaMall naufragato.

Il gesto di un singolo in questi giorni si perde però nell’inefficienza del sistema.

Ha dello straordinario l’incapacità del Paese di fronteggiare un allarme meteo come quello di questo autunno-inverno. A partire dall’alluvione di Genova, che già riassumeva bene gli episodi simili occorsi in Sicilia e in Veneto negli scorsi anni: non un’istantanea isolata, ma un film intero e inequivocabile sullo stato di dissesto idrogeologico in cui versa il nostro territorio. Tutto merito di decenni di espansione edilizia scriteriata, selvaggia, sprezzante di ogni forma di sostenibilità ambientale e di sicurezza. Per finire con l’ondata di gelo di queste settimane. Che la neve, in pieno inverno, riesca a sorprendere e quasi paralizzare una nazione avanzata quale si vuole sia l’Italia, a partire dalla sua Capitale, ha sinceramente dell’incredibile. La situazione sarà stata pure più grave della media degli ultimi anni, però lo scaricabarile che si è subito innescato grazie ai vertici capitolini di fronte all’inadeguatezza delle contromisure predisposte è emblematico e molto più esplicativo di qualunque commento (anche se il fake del sindaco su Twitter merita una visita, se non altro per risollevarsi il morale).

E sorvoliamo sulle periodiche recrudescenze dell’emergenza rifiuti (dopo Napoli e Palermo, si attende la volta di Roma, e con queste premesse l’apocalisse è una promessa facile da rispettare) e le responsabilità politiche ancora tutte da accertare da parte degli inquirenti, sulle navi dei veleni dimenticate sui nostri fondali, sui disastri ambientali denunciati e quelli ancora da scoprire, sulle ricostruzioni solo mediatiche a uso e consumo della platea elettorale e delle consuete convergenze politico-affaristiche.

Probabilmente è vero, siamo usciti dalla demokratura che ha segnato la vita politica del paese per quasi un ventennio, ma la nottata non è ancora passata. Stiamo ancora pagando lo scotto del malaffare tollerato così a lungo, della loro impunita arte predatoria e della nostra connivente disattenzione. Ha del paradossale lo stesso governo Monti: nella Roma repubblicana, modello di diritto ancora nell’epoca moderna, le istituzioni elette delegavano l’esercizio del potere a un dittatore a tempo determinato in casi di particolare gravità. Nell’Italia degli ultimi vent’anni, invece, il potere viene delegato dal dittatore a un tecnico con l’incarico a termine di salvare il paese dalla rovina in cui è stato guidato dal suo predecessore. L’apoteosi dello stato-azienda, a quanto pare.

Raddrizzare le storture, mai come in questa fase, è un impresa titanica. E forse è inevitabile che da un’élite di tecnocrati, provenienti in numero significativo dal top management del settore bancario, quando si arriva al succo delle misure da adottare ai fini dello sviluppo, si giunga alla proposta di ritoccare lo statuto dei lavoratori. Quello che mi domando io, in tutta la partigianeria che mi contraddistingue e che non nascondo, è: davvero abbiamo bisogno di questo? Davvero, con un paese che dà continuamente prova delle sue carenze strutturali e della fragilità sistematica determinata dall’incompetenza e/o dall’inefficienza delle figure che ricoprono ruoli chiave nella sua amministrazione, basta una modifica all’Articolo 18 per rilanciare la crescita?

Qualsiasi ricetta per lo sviluppo, a mio parere, dovrebbe presupporre un requisito fondamentale: un controllo certo, insindacabile, sull’operato dei nostri amministratori pubblici. Nell’assenza certificata di ogni forma di decenza e coscienza (mettiamo a confronto il caso Guttenberg oppure il caso Huhne con il caso Conti o il caso Lusi, senza scomodare forme d’incompatibilità più illustri e ingombranti, e ne abbiamo a sufficienza per vergognarci da qui alla fine della legislatura), solo un organo di controllo che non rischia l’inibizione costante da parte del Parlamento può veramente tutelare qualsiasi piano di sviluppo nazionale, nonché l’immagine del Paese e la dignità dei suoi cittadini. Piuttosto che parlare di mobilità e flessibilità dei lavoratori, spostiamo l’obiettivo sui nostri rappresentanti, eletti o nominati: siamo proprio sicuri che siano i primi a scoraggiare investimenti stranieri, e non questi ultimi, continuamente al centro di scandali o protagonisti, come il summenzionato sindaco della capitale, di figure barbine di risonanza mondiale?

A giudicare dalle condizioni penose in cui versa l’infrastruttura del paese (trasporti, telecomunicazioni, energia, salvaguardia del territorio e del suo patrimonio artistico e archeologico), sono certo che poi si troveranno margini a sufficienza per sviluppare il potenziale di crescita capace di far riguadagnare all’Italia il posto che finora ha dimostrato di non meritare tra le nazioni sviluppate. Ma solo dopo, e non senza, aver risolto il nodo ormai colossale e imbarazzante delle responsabilità civili e morali.

Referendum 2011

Posted on Giugno 9th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop | 2 Comments »

Scommetto che una parte di voi si aspettava da me questo post, anche se con il ritmo di aggiornamento dello Strano Attrattore che è invalso negli ultimi tempi nessuno si sarebbe sorpreso se avessi lasciato correre l’occasione. E invece, alla luce del becero spettacolo che ci hanno offerto gli organi d’informazione nazionali (TV in primis, altra cosa che non dovrebbe sorprendere nessuno), per me questa sortita sui referendum è diventata fondamentale. Le campane filogovernative dei sostenitori del NO, vale a dire degli oppositori ai quesiti referendari, hanno suonato ancora una volta a lutto: il corpo da piangere, ovviamente, era quello della democrazia.

Non ricordo che mai prima si era toccato come in questi ultimi anni un simile disprezzo per l’intelligenza e i diritti dei cittadini italiani. Ma d’altro canto, come insegnò l’esperienza dei referendum sull’impiego delle staminali nella ricerca e sulla procreazione assistita, questo è un Paese che ha già dimostrato di saper dare il peggio di sé in occasione simili. Non credo sia un caso. Dopotutto, il referendum è la vera arma che la Costituzione ha messo nelle mani dei cittadini per delegittimare i loro rappresentanti politici: se le elezioni politiche ci consentono di scegliere un candidato, il referendum ci consente di farne bellamente a meno, mettendoci in condizione di pronunciarci direttamente su un tema specifico e, nel caso dei referendum abrogativi (come questi per cui saremo chiamati alle urne domenica prossima 12 giugno e lunedì 13), di esprimere implicitamente un giudizio sull’operato del legislatore, confermando o rimuovendo dall’ordinamento le disposizioni stabilite dai nostri rappresentanti stipendiati. Consistendo in uno strumento di democrazia diretta, il referendum costituisce il momento più nobile, importante e gratificante nella vita politica del cittadino. Read the rest of this entry »

Il rebus delle rinnovabili & l’ombra del nucleare

Posted on Febbraio 9th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro, Transizioni | 1 Comment »

Per una volta lascio che il lavoro scivoli nel bacino d’attrazione del blog: in questo post parlerò di fonti rinnovabili, nucleare e manovre più o meno occulte per orientare l’umore dell’opinione pubblica. L’occasione la offrono i recenti articoli apparsi sulla stampa nazionale, con un’operazione che lascia intuire la sua natura lobbistica. Quello che difetta alla campagna, tuttavia, è un necessario requisito di trasparenza, e dispiace vedere che a incapparvi sia stata anche una testata come Repubblica, che invece va solo elogiata per le inchieste che porta avanti. Ma evidentemente anche Repubblica ha un editore e degli azionisti da foraggiare, per cui eccoci alle prese con quella che ancora una volta si mostra come un’iniziativa di propaganda grigia. E lo Strano Attrattore, ormai lo sapete, aderisce alla campagna autopromossa a favore dello smacchiatore di propaganda. Come antidoto alla disinformazione, ecco quindi la vostra razione quotidiana di controinformazione.

Gli articoli sotto osservazione sono questi:

La Consulta: per l’impianto serve il parere delle Regioni (2 febbraio 2011)
Rinnovabili, c’è il rischio stangata: “5,7 miliardi nella bolletta degli italiani” (7 febbraio 2011)
Confindustria: “L’efficienza vale 800mila posti di lavoro” (8 febbraio 2011)

Leggete gli articoli o accontentatevi di questa sintesi. All’annuncio della stangata assestata al piano nucleare del Governo dalla Corte Costituzionale, che ha giudicato illeggittimo l’articolo che escludeva le Regioni dal coinvolgimento in sede antecedente alla Conferenza unica per l’autorizzazione degli impianti (una sorta di deroga a quanto già accade oggi, cucita su misura per il nucleare), è seguita dapprima una stoccata dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (che dà conferma di un atteggiamento generalmente contrario non solo alla promozione, ma anche solo alla tutela del settore delle energie rinnovabili, in cui l’AEEG da qualche tempo a questa parte si sta fieramente distinguendo), con un proclama allarmista di stampo pseudo-terroristico (della serie: “attenzione, consumatori, vi stanno derubando con la scusa dell’ambiente!”), giusto per continuare ad alimentare lo stato di psicopatologia di massa che regna nell’Italia degli anni Dieci; e a stretto giro è arrivato anche l’affondo di Confindustria, che assesta un colpo al cerchio e uno alla botte e attacca sia il Governo per le sue politiche schizofreniche in materia, facendo ancora una volta la voce grossa con una creatura ormai visibilmente allo sbaraglio, sia gli operatori delle rinnovabili, rilanciando l’attualità del tema del momento: il nucleare.

Esonerato il Governo per manifesta incapacità di intendere e di volere, sul banco degli imputati troviamo quindi solo le care, vecchie, vituperate energie rinnovabili: eolico, fotovoltaico (protagonista di un boom in larga misura inatteso, e sicuramente mal gestito dagli organi di controllo del settore), biomasse, idroelettrico. L’accusa: pomperebbero i costi delle bollette dell’energia elettrica degli italiani attraverso la componente A3 degli oneri di sistema, che tiene conto degli incentivi CIP6 istituiti nel 1992 per sostenere lo sviluppo delle rinnovabili in Italia. Peccato però che, con il tipico magheggio all’italiana, il CIP6 sia finito a incentivare sia le fonti rinnovabili vere e proprie e che le cosiddette assimilate e che il legislatore abbia avuto l’arguzia e lungimiranza di infilare in questa innocua aggiunta tanto i termovalorizzatori, ovvero gli impianti di incenerimento della frazione non biodegradabile dei rifiuti solidi urbani (in pratica, i rifiuti indifferenziati sono stati considerati assimilati in quanto prodotti da un processo derivato da fonti rinnovabili, in aperta violazione delle direttive europee), che l’energia prodotta dalla combustione degli scarti di raffineria. In pratica, con la componente A3 delle nostre bollette (pari al 6-7% del costo totale) noi italiani non paghiamo solo per lo sviluppo del settore delle rinnovabili, ma anche per la sua penalizzazione nell’ambito di un sistema che è andato a privilegiare, negli anni, la costruzione di centrali che con il vento, il sole, l’acqua e le biomasse non avevano niente a che vedere. Ma la colpa, secondo l’Autorità e il gruppo di pressione in elefantiaco movimento in queste ultime settimane (ricordate il forum nucleare e la sua pubblicità pagata dagli italiani, sì?), sarebbe delle rinnovabili. (Tra l’altro, per dovere di cronaca, mi sembra che da 7-8 anni non venga più costruito un solo impianto eolico in ambito CIP6, semplicemente perché il mercato dei certificati verdi introdotto all’inizio dello scorso decennio si è rivelato più remunerativo sul lungo periodo. Di conseguenza gli incentivi CIP6, della durata di 8 anni, a cui vanno ad aggiungersi ulteriori 7 anni di tariffa agevolata, sono tutti scaduti o prossimi alla scadenza).

L’obiettivo malcelato è quello di rilanciare l’immagine del nucleare come opportunità. Ma chi ne trarrebbe davvero vantaggio? Di certo non il consumatore (l’utente finale, lo chiamano, anche in questo caso), che nella bolletta si vedrebbe semplicemente sostituire una voce con un’altra, smettendo di incentivare le rinnovabili e cominciando a incentivare il nucleare. Di certo non il sistema, che conta già sufficiente capacità di generazione installata (101 GW nel 2009) per fronteggiare il carico massimo previsto da Terna in uno scenario di sviluppo (72 GW). I dati sono presi da Wikipedia. Il sospetto si orienta quindi verso quei soggetti che magari sono arrivati tardi sulla torta delle rinnovabili e contano di ripetere l’exploit in un settore ancora più remunerativo (intorno agli impianti nucleari, è facile immaginarlo, si svilupperebbe tutto un circo di società di consulenza e organi di controllo per garantire agli onesti cittadini la più assoluta incolumità…), oppure sui colossi nazionali dell’energia che partecipando a un piano strategico per il Paese consoliderebbero il loro ruolo di operatori sul mercato interno (tagliando fuori le piccole e medie imprese che invece hanno saputo più agilmente cavalcare l’onda delle rinnovabili). Una sorta di vendetta di Golia contro Davide, insomma.

Bastano ancora una volta un paio minuti di navigazione su Wikipedia per identificare gli attori in scena e farsi un’idea un po’ più precisa della commedia delle parti in atto. A partire dall’Authority e dai suoi vertici: nell’ipertrofico accumulo di poltrone che contraddistingue il tentacolare connubio tra politica e impresa italiana, sia il presidente che il commissario dell’AEEG attualmente in carica risultano essere o essere stati infatti consiglieri della Sogin. La Sogin (per l’esattezza: Società per la Gestione degli Impianti Nucleari) è una S.p.A. costituita nel 1999 e controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per seguire le fasi di decommissioning (ovvero controllo, smantellamento degli impianti, decontaminazione e gestione scorie) delle centrali nucleari italiane spente in esecuzione del referendum del 1987. E a proposito di costi per i cittadini: provate a indovinare chi finanzia questa azienda istituita per il benessere degli italiani post-nucleare?

Potete trovare un indizio nelle vostre bollette. La componente che fa al caso nostro si chiama questa volta A2, riguarda gli oneri di sistema per lo smantellamento delle centrali nucleari, e nel 2009 pesava per 500 milioni di euro. Sempre in bolletta potrà capitarvi di inciampare in un’altra sigla esoterica: MCT. Si tratta delle misure di compensazione territoriale, che vanno a costituire la cassa con cui i governi di domani cercheranno di evitare eventuali future sollevazioni popolari, lubrificando i conti del comune che verrà estratto a sorte dalla Lotteria dell’Eternità per ospitare il sito nazionale di stoccaggio delle scorie nucleari (scongiurando dunque una nuova Scanzano Jonico). Altri 500 milioni di euro stimati ogni anno, versati dagli “utilizzatori finali” italiani. Ma attenzione al delirio di onnipotenza che potrebbe ispirarvi questa prestigiosa etichetta: in questo caso, il passato e il futuro sono non solo degli oneri che pesano sui nostri bilanci familiari, ma anche ipoteche sulle teste dei nostri figli. Qualcuno cercava di ricordarcelo neanche troppo tempo fa.

Viva l’Italia!

Ghost towns made in China

Posted on Dicembre 19th, 2010 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 5 Comments »

Torniamo al fenomeno dell’urbanizzazione nella Cina turbocapitalista d’inizio XXI secolo. Ne parlavamo poco più di un mese fa, in merito alle acropoli del futuro. A quanto pare, ancora una volta la realtà è riuscita a sorprenderci. Su Repubblica.it sono state pubblicate le foto satellitari delle new town, fatte edificare dal governo di Pechino per alloggiare i lavoratori richiamati nelle zone economiche speciali per sostenerne lo sviluppo economico. Alloggi per decine di milioni di persone: 64 milioni di unità abitative, secondo alcune stime, ovvero sufficienti a ospitare comodamente la popolazione di Francia, Regno Unito, Italia e Spagna. Rimaste vuote, perché l’espansione urbana è stata sovrastimata fin dai primi anni ‘90 per puri fini speculativi, innescando un meccanismo di tempesta finanziaria ben descritto da Luca Vinciguerra sul Sole 24 Ore. E Pechino, per sostenere il PIL, in assenza di acquirenti ha incoraggiato e continua a incoraggiare la pratica della costruzione di nuovi alloggi destinati a rimanere vacanti.

A volte le nuove città cinesi sono state concepite come città satelliti di centri urbani preesistenti. E’ il caso per esempio di Zhengzhou e del suo Zhengdong New District. Altre come insediamenti completamente nuovi, come per esempio è accaduto per Kangbashi, definita la Dubai della Cina settentrionale, divenuta il simbolo di questa urbanizzazione selvaggia e scriteriata. Una città costruita nel giro di 5 anni, costata 161 miliardi di dollari e pensata per ospitare al picco della sua espansione, nel 2020, 300.000 abitanti. Quest’anno Kangbashi avrebbe dovuto raggiunere i 100.000 abitanti, ma per le autorità cinesi sono solo 50.000 e aggirandosi per le strade della città ci si può rendere conto di quanto sia sovrastimato anche questo dato. Per Bank of America e Merrill Lynch la città non conta più di 28.000 abitanti. Una ghost town nata tale, sulla spinta degli investitori di Ordos, la prefettura della Mongolia Interna che è anche il serbatoio energetico del Dragone (con un sesto dei giacimenti carboniferi e un terzo del gas dell’intera nazione). E con la connivenza del governo centrale.

 

Anche se non accreditate, le foto apparse su Repubblica.it provengono da questo servizio del Daily Mail, quotidiano britannico di orientamento conservatore.

Rifiuti in Campania: emergenze dimenticate, crisi smentite e soluzioni occultate

Posted on Novembre 28th, 2010 in Agitprop, Kipple | No Comments »

Nemmeno tre anni: così poco è bastato per ritrovare Napoli e la Campania in ginocchio, da quei giorni drammatici che segnarono l’arrivo del 2008. E la banda politica che cavalcò lo tsunami dell’indignazione di tutta Italia e dell’esasperazione dei campani si trova adesso alle prese con un problema ormai sfuggito di mano. I commissari che si sono succeduti in questi anni, la gestione plenipotenziaria della Protezione Civile, i proclami della splendida accoppiata Berlusconi-Fini che sulla vergogna della crisi del 2008 costruì la scalata per il ritorno al dominio del Paese, nulla hanno potuto contro la realtà dei fatti. La verità è sotto gli occhi di tutti, incarnata dagli effetti di una gestione tanto disinvolta quanto scriteriata.

La lettura dell’impietoso, coraggioso, illuminante articolo di Alberto Statera su Casal di Principe e l’impero Cosentino mi ha spinto ad andare a recuperare un po’ di impressioni appuntate all’epoca e nei mesi successivi. Un blob di link (a proposito di giorni del Kipple, città in ostaggio, piattaforme polifunzionali, delocalizzazione del disastro ecologico) da cui emerge altrettanto impietosa l’idea dell’inutilità pratica delle soluzioni politiche proposte e adottate e, spingendoci solo un passo oltre, della reale natura affaristica della gestione della crisi. Con le consuete connivenze politiche, gli stessi soggetti che avevano provocato la crisi (riempiendo la Campania e non solo le sue discariche dei veleni più letali provenienti dal resto dell’Italia e da ogni angolo d’Europa) hanno ricevuto l’opportunità di legittimare il proprio ruolo. Per capire a cosa ciò abbia portato, basta aprire un giornale o, se si hanno voglia e coraggio, prendere un treno per Napoli: lungo il tragitto della ferrovia, dal casertano in poi, è una teoria di cumuli di immondizia riversati ai bordi delle strade, a colmare cunette e canali e tracimare nei campi, in un trionfo di putrefazione e degrado.

Che la gestione della crisi sia un business in sé continua a dimostrarlo il piano provinciale della gestione dei rifiuti di Salerno. Nel documento non c’è traccia dell’impianto di compostaggio di Castelnuovo di Conza, ma viene decretata la costruzione di due nuovi impianti a Polla e a Eboli per servire il fabbisogno della provincia. Lo stabilimento di Castelnuovo, sequestrato dalla magistratura nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione spregiudicata della So.Ri.Eco Srl, basterebbe da solo a smaltire 85.000 tonnellate di umido ogni anno, circa i due terzi del fabbisogno dell’intera Provincia. Invece l’ufficio preposto ignora l’asta giudiziaria indetta dalla curatela fallimentare dell’impianto in data 29 ottobre 2009 e decreta la costruzione di due nuovi stabilimenti, ignorando di fatto una soluzione già presente sul territorio e praticabile previo minimo adeguamento della struttura esistente.

Come se non bastasse, l’isola ecologica di Calabritto (in provincia di Avellino), di cui segnalavo lo stato di abbandono e, quattro mesi più tardi, il successivo ripristino, è stata praticamente convertita in una discarica a cielo aperto: non più presidiata, i cassoni smantellati, il cancello della recinzione rimosso, si è trasformata in uno sversatoio alla mercé di chiunque, piena di rifiuti di ogni tipo e natura che qui vengono accumulati e incendiati, con conseguenti problemi non banali per la circolazione sulla Statale 91. Quanto basta per alimentare i più sinistri presagi sul prosieguo della Crisi Rifiuti e della sua intenzionale, voluta, programmata e deliberata mancata risoluzione.

Tomorrow World’s Acropolis

Posted on Novembre 3rd, 2010 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 1 Comment »

Piaccia o non piaccia, la strada per il futuro passa per le città. Non necessariamente le metropoli che già oggi concentrano le risorse finanziarie ed economiche del pianeta. Ma, come rileva un rapporto del Boston Consulting Group, le città di dimensioni medio-grandi dei mercati emergenti (soprattutto Cina, India, Brasile e Messico), ovvero 717 città con oltre mezzo milione di abitanti oggi e le altre 371 che presumibilmente raggiungeranno quella taglia entro il 2030, diventeranno i motori della crescita del futuro, attirando i capitali dei prossimi decenni.

Ancora più interessante si dimostra quindi l’inchiesta che il Foreign Policy ha dedicato alle città, con il Global Cities Index 2010 (seguite i link per consultare la metodologia adottata e i risultati ottenuti). Tra gli articoli di spicco, si segnala un reportage da Chongqing, la città dalla crescita più veloce al mondo, divenuta tale dopo che il governo di Pechino l’ha eletta testa di ponte per lo sviluppo economico delle regioni occidentali della Repubblica Popolare Cinese, richiamando investimenti da ogni parte del pianeta. Oltre che dal naturale flusso migrativo dalla campagna alle città, la sua crescita demografica ha subito un notevole impulso anche dall’evacuazione degli 1,3 milioni di residenti delle campagne interessate dalla costruzione a valle dello Yangtze della Diga delle Tre Gole, che con i suoi 18.200 MW di capacità installata (che arriveranno a 22.000 MW a lavori ultimati) è diventato anche il più grande impianto di generazione di energia elettrica al mondo.  I numeri della sua crescita sono difficili da rapportare all’esperienza umana: solo negli anni ‘30 questo era un porto di 200.000 anime sul corso del fiume Yangtze, e alla fine degli anni ‘60 Chongqing contava ancora solo - si fa per dire - due milioni di abitanti.

Oggi la città cresce al ritmo di 13,7 ettari al giorno (terreno inglobato dalle campagne circostanti in un processo vorace e inesorabile di urbanizzazione) e conta 3,4 milioni di abitanti entro i confini municipali strettamente intesi, ma con i sobborghi della Prefettura sfonda il tetto dei 32 milioni di abitanti. Di questi (sebbene si preveda che nei prossimi 10 anni finiscano assorbiti nei confini della città un milione di persone ogni anno) oltre 23 milioni sono ancora impiegati nell’agricoltura, il che rende ancora più anomala e singolare la specificità di questo avamposto ai confini del mondo, che per il resto della sua economia si fonda sull’industria (è il terzo polo dell’industria automobilistica in Cina), con importanti contributi dal siderurgico e dalle armi. Le acque del fiume Jialing che s’immette nello Yangtze in prossimità del centro, sono una melma rossa che offre ancora sostentamento ai pescatori rimasti attiviti in città. A Chongqing i piani regolatori nascono già obsoleti, per i continui lavori di costruzione e ricostruzione che investono interi quartieri. Oltre all’inquinamento incontrollato, criminalità e corruzione sono le altre piaghe della metropoli.

Volendo tirare le somme, più che una città del terzo millennio, Chongqing è un dinosauro resuscitato, il bizzarro risultato di un esperimento di darwinismo sociale volto a traghettare nel XXI secolo i problemi delle città del ‘900, su una scala ancora maggiore.

Non c’è bisogno di evocare sventure e maledizioni. Casi illustri hanno preceduto Chongqing nella parabola urbanistica dall’esplosione all’implosione, e il Foreign Policy li ricorda in un articolo del dossier dedicato alle città decadute, incapaci di risollevarsi dal blocco della loro economia trovando nuovo propellente per i loro motori. Oltre a Detroit e Pittsburgh, due città di cui lo Strano Attrattore si è già occupato, l’aticolo cita un altro caso cinese: Wuxi, una città sviluppatasi intorno alla manifattura di pannelli solari. Peccato che la tecnologia di punta della sua industria sia già stata superata. Se Chongqing e Wuxi sono destinate alla medesima sorte di Detroit o come Pittsburgh sapranno trovare uno sbocco per il futuro, sarà solo il tempo a potercelo dire.

700 soli

Posted on Ottobre 2nd, 2010 in Agitprop | 3 Comments »

A quanto si apprende oggi, lo scherzo della scuola gestita dalla moglie di Bossi in quel di Adro, avallato dall’amministrazione di un comune al 60% di espressione leghista, costerà al Ministero dell’Istruzione e quindi alle tasche dei contribuenti italiani qualcosa come 30.000 euro. Tanto viene stimata l’operazione di rimozione dei 700 simboli leghisti che hanno marchiato il polo scolastico, nel più totale disprezzo non solo delle basi della Costituzione, ma anche del più elementare senso di decoro e rispetto imposto dalla convivenza civile.

Che questo paese che si appresta a festeggiare i 150 anni dall’Unità sia ormai in preda a una deriva qualunquista appare sempre più un dato di fatto. Imprigionato in un immobilismo che fa gioco ormai solo al suo caudillo e ai suoi viceré e satrapi, in balia di conglomerati di interessi che lo hanno trasformato in una riserva di caccia per le loro battute finanziarie, scopriamo come ogni giorno sappia dimostrarsi all’altezza di nuovi livelli di degrado e indecenza. La qual cosa finisce per riflettersi nei comportamenti pubblici (fuori e dentro la rete) dei suoi cittadini, in una dinamica di cui non so bene separare le cause dai sintomi.

Quello che però dovrebbe un attimo scuotere le coscienze assopite è proprio la forza della novità. Non l’espressione dell’ideologia, sintesi mirabile di neofeudalesimo e ispirazione fascista in un totalitarismo di bassa lega applicata su piccola scala, ma la sorpresa che a rendersi responsabile dello spreco sia stata la dirigenza locale del partito che ha fatto della battaglia contro gli sprechi il punto d’orgoglio della propria immagine efficientista.

Già che ci siamo, quindi, perché non aggiungere ai 30.000 euro qualche spicciolo per imprimere il “sole delle Alpi” su 700 rotoli di carta igienica destinati al Liceo Scientifico di San Giorgio a Cremano? In questi tempi di emergenza sociale e smarrimento culturale, per una volta l’applicazione di una forma di par condicio riparatoria potrebbe servire se non altro a restituirci il buon umore.

Sugli argini del Dio-Serpente

Posted on Gennaio 19th, 2010 in Micro, ROSTA | 3 Comments »

L’articolo di Paolo Rumiz sul piano di rimboschimento degli argini del fiume Po avviato dalla provincia di Mantova ci porta alla scoperta di un ”luogo dell’anima”. Leggendo le sue parole su Repubblica, è immediato il ricordo delle pagine di Aldani.

Spazio vitale

Posted on Dicembre 2nd, 2009 in Accelerazionismo, Agitprop | 8 Comments »

Nell’osteggiare apertamente la libertà di professare il proprio culto, la civilissima Svizzera - modello in Europa e nel mondo per aspetti molteplici, che vanno dalla partecipazione popolare alla complessità multietnica - questa volta l’ha combinata grossa, facendo esplodere a sorpresa un nodo di contraddizioni sepolto sotto la pacifica apparenza di una società che fino a ieri eravamo tutti disposti a riconoscere come all’avanguardia. Quello che non ho avuto modo di leggere in giro, ma devo ammettere di avere cercato male e senza troppa perseveranza a causa del poco tempo, è che nel successo del referendum che ha sancito una modifica costituzionale ai rapporti tra Stato e religione ha sicuramente avuto il suo ruolo il voto di tanti immigrati che magari al loro arrivo in Svizzera, trenta o cinquant’anni fa, sono stati costretti a subire soprusi e angherie di ogni tipo (i racconti degli emigranti italiani non tralasciano mai il ricordo della sala d’attesa di terza classe della stazione di Basilea, vietata agli italiani) e che oggi, con questo voto, hanno colto al volo l’occasione per rifarsi di anni di emarginazione, rivendicando attraverso la negazione di un diritto a una minoranza oggi ancora più marginale il proprio diritto di appartenenza a una società in cui fino all’altro ieri erano loro gli esclusi. Ma dopotutto non ci vogliono i soliti analisti politici per capire come le vessazioni subite un tempo si tramutino oggi nell’irrigidimento di fronte a ogni vento di cambiamento o al minimo spiraglio di tolleranza. In tutto questo, la religione c’entra il giusto, ma non esito a credere che avrà un suo ruolo nelle campagne di sensibilizzazione, di tolleranza, di supporto all’integrazione. Viene da chiedersi a cosa servano il catechismo e la predica della domenica, se poi i cristiani di tutte le confessioni che coabitano in Svizzera sono arrivati a pronunciarsi in una maniera che rinnega i principi di comunione e carità su cui si fonda il cristianesimo, ed è una domanda che i vescovi che ora si dicono preoccupati dovrebbero porsi per primi.

Io l’ho già fatta troppo lunga. Volevo limitarmi a riportare una bellissima lettera scritta da mia cugina Mariella, che da quando è nata vive a una manciata di chilometri da Losanna. Questo è il suo messaggio e io non avrei saputo riassumere meglio il mio pensiero.

Viviamo in uno dei pochi cantoni che hanno bocciato il referendum. Secondo me la politica si sta trasformando nel particolarismo di tante piccole comunità che esprimono le loro paure, invece delle loro ricchezze. Parlavo con un’amica dell’immigrazione in Svizzera. Non è mai stato semplice: un tempo, si costringevano le mogli degli immigrati a trovarsi un lavoro per restare, probabilmente per disincentivare le nascite e impedir loro di costruire una famiglia. Anche l’emigrazione italiana ha sofferto per la sua identità e la sua cultura. Adesso le stesse resistenze vengono opposte all’immigrazione dai paesi arabi. La cultura musulmana è difficile da comprendere ma forse al mondo occidentale manca la voglia di farlo. Le guerre territoriali si sono evolute: prima ognuno difendeva la propria terra, adesso qui ognuno difende le proprie idee sulla terra di qualcun altro… Andrà avanti così finché non capiremo che ciascuno di noi può circoscrivere la propria terra a non più di quel metro quadrato su cui si posano i nostri piedi.

Concisa, diretta, cristallina.

Per ripagarla, le invio questa cartolina del mitico Franco Brambilla, dalla sua serie Invading the Vintage che grande successo sta riscuotendo anche oltreoceano.

Le navi del sospetto

Posted on Novembre 15th, 2009 in Kipple, Micro | No Comments »

Che ci dessero a bere ciò che pare e piace a loro, in questa vicenda assurda è stato chiaro fin dal primo momento, prima che le navi dei veleni si trasformassero in navi delle menzogne. Per farsi un’idea delle proporzioni della bugia che vuole mettere a tacere tutte le voci intorno al cimitero tossico in cui hanno trasformato i nostri mari, basta dare un’occhiata al meritorio progetto di In fondo al mar. Da qui si ricava questo indice di contenuti on-line utile per gli interessati:

  • Rifiuti radioattivi: il caso Italia (1995)
  • L’intrigo radioattivo (1996)
  • Le navi dei veleni - Cronistoria di un intrigo internazionale (2004)
  • Le navi a perdere (dal Rapporto Ecomafia 2006)
  • Inchiesta de La Nuova Ecologia - “Le navi a perdere” (2008)