Estrapolando derive postumane

Posted on Luglio 24th, 2013 in Accelerazionismo, Criptogrammi, Postumanesimo | 2 Comments »

Postumani, dove sono finiti? In effetti è da un bel po’ che da queste parti non speculiamo sull’universo-dopo-l’uomo-come-oggi-lo-conosciamo. Eppure il pensiero non mi ha abbandonato: con la complicità della scrittura negli ultimi tempi ho semplicemente dirottato altrove - sul terreno della narrativa, in primis - le riflessioni sull’argomento. Ma da qualche tempo un paio di articoli salvati tra i preferiti aspettavano un approfondimento, e dunque eccoci qua.

Parlare di postumano implica una doppia attitudine - e un diverso atteggiamento nei due casi: nel primo, ci si concentra sulle trasformazioni immediate del corpo (e della mente, della sfera sociale, della dimensione culturale) prodotte dalla tecnologia sull’orizzonte temporale del breve termine; nel secondo, ci si pone in una prospettiva evoluzionista e si ragiona su quali saranno sul lungo periodo gli effetti della pressione delle forze coinvolte nel condizionamento (se non proprio nella pianificazione o in un suo tentativo) del processo evolutivo del genere umano.

Dal mio personale punto di vista, in questo campo ancora più che in altri risultano particolarmentestimolanti da investigare le contrapposizioni. Dicevamo poco più su che il cambiamento che si verifica sul nostro corpo e sulle sue funzioni ha effetti sul piano cognitivo, ed è questo che in fondo mi interessa esaminare quando scrivo. Semplicemente perché è quello che mi interesserebbe leggere. Una persona con un’interfaccia neurale diretta alla rete, in condizione di connettersi al resto del mondo in tempo reale, non modificherà solo i propri comportamenti rispetto a noi-oggi, ma sarà portatore di una visione del mondo completamente rivoluzionata rispetto alla nostra. E figuriamoci allora discendenti degli umani che non hanno mai conosciuto la gravità di un pianeta, ma abituati a muoversi istintivamente e senza limiti negli spazi tridimensionali di un habitat spaziale… O ancora esseri postumani ingegnerizzati per integrarsi in profondità con l’ecosistema, sulla Terra o su un pianeta completamente alieno.

A ben vedere, scorrendo la rassegna di scenari riportati in questo articolo di George Dvorsky per io9 o in quest’altro di Dean Burnett per il Guardian, non si tratta nemmeno delle ipotesi più astruse. Cosa dire, poi, dei possibili effetti dell’estensione virtualmente illimitata dell’aspettativa di vita: se dal punto di vista evoluzionistico i benefici reali sono ancora dibattuti, sul piano individuale come sarebbe dovere affrontare una vita di secoli? Avremmo abbastanza memoria per la nostra infanzia? Ci sarebbe abbastanza spazio per tutte le stagioni della vita o la gerontocrazia che già oggi spadroneggia in tutte le più decadenti società occidentali escogiterebbe oppressive forme di controllo? E potremmo continuare a lungo sul terreno delle ipotesi di lavoro.

Art by Kilian Eng.

Tornando alle contrapposizioni, ho trovato sempre interessante l’esercizio di concentrarsi, scenario per scenario, sulle possibili derive, ovvero sull’esplorazione delle linee centrifughe che è possibile sviluppare da comuni premesse. Sullo stampo della Matrice Spezzata, dove Bruce Sterling non si accontentava di presentarci un panorama già complesso della futura società umana sparsa per il sistema solare, ma ne seguiva il movimento confrontando le diverse prospettive delle sue diverse fazioni, che a partire dall’iniziale contrapposizione tra i cyborg mechanist e i bioingegnerizzati shaper si facevano via via più numerose, come in un gioco di specchi - e di specchi frantumati in schegge sempre più minute ed affilate.

Mi capita quindi di ragionare ancora su questo, quando scrivo. Specie se ci sono di mezzo personaggi alle prese con lo spazio, in insediamenti che non hanno mai sentito nemmeno parlare della Terra. Oppure creature intente a risalire le radici del loro albero biologico per recuperare l’essenza perduta della propria umanità. Suggestioni criptografiche per racconti di mezza estate…

Attraverso il continuum Murakami-Miéville

Posted on Dicembre 13th, 2010 in Connettivismo, Transizioni | 16 Comments »

La nozione di genere è definitivamente sorpassata? Ne sono stato a lungo convinto, sull’onda emotiva di scorpacciate postmoderne, prima di riprendermi una cotta per la science fiction e la crime fiction. Chiamo la fantascienza e il poliziesco con i nomi con cui sono conosciuti nel mondo anglosassone per una ragione precisa: gli anglo, e gli am-anglo in particolare, hanno un vero fiuto per le etichette, c’è poco da fare. Lo dimostra Eric Rosenfield, che riprendendo il manifesto redatto da Bruce Sterling per la letteratura Slipstream, con cui il nostro cowboy dell’oltrespazio si proponeva di scavalcare i generi e motivare criticamente la vicinanza tra i lavori degli scrittori in orbita cyberpunk (da Gibson a Lethem passando per Womack) e autori mainstream che avevano usato i moduli di genere nelle loro opere (da DeLillo alla Atwood, che a quanto mi risulta ha sempre disdegnato l’accostamento alla fantascienza), va ben oltre la sterile chiacchiera letteraria da salotto.

Rosenfield propone la sua lettura dell’annoso quesito con cui ho aperto questo post guardando il fenomeno da un’angolazione particolarissima e decisamente interessante, arrivando a definire quello che lui immaginificamente chiama un continuum Murakami-Miéville. E’ una di quelle idee talmente folgoranti da lasciare a bocca aperta, a rodersi il fegato per non esser stati capaci di farsela venire da sé (e ringrazio Granieri per averla segnalata su 40k Blog). Come fa notare lo stesso blogger newyorkese, è una etichetta senza alcuna valenza commerciale, che si propone tuttavia di scavalcare le distinzioni convenzionali che pongono un libro di Miéville sullo stesso scaffale di Heinlein, e uno di Murakami sullo stesso scaffale di Updike, nelle librerie di ogni parte del mondo.

Non è solo rebranding, come potrebbero essere stati in qualche modo il cyberpunk o soprattutto lo Slipstream. E’ un tentativo di ri-classificazione del mondo (uno “strumento di contestualizzazione”, come lo definisce Rosenfield), alla luce dei cambiamenti che lo stravolgono e della velocità con cui lo fanno, rendendolo a tutti gli effetti un’entità liquida e sfuggente. Per me il connettivismo avrebbe dovuto essere soprattutto questo, fin dai suoi primissimi passi. E in qualche modo mi sembra che, arricchendo la propria personalità negli anni, il nucleo del suo carattere sia rimasto abbastanza legato all’idea di partenza. Ma volete mettere le suggestioni tutte endogene e autoreferenziali della parola “connettivismo” con l’ampiezza di orizzonti abbracciata dal “continuum Murakami-Miéville”? Non c’è partita.

In effetti, mentre in questi giorni vado ultimando la lettura del notevolissimo Il mistero dell’Inquisitore Eymerich (e, a proposito, Evangelisti non sfigurerebbe affatto nel novero degli scrittori del continuum), mi è venuta quest’idea che la fantascienza, col tempo, si sia trasformata un po’ nell’etere della letteratura: un’entità inclassificabile e ormai difficilissima, se non impossibile, da isolare. Ma a tutti gli effetti onnipervasiva e inscindibile dai territori dell’immaginario.

Realtà Alternative

Posted on Dicembre 4th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | 4 Comments »

Nascono i 40k Compact! La nuova iniziativa editoriale della 40k Books offre una terza incarnazione a Codice Arrowhead (già Nell’occhio del Vortice, con gli spettri del tempo alla sua prima apparizione su Next 14), antologizzato in un’unica raccolta elettronica con autori del calibro di Bruce Sterling (Cigno Nero), Dario Tonani (Cardanica) e Paul Di Filippo (WikiWorld). Il volume s’intitola Realtà Alternative e come al solito lo trovate sul sito di FortyKey.

Is it ok to be a cyberpunk in 2010?

Posted on Novembre 28th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | 5 Comments »

Per ragioni anagrafiche, ho scoperto il cyberpunk quando i suoi fondatori avevano già deciso che l’intera corrente (loro, a onor del vero, non hanno mai voluto definirlo “movimento”) era da considerarsi lettera morta. Dimostrando forse poco rispetto per le loro opinioni, ho abbracciato incondizionatamente la visione della vita e del mondo che emergeva dalle loro opere, una Weltanschauung (termine che andava per la maggiore nelle lezioni di filosofia al liceo, negli stessi anni in cui condivo il mio pendolarismo scolastico con la lettura di Gibson, Sterling & soci) che si andava consolidando man mano che progredivo nell’esplorazione di questo territorio per me nuovo e straordinario. Il cyberpunk era esploso e si era esaurito nella decade precedente e io mi sentivo un po’ come uno straniero giunto in città senza soldi e conoscenze. Potevo contare sull’unico aiuto rappresentato da una mappa letteraria: quella tracciata nella fondamentale antologia dedicata al filone da Piergiorgio Nicolazzini, Cyberpunk (Edizioni Nord).

Lo spirito anarcoide, l’idealismo di fondo che spesso bilanciava le istanze nichiliste, l’istinto di ribellione e la forza di resistenza (oggi, dopo aver letto qualche saggio sull’argomento, parlerei di endurance), erano questi i caratteri che davano vita alle istantanee di un mondo in degrado e allo sbando, campo di battaglia e terreno di conquista per individui senza scrupoli ed entità onnipotenti e inafferrabili, in cui già quindici anni fa si potevano avvertire i prodromi del nostro presente. Oggi, nel 2010, mi ritengo a mio modo ancora un cyberpunk: la mia visione del mondo continua a essere profondamente intrisa di quella filosofia di strada, per quanto risulti declinata secondo moduli e schemi che nel tempo si sono stratificati attraverso l’esperienza. Senza il cyberpunk, non sarei la persona che sono oggi.

La notizia che sta tenendo banco in questi giorni sulla stampa del mondo intero è legata all’imminente apertura degli archivi di Wikileaks. Dopo i ripetuti annunci di Julian Assange che si sono succeduti nei mesi scorsi, sembra ormai arrivato il momento e, anche se - a giudicare da quanto trapelato - prima di stasera difficilmente verrà pubblicato qualcosa, i mirini sono da ore puntate sul sito, proiettandolo ai vertici delle graduatorie degli hot spot  della rete. Quindici anni fa, ma anche cinque anni fa, avrei vissuto queste ore in uno stato di trepidante e frenetica attesa, aspettando di mettere gli occhi sui cablogrammi diplomatici delle ambasciate. Oggi alla frenesia sento però mischiarsi un senso crescente di angoscia.

Personalmente, continuo a pensarla come William S. Burroughs: non esiste mondo più sicuro di un mondo senza segreti. Tuttavia, non sono più tanto ingenuo da credere che la pubblicazione di una valanga di documenti diplomatici classificati a vari livelli di riservatezza possa cambiare in meglio il mondo, soprattutto dall’oggi al domani. La scelta dei tempi mi sembra in particolare alquanto inopportuna, anche se per ragioni che trascendono in parte la volontà degli artefici di Wikileaks. E la mia inquietudine nasce da un paio di valutazioni immediate. Su un piano più generale, mi sembra che una mossa simile, proprio adesso che, a costo di duri sacrifici, dopo gli anni bui dei falchi di Washington un’amministrazione progressista ha fatto della diplomazia il proprio punto di forza nei rapporti internazionali, lungi dall’indebolire gli USA quale fulcro degli equilibri geopolitici planetari e dal ridefinire l’assetto mondiale delle alleanze, finirà solo per arrecare un’ulteriore colpo all’azione politica di Barrack Obama. Su un piano più contingente, con le crisi economiche, finanziarie e politiche in corso in Europa e gli attriti tra le Coree a tenere in scacco l’Estremo Oriente ma non solo, alcune rivelazioni - magari nemmeno direttamente riconducibili all’amministrazione USA in carica - potrebbero produrre effetti deflagranti e difficilmente controllabili.

Ancora una volta, insomma, ho il sospetto che le ragioni di principio entrino in forte contrasto con le più semplici e banali questioni di opportunità. Nelle prossime ore sapremo quale decisione avrebbe potuto garantirci una soluzione migliore.

Applicare il kit della fantascienza al mondo in cui viviamo

Posted on Settembre 17th, 2010 in Fantascienza, Futuro | No Comments »

Mi rendo conto di cominciare seriamente ad aspettare ogni volta l’uscita del nuovo romanzo di William Gibson per il piacere di leggere le riflessioni critiche con cui arricchisce tutte le interviste previste dal tour promozionale, e forse non solo quelle. Come nel caso di Guerreros un paio d’anni fa, dell’intervento al Festival delle Letterature di Roma e dell’intervista a Sterling che segnalavo sul vecchio Strano Attrattore, anche Zero History - il volume che conclude la trilogia della Blue Ant che il padre del cyberpunk ha dedicato al potere del logo e alle strategie di marketing come forma di controllo sociale - ha fornito a giornalisti e autore l’occasione per scavare un po’ sotto la superficie della realtà.

Fantascienza.com sta dedicando in questi giorni un’interessante copertura al romanzo appena uscito sul mercato anglosassone. Dopo le considerazioni di Gibson sul futuro dell’editoria (argomento su cui mi piacerebbe tornare), ieri riprendeva un’intervista recentemente rilasciata a Viceland.com. E Salvatore Proietti mi ha segnalato quest’altra intervista apparsa sul prestigioso the Atlantic. Illuminante per le osservazioni di Gibson sulla nostra epoca post-geografica, sulla percezione del futuro e della storia da parte soprattutto delle giovani generazioni e dell’americano medio, e sul ruolo della fantascienza e le potenzialità dei suoi filtri applicati alla nostra realtà.

Douglas Gorney ha posto a Gibson la domanda fatidica, sollevando tra le righe la questione che ogni lettore appassionato del Gibson cyberpunk, neuromantico, fantascientifico, avrebbe voluto rivolgere all’autore. E’ bello sentirsi dare la risposta che da sempre speravamo di ottenere… no?

C’è questa indifferenziazione della novità - ovvero il fatto che la novità diventa disponibile al punto che per chiunque quella novità, di per se stessa, cessa di essere una novità a tutti gli effetti - dietro all’ambientazione più attuale dei tuoi romanzi più recenti?

Be’, quando ho iniziato a scrivere verso la fine dei miei vent’anni, sapevo di avere un’inclinazione naturale per la fantascienza. Era la cultura letteraria della mia formazione. Ma sapevo anche di aver conosciuto altri aspetti della letteratura diversi dalla fantascienza. Quando mi sono messo all’opera avevo a disposizione il toolkit speciale per lo scrittore di fantascienza. Lo usavo per la mia versione di quello per cui era stato messo a punto. Tuttavia man mano che lo usavo e man mano che il mondo attorno a me cambiava, per via dell’impatto delle tecnologie contemporanee più che per ogni altra cosa, mi sono ritrovato a guardare alla cassetta degli attrezzi e pensare che questi strumenti erano potenzialmente i migliori strumenti a nostra disposizione per descrivere il nostro presente intrinsecamente fantastico… per descriverlo ed esaminarlo, per smontarlo e rimetterlo insieme e maneggiarlo. Penso che senza questi strumenti sul sero non saprei cosa potremmo farne.

Ogni volta che leggo un romanzo contemporaneo che descrive il mondo in cui viviamo, mi aspetto che vengano fuori gli strumenti della fantascienza. E’ inevitabile - è la materia a richiederlo. Lo richiede il riscaldamento globale, la diffusione epidemica di AIDS, l’11 settembre e ogni altra cosa - tutto ciò che non esisteva 30 anni fa necessita di quel toolkit per essere maneggiato. E noi abbiamo bisogno dei guanti della fantascienza per maneggiare lo stufato bollente del 2010.

La fantascienza forse era davvero morta. Dopotutto si è già reincarnata.

Codice Arrowhead

Posted on Luglio 18th, 2010 in Connettivismo, ROSTA | 5 Comments »

Codice Arrowhead è il mio primo e-book e sarà disponibile sul mercato a partire dalla fine del mese. L’editore DigitPub, di cui 40k è il marchio che contrassegna un catalogo già alquanto variegato, sta rinnovando in questi giorni il suo sito web per accompagnare al meglio il lancio della prima ondata di titoli. Come ci viene spiegato in questo post, i nostri sono ancora all’opera ma hanno deciso di aprire la porta della redazione per mostrarci come si lavora. Nell’era del web 2.x e dei social network, mi sembra un approccio decisamente al passo con i tempi. Quindi l’invito è ad avere un po’ di pazienza se i link dovessero saltare nei prossimi giorni, è solo il prezzo da pagare per godere di un’angolazione inedita e tutto sommato privilegiata su un modo nuovo di fare i libri.

Al momento di questo mio esordio elettronico, mi troverò nell’onorevolissima compagnia di autori del calibro di Bruce Sterling (con ben 2 titoli, tra cui Cigno nero già apparso su “Robot”), Dario Tonani (con il finalista al premio Italia Cardanica, anch’esso già uscito su “Robot”) e lavori inediti in Italia di Rhys Hughes, Mike Resnick, Jacob Appel e del titanico Paul Di Filippo. Si potrebbe chiedere di più? Credo di no…

Mi tocca a maggior ragione ringraziare Giuseppe Granieri (Direttore Editoriale di Fortykey) ed Elisabetta Vernier (che ci ha messi in contatto). Il racconto selezionato è una riedizione (con un titolo, ammettiamolo, di maggiore impatto) di Nell’occhio del Vortice con gli spettri del tempo, già apparso sull’iterazione 14 di Next. Una spy-story di ambientazione bellica, con un contorno molto fantascientifico. Benvenuti nel XXI secolo…

Mondi aumentati

Posted on Febbraio 11th, 2010 in Futuro, Micro, Transizioni | 2 Comments »

Sempre dagli archivi video di Geek Files, un pezzo sull’augmented reality, ovvero “un’evoluzione della realtà virtuale che consente la visualizzazione di un layer di informazioni supplementari sull’ambiente reale”, con la partecipazione speciale di Bruce Sterling che all’argomento dedica ormai larga parte del suo impegno on-line.

La sostanza dei sogni

Posted on Gennaio 23rd, 2010 in Micro, Transizioni | 4 Comments »

Un nuovo, importante passo avanti nella comprensione della gravità potrebbe essere stato mosso negli ultimi tempi dallo scienziato olandese Erik Verlinde. Ne parlava il New Scientist, la notizia è stata ripresa anche da Bruce Sterling e mi è stata segnalata da Sandro Battisti. In estrema sintesi e con il rischio consapevole di esagerare con le esemplificazioni, che cosa ci dice Verlinde? Il suo approccio è così riassumibile:

thermodynamics + holographic principle → gravity.

In altre parole, partendo dal principio olografico di Gerard ‘t Hooft e Leonard Susskind e applicando un’analogia con i principi della termodinamica, si potrebbero ricavare le leggi che regolano la gravità e che da qualche decennio stanno facendo impazzire i fisici a caccia di una teoria unificata dei campi. Questo approccio (esposto da Verlinde in questo articolo) tratta la gravità come una forza entropica e ce n’è abbastanza da mandare in sollucchero le menti più inclini a sognare passeggiate sul bordo dell’universo.

Steampunk Reloaded

Posted on Ottobre 24th, 2009 in Agitprop, Connettivismo, Fantascienza | 2 Comments »

Ottobre, ormai agli sgoccioli, è stato per Tor.com - ricco portale web dell’editore americano Tor - consacrato allo steampunk. Ma è da qualche tempo ormai che assistiamo a una nuova stagione di interesse intorno al sottogenere forse più sovversivo maturato in seno alla fantascienza. Nel Regno Unito, che come dimostrano le esperienze del new weird e del filone postumanista è tornato a occupare una posizione di avanguardia di fronte alle sensibilità montanti nel fantastico, lo steampunk è in fase crescente da un pezzo. Una comunità di allegri attaccabrighe si è coaugulata intorno alla Steampunk Magazine, che ha avuto anche un’emanazione italiana grazie a una delle comunità undeground più interessanti nel nostro panorama culturale nazionale.

La rivista Ruggine è uscita con un numero 0 e un primo numero, liberamente scaricabili. La Guida Steampunk all’Apocalisse, nata dal collettivo che sta dietro la Steampunk Magazine, è stata tradotta da Regina Zabo, che ho avuto il piacere di conoscere elettronicamente negli ultimi mesi, grazie a un progetto che ci vede coinvolti entrambi. Insieme al più steampunk degli scrittori connettivisti, Simone Conti. E a tanta altra gente, nomi noti nel settore e altri prestati invece al genere. Non esito a definirlo un progetto importante e ambizioso.

[Inciso promozionale: anche la Guida Steampunk all'Apocalisse, imprescindibile manuale in caso di collasso della nostra civiltà ipertecnologica, è disponibile in free download.]

La comunità steampunk evolutasi intorno alla firma di Margaret Killjoy è interessante per vari aspetti, che vanno dall’attivismo politico strettamente inteso (come dimostra quest’ultima mobilitazione) alle battaglie per la difesa dell’ambiente e l’adozione di una logica dei diritti culturali alternativa all’obsoleto copyright. Ma forse la caratteristica più bella è lo spirito anarchico intriso di un umorismo dissacrante, la capacità di rendere credibile un’alternativa del futuro a bassa tecnologia. E qui i nuovi steampunk divergono dai “classici”, consolidatisi con le visioni di Jeter, Gibson & Sterling, Blaylock, Powers e Di Filippo. Se la letteratura può riscrivere le regole del passato, perché mai gli attivisti non dovrebbero dedicarsi alla forma del futuro?

La bellezza dello steampunk, dal mio punto di vista, è sempre stata questa sua carica sovversiva: riformulare la classica domanda alla base della fantascienza (what if…?) in una declinazione storica (cosa sarebbe successo se…?), senza trascurare - a differenza dell’ucronia - l’aspetto tecnologico della faccenda. In definitiva, è sempre il solito vecchio trucco degli specchi deformanti per cogliere meglio l’essenza della realtà: e con lo steampunk - altro punto di divergenza dall’ucronia - a prevalere è l’attualità, piuttosto che la storia. Se l’ucronia gioca su ipotesi legate a episodi storici precisamente identificabili, lo steampunk si confronta con le radici tecnologiche della nostra civiltà. Non a caso le opere fondanti del filone sono tutte ambientate in epoca vittoriana, tempi di positivismo e di grandi cambiamenti all’orizzonte. Provate a leggere cosa diceva qualche anno fa il grande Paul Di Filippo, autore della magistrale Trilogia Steampunk.

La cosa interessante del progetto a cui accennavo poche righe sopra, è che prova a portare lo steampunk in Italia attraverso un’iniziativa collettiva e la costruzione di uno scenario condiviso di inizio Novecento. Ho consegnato la revisione del mio racconto da un paio di giorni. Ne accennavo tempo fa. Se la stesura in sè mi ha portato via buona parte del mese di agosto, il cosiddetto world-building ci ha tenuti impegnati per qualcosa come sette mesi. E’ stato il primo racconto che ho ambientato a Milano, nonché il primo in cui mi si è resa necessaria un’opera di ricostruzione d’ambiente, senza molti margini per l’improvvisazione per quanto non siano mancate le opportunità per inventare. Sono soddisfatto come raramente mi è capitato in passato, ma adesso a prevalere è la curiosità delle reazioni dei lettori di fronte a questa operazione. Torneremo ad aggiornarci nel 2010.

Nel frattempo, il materiale per rispolverare la vostra conoscenza della fantascienza a vapore non vi mancherà: seguite i link di questo articolo e divertitevi!

[Immagine di Marcin Jakubowski, Titanomachy – Fall of the Hyperion. Via Templates.com.]

Un fratello piccolo, non per questo meno pericoloso

Posted on Settembre 29th, 2009 in Agitprop, Fantascienza, ROSTA | 8 Comments »

La data da segnarsi è il 22 ottobre. Quel giorno infatti arriverà nelle librerie X, il libro di Cory Doctorow che, no, non è la mia biografia. Newton Compton, l’editore italiano, ha così tradotto il titolo originale, Little Brother, che faceva esplicitamente riferimento al classico di Orwell. La minaccia del controllo è infatti uno dei temi portanti di questo romanzo, che in America ha ricevuto un’accoglienza entusiastica, imponendosi come un piccolo libro di culto.

Doctorow è uno dei curatori di Boing Boing, tra i blog più seguiti al mondo, ed è stato coordinatore europeo della Electronic Frontier Foundation fino al 2006. Copyright, diritti civili ed economie post-scarsità (ricordate i discorsi sulle società agalmiche?) sono tra i temi ricorrenti nei suoi lavori. Quindi ha ragione Sterling quando sostiene che “ha un sacco di cose da dirci”. Doctorow, a mio parere, è una sorta di suo erede spirituale, con la stessa attitudine divulgativa e forse una coscienza critica dei cambiamenti sociali indotti dal progresso tecnologico ancora maggiore (ma per semplici ragioni anagrafiche).

Ma torniamo a X. In un mondo che tende verso l’amplificazione informatica della realtà, l’integrazione tra i canali di comunicazione in un unico panorama multimediale, la questione della sicurezza informatica diventa un tema di importanza cruciale. Tuttavia, come è stato tristemente dimostrato dalla storia recente, fin dove si possa spingere l’autorità per incontrare la domanda di sicurezza dei cittadini è ancora materia controversa e troppo facilmente manipolabile. Ben vengano quindi libri come questo, che promettono di farci pensare.