Attraverso il continuum Murakami-Miéville

Posted on Dicembre 13th, 2010 in Connettivismo, Transizioni | 16 Comments »

La nozione di genere è definitivamente sorpassata? Ne sono stato a lungo convinto, sull’onda emotiva di scorpacciate postmoderne, prima di riprendermi una cotta per la science fiction e la crime fiction. Chiamo la fantascienza e il poliziesco con i nomi con cui sono conosciuti nel mondo anglosassone per una ragione precisa: gli anglo, e gli am-anglo in particolare, hanno un vero fiuto per le etichette, c’è poco da fare. Lo dimostra Eric Rosenfield, che riprendendo il manifesto redatto da Bruce Sterling per la letteratura Slipstream, con cui il nostro cowboy dell’oltrespazio si proponeva di scavalcare i generi e motivare criticamente la vicinanza tra i lavori degli scrittori in orbita cyberpunk (da Gibson a Lethem passando per Womack) e autori mainstream che avevano usato i moduli di genere nelle loro opere (da DeLillo alla Atwood, che a quanto mi risulta ha sempre disdegnato l’accostamento alla fantascienza), va ben oltre la sterile chiacchiera letteraria da salotto.

Rosenfield propone la sua lettura dell’annoso quesito con cui ho aperto questo post guardando il fenomeno da un’angolazione particolarissima e decisamente interessante, arrivando a definire quello che lui immaginificamente chiama un continuum Murakami-Miéville. E’ una di quelle idee talmente folgoranti da lasciare a bocca aperta, a rodersi il fegato per non esser stati capaci di farsela venire da sé (e ringrazio Granieri per averla segnalata su 40k Blog). Come fa notare lo stesso blogger newyorkese, è una etichetta senza alcuna valenza commerciale, che si propone tuttavia di scavalcare le distinzioni convenzionali che pongono un libro di Miéville sullo stesso scaffale di Heinlein, e uno di Murakami sullo stesso scaffale di Updike, nelle librerie di ogni parte del mondo.

Non è solo rebranding, come potrebbero essere stati in qualche modo il cyberpunk o soprattutto lo Slipstream. E’ un tentativo di ri-classificazione del mondo (uno “strumento di contestualizzazione”, come lo definisce Rosenfield), alla luce dei cambiamenti che lo stravolgono e della velocità con cui lo fanno, rendendolo a tutti gli effetti un’entità liquida e sfuggente. Per me il connettivismo avrebbe dovuto essere soprattutto questo, fin dai suoi primissimi passi. E in qualche modo mi sembra che, arricchendo la propria personalità negli anni, il nucleo del suo carattere sia rimasto abbastanza legato all’idea di partenza. Ma volete mettere le suggestioni tutte endogene e autoreferenziali della parola “connettivismo” con l’ampiezza di orizzonti abbracciata dal “continuum Murakami-Miéville”? Non c’è partita.

In effetti, mentre in questi giorni vado ultimando la lettura del notevolissimo Il mistero dell’Inquisitore Eymerich (e, a proposito, Evangelisti non sfigurerebbe affatto nel novero degli scrittori del continuum), mi è venuta quest’idea che la fantascienza, col tempo, si sia trasformata un po’ nell’etere della letteratura: un’entità inclassificabile e ormai difficilissima, se non impossibile, da isolare. Ma a tutti gli effetti onnipervasiva e inscindibile dai territori dell’immaginario.

Realtà Alternative

Posted on Dicembre 4th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | 4 Comments »

Nascono i 40k Compact! La nuova iniziativa editoriale della 40k Books offre una terza incarnazione a Codice Arrowhead (già Nell’occhio del Vortice, con gli spettri del tempo alla sua prima apparizione su Next 14), antologizzato in un’unica raccolta elettronica con autori del calibro di Bruce Sterling (Cigno Nero), Dario Tonani (Cardanica) e Paul Di Filippo (WikiWorld). Il volume s’intitola Realtà Alternative e come al solito lo trovate sul sito di FortyKey.

Is it ok to be a cyberpunk in 2010?

Posted on Novembre 28th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | 5 Comments »

Per ragioni anagrafiche, ho scoperto il cyberpunk quando i suoi fondatori avevano già deciso che l’intera corrente (loro, a onor del vero, non hanno mai voluto definirlo “movimento”) era da considerarsi lettera morta. Dimostrando forse poco rispetto per le loro opinioni, ho abbracciato incondizionatamente la visione della vita e del mondo che emergeva dalle loro opere, una Weltanschauung (termine che andava per la maggiore nelle lezioni di filosofia al liceo, negli stessi anni in cui condivo il mio pendolarismo scolastico con la lettura di Gibson, Sterling & soci) che si andava consolidando man mano che progredivo nell’esplorazione di questo territorio per me nuovo e straordinario. Il cyberpunk era esploso e si era esaurito nella decade precedente e io mi sentivo un po’ come uno straniero giunto in città senza soldi e conoscenze. Potevo contare sull’unico aiuto rappresentato da una mappa letteraria: quella tracciata nella fondamentale antologia dedicata al filone da Piergiorgio Nicolazzini, Cyberpunk (Edizioni Nord).

Lo spirito anarcoide, l’idealismo di fondo che spesso bilanciava le istanze nichiliste, l’istinto di ribellione e la forza di resistenza (oggi, dopo aver letto qualche saggio sull’argomento, parlerei di endurance), erano questi i caratteri che davano vita alle istantanee di un mondo in degrado e allo sbando, campo di battaglia e terreno di conquista per individui senza scrupoli ed entità onnipotenti e inafferrabili, in cui già quindici anni fa si potevano avvertire i prodromi del nostro presente. Oggi, nel 2010, mi ritengo a mio modo ancora un cyberpunk: la mia visione del mondo continua a essere profondamente intrisa di quella filosofia di strada, per quanto risulti declinata secondo moduli e schemi che nel tempo si sono stratificati attraverso l’esperienza. Senza il cyberpunk, non sarei la persona che sono oggi.

La notizia che sta tenendo banco in questi giorni sulla stampa del mondo intero è legata all’imminente apertura degli archivi di Wikileaks. Dopo i ripetuti annunci di Julian Assange che si sono succeduti nei mesi scorsi, sembra ormai arrivato il momento e, anche se - a giudicare da quanto trapelato - prima di stasera difficilmente verrà pubblicato qualcosa, i mirini sono da ore puntate sul sito, proiettandolo ai vertici delle graduatorie degli hot spot  della rete. Quindici anni fa, ma anche cinque anni fa, avrei vissuto queste ore in uno stato di trepidante e frenetica attesa, aspettando di mettere gli occhi sui cablogrammi diplomatici delle ambasciate. Oggi alla frenesia sento però mischiarsi un senso crescente di angoscia.

Personalmente, continuo a pensarla come William S. Burroughs: non esiste mondo più sicuro di un mondo senza segreti. Tuttavia, non sono più tanto ingenuo da credere che la pubblicazione di una valanga di documenti diplomatici classificati a vari livelli di riservatezza possa cambiare in meglio il mondo, soprattutto dall’oggi al domani. La scelta dei tempi mi sembra in particolare alquanto inopportuna, anche se per ragioni che trascendono in parte la volontà degli artefici di Wikileaks. E la mia inquietudine nasce da un paio di valutazioni immediate. Su un piano più generale, mi sembra che una mossa simile, proprio adesso che, a costo di duri sacrifici, dopo gli anni bui dei falchi di Washington un’amministrazione progressista ha fatto della diplomazia il proprio punto di forza nei rapporti internazionali, lungi dall’indebolire gli USA quale fulcro degli equilibri geopolitici planetari e dal ridefinire l’assetto mondiale delle alleanze, finirà solo per arrecare un’ulteriore colpo all’azione politica di Barrack Obama. Su un piano più contingente, con le crisi economiche, finanziarie e politiche in corso in Europa e gli attriti tra le Coree a tenere in scacco l’Estremo Oriente ma non solo, alcune rivelazioni - magari nemmeno direttamente riconducibili all’amministrazione USA in carica - potrebbero produrre effetti deflagranti e difficilmente controllabili.

Ancora una volta, insomma, ho il sospetto che le ragioni di principio entrino in forte contrasto con le più semplici e banali questioni di opportunità. Nelle prossime ore sapremo quale decisione avrebbe potuto garantirci una soluzione migliore.

Applicare il kit della fantascienza al mondo in cui viviamo

Posted on Settembre 17th, 2010 in Fantascienza, Futuro | No Comments »

Mi rendo conto di cominciare seriamente ad aspettare ogni volta l’uscita del nuovo romanzo di William Gibson per il piacere di leggere le riflessioni critiche con cui arricchisce tutte le interviste previste dal tour promozionale, e forse non solo quelle. Come nel caso di Guerreros un paio d’anni fa, dell’intervento al Festival delle Letterature di Roma e dell’intervista a Sterling che segnalavo sul vecchio Strano Attrattore, anche Zero History - il volume che conclude la trilogia della Blue Ant che il padre del cyberpunk ha dedicato al potere del logo e alle strategie di marketing come forma di controllo sociale - ha fornito a giornalisti e autore l’occasione per scavare un po’ sotto la superficie della realtà.

Fantascienza.com sta dedicando in questi giorni un’interessante copertura al romanzo appena uscito sul mercato anglosassone. Dopo le considerazioni di Gibson sul futuro dell’editoria (argomento su cui mi piacerebbe tornare), ieri riprendeva un’intervista recentemente rilasciata a Viceland.com. E Salvatore Proietti mi ha segnalato quest’altra intervista apparsa sul prestigioso the Atlantic. Illuminante per le osservazioni di Gibson sulla nostra epoca post-geografica, sulla percezione del futuro e della storia da parte soprattutto delle giovani generazioni e dell’americano medio, e sul ruolo della fantascienza e le potenzialità dei suoi filtri applicati alla nostra realtà.

Douglas Gorney ha posto a Gibson la domanda fatidica, sollevando tra le righe la questione che ogni lettore appassionato del Gibson cyberpunk, neuromantico, fantascientifico, avrebbe voluto rivolgere all’autore. E’ bello sentirsi dare la risposta che da sempre speravamo di ottenere… no?

C’è questa indifferenziazione della novità - ovvero il fatto che la novità diventa disponibile al punto che per chiunque quella novità, di per se stessa, cessa di essere una novità a tutti gli effetti - dietro all’ambientazione più attuale dei tuoi romanzi più recenti?

Be’, quando ho iniziato a scrivere verso la fine dei miei vent’anni, sapevo di avere un’inclinazione naturale per la fantascienza. Era la cultura letteraria della mia formazione. Ma sapevo anche di aver conosciuto altri aspetti della letteratura diversi dalla fantascienza. Quando mi sono messo all’opera avevo a disposizione il toolkit speciale per lo scrittore di fantascienza. Lo usavo per la mia versione di quello per cui era stato messo a punto. Tuttavia man mano che lo usavo e man mano che il mondo attorno a me cambiava, per via dell’impatto delle tecnologie contemporanee più che per ogni altra cosa, mi sono ritrovato a guardare alla cassetta degli attrezzi e pensare che questi strumenti erano potenzialmente i migliori strumenti a nostra disposizione per descrivere il nostro presente intrinsecamente fantastico… per descriverlo ed esaminarlo, per smontarlo e rimetterlo insieme e maneggiarlo. Penso che senza questi strumenti sul sero non saprei cosa potremmo farne.

Ogni volta che leggo un romanzo contemporaneo che descrive il mondo in cui viviamo, mi aspetto che vengano fuori gli strumenti della fantascienza. E’ inevitabile - è la materia a richiederlo. Lo richiede il riscaldamento globale, la diffusione epidemica di AIDS, l’11 settembre e ogni altra cosa - tutto ciò che non esisteva 30 anni fa necessita di quel toolkit per essere maneggiato. E noi abbiamo bisogno dei guanti della fantascienza per maneggiare lo stufato bollente del 2010.

La fantascienza forse era davvero morta. Dopotutto si è già reincarnata.

Codice Arrowhead

Posted on Luglio 18th, 2010 in Connettivismo, ROSTA | 5 Comments »

Codice Arrowhead è il mio primo e-book e sarà disponibile sul mercato a partire dalla fine del mese. L’editore DigitPub, di cui 40k è il marchio che contrassegna un catalogo già alquanto variegato, sta rinnovando in questi giorni il suo sito web per accompagnare al meglio il lancio della prima ondata di titoli. Come ci viene spiegato in questo post, i nostri sono ancora all’opera ma hanno deciso di aprire la porta della redazione per mostrarci come si lavora. Nell’era del web 2.x e dei social network, mi sembra un approccio decisamente al passo con i tempi. Quindi l’invito è ad avere un po’ di pazienza se i link dovessero saltare nei prossimi giorni, è solo il prezzo da pagare per godere di un’angolazione inedita e tutto sommato privilegiata su un modo nuovo di fare i libri.

Al momento di questo mio esordio elettronico, mi troverò nell’onorevolissima compagnia di autori del calibro di Bruce Sterling (con ben 2 titoli, tra cui Cigno nero già apparso su “Robot”), Dario Tonani (con il finalista al premio Italia Cardanica, anch’esso già uscito su “Robot”) e lavori inediti in Italia di Rhys Hughes, Mike Resnick, Jacob Appel e del titanico Paul Di Filippo. Si potrebbe chiedere di più? Credo di no…

Mi tocca a maggior ragione ringraziare Giuseppe Granieri (Direttore Editoriale di Fortykey) ed Elisabetta Vernier (che ci ha messi in contatto). Il racconto selezionato è una riedizione (con un titolo, ammettiamolo, di maggiore impatto) di Nell’occhio del Vortice con gli spettri del tempo, già apparso sull’iterazione 14 di Next. Una spy-story di ambientazione bellica, con un contorno molto fantascientifico. Benvenuti nel XXI secolo…

Mondi aumentati

Posted on Febbraio 11th, 2010 in Futuro, Micro, Transizioni | 2 Comments »

Sempre dagli archivi video di Geek Files, un pezzo sull’augmented reality, ovvero “un’evoluzione della realtà virtuale che consente la visualizzazione di un layer di informazioni supplementari sull’ambiente reale”, con la partecipazione speciale di Bruce Sterling che all’argomento dedica ormai larga parte del suo impegno on-line.

La sostanza dei sogni

Posted on Gennaio 23rd, 2010 in Micro, Transizioni | 3 Comments »

Un nuovo, importante passo avanti nella comprensione della gravità potrebbe essere stato mosso negli ultimi tempi dallo scienziato olandese Erik Verlinde. Ne parlava il New Scientist, la notizia è stata ripresa anche da Bruce Sterling e mi è stata segnalata da Sandro Battisti. In estrema sintesi e con il rischio consapevole di esagerare con le esemplificazioni, che cosa ci dice Verlinde? Il suo approccio è così riassumibile:

thermodynamics + holographic principle → gravity.

In altre parole, partendo dal principio olografico di Gerard ‘t Hooft e Leonard Susskind e applicando un’analogia con i principi della termodinamica, si potrebbero ricavare le leggi che regolano la gravità e che da qualche decennio stanno facendo impazzire i fisici a caccia di una teoria unificata dei campi. Questo approccio (esposto da Verlinde in questo articolo) tratta la gravità come una forza entropica e ce n’è abbastanza da mandare in sollucchero le menti più inclini a sognare passeggiate sul bordo dell’universo.

Steampunk Reloaded

Posted on Ottobre 24th, 2009 in Agitprop, Connettivismo, Fantascienza | 2 Comments »

Ottobre, ormai agli sgoccioli, è stato per Tor.com - ricco portale web dell’editore americano Tor - consacrato allo steampunk. Ma è da qualche tempo ormai che assistiamo a una nuova stagione di interesse intorno al sottogenere forse più sovversivo maturato in seno alla fantascienza. Nel Regno Unito, che come dimostrano le esperienze del new weird e del filone postumanista è tornato a occupare una posizione di avanguardia di fronte alle sensibilità montanti nel fantastico, lo steampunk è in fase crescente da un pezzo. Una comunità di allegri attaccabrighe si è coaugulata intorno alla Steampunk Magazine, che ha avuto anche un’emanazione italiana grazie a una delle comunità undeground più interessanti nel nostro panorama culturale nazionale.

La rivista Ruggine è uscita con un numero 0 e un primo numero, liberamente scaricabili. La Guida Steampunk all’Apocalisse, nata dal collettivo che sta dietro la Steampunk Magazine, è stata tradotta da Regina Zabo, che ho avuto il piacere di conoscere elettronicamente negli ultimi mesi, grazie a un progetto che ci vede coinvolti entrambi. Insieme al più steampunk degli scrittori connettivisti, Simone Conti. E a tanta altra gente, nomi noti nel settore e altri prestati invece al genere. Non esito a definirlo un progetto importante e ambizioso.

[Inciso promozionale: anche la Guida Steampunk all'Apocalisse, imprescindibile manuale in caso di collasso della nostra civiltà ipertecnologica, è disponibile in free download.]

La comunità steampunk evolutasi intorno alla firma di Margaret Killjoy è interessante per vari aspetti, che vanno dall’attivismo politico strettamente inteso (come dimostra quest’ultima mobilitazione) alle battaglie per la difesa dell’ambiente e l’adozione di una logica dei diritti culturali alternativa all’obsoleto copyright. Ma forse la caratteristica più bella è lo spirito anarchico intriso di un umorismo dissacrante, la capacità di rendere credibile un’alternativa del futuro a bassa tecnologia. E qui i nuovi steampunk divergono dai “classici”, consolidatisi con le visioni di Jeter, Gibson & Sterling, Blaylock, Powers e Di Filippo. Se la letteratura può riscrivere le regole del passato, perché mai gli attivisti non dovrebbero dedicarsi alla forma del futuro?

La bellezza dello steampunk, dal mio punto di vista, è sempre stata questa sua carica sovversiva: riformulare la classica domanda alla base della fantascienza (what if…?) in una declinazione storica (cosa sarebbe successo se…?), senza trascurare - a differenza dell’ucronia - l’aspetto tecnologico della faccenda. In definitiva, è sempre il solito vecchio trucco degli specchi deformanti per cogliere meglio l’essenza della realtà: e con lo steampunk - altro punto di divergenza dall’ucronia - a prevalere è l’attualità, piuttosto che la storia. Se l’ucronia gioca su ipotesi legate a episodi storici precisamente identificabili, lo steampunk si confronta con le radici tecnologiche della nostra civiltà. Non a caso le opere fondanti del filone sono tutte ambientate in epoca vittoriana, tempi di positivismo e di grandi cambiamenti all’orizzonte. Provate a leggere cosa diceva qualche anno fa il grande Paul Di Filippo, autore della magistrale Trilogia Steampunk.

La cosa interessante del progetto a cui accennavo poche righe sopra, è che prova a portare lo steampunk in Italia attraverso un’iniziativa collettiva e la costruzione di uno scenario condiviso di inizio Novecento. Ho consegnato la revisione del mio racconto da un paio di giorni. Ne accennavo tempo fa. Se la stesura in sè mi ha portato via buona parte del mese di agosto, il cosiddetto world-building ci ha tenuti impegnati per qualcosa come sette mesi. E’ stato il primo racconto che ho ambientato a Milano, nonché il primo in cui mi si è resa necessaria un’opera di ricostruzione d’ambiente, senza molti margini per l’improvvisazione per quanto non siano mancate le opportunità per inventare. Sono soddisfatto come raramente mi è capitato in passato, ma adesso a prevalere è la curiosità delle reazioni dei lettori di fronte a questa operazione. Torneremo ad aggiornarci nel 2010.

Nel frattempo, il materiale per rispolverare la vostra conoscenza della fantascienza a vapore non vi mancherà: seguite i link di questo articolo e divertitevi!

[Immagine di Marcin Jakubowski, Titanomachy – Fall of the Hyperion. Via Templates.com.]

Un fratello piccolo, non per questo meno pericoloso

Posted on Settembre 29th, 2009 in Agitprop, Fantascienza, ROSTA | 8 Comments »

La data da segnarsi è il 22 ottobre. Quel giorno infatti arriverà nelle librerie X, il libro di Cory Doctorow che, no, non è la mia biografia. Newton Compton, l’editore italiano, ha così tradotto il titolo originale, Little Brother, che faceva esplicitamente riferimento al classico di Orwell. La minaccia del controllo è infatti uno dei temi portanti di questo romanzo, che in America ha ricevuto un’accoglienza entusiastica, imponendosi come un piccolo libro di culto.

Doctorow è uno dei curatori di Boing Boing, tra i blog più seguiti al mondo, ed è stato coordinatore europeo della Electronic Frontier Foundation fino al 2006. Copyright, diritti civili ed economie post-scarsità (ricordate i discorsi sulle società agalmiche?) sono tra i temi ricorrenti nei suoi lavori. Quindi ha ragione Sterling quando sostiene che “ha un sacco di cose da dirci”. Doctorow, a mio parere, è una sorta di suo erede spirituale, con la stessa attitudine divulgativa e forse una coscienza critica dei cambiamenti sociali indotti dal progresso tecnologico ancora maggiore (ma per semplici ragioni anagrafiche).

Ma torniamo a X. In un mondo che tende verso l’amplificazione informatica della realtà, l’integrazione tra i canali di comunicazione in un unico panorama multimediale, la questione della sicurezza informatica diventa un tema di importanza cruciale. Tuttavia, come è stato tristemente dimostrato dalla storia recente, fin dove si possa spingere l’autorità per incontrare la domanda di sicurezza dei cittadini è ancora materia controversa e troppo facilmente manipolabile. Ben vengano quindi libri come questo, che promettono di farci pensare.

Beyond Eurocon: sotto il segno del Fuco

Posted on Marzo 31st, 2009 in Connettivismo, Fantascienza | 6 Comments »

Rientrare da una con porta sempre con sé un senso di straniamento, che grosso modo coincide con l’impatto con la realtà quotidiana. Riuscireste a immaginare qualcosa di meno fantascientifico delle scartoffie da ufficio, delle bollette (l’oggetto in sé, intendo, non le tariffe applicate), o dei mille piccoli problemi che siamo soliti includere sotto l’accezione di routine quotidiana? Ecco, appunto…

Non che a una con si trascorra il tempo con alieni, replicanti e telepati, ma insomma, la disponibilità di argomenti da affrontare annaffiandoli di opportune dosi di alcol e caffè (il caffè, soprattutto, è un ingrediente fondamentale nella dieta del partecipante che voglia vivere fino all’ultimo minuto la giornata - minuto che solitamente sconfina ampliamente nella pancia della giornata successiva, come da imprinting del trio Cola-Jarok-Proietti), la disponibilità di argomenti - dicevo - e di altri appassionati con cui discuterne fanno sì che tra l’acquisto di un libro usato (maledetto sia Jarok, che ha cominciato a calibrare sulle mie preferenze il materiale che espone con il suo Bazaar) e quello di una novità capitino come minimo un paio di opportunità per scambi di informazioni e divertimento.

Lo stesso risultato, convengo, potrebbe essere raggiunto incontrandosi comunque tra amici e appassionati dello stesso immaginario, senza tutto il contorno di terme che da qualche anno a questa parte è sinonimo di Deepcon e quindi di Italcon. Ma in quel caso sarebbe più rara l’opportunità di fare nuove conoscenze, utili per confrontare i punti di visti e mettere in discussione la propria visione del mondo. Al nucleo ormai consolidato di amici fantascientisti che sono abituato a incontrare a Fiuggi (non li cito perché altrimenti compilerei una sorta di registro alternativo degli iscritti, a cui quindi vi rimando), quest’anno si sono aggiunti tre appassionati di medio-lungo corso, ma neofiti del mondo-con: il compagno Fernosky, Franco Brambilla (ehi, nel gruppo c’è un Premio Europa! Qui in alto ne vedete il lavoro per la quarta di copertina di NEXT… potevo lasciarmi scappare l’occasione?) e l’Iguana.

Adesso, a me viene difficile definire bene quello che si respira a una con, almeno quanto riuscirebbe difficile a un pesce descrivere l’acqua in cui nuota: l’atmosfera è intrisa di fantascienza, le battute sul fantasy si sprecano (ma quest’anno qualcuno cercava di seminare zizzania con Gibson… segno che i tempi stanno proprio cambiando, oppure solo che l’Italia è davvero un mondo a parte, non è vero Otrebla?) e i soldi vengono investiti nei due beni materiali più importanti del mondo: la birra e i libri. Per tre giorni si dorme una media di tre ore a notte e le giornate corrono veloci anche quando il programma sembrerebbe volere offrire una giornata di relativo riposo (a testimonianza del fatto che in una con niente è come sembra). Per capirlo occorrerebbe quindi sentire il loro parere, e in parte il compagno Fernosky ci ha già offerto il suo punto di vista. A tenere lontani i più temo che sia una sorta di pregiudizio legato all’inevitabile gap generazionale. In effetti, di giovani in giro non se ne vedono poi moltissimi (ma questo potrebbe anche dire che l’appassionato medio si porta male i suoi anni, ogni riferimento al sottoscritto è puramente casuale). Ma auspico davvero un ricambio, non forzato, semplicemente obbligato: quando si smetteranno di fare con, il fandom avrà tirato il suo ultimo fiato. A quel punto sarà solo questione di tempo prima che anche la coscienza del genere si estingua.

La passione è la vera linfa che tiene in vita la fantascienza e che spinge gli appassionati - periodicamente - a incontrarsi in questa specie di rito laico che è una messa officiata in maniera più o meno serrata da un capo all’altro del continente. And beyond. Come mi testimoniava Thomas Recktenwald, vincitore con Andromeda Nachrichten del premio Europa per la miglior fanzine del continente, ce n’è da macinare chilometri. Thomas, che mi profilava una situazione di crisi anche nella sua Germania, mi ha fornito numeri che farebbero invidia a ogni fanzine ed editore nostrano, cercando di consolarmi ricordandomi che il suo paese ha un bacino demografico ben più ampio dell’Italia. Se l’argomento non mi ha convinto sul piano del confronto di cifre, mi ha invece sinceramente contagiato il suo mix per nulla teutonico di dedizione ed entusiasmo.

Insomma, gente come lui o come Ian Watson può capitare di incontrarne anche altrove, lontano da una convention, non ne dubito, ma in una con ce n’è una concentrazione atipica, pre-singolare. Tra i momenti clou dell’Eurocon 2009 sarà da ricordare proprio la performance che Watson e Roberto Quaglia hanno regalato a una platea in delirio, arrivando a coinvolgere nel loro gioco un divertito Bruce Sterling. Watson ha anche trovato una geniale definizione per i suoi racconti e romanzi, che recita a grandi linee che si tratta di capsule per immagazzinare permanentemente le informazioni che finiranno rimosse dalla memoria dell’autore. Niente di più vero. Watson ha anche spiegato la differenza tra la mafia scozzese e quella italiana (mentre gli italiani ti fanno proposte che non puoi rifiutare, la mafia scozzese ti farebbe una proposta che non puoi capire), ma questa durante la presentazione mi era sfuggita e l’ho appresa attraverso Ernesto Vegetti, in forma di minaccia (a testimonianza di quanto le menti dei veterani siano ancora non solo ricettive all’apprendimento, ma anche disponibili all’insegnamento!). A Watson e a Sterling ho avuto il piacere di consegnare personalmente una copia della rivista, in occasione di due contatti fugaci che hanno incluso anche l’autografo sui titoli della loro produzione che per me hanno significato di più: L’anno dei dominatori e - naturalmente - La Matrice Spezzata.

La sorpresa è arrivata ieri, con la scoperta che Sterling aveva segnalato sul suo blog il booktrailer de L’algoritmo bianco di Dario Tonani e caricato integralmente la versione 2.0 del Manifesto del Connettivismo. Una sorpresa che mi ha lasciato letteralmente a corto di parole, come si sarà capito.

A conti fatti, mi sentirei di poter annunciare che NEXT International (di cui nel frattempo abbiamo caricato la pagina-vetrina su Next Station) ha assolto egregiamente al suo ruolo. Se il buon giorno si vede dal mattino, compagno sir, ci tocca solo tornare al lavoro. Quello che facciamo con più piacere. Cosa c’è di meglio?

La faccia di un veterano delle con (S*, nel giro dal 1980). Nel 2009,
in occasione del triplice ruolo della
con (Deepcon-Italcon-Eurocon),
la famiglia Sosio non ha rinunciato alla tentazione e ha inizializzato
all’universo-con anche il neonato
Esse-minuscolo-asterisco.

La faccia di uno a metà del guado (X, nel giro dal 2006).
Non ancora pentito (almeno, non del tutto). Beata incoscienza.

La faccia di un neofita delle con (il compagno Fernosky, 2009).
Le segnaletiche sono di
Giorgio Raffaelli. Su tutte ristagna un’ombra
di inquietudine. Ma chi c’era lo sa: correvano i giorni del Fuco.

Il prossimo anno sarà, per il momento, l’ultimo appuntamento a Fiuggi. Dal 2011, per almeno un paio d’anni, la Italcon separerà il suo cammino dalla Deepcon. Per l’ospitalità e la qualità, un ringraziamento è come sempre dovuto a Flora Staglianò e al club DS1.