Argo

Posted on Novembre 27th, 2012 in Proiezioni, ROSTA | No Comments »

«Argo who?»
«Argo fuck yourself!»

Courtesy of Alan Arkin & Tony Mendez.

Skyfall

Posted on Novembre 26th, 2012 in Proiezioni, ROSTA | No Comments »

E alla fine - come anticipato - recensione fu. Su Fantascienza.com.

Argo: A Cosmic Conflagration

Posted on Novembre 17th, 2012 in Proiezioni | 1 Comment »

La storia di come il progetto abortito per una grandiosa epica cinematografica di fantascienza salvò la vita a sei funzionari dell’ambasciata statunitense a Teheran, durante la crisi degli ostaggi in Iran che si protrasse per 444 giorni dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981, è al centro dell’ultimo film di Ben Affleck, prodotto da George Clooney e Grant Heslov (lo stesso team produttivo artefice di Good Luck, and Good Night), con un cast di caratteristi eccezionali, da Alan Arkin (che recita nel ruolo di un immaginario produttore off-Hollywood, l’unico tra i personaggi principali a non essere modellato su una persona realmente esistita) a Bryan Cranston, passando per John Goodman. Il film è Argo, nelle sale dall’8 novembre scorso, e prende il titolo dall’operazione della CIA ideata e condotta sul campo da Tony Mendez, specialista in esfiltrazioni, insignito dal Presidente Jimmy Carter proprio per questa missione dell’Intelligence Star. Lo script originale di Chris Terrio prende le mosse da un articolo di Joshuah Bearman del 2007, pubblicato da Wired: How the CIA Usede a Fake Sci-Fi Flick to Rescue Americans From Tehran.

La storia dietro il film che avrebbe dovuto cavalcare l’onda di Star Wars, portando sul grande schermo le visioni spettacolari (e in forte odore di postumanesimo) di Roger Zelazny, autore nel 1968 del romanzo premio Hugo Lord of Light (qui da noi Signore della Luce), è invece raccontata da DJ Pangburn su Boing Boing in un articolo che vi consiglio di leggere. Il progetto dell’adattamento cinematografico del capolavoro di Zelazny, fortemente voluto dallo sceneggiatore Barry Ira Geller, coinvolse pesi massimi del calibro di John Chambers (specialista del trucco vincitore dell’Oscar per Il Pianeta delle Scimmie, a cui Goodman presta i suoi chili e la sua bravura in Argo), Ray Bradbury (che non ha bisogno di presentazioni), Paolo Soleri (l’architetto teorizzatore del concetto di arcologia, invalso nell’immaginario di SF a partire dagli anni ‘80) e Buckminster Fuller (altro grande ispiratore del nostro immaginario fantascientifico, ideatore tra le altre cose dei primi progetti di cupole geodetiche). La visione di Geller era grandiosa: dopo aver acquistato i diritti del libro, avrebbe voluto farne un film da 50 milioni di dollari e convertire poi i set in un grandioso parco a tema alle porte di Denver, nella città di Aurora balzata la scorsa estate tristemente agli onori delle cronache per altro: Science Fiction Land (sulla cui storia è in realizzazione anche un documentario a firma di Judd Ehrlich). Per il suo progetto, Geller coinvolse anche Jack Kirby, che realizzò gli sketch che potete ammirare qui (purtroppo, immagino per questioni legate ai diritti, quelli che si vedono nel film sono stati ricreati ad hoc, e conservano poco dell’impatto originario delle tavole del maestro), prima che il tutto naufragasse tra sospetti di frode e corruzione.

Come scrive Pangburn (che si è occupato a più riprese della vicenda) su Boing Boing, riprendendo la testimonianza di Ehrlich:

“Barry was this kid from the Bronx, who from a very young age was obsessed with comic books and science fiction, and would just read everything,” said Ehrlich. “Zelazny’s Lord of Light was a huge book that came out in 1967. And Barry wanted to adapt it. I think it spoke to him on a number of levels. A big part of the book is putting technology back into the hands of the people, and taking it out of the hands of the few. And through technology we could attain power.”

Anyone who has read Lord of Light will note that it is, at heart, a story of shifting identities—the identities of people who constantly assume new avatars. As Ehrlich sees it, it’s no surprise that it would appeal to Geller.

“There’s also a story of reinvention in Lord of Light. People change bodies,” says Ehrlich. “Barry has constantly reinvented himself. He’s worn a lot of different masks through his life. This comes out in a much more literal sense when the CIA and Mendez—literal masters of disguise—get involved in the Argo ploy.”

A resuscitare il film ci pensò dunque la CIA, che sotto copertura e per soli 10.000 dollari si assicurò i diritti ed entrò nel business di Hollywood, spacciando agli iraniani l’oppio di un’epica sci-fi che valse la liberazione dei sei funzionari intrappolati a Teheran.

Geller, insieme al resto del mondo, avrebbe saputo dell’uso che era stato fatto del suo copione solo nel 1997, dopo che Clinton declassificò l’operazione Argo, e si venne a sapere tutta la verità dietro la missione segreta più fantascientifica nella storia dei servizi.

Notizia dei giorni scorsi è che Ehrlich è riuscito a raccogliere attraverso Kickstarter i fondi necessari per finanziare il suo documentario. Sull’accuratezza del film di Affleck, vi rimando a questo documentatissimo articolo di David Haglund. Per saperne di più, vi consiglio infine questa intervista a Tony Mendez in persona, su YouTube.

La guida galattica per non-connettivisti /1 - La fantascienza dei due mondi: cinema e letteratura

Posted on Ottobre 30th, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 4 Comments »

La fantascienza letteraria presenta una serie di caratteristiche che la differenziano dalla sua omologa cinematografica. Di fatto, pure se i due media – la letteratura e il cinema – si scambiano linfa a vicenda, in una trasfusione continua di idee e soluzioni estetiche (come dimostra il caso emblematico del cyberpunk), a mio modo di vedere i due ambiti conservano peculiarità tanto marcate da preservarne la distanza.

Un’opera cinematografica di fantascienza (meno una serie televisiva, che ha a disposizione uno spazio mediamente più lungo per sviluppare il contesto in cui agiscono i personaggi) risente della necessità di esaltare le proprie caratteristiche di immediatezza: ne va della sua fruizione, e quindi del raggiungimento delle grandi masse, e di conseguenza del ritorno economico dei suoi finanziatori, che sono prima di tutto investitori. Un’opera letteraria di fantascienza, in fase di gestazione, risente di molti meno vincoli creativi. Innanzitutto, non ci sono quasi mai tutte le diverse istante rispondenti ai diversi membri della produzione da coniugare tra loro. Lo scrittore è solo. Può permettersi una maggiore libertà e parte di questa libertà si traduce nella possibilità di far riferimento a un immaginario consolidato. Ogni romanzo o racconto di fantascienza assume una valenza “amplificata” dal rapporto dialettico con il background del genere, costituito da tutte le opere e i filoni letterari che l’hanno preceduta.

Per la fantascienza letteraria questa forma di retroazione, questo feedback ininterrotto con la storia del genere, è un requisito fondamentale: essendo il fantastico l’unico genere per il quale il lettore non ha un contesto pronto e già noto in cui orientarsi, ma deve invece fare i conti con il worldbuilding operato dall’autore, condividere con quest’ultimo dei riferimenti minimi (concordare per esempio su espedienti narrativi che non trovano un riscontro univoco nella realtà, come possono essere un viaggio nel tempo, una storia alternativa, un’astronave interstellare, oppure – per dire – un infundibulo cronosinclastico) è imprescindibile per la buona riuscita dell’opera.

Al contrario, il cinema può concedersi una maggiore autonomia dalla storia del genere. Tino Franco faceva giustamente notare che il cinema lavora su canali diversi da un libro. Mi permetto di aggiungere che questi canali sono anche più numerosi rispetto alla narrativa, dove l’unico canale è dato dalla “connessione empatica” che l’autore riesce a instaurare con il lettore, ovvero la capacità di sospensione dell’incredulità che il primo riesce a negoziare con il secondo per raccontargli la propria storia mediata da un foglio di carta (di cellulosa o elettroni). Il cinema può giocare sulla visione e sull’ascolto, canali molto più immediati rispetto alla (non tanto) semplice elaborazione del testo che è richiesta dalla letteratura, che richiede al “fruitore” molta più pazienza, attenzione, partecipazione attiva nel processamento dei significati.

Possiamo riscontrare una familiarità, talvolta anche molto forte, tra pellicole diverse, ma il campo gravitazionale che tiene insieme i film di fantascienza secondo me è di qualche ordine di grandezza più debole rispetto a quello che tiene insieme i romanzi e i racconti di autori anche molto diversi tra loro, magari anche lontani nel tempo e nello spazio. Oltretutto, per via della sua marcata attitudine alla contaminazione, la fantascienza si presta molto all’ibridazione con altri generi, per cui è naturale che tanto sulla carta quanto al cinema le visioni futuribili finiscano spesso per sconfinare in generi limitrofi, dall’horror al poliziesco, passando per il noir, il romance, l’avventura, il racconto di guerra, la spy-story. Da questa facilità di interfaccia, combinata con la vastità dell’immaginario fantascientifico capace di spaziare dalla space opera all’inner space, dai mondi simulati alla storia alternativa, alla distopia, scaturisce la naturale ricchezza del genere. Ma più ci si allontana dalla capitale dell’Impero, più le province traballano sotto il peso della pressione esterna. Al cinema, in particolare, dove le esigenze della cassa sono più forti di qualsiasi proposito artistico (e quanto più costa tradurre una visione in pellicola, tanto maggiore è il pubblico a cui deve arrivare per ripagarsi), la minore coesione interna del genere rafforza l’attrazione “centrifuga” verso i territori limitrofi.

Alcuni esempi, per non restare nel campo della pura supposizione: Blade Runner e Strange Days verso il noir, Alien verso l’horror, Minority Report verso il poliziesco, Eternal Sunshine of the Spotless Mind verso il sentimentale. In Avatar, per esempio, sotto la superficie plasmata dal gusto estetico di Roger Dean, il cinema bellico alla Apocalypse Now e la mitologia western (da Pocahontas a Balla coi lupi) giocano nell’economia dell’intreccio un influsso molto più marcato di un intero secolo di cinema di fantascienza. Esiste, certo, un interscambio orizzontale, ma non sempre: Donnie Darko, per esempio, sembra un corpo estraneo nell’ambito di una qualsiasi panoramica del genere. E in ogni caso la corrente che scorre da 2001: Odissea nello Spazio a Inception non sembra più forte di quella che scorre verso il capolavoro di Christopher Nolan da Heat oppure dai film di James Bond. E questo esempio particolare mi induce ad arrischiarmi su un terreno ancora più infido e pericoloso: spesso, esistono maggiori punti di contatto tra un film di fantascienza e un’opera di fantascienza proveniente da un medium diverso (come magari può essere un libro), piuttosto che tra lo stesso film e tutti gli altri film di fantascienza che lo hanno preceduto. Inception, sia pure con i suoi numerosi richiami a un immaginario di genere già consolidato al cinema, non somiglia più a Neuromante che a Blade Runner? Non vi ritroviamo più tratti comuni con Zelazny, Dick e Galouye che con Matrix, eXistenZ e Dark City?

I capolavori cinematografici di genere – 2001, Blade Runner, Inception, per citarne solo tre emblematici, sufficientemente distanti tra loro da rappresentare delle pietre di paragone per le rispettive generazioni – possono permettersi di “strappare” con il passato, e rifondare un intero immaginario. Nella fantascienza scritta, non è così che funziona: senza la social SF , Alfred Bester e Fritz Leiber, non avremmo avuto gli autori della new wave; senza la new wave non avremmo avuto Neuromante e tutto quello che è venuto dopo; senza la new wave e il cyberpunk non avremmo avuto Accelerando; qui il cammino procede in maniera incrementale, non selettiva. E troviamo questo schema replicato in misura analoga anche in opere di seconda, terza, n-sima fascia, indifferentemente.

Un film di fantascienza è prima di tutto un film, dell’etichetta può fare a meno. Un libro di fantascienza, al contrario, comunque la si metta, è fantascienza, che l’etichetta ci sia o meno.

Se un genere si riconosce prima di tutto dai suoi autori, al cinema il gruppo di autori che possono essere riconosciuti universalmente come autori di genere è estremamente risicato, se non proprio evanescente come concetto. In letteratura, il gruppo è decisamente più nutrito, più facilmente individuabile, e anche quando un autore di fantascienza si dedica ad altri generi (il poliziesco, il fantasy), il più delle volte continua comunque a essere riconosciuto come autore di fantascienza (a patto che non si chiami George R.R. Martin). Probabilmente, anche per via dei diversi ordini di grandezza in termini di bacino di utenza, a differenza dell’impero dei sensi che è il cinema la fantascienza letteraria è più simile a una piccola repubblica, forte di una sua coesione intrinseca, soggetta a forze centripete.

Sbaglierò, ma sono queste le tendenze dominanti che mi sembra di scorgere in una qualsiasi rassegna di titoli, di autori e di filoni si voglia tirar fuori.

(1 - segue)

Puntate precedenti:
La guida galattica per non-connettivisti /0

Il lungo ritorno di Robot

Posted on Aprile 4th, 2012 in Connettivismo | 5 Comments »

Sta arrivando il nuovo numero di Robot e con questo sono 65. Il primo senza il Vic al comando - o comunque nelle retrovie a guidare l’azione dei suoi facenti funzione - segna l’approdo ufficiale in plancia di comando di Silvio Sosio. Comparire in questo numero ha quindi un sapore agrodolce per me, considerando la mia venerazione per la creatura di Curtoni. Al contempo, sono tuttavia certo che S* saprà portare avanti la lezione del Direttore, con rispetto e lungimiranza. Il nuovo curatore non ha bisogno né di presentazioni né di endorsement: è uno del mestiere, sa quello che lo aspetta e saprà tener fede alle aspettative che Robot ha coltivato nell’arco della sua storia più che trentennale. E provando a mettermi per un attimo nei suoi panni, avverto il peso della responsabilità di cui si sta facendo carico.

Venendo a noi, Il lungo ritorno di Grigorij Volkolak è una storia particolare. Innanzitutto, come avvisa la presentazione del numero, è lungo davvero: nella struttura se non nella lunghezza effettiva è praticamente una novella (tecnicamente non rientra nei limiti della categoria per meno di 1.000 parole, un’inezia). Segue le vicissitudini di un certo numero di personaggi sul pianeta Arkhangel, dilaniato da una guerra fredda tra i due blocchi politici che se ne contendono l’egemonia: uno stato di polizia che è ufficialmente un Protettorato della futura umanità interstellare, e una nazione ribelle che osteggia qualsiasi patto con gli uomini delle stelle. Questa società che si è sparsa nel cosmo è l’Ecumene e comprende: a) i pianeti in quarantena o interdetti (una sorta di riserve biologiche, tagliate fuori dai traffici e da ogni contatto con l’esterno); b) i pianeti avviati al Piano di Conduzione Illuminata (parzialmente aperti all’esterno, in trattativa per entrare a tutti gli effetti nel consesso interstellare); c) la cosiddetta Trascendenza (la società postumana che intreccia scambi e le relazioni tra i diversi pianeti e habitat spaziali «abilitati»).

Uno scenario piuttosto complesso, che fa da sfondo a diversi altri racconti, come per esempio Stazione delle maree (sull’ottava iterazione di NeXT) oppure il dittico Orizzonte degli eventi / Vanishing Point (a cui conto di aggiungere nei prossimi mesi un terzo segmento narrativo, sempre grazie all’invito e al sostegno di Continuum e del suo curatore Roberto Furlani), più qualche altro pezzo che ho nel cassetto.

Grigorij Volkolak è un analista cibernetico di II classe, membro dell’equipaggio di una nave della Gilda, che fa ritorno ad Arkhangel, suo pianeta natale, e si ritrova invischiato suo malgrado in una missione segreta. Una storia a metà tra spy-story e hard-boiled si dipana per le strade della sua capitale, Yongmingcheng, che interseca influenze dalle antiche culture terrestri di Cina, Russia, India, Giappone e mondo anglosassone.

Bay Area Night Panorama, by D. H. Parks.

Una curiosità: Yongmingcheng è l’antico nome con cui veniva indicata sulle mappe della Dinastia Yuan (1271-1368) la città di Vladivostok. Significa letteralmente “la città della luce eterna”. Mi sembrava appropriato, per un pianeta pronto alla prima transizione sulla Scala di Kardashev, assunto nel processo di Illuminazione.

Nella mia Yongmingcheng immaginaria, coesistono i bassifondi di Hong Kong con Corona Heights e il Tenderloin, e un funzionario statale ha riprodotto quella meraviglia del Giardino di Pietra di Chandigarh, con lo stile visionario di Sabato Rodia, anche se ormai la sua opera lasciata in abbandono e invasa dalla vegetazione versa in avanzato stato di decadimento.

Altri retroscena, se vorrete, nei prossimi giorni. Sempre su queste frequenze.

Rock Garden of Chandigarh, by igb.

Perché la fantascienza

Posted on Aprile 2nd, 2012 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro | 3 Comments »

Come a dire: ce l’ha ancora un ruolo, questo genere votato per sua natura al futuro, in un’epoca in cui il futuro è come un muro contro cui rischiamo di sbattere il muso un giorno dopo l’altro? Se lo chiedono Matteo Persivale e Mario Porqueddu sul Corriere.it, per l’inserto Il Club de La Lettura. E con un po’ di confusione tentano di dare una risposta, coadiuvati dalle uscite che si sono accavallate negli ultimi anni di testi divulgativi tesi a tracciare il panorama del futuro e dalle impressioni degli specialisti Antonio Caronia, Valerio Evangelisti e Tullio Avoledo. Fresco della due giorni milanese per il Fanta Festival Mohole, in cui con gli amici presenti ci siamo immersi in un clima decisamente stimolante fatto di discussioni e di fervide riflessioni, e già reduce la settimana scorsa dal week-end della Deepcon, abbozzare le mie considerazioni diventa quindi un modo per prolungare agonisticamente il distacco da questa stagione delle convention.

Una triste realtà contro cui tutti gli appassionati finiscono prima o poi per scontrarsi, è che la fantascienza è ancora avvolta in un bozzolo di pregiudizi, false convinzioni, stereotipi e cliché che purtroppo si continua a far fatica a scacciare. Soprattutto qui in Italia, che paga anche lo scotto di una subalternità della cultura scientifica a quella umanistica. Pezzi come quello pubblicato sul Corriere.it, pur nella presumibile buona fede degli artefici e malgrado l’interessante fenomeno che rappresentano (specie alla luce dell’inesorabile dibattito sull’estinzione del genere…), non fanno altro che alimentare il pregiudizio.

La fantascienza è qualcosa di ben distinto dalla futurologia e questo andrebbe ribadito con chiarezza. Non conosco personalmente scrittori che si siano mai prefissi di anticipare il futuro. In compenso, ho letto opere che si sono in misura variabile tradotte in realtà. Non credete che sia un paradosso: non a caso gli anglofoni hanno coniato l’espressione di self-fulfilling prophecy. Persino di fronte alla moltitudine di dimensioni che le sono concesse, la fantascienza si cimenta, in ultima istanza, sempre con la stessa, unica, semplice dimensione: quella dell’uomo. Parliamo di esseri umani, nelle nostre storie, e di cosa voglia dire essere umani. E lo facciamo sempre, in ogni caso, sia che si tenda maggiormente alla frontiera escatologica (e se vogliamo pure metafisica, ad abbracciare i misteri del cosmo più profondo) del genere, sia che invece ci si prefigga di esercitare la sua prerogativa di trasfigurare i problemi in corso o in nuce nel nostro presente.

Come genere, la fantascienza manifesta tuttora una vitalità magmatica, che rende possibile le sue molteplici ibridazioni con generi più o meno limitrofi, dal noir tanto vituperato al romance, passando per la spy-story. E non siamo affatto rimasti fermi a J.G. Ballard e William Gibson, che pure hanno segnato i rispettivi periodi con la carica immaginifica delle loro visioni. In tempi recenti i veterani Iain M. Banks, Greg Egan, Kim Stanley Robinson, Vernor Vinge, Lucius Shepard, Ian McDonald e Paul Di Filippo, come Charles Stross, Richard K. Morgan e Cory Doctorow, solo per citare i primissimi nomi che mi sovvengono, hanno continuato a dimostrare che il ruolo della SF come laboratorio d’indagine del progresso attraverso le sue contraddizioni intrinseche è tutt’altro che esaurito. Anzi, i suoi strumenti continuano a essere sufficientemente affilati da metterci in condizione di esercitarlo con precisione chirurgica.

Il futuro, per di più, non è l’unico tempo che si presta alla declinazione fantascientifica della realtà: dal passato ucronico ai presenti alternativi fino al dominio delle possibilità rappresentate dal futuro, il genere ha a sua disposizione l’intero spettro della storia, manipolata o potenziale, della civiltà umana. Sarebbe riduttivo circoscrivere il campo d’azione a una sola epoca, tra le molte che ha attraversato e che potrà attraversare l’umanità. La SF, chi la frequenta ne è consapevole, è per sua indole decisamente refrattaria ai confini e il fronte temporale non fa eccezione.

L’unica avvertenza che si dovrebbe tenere presente quando si sceglie di rappresentare una storia nell’ambito di un genere con queste caratteristiche (dinamismo, stratificazione, eclettismo, pervasività) è che non se ne dovrebbe sottovalutare la portata critica/speculativa. La meraviglia e lo stupore che le idee (e le trovate) dei romanzi di SF non mancano mai di evocare, possono servire ancora ad aprire crepe nelle barriere mentali ed emotive del lettore, per colpirlo con la forza amplificata dei dubbi e degli interrogativi che non dovremmo mai smettere di porci. Mettendosi in cerca delle risposte, il lettore può partecipare - anche a lettura conclusa - al processo creativo dello scrittore. Un’altra prerogativa pressoché unica che rende la SF un genere tanto singolare. E ancora così attuale da essere imprescindibile in una riflessione culturale rilevante sviluppata in questo particolare frangente storico.

Corpi spenti: Input #8

Posted on Dicembre 28th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 1 Comment »

Un libro e un racconto. Per il tracciamento dei container trasportati via mare e lo scenario da guerra di spie in cui il Mediterraneo sta scivolando in Corpi spenti, ho derivato lo spunto di partenza da Guerreros di William Gibson.

Un altro debito importante è verso Samuel R. Delany (non è la prima volta, non sarà l’ultima) e il suo racconto Sì, e Gomorra. A distanza di 44 anni dalla sua prima comparsa, le sottoculture urbane fiorite intorno allo sfruttamento sessuale delle spaziali continuano a risultare una metafora insuperabile, soprattutto come rappresentazione delle alternative di utilizzo che la strada riesce sempre a trovare per le ricadute del progresso.

Tre parole-chiave per l’approccio alla tecnologia in Corpi spenti: nichilismo, alienazione e paranoia.

Immagini via Exonauts.

Cobalto-60

Posted on Gennaio 5th, 2011 in False Memorie, Kipple, Micro | No Comments »

Non so com’è stato per voi, ma la storia del container radioattivo abbandonato da sei mesi al Voltri Terminal Europa per prima cosa mi ha richiamato alla mente un analogo container con cento milioni di dollari in tagli da 100, sbarcato al porto di Vancouver dopo essere rimbalzato in ogni angolo del globo. Soldi sporchi da irradiare con proiettili calibro 30 di cesio per applicazioni mediche. Questo, tuttavia, non è un romanzo di Gibson e nel container non dovrebbero esserci banconote, ma materiali ferrosi, 19 tonnellate di rame e una dose di cobalto-60 sufficiente a emettere cinque volte il fondo naturale a 100 metri di distanza. I fantasmi che si muovono sullo sfondo, così, risultano altrettanto minacciosi di quelli evocati in una spy-story del 2007.

Ph0xGen!

Posted on Novembre 6th, 2010 in Fantascienza, Letture | 9 Comments »

Le informazioni disponibili su Italo Bonera e Paolo Frusca non sono molte. Nel numero 50 dei Millemondi di Urania (che ha inondato le edicole del Regno lo scorso febbraio con numeri confortanti per chi, come me, è abituato a temere la distribuzione italiana dopo aver visto il proprio volume in edicola per tre settimane scarse), ci vengono presentati come “due nuovi autori appassionati di fantascienza, storia e narrativa a intreccio”. Dopo aver letto il loro primo romanzo, Ph0xGen!, incluso nel Millemondi con un altro dei finalisti all’edizione 2006 del premio Urania (Ascensore per l’ignoto di Stefano Carducci e Alessandro Fambrini, che conto di leggere presto), posso aggiungere che oltre che appassionati, sono anche degli eccellenti artefici di intrighi narrativi.

Il loro romanzo si prefigge un obiettivo ambizioso: scrivere un’ucronia all’italiana (una spaghetti-ucronia?) tenendo conto del peso non indifferente rivestito dal filone nell’economia del genere. A volte, con esiti di tutto rispetto (penso soprattutto ai biplani di Luca Masali, al Re John di Pierfrancesco Prosperi, ai Passaggi incrociati di Lanfranco Fabriani, ai racconti d’avanguardia di Simone Conti e a diversi altri raccolti da Catalano e Pizzo nelle loro Ambigue utopie - qui la mia recensione per Robot); altre, con risultati più discutibili (la serie di Occidente e lo strascico interminabile di rivisitazioni del ‘900 fascista che il suo successo commerciale produsse sulla carta e sul web intorno alla metà del decennio scorso). Insomma, Bonera e Frusca non partivano dalla posizione più comoda e per questo, nel regalarci un’avventura godibile e carica di spunti di riflessione sulla nostra storia e sul nostro rapporto con essa, hanno a maggior ragione compiuto una piccola, grande impresa.

Ph0xGen! è in larga parte ambientato nell’estate 2003, ma non è il 2003 che tutti noi conosciamo. Nel loro mondo, la Prima guerra mondiale ha avuto un esito molto diverso da quello consegnatoci dalla storia che abbiamo imparato a scuola: non a caso nel prologo del romanzo viene citata come l’Ultima Guerra Europea. Nella linea temporale di Bonera e Frusca le sue sorti hanno arriso all’Austria e, “dal trattato di Versailles in poi, l’aquila bicipite protegge sotto le sue ali la pace, la prosperità e la democrazia d’Europa”. È il Bund, “la Confederazione dei Popoli che, a partire dal 1919, si è allargata fino a comprendere tutta l’Europa centrale ed è diventata così potente da dominare il mondo”.

In questo mondo il tedesco è la lingua della diplomazia internazionale e del mondo informatico, Heinz Kissinger è il principale consigliere del Kaiser, William Jefferson Clinton senatore degli Stati Confederati d’America, l’autore di Ich und Hanna è diventato famoso con il suo vero nome di Königsberg e la mecca del cinema si chiama Hollabrunn. La Manciuria è ancora contesa tra la Repubblica Popolare Cinese e il Giappone e solo la Russia, dopo il crollo del bolscevismo, somiglia terribilmente alla Russia dei nostri giorni. L’evento cruciale da cui si è innescata la divergenza dalla storia nota è probabilmente dato dal mancato affondamento del piroscafo Lusitania nel maggio del 1915, con la conseguente scelta di Wilson per la neutralità nel conflitto europeo; in cerca di una valvola di sfogo, la Depressione del ’29 è sfociata in una Seconda Guerra di Secessione con conseguente divisione degli USA.

Adesso, dopo oltre ottant’anni di pace, nuvole scure si addensano sopra i cieli di Vienna. Otto d’Asburgo è morto e qualcuno sta tramando per deporre il suo legittimo erede, Carlo II d’Austria, e instaurare un regime che ricorda spietatamente il Reich che quell’universo non ha mai conosciuto. Un ribelle irredentista delle Brigate Tolomei, due agenti della Bundespolizei e il generale dell’NDH a capo di reparti deviati dei servizi segreti del Bund si ritrovano coinvolti in una girandola di eventi, che hanno il loro fulcro nel fantomatico segreto che Carlo I d’Austria, detto il Pio, avrebbe sepolto nella certosa di Gaming per garantire la pace tra i popoli della Terra, e nel Ph0xGen! del titolo, l’unico software (anzi, per dirla con Bonera e Frusca, l’unico Weichware) in grado di scardinare lo scrigno che ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, custodisce quel segreto. Intorno a loro si muove una galleria di personaggi, e oltre ai cammei già citati partecipano all’allestimento, come fantasmi sparuti dei rispettivi progenitori, anche gli eredi di due illustri figure storiche: Franz Conrad von Hötzendorf e Adolf Hitler.

Quello che colpisce del lavoro degli autori è la trama sottile della loro ricostruzione, capace di incasellare nel disegno complessivo i particolari più diversi, riuscendo a combinarli tutti in un’alchimia sorprendente. È da qui che si sprigiona quel senso straniante capace di precipitare il lettore nel mondo parallelo del Bund, inebriandolo con il sentore mitteleuropeo delle sue atmosfere e stimolandolo in continuazione con il gioco dei punti di contatto e di divergenza dal nostro universo (la diffidenza per gli extraconfederali e le matrici del terrorismo, per citare due esempi emblematici). La maturità degli autori si manifesta appieno nell’abilità di smorzare gli eccessi a cui il gusto per le citazioni potrebbe indurre, come pure nella capacità di sintonizzare di volta in volta il registro della narrazione in accordo con i tempi del romanzo (dall’epica alla farsa, dalla spy-story al romanzo storico). I cambiamenti di passo, nei flashback che svelano i retroscena nascosti della storia alternativa ufficiale e nel flashforward che funge da epilogo, sono condotti in maniera magistrale. Alla fine ci si ritrova con un senso di sazietà per il mondo che Bonera e Frusca hanno saputo circoscrivere nelle 270 pagine del loro lavoro, con il bonus di un messaggio ecologista di spiccata attualità.

A lettura ultimata, non si può fare a meno di augurarsi che a questo romanzo d’esordio possano fare seguito presto altre storie scritte da Italo Bonera e da Paolo Frusca. In tandem oppure in fuga solitaria, dentro e fuori dal nostro tempo.

Nelle nebbie del tempo: i servizi segreti temporali italiani di Lanfranco Fabriani

Posted on Ottobre 26th, 2010 in Fantascienza, Letture | No Comments »

Mariani è il vicedirettore dell’UCCI, l’Ufficio Centrale Cronotemporale Italiano, ed è naturale che venga svegliato nel cuore della notte quando il suo superiore, da tutti conosciuto semplicemente come il Vecchio, viene ricoverato d’urgenza per un infarto. Dal suo intervento dipende la sopravvivenza dell’ente, perché proprio con il direttore fuori dai giochi sembrano accumularsi i guai per l’Ufficio, alle prese con una Macchina del Tempo fuori serie misteriosamente apparsa a Genova qualche anno prima della scoperta dell’America, che ha messo in allerta i servizi segreti temporali di mezzo mondo. Mariani deve così affrontare una minaccia imprevista dal passato, destreggiandosi tra beghe di palazzo e manovre politiche, avvalendosi dell’unico ma solerte aiuto della sua assistente, Marina Savoldi.

Il riassunto delle righe che precedono non rende merito alla complessità del romanzo di Lanfranco Fabriani, come probabilmente il pezzo che segue non renderà merito della bravura del suo autore. Il problema è presto detto: ho avuto la fortuna di fare società con lui per il momento in due diverse e separate imprese fantascientifiche, quindi il sospetto che quanto sto per dire sia viziato da vincoli di amicizia può essere fondato. Ma come sanno bene quelli che mi conoscono, evito di parlare del lavoro degli amici in sedi “pubbliche” riservandomi di farlo a casa mia, dove si presume che chi entri sia anche interessato a sapere ciò che ho da dire: quindi non vedo nulla di male a farlo sul mio blog personale. Fine delle avvertenze.

Nelle nebbie del tempo (2005) è il secondo romanzo che Fabriani dedica ai suoi agenti temporali, dopo Lungo i vicoli del tempo (2002). Entrambi i titoli hanno vinto il premio Urania e questo secondo lavoro dedicato a Mariani, in particolare, merita di essere ricordato tra i romanzi più riusciti che hanno conseguito il riconoscimento. L’operazione imbastita da Fabriani si muove nei territori della commistione dei generi ma non è per nulla scontata, amalgamando una trama investigativa inserita in un contesto spionistico con le suggestioni e le potenzialità dei viaggi nel tempo. Impresa rischiosa, ma onorata da un risultato degno delle sue aspirazioni.

Se la trama funziona alla perfezione grazie all’alchimia dei protagonisti e dei loro caratteri, le cui dinamiche relazionali vengono dispiegate con tocco sapiente e accuratissime scelte di tempo, a destare forse la maggiore ammirazione è la profondità dello scenario tracciato dall’autore. Nel mondo di Mariani, la tecnologia dei viaggi nel tempo è tenuta sotto stretto controllo dal governo, o almeno questa è la pretesa che l’autorità cerca di esercitare attraverso la stretta del Comitato Parlamentare di Controllo sull’Attività dei Servizi Segreti, benché poi il Vecchio abbia sempre saputo ritagliarsi margini di autonomia per tessere i suoi disegni machiavellici nella trama degli eventi. Sotto la copertura dell’Ufficio per il Controllo Combustibili Inquinanti, l’Ufficio Cronotemporale esercita le sue attività di controllo e sorveglianza del tempo, prevenendo eventuali ingerenze nel corso degli eventi che si sono consolidati nella storia italiana e, se necessario, sventando attentati da parte di potenze estere particolarmente intraprendenti. Come se questo non bastasse, l’UCCI deve anche gestire le difficili relazioni con i cugini del SISDE e del SISMI, sempre segretamente interessati a impossessarsi del suo controllo per giocare qualche tiro mancino alla democrazia e alla storia della nazione.

È un lavoro duro, giocato sul filo del rasoio e con i nervi a fior di pelle, come se fosse una partita a scacchi. Ma è anche il lavoro perfetto per Mariani, la mente cinica e opportunista, e per Marina Savoldi, efficientissima ed intrepida esecutrice ma anche sua intima rivale. La competizione tra i due, non sempre rispettosa dei limiti della reciproca fiducia per quanto l’intesa finisca comunque per garantire sempre la ricomposizione di ogni frattura, assicura un brio costante per tutta la durata della narrazione. E il sospetto che dietro alle verità mostrate o di volta in volta rivelate si nasconda perennemente una trama segreta, contrassegnata da propositi occulti, mantiene alta la tensione come in ogni romanzo di suspense che si rispetti.

L’importanza strategica dell’UCCI si fonda su un’idea potentissima, che ho voluto definire, non senza una certa cordiale contrarietà da parte dell’autore in persona, “territorializzazione della storia”. Facciamo un passo indietro. Di servizi temporali nella storia della fantascienza se ne sono visti un certo numero: dall’Eternità di Isaac Asimov (1955) alla Pattuglia del Tempo di Poul Anderson (1955-60), fino alla Dr. Zeus Inc. portata in scena da Kage Baker nelle sue fortunate avventure della Compagnia del Tempo (1997-2007). Ma si tratta sempre di entità sovranazionali, quando non proprio sovratemporali, che vegliano sull’umanità dall’alto in virtù di superiori ideali o di – comunque superiori, sfuggenti – interessi. Con Fabriani forse per la prima volta ci troviamo di fronte a una statalizzazione dei cronoservizi: ogni Stato sufficientemente potente da permettersi una Macchina del Tempo si è dotato di un proprio Ufficio Cronotemporale Centrale. E malgrado il London Time Travel Treaty vieti espressamente il trasferimento nel Tempo di armamenti e attrezzature proibite, c’è sempre chi pensa che le regole siano scritte per essere violate: la nuova guerra fredda assume così connotati inediti. Le postazioni da difendere non sono punti strategici nello scacchiere geopolitico del pianeta, ma i nodi cruciali della storia, e ogni nazione sorveglia sui propri. Come può essere, per esempio, l’infanzia di Cristoforo Colombo, strettamente vigilata da una sezione dedicata dell’UCCI (Genova 1450), come pure da agenti americani intenzionati a non lasciare che la minima distrazione dei colleghi italiani comporti qualche spiacevole conseguenza per la storia USA.

Non sono più i confini di stato a dover essere piantonati, ma gli eventi salienti che hanno consentito a ciascun paese di trovarsi ad occupare la posizione che oggi occupano nel Tempo Reale. Perché, naturalmente, le ingerenze da parte di potenze rivali o semplici cani sciolti non mancano mai, come accade anche questa volta a Mariani e alla Savoldi costretti a vedersela addirittura con Berija, il potentissimo capo dell’NKVD, ovvero il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, e quindi della polizia segreta dell’epoca di Stalin, prima di cadere in disgrazia e finire fucilato.

Nelle nebbie del tempo, le sorprese non mancano. Inizialmente dosati con cura, col procedere della lettura i colpi di scena deflagrano in una sequenza mirabile di fuochi pirotecnici. Un’infilata che tiene il lettore incollato fino all’ultima pagina e alimenta la trepidazione di leggere presto una nuova storia di ampio respiro dedicata all’Ufficio e ai suoi intrepidi, disincantati, ambiziosissimi agenti segreti.