Corpi spenti: Input #8

Posted on Dicembre 28th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 1 Comment »

Un libro e un racconto. Per il tracciamento dei container trasportati via mare e lo scenario da guerra di spie in cui il Mediterraneo sta scivolando in Corpi spenti, ho derivato lo spunto di partenza da Guerreros di William Gibson.

Un altro debito importante è verso Samuel R. Delany (non è la prima volta, non sarà l’ultima) e il suo racconto Sì, e Gomorra. A distanza di 44 anni dalla sua prima comparsa, le sottoculture urbane fiorite intorno allo sfruttamento sessuale delle spaziali continuano a risultare una metafora insuperabile, soprattutto come rappresentazione delle alternative di utilizzo che la strada riesce sempre a trovare per le ricadute del progresso.

Tre parole-chiave per l’approccio alla tecnologia in Corpi spenti: nichilismo, alienazione e paranoia.

Immagini via Exonauts.

Cobalto-60

Posted on Gennaio 5th, 2011 in False Memorie, Kipple, Micro | No Comments »

Non so com’è stato per voi, ma la storia del container radioattivo abbandonato da sei mesi al Voltri Terminal Europa per prima cosa mi ha richiamato alla mente un analogo container con cento milioni di dollari in tagli da 100, sbarcato al porto di Vancouver dopo essere rimbalzato in ogni angolo del globo. Soldi sporchi da irradiare con proiettili calibro 30 di cesio per applicazioni mediche. Questo, tuttavia, non è un romanzo di Gibson e nel container non dovrebbero esserci banconote, ma materiali ferrosi, 19 tonnellate di rame e una dose di cobalto-60 sufficiente a emettere cinque volte il fondo naturale a 100 metri di distanza. I fantasmi che si muovono sullo sfondo, così, risultano altrettanto minacciosi di quelli evocati in una spy-story del 2007.

Zero History: il ritorno di Gibson

Posted on Aprile 11th, 2010 in Letture, Micro | No Comments »

William Gibson ha consegnato nei giorni scorsi il suo ultimo romanzo, che da quanto si era vociferato ai tempi dovrebbe proseguire la stessa linea drammatica iniziata con Pattern Recognition e continuata da Spook Country: grande attenzione per i cambiamenti in atto nel mondo contemporaneo e le sottoculture elettrizzate dalle nuove tecnologie, respiro globale, riflessione politica e trame spionistiche.

Zero History arriverà nelle librerie americane il 7 settembre prossimo e nel frattempo Gibson (che comunque è sempre rimasto molto attivo su Twitter) è tornato anche a bloggare, con una sessione di Q&A che ormai si dispiega da qualche giorno, da cui emergono molti aspetti interessanti. Per esempio:

Writing novels is a painful and anxiety-ridden process, for me. There are *moments* of enjoyment. I very much enjoy the state of having written.

Underworld: il panorama del futuro

Posted on Giugno 29th, 2009 in Connettivismo, Kipple, Letture | No Comments »

cargovesselLa leggenda della nave-fantasma mi ha richiamato alla mente sia l’ossessiva presenza del W.A.S.T.E. e dei rifiuti nel primo Pynchon (1960-1963-1966, dal racconto Terre basse fino a L’incanto del lotto 49, passando per il romanzo d’esordio V., dove troviamo questa lapidaria formulazione: “La decadenza, la decadenza. Che cos’è? È solo un chiaro movimento verso la morte, per meglio dire, verso la non-umanità ), sia l’ultima deriva nella postmodernità di William Gibson, nel cui Guerreros torna una nave-fantasma il cui carico fa gola a molti, e che qualcuno ha voluto tracciare attraverso un sistema di localizzazione satellitare. In Pynchon troviamo un costante rapporto dialettico tra il dominio dell’uomo e quello spersonalizzato delle Forze Contrarie, che trova di volta in volta espressione attraverso i richiami all’entropia, ai rifiuti, alla schlemilizzazione, e che così già sembra superare attraverso la messa in scena della decadenza la dicotomia dickiana tra kipple e non-kipple (e la prima legge: “il kipple scaccia sempre il non-kipple“). A titolo di curiosità, per il New York Times Pynchon scrisse nel 1966 un resoconto di prima mano dei disordini di Watts: A journey into the Mind of Watts. Un bel cortocircuito.

Il tema del rivoltamento della prospettiva accomuna strettamente l’ultimo Gibson a Underworld, attraverso un’analisi delle dinamiche sociali correlate ai rifiuti condotta da Jesse Detwiler, un visionario teorico dei rifiuti che d’un tratto fa la sua comparsa nel romanzo per dispensare provocazioni e illuminazioni a Nick e ai suoi colleghi della Whiz Co.

Puente Hills Landfill

Ti dirò cosa vedo qui” annuncia Detwiler di fronte alla grandiosità di un cratere scavato per accogliere milioni di tonnellate di rifiuti. “Il panorama del futuro. L’unico panorama che resterà da guardare. Più i rifiuti saranno tossici, più aumenterà il livello di sforzo e di spesa che i turisti saranno disposti a tollerare per visitare il sito. Però credo che non dovreste isolare questi siti. Isolare i rifiuti tossici va bene. Li rende più grandiosi, più minacciosi e magici. Ma la spazzatura ordinaria dovrebbe essere piazzata nelle città che la producono. Esponete la spazzatura, fatela conoscere. Lasciate che la gente la veda e la rispetti. Non nascondete le vostre strutture. Create un’architettura fatta d’immondizia. Progettate fantastiche costruzioni per riciclare i rifiuti e invitate la gente a raccogliere la propria spazzatura e a portarla alle presse e ai convogliatori. Così imparerà a riconoscere la propria spazzatura. Il materiale a rischio, i rifiuti chimici, le scorie nucleari, tutto questo diventerà un remoto paesaggio all’insegna della nostalgia. Gite in autobus e cartoline, posso garantirlo“.

Ed è lui stesso a spiegare subito cosa intenda per nostalgia: “Non bisogna sottovalutare la nostra capacità di provare desideri complessi. Nostalgia per i materiali della civiltà messi al bando, per la forza bruta di vecchie industrie e vecchi conflitti“. Sul tema del ribaltamento torna il narratore poco più avanti: “La civiltà non era nata e fiorita tra uomini che scolpivano scene di caccia su portali di bronzo e parlavano di filosofia sotto le stelle, mente l’immondizia non era un fetido derivato, spazzato via e dimenticato. No, era stata la spazzatura a svilupparsi per prima, spingendo la gente a costruire una civiltà per reazione, per autodifesa. Eravamo stati costretti a trovare il modo di liberarci dei nostri rifiuti, di usare quello che non potevamo gettare, di riciclare quello che non potevamo usare. La spazzatura aveva reagito alla spinta crescendo ed espandendosi. E così ci aveva costretti a sviluppare la logica e il rigore che avrebbero condotto all’analisi sistematica della realtà, alla scienza, all’arte, alla musica e alla matematica“.

Yucca Mountain Federal Nuclear Waste Reposidory

Consuma o muori” ribadisce il guerrigliero della spazzatura Detwiler. “Questo è il dettato della cultura. E finisce tutto nella pattumiera. Noi creiamo quantità stupefacenti di spazzatura, poi reagiamo a questa creazione, non solo tecnologicamente ma anche con il cuore e con la mente. Lasciamo che ci plasmi. Lasciamo che controlli il nostro pensiero. Prima creiamo la spazzatura e dopo costruiamo un sistema per riuscire a fronteggiarla“. Un tono oracolare, siamo d’accordo. Ma chi ha detto che l’apocalisse non può passare per l’evangelizzazione?

Il confronto sul tema tra i manager dei rifiuti e il guru si conclude con una nota di inquietudine che finisce per estendersi all’intero sistema.

– Sei al corrente delle voci che corrono, Sims? Su quella vostra nave.
– Non è di mia competenza.
– Sta battendo tutti gli oceani del mondo nel tentativo di scaricare una sostanza infernale.
– Preferisco girarmi dall’altra parte, — disse Sims.
– Sarà meglio che ti rigiri. Ho sentito che sta tornando verso gli Stati Uniti.

Qualcosa, in definitiva, che annienta ogni speranza di redenzione in assenza di un impegno concreto e diretto.

L’ombra nera sul futuro, nel nome di Montag

Posted on Ottobre 12th, 2008 in Accelerazionismo, Agitprop, False Memorie, Futuro, ROSTA | 5 Comments »

Negli ultimi giorni, complici le novità sempre più cupe che ci bombardano dai mercati finanziari, ho insistito molto sul tema della totale mancanza di prospettive per il domani, il senso di diffuso pessimismo o di cieca noncuranza che ho voluto etichettare come futuro zero. Che ci sia una segreta speranza che il crack delle Borse aiuti ad azzerare lo status quo, gettando le basi per un nuovo inizio, è in fondo percepibile. Ma tra le forze all’opera sotto la superficie c’è anche chi sarà pronto a cavalcare il malessere dei cittadini sempre più impoveriti dalla recessione, come racconta Elena Stancanelli sull’ultimo numero dell’Espresso.

Il suo reportage reca un titolo emblematico: Fascisti per caso. E parte col botto per chi ha familiarità con certe opere che ormai hanno trasceso i confini del genere che le ha partorite. Il confuso richiamo a Guy Montag come modello di anticonformismo e appello identitario è quanto meno discutibile, ma non lascia perplessi più di tanto dopo le precisazioni - assolutamente non richieste - rilasciate da Ray Bradbury lo scorso anno.

Mi era piaciuto convincermi di una mia personale interpretazione da lettore: pensavo alla resistenza segreta di Fahrenheit 451 come una rielaborazione e credevo che i protagonisti memorizzassero le trame, e dunque il messaggio, scindendo il contenuto dalla forma, in un continuo processo di rigenerazione della conoscenza e della cultura. Finché il buon S*ommo non mi ha fatto notare che le cose non stavano proprio così. Nel processo di meditazione che sempre segue le letture più efficaci, avevo finito per mappare le mie convinzioni e i miei valori su un libro che mi aveva affascinato. Nel tempo, con l’affievolirsi del ricordo della sostanza e la persistenza inerziale degli umori e delle sensazioni di lettura, la mia personale rielaborazione era prevalsa, andando a intaccare l’oggetto (un po’ come accade nella meccanica quantistica, dove l’osservatore partecipa suo malgrado all’esito della misura, determinando lo stato dell’oggetto sotto osservazione).

L’esperienza maturata in prima persona non basta però a dissipare gli orizzonti adombrati dall’articolo della Stancanelli. La cupa immobilità di un futuro senza dissenso, omologato, improntato all’autoritarismo dirigista dei migliori regimi, è pericolosamente dietro l’angolo. Lo denunciava pochi mesi fa William Gibson, in una delle interviste rilasciate durante il tour promozionale di Guerreros. Signori che non hanno mai negato la loro fede siedono in Parlamento, nell’unico stato d’Europa in cui il negazionismo non è ancora stato riconosciuto come reato. E nel guardare il video registrato al raduno di Forza Nuova, è impossibile resistere alla morsa del futuro stretta intorno alla gola. Percependola per quello che è. Un’ipoteca sull’avvenire. Di tutti noi.

[Immagine tratta dal film Kyashan - La Rinascita, diretto da Kazuaki Kiriya (2004). Ringrazio 3pad per il prezioso memento.]

Guerreros: ritorno nel Paese degli Spettri

Posted on Giugno 30th, 2008 in Fantascienza, Futuro, Letture | 3 Comments »

Leggendo le prime battute di Guerreros, un mese fa, mi ero lasciato incantare dal ritmo musicale della prosa di William Gibson (prima connessione, seconda connessione), dalla sua bravura nell’orchestrare i personaggi tirandoli in situazioni anomale in grado di illuminare di riflesso il nostro quotidiano, dalla sua grandezza nel plasmare con le parole un clima di cupa oppressione e di paranoia. Da quelle prime pagine emergeva la promessa di interessanti retroscena legati all’attualità geopolitica. A lettura ultimata, posso dirmi soddisfatto nell’aver visto la promessa mantenuta fino in fondo.

Riporto nel seguito alcune considerazioni sul romanzo rimaste fuori dalla recensione per banali ragioni di spazio o per alleggerire il tasso di spoiler.

Veduta satellitare dello Stretto di Malacca: il fenomeno della pirateria
in questo tratto di mare innesca il meccanismo spionistico di Guerreros.

Guerreros riproduce il meccanismo collaudato che già con i suoi primi libri poteva essere riconosciuto come un marchio di fabbrica di Gibson. Le azioni dei personaggi ruotano intorno a una nuova tecnologia che si appresta a uscire, oppure è stata appena portata fuori, dai laboratori di qualche ente governativo o militare o di una multinazionale. In Neuromante e nella Trilogia dello Sprawl si trattava di IA e di interfacce neurali, in Luce Virtuale e nella Trilogia del Ponte eravamo di fronte all’affermarsi di una rete sempre più pervasiva e all’esplosione delle nanotecnologie. Dopo l’anticipazione di YouTube e delle sottoculture catalizzate dal web 2.0 regalataci da L’accademia dei sogni, Gibson prende ora in esame una tecnologia che è già nel nostro quotidiano (il sistema di localizzazione satellitare che tutti conosciamo come GPS): la rivolta - per usare le parole dei suoi personaggi - presentandocene applicazioni che vanno da una innovativa forma d’arte da strada (installazioni virtuali fruibili attraverso opportuni visori, quasi un nesso tra Luce Virtuale e L’accademia dei sogni) al tracciamento di oggetti, merci e… soldi.

E i soldi di Gibson sono soldi sporchi. Molto sporchi. Contanti da profitti illeciti che sporcano la coscienza del governo americano e che qualcuno ha per questo destinato a un sofisticato sistema di riciclaggio. Finché un’ex-spia, un reduce dei vecchi tempi ossessionato dalle scelte sbagliate del suo Paese, non architetta un piano altrettanto sofisticato per renderne impossibile la ripulitura. Problema: abbiamo 100 milioni di dollari sporchi in tagli da 100, 1 tonnellata di banconote stivate in un container. Come renderli inutilizzabili? La risposta escogitata da questo epigono ludlumiano di William Burroughs è drastica e illuminante per il suo impatto sovversivo: irradiandoli con proiettili calibro 30 di cesio per applicazioni mediche.

La legge del contrappasso non risparmia gli esportatori di democrazia. Anche se nel frattempo 12 miliardi di dollari sono usciti dalle Federal Reserve Bank (2,4 in una sola spedizione dalla Federal Reserve Bank di New York) con destinazione Baghdad. Come terapia, la trovata del vecchio si applica a un nuovo tipo di cancro, che se non contrastato adeguatamente rischia di fagocitare le basi della nostra società. Per la carica allegorica di un espediente simile, Guerreros merita di essere annoverato tra i lavori più politicizzati di questi ultimi anni. Di sicuro un nuovo stadio nella presa di coscienza post-11 settembre, un atto di coraggio che potrebbe contribuire a un risveglio di massa. Non è mai troppo tardi.

Anytime, Anywhere

Posted on Giugno 25th, 2008 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Letture, Transizioni | 8 Comments »

Nel quarto capitolo di Guerreros, un personaggio afferma: “Rivoltare-l’espazio-nudo rivolta tutto”.

“E’ come se si rivoltasse su se stesso” spiega un altro (l’artista locativo autore della riproduzione della morte di River Phoenix). “Tipo cyberspazio. [...] Si potrebbe quasi dire che è iniziata il primo maggio del 2000. [...] Geohacking. O perlomeno il suo potenziale. Il governo annunciò allora che i limiti di accesso a quello che fino a quel momento era stato un sistema esclusivamente militare sarebbero stati eliminati. I civili furono in grado di accedere per la prima volta alle coordinate geografiche del GPS”.

Poche settimane fa è stata resa nota l’acquisizione di Tele Atlas da parte di TomTom, compagnia leader nel settore dei navigatori satellitari. Quasi 3 miliardi di euro per gli scatti di 2.800 macchine fotografiche montate su 200 furgoni sguinzagliati per le strade del Vecchio e del Nuovo Continente, destinati a essere cuciti nelle carte stradali tridimensionali di cui la società olandese si avvarrà nei suoi sistemi di navigazione (fonte Repubblica.it). Nokia si appresta a fare lo stesso, rilevando la statunitense Navteq per cui ha offerto la bellezza di 5,1 miliardi di euro. Una gara a chi per primo produrrà la cartografia definitiva, corsa sul filo dell’imminente transizione dalla piatta bidimensionalità attuale al rilievo 3D del domani. Alla fine, raggiunto un livello di rendering tale da garantire una risoluzione adeguata, potremo passare dalla ricerca lessicale a quella grafica: zoomando su una zona a scelta avremo già prospettati tutti i possibili punti di interesse che vi sono ubicati. Questo sarà il geoweb.

Un altro passo avanti e ci troviamo catapultati in uno scenario ancora più sconvolgente. Anytime, anywhere. Era con queste parole che annunciavo poco più di un mese fa il motto della Ubiquitous Society, la compagnia incaricata di gestire lo sviluppo della più grande rete ubiqua nazionale attualmente in progettazione, quella giapponese. Tag RFID inseriti in punti strategici potrebbero fornire la sponda per una interazione sempre più attiva (e pervasiva) tra l’uomo/operatore e il paesaggio/ambiente, snocciolando dati sulle attività commerciali in esercizio, i punti di interesse culturale, i collegamenti pubblici e i percorsi utili per i disabili, magari in lingue diverse. I cellulari, i palmari, gli smartphone collegati al sistema di tracciamento satellitare potranno ricevere in tempo reale informazioni derivate dalla loro localizzazione geografica. I dispositivi di identificazione a radiofrequenza chiuderebbero il cerchio, portandoci a destinazione.

Intanto Google Maps, che attualmente detiene il primato per la qualità delle foto almeno per quanto concerne il territorio americano, annuncia che il traguardo è “di costruire un mondo allo specchio, una replica del mondo”. Un mondo sotterraneo, fatto di invisibili linee che si intrecciano a segnare le coordinate psicografiche di uno spazio sempre più integrato con i nostri sensi.

Immagine di IguanaJo: Golden Gate Fog.

“La trasparenza è assenza del silenzio e dell’oblio”

Posted on Giugno 2nd, 2008 in False Memorie, Fantascienza, Futuro, Letture | No Comments »

Sul sito ufficiale del Festival Letterature di Roma è on-line la trascrizione completa dell’intervento di William Gibson. I più pigri (e avvezzi all’inglese) potranno godersi la lettura di Gibson in streaming (via XL Repubblica). I più curiosi, invece, potranno ascoltarsi anche un estratto del primo capitolo di Guerreros, letto da Claudio Santamaria, insieme al racconto di Joe R. Lansdale (anche questo in formato testo e in formato video).

A integrazione di quanto riportavo il 26 maggio, riprendo altri brani di estremo interesse dalla relazione di Gibson. Si tratta, come già accennavo, di una rielaborazione ed espansione di un suo articolo del 1996, “Dead Man Sing”, pubblicato su un supplemento della rivista Forbes e incluso qui da noi nell’antologia Parco giochi con pena di morte (ed. Mondadori).

“Adesso mappiamo letteralmente ogni cosa, dal genoma umano agli ultimi esempi sopravvissuti degli abiti da lavoro americani degli anni Cinquanta non ancora indossati, e i nostri motori di ricerca indagano con crescente precisione.

Ed è così che la nostra storia sta cambiando. Le tecnologie emergenti svelano un passato in via di evoluzione. Quello che oggi ci appartiene, il meglio che siamo stati in grado di mettere insieme, è spaventosamente, o misericordiosamente, frammentario. Con un incremento esponenziale della potenza dei computer, e una discesa parimenti esponenziale del loro costo, il nostro oggi cambierà. La terra incognita dismetterà i suoi misteri come mai aveva fatto prima, e in quell’Ora digitale si presenteranno a noi nuovi progenitori.

Immagino che, in quell’Ora, l’arte sarà vista sempre più come atto non di creazione ma di curatela. Ed è probabile che sia la sola arte possibile, in quell’Ora. Nel reale dei media atemporali, il gesto può dimostrarsi impossibile, o, piuttosto, gli unici gesti possibili possono dimostrarsi quelli di accumulo, di ostentazione, di ricontestualizzazione.”

[...]

“Dico comunque “verità” al plurale, e non al singolare, visto che l’altro aspetto della nuova ubiquità dell’informazione sembra tanto folle quanto trasparente. Malgrado il numero e i poteri degli strumenti utilizzati per derivare modelli dall’informazione, ogni significato muta di forma in base al contesto, con l’interpretazione che viene a sostegno dei progetti di chi vi si trova ad avere a che fare. Un mondo di trasparenza dell’informazione sarà per forza anche un mondo dalla delirante molteplicità di punti di vista, attraversato da una semina di false informazioni, dalla disinformazione, da teorie della cospirazione e da un elevato tasso di pazzia. Potremmo anche essere capaci di vedere più chiaramente cosa sta accadendo, ma questo non significa che ci troveremo anche prontamente d’accordo.”

[...]

“Il mio momento digitale unico e infinito, nel quale niente è dimenticato, nel quale nessuna informazione viene messa sotto silenzio, potrebbe non essere il nostro futuro. Richiede salute ed energia e un pianeta ancora in grado di sostenerci. E i sogni degli scrittori di fantascienza percorrono sempre il grande disegno del tempo lungo strane traiettorie.

Ma i miei sogni più grandi sono sempre stati quelli della trasparenza, della conservazione della memoria e della fine del silenzio.”

C’è poco da commentare, e molto da riflettere. Inoltre, dalle immagini diffuse sembrerebbe che questa magica accoppiata abbia richiamato un bel po’ di gente. Come l’attenzione che la stampa sta rivolgendo a Gibson in questi giorni (qui, per esempio, una intervista sul romanzo rilasciata al Manifesto), non può che fare piacere. La Letteratura forse non è così morta come vorrebbero farci credere gli accademici nostrani, fermi a… quanto? Mezzo secolo fa?

Altro che XXI secolo…

La terra dei fantasmi

Posted on Maggio 29th, 2008 in Fantascienza, Letture | 13 Comments »

Oggi ho finalmente messo le mani sull’ultimo Gibson. Alla fine il Demiurgo di Segrate ha optato per un titolo più sibillino di quello annunciato in un primo tempo (Il paese delle spie, che già non era il massimo, ma almeno ci poteva stare) e per una copertina che esce decisamente sconfitta dal confronto con le edizioni in lingua inglese (qui come si mostra in USA, e qui come appare in UK). Se non altro, hanno aggiornato le note del risvolto di copertina, dove il Node è tornato a essere tale.

Pur avendo in lettura L’alba del disastro di Charles Stross (ormai alle battute finali), i due anni di spasmodica attesa per questo Spook Country hanno avuto la meglio: non ho resistito alla tentazione e mi sono immerso nel primo capitolo appena tornato a casa.

Prima considerazione: William Gibson non ha perso il tocco. Frasi affilate come coltelli, atmosfere avvolgenti come i ritmi blues del suo Sud. Fin dalle prime righe Guerreros proietta il lettore in un turbine di paranoia e mistero.

Seconda considerazione: ancora una volta una donna alle prese con una tendenza artistica da indagare. Proprio come Marly Krushkhova in Giù nel cyberspazio (1986) e, più tardi, Cayce Pollard nel sorprendente L’accademia dei sogni (2003), Hollis Henry ha un incarico da svolgere per un oscuro committente.

Terza considerazione: già si prospetta un nuovo livello di dettaglio nella trama frattale dei riferimenti che Gibson intesse intorno al lettore. Ancora una volta è l’immaginario a intersecare e compenetrarsi con l’universo narrativo plasmato dalle parole di questo profeta del XXI secolo.

Una telefonata nel cuore della notte e Hollis Henry, appena reclutata come giornalista del “Node”, si avventura in una deriva onirica lungo un Sunset Boulevard spazzato dal vento del deserto. Al termine della notte, in un’esperienza mediata da un’immersione nel virtuale, Hollis si ritrova al cospetto del cadavere di River Phoenix.

Anche i più giovani ricorderanno la figura dell’attore. Una delle ultime vere icone del cinema, prima che il cinema naufragasse sotto le luci della ribalta, River Phoenix ha incarnato forse l’ultimo sussulto del mito che già aveva vibrato in James Dean e in Marlon Brando. Dopo di lui, esiterei ad associare un nome o un volto a una carica iconografica tale da meritare l’inclusione nella mitologia mediatica. Con la parziale eccezione di Vincent Gallo, avrei difficoltà a individuare una figura capace di reggere il confronto nell’industria dello spettacolo attuale. Nato nel 1970, prima di venire fulminato a soli 23 anni da una dose letale di speedball nelle vicinanze del Viper Room, proprio sul Sunset, in circostanze ancora non del tutto chiarite la notte di Halloween del 1993, Phoenix recitò in alcuni ruoli che gli meritarono una popolarità straordinaria: Explorers, Stand by Me, Indiana Jones e l’Ultima Crociata (dove interpretava il giovane Indy), Belli e dannati.

Io lo ricordo per Le ragazze di Jimmy di William Richert (titolo originale: A Night in the Life of Jimmy Reardon, 1988), piccolo ma partecipato affresco di una provincia che forse già all’epoca non esisteva più. Prima di morire, River Phoenix aveva interpretato anche una piccola parte nel film I signori della truffa di P.A. Robinson (Sneakers, 1992), nel ruolo di un hacker.

Per ulteriori connessioni, ci aggiorniamo nei prossimi giorni.