The Singularity: An Appraisal

Posted on Marzo 1st, 2010 in Fantascienza, Futuro, Micro, Postumanesimo, Transizioni | 3 Comments »

Il video di oggi arriva dall’ultima Boskone, la convention della NESFA tenutasi a Boston dal 12 al 14 febbraio scorsi. Purtroppo l’audio non è eccelso, ma credo che valga comunque la pena fare uno sforzo. Nel panel moderato dall’ospite d’onore di questa edizione Alastair Reynolds, gli scrittori Vernor Vinge, Karl Schroeder e Charles Stross si sono confrontati sul tema della Singolarità Tecnologica. Ogni tanto se ne torna a parlare… Buona visione!

The Singularity: An Appraisal from Michael Johnson on Vimeo. Via Charlie’s Diary.

Nell’occhio del Vortice

Posted on Febbraio 4th, 2010 in Connettivismo, ROSTA | 6 Comments »

Ricordate lo strano-post di un annetto fa sul caccia multiruolo di quinta generazione F-35 Lightning II? In quell’intervento parlavo anche di IA e suggestioni fantascientifiche e nei mesi a seguire mi sono fatto prendere un po’ la mano. Il risultato è un racconto in cui il Network-centric warfare convive con le mie vecchie inquietudini sulla Zona (sospesa fuori dal tempo e dal mondo) e l’interesse per gli hot spot del bilanciere internazionale degli equilibri geopolitici. L’ambientazione è un’inedita città mediorientale, che risente dell’attualità più cruda come pure dei deliri arabeggianti di W.S. Burroughs. E poi ci sono Borges e un approccio - demistificatorio? non convenzionale? - alla Singolarità Tecnologica…

Si tratta, alla resa dei conti, di un racconto bellico contaminato di fantascienza e spy-story. S’intitola Nell’occhio del Vortice. Sandro Battisti, Francesco Verso, Marco Marino e Fernando Fazzari mi hanno dato un prezioso aiuto nel rivederlo per arrivare a questa forma definitiva. Nella fase di documentazione, è stato fondamentale l’apporto del Fonta “Gun Man”, collega appassionato di SF e specialista in armi da fuoco, strategie belliche e tutto ciò che più in generale attiene alla sfera dell’auto-annientamento, raffinata sotto il profilo tecnico e metodologico dall’homo sapiens sapiens. Il risultato potete leggerlo sull’iterazione 14 di Next, uscita a stretto giro del numero 13 nei giorni scorsi.

Un punto di vista sul futuro

Posted on Settembre 8th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | No Comments »

Sul blog di Paolo Marzola, che ringrazio pubblicamente per lo spazio e per l’interessante occasione di confronto su questo tema. E sulla fantascienza.

Tetsuo Night

Posted on Settembre 4th, 2009 in Fantascienza, Proiezioni | 4 Comments »

Rendo un pubblico servizio, come già fatto in occasione dell’ultimo passaggio televisivo di Palookaville, e vi segnalo che stanotte a partire dall’una la solita RaiTre dedicherà la puntata notturna di Fuori Orario al visionario Shinya Tsukamoto, trasmettendo in sequenza Tetsuo - The Iron Man, Tetsuo - The Body Hammer e Bullet Ballet. E domani, alla paludata mostra del cinema di Venezia, riflettori puntati sul terzo capitolo delle cronache del metallo del regista nipponico, approdato al Lido con l’atteso Tetsuo - The Bullet Man: una pellicola “che riflette violentemente sulla dicotomia tra ‘la perfetta evoluzione dell’essere umano’ (indistruttibile androide, nuova potenziale arma di distruzione di massa) e quel poco di cuore (e sangue non contaminato) che gli è rimasto - commenta il recensore Valerio Sammarco. - Non il suo film migliore (che rimane Tokyo Fist, insieme ad A Snake of June), in alcuni passaggi appesantito da didascalie tutto sommato inutili, ma Tsukamoto - con inserti di videoarte straordinari - dimostra una volta di più quanto gli ‘insostenibili’ ritmi digitali ed elettronici coincidono con le mutazioni fisico/sensoriali della fruizione cinematografica. Apocalittico, (mai) integrato.”

Tokyo Fist è in effetti un gioiello di studio sui corpi e il dissidio tra mente e caos metropolitano si consuma sul campo di battaglia di uomini spezzati, interrotti tra ossessione e alienazione. Ma un posto speciale nel mio immaginario di spettatore e appassionato di cyberpunk lo occuperà sempre il dittico (divenuto ora trilogia) dedicato all’antieroe apocalittico per eccellenza, marchio di fabbrica del cinema di Tsukamoto: Tetsuo, il cyborg mutante che con la sua sola esistenza minaccia di precipitare il mondo in un delirio di metallo vivo e l’umanità in un abisso di angoscia da cui nessuno potrà raccoglierne le urla. Alla prima visione - ai tempi del liceo, quando i sabato sera e le notti d’estate potevano prolungarsi fino all’alba nella scoperta della cinematografia più marginale esistente al mondo, grazie ai recuperi proprio di Fuori Orario - Tetsuo fu veramente un’esperienza terrificante, lo svelamento delle potenzialità della narrativa cyberpunk dispiegate sullo schermo con dosi massicce di violenza e suggestioni apocalittiche. Una vera estasi per i nerd, volendo parafrasare Ken MacLeod. Read the rest of this entry »

Iron Man: Extremis

Posted on Giugno 5th, 2009 in Fantascienza, Futuro, Graffiti, Postumanesimo, ROSTA, Transizioni | 5 Comments »

Mi piace parlare delle cose che contano. Mi piace parlare delle vere scoperte scientifiche. Non di aspirapolvere assassini e telefoni satellitari che nessuno comprerà mai. Perché parlare sempre in termini di merce? Perché pensare che il futuro sia solo un’opportunità per vendere? Non mi piace.

Tony Stark

La verità essenziale — e cioè che oral’america è governata da un conglomerato post-politico di multinazionali — è dura da digerire. E’ più facile pensare che la strada per la libertà richieda di starsene in piedi su una gamba sola per un’ora. Siamo di fronte al futuro, ma non riusciamo a vederlo.

Sal Kennedy

Scritto con la consueta attenzione per l’immaginario fantascientifico e la tecnologia da Warren Ellis, illustrato con tecniche da iperrealismo cinestetico da Adi Granov, trovate in tutte le edicole raccolta in un solo volume Extremis, la saga postcyberpunk dedicata al più fantascientifico dei supereroi Marvel: Iron Man. Già cyborg, personaggio controverso nella Guerra Civile che ha stravolto le sorti dell’universo Marvel, industriale di successo e figura politica, Tony Stark veste ora i panni del prototipo del postumano, senza perdere le sue ossessioni e le sue ambiguità.

In una storia dinamica che non manca di lampi speculativi illuminanti, sul futuro e sull’utilizzo delle tecnologie, sull’importanza del progresso scientifico e sulla simbiosi tra conoscenza e società, Warren Ellis ci mostra Iron Man sulla soglia dell’ennesima rivoluzione paradigmatica. Ottimizzate le caratteristiche dell’armatura red and gold, non gli resta che agire sull’unico campo che gli lascia ancora margini di miglioramento: l’uomo che la veste. E l’opportunità gli viene offerta da un virus tecno-organico che qualcuno ha già pensato di iniettarsi per diventare una macchina biologica da guerra. Nanotecnologie, psichedelia, mutazioni e augmented reality saranno per Iron Man gli ingredienti del salto verso una Singolarità molto umana.

“Sono giunto a considerare l’LSD un’abrasione psichiatrica” sostiene a un certo punto Sal Kennedy, guru e futurologo a cui Stark finirà per rivolgersi ancora in futuro. “Attinge alla tua memoria con un criterio casuale. Il DMT e i funghi sono più vivaci e interessanti. Il DMT mi interessa perché ti porta al di là di quello che è la tua memoria. Sai che il sessanta percento delle persone hanno le stesse allucinazioni con il DMT? Terence McKenna li chiamava elfi frattali. Piccoli artefatti tecnologici saltellanti che si esprimono con un codice elementare che, qualunque sia la loro lingua, tutti possono capire. Lui pensava di aver raggiunto l’Aldilà. Io credo sia il sistema operativo del corpo umano.
Il cervello è progettato per assorbire e processare il DMT, lo sapevi? Credo che siamo fatti per assumerlo. Che siamo fatti per vedere i nostri stessi sistemi operativi. Forse dobbiamo modificarli. Forse dobbiamo cambiare i nostri stessi corpi.
Le droghe sono tecnologie, Tony. Nei luoghi in cui è sorta la civiltà, c’erano funghi psichedelici. E’ dimostrato che quei funghi aumentano la percezione visiva. Questo rendeva gli uomini di allora cacciatori migliori.
L’armatura di Iron Man che hai costruito, Tony… ha sensori, zoom e così via? [...] Stessa cosa. [..] Non vi siete allontanati molto dal branco, no?”

E questo è solo un assaggio di quello che può fare Ellis, che con le sue storie proprio come Sal Kennedy cerca ripetutamente di “inculcarci una visione del futuro”, senza risparmiarci i richiami all’attualità. Extremis era già stata pubblicata nel 2006 da Panini Comics e in quell’occasione Ivan Lusetti gli dedicò una recensione su Fantascienza.com. Adesso i ritardatari potranno recuperarlo in “Supereroi. Le Grandi Saghe”, la collezione riproposta da Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport.

L’eco della Singolarità

Posted on Aprile 30th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, ROSTA, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

Ancora 20 anni: tanto manca alla Singolarità Tecnologica secondo le stime di Vernor Vinge. Come ipotesi, l’autore di Universo Incostante e di Rainbows End riesce a cucinarcela bene, senza risparmiare i particolari delle ragioni che lo inducono ad avanzarla.

Dovendo immaginare uno scenario attendibile ai tempi della stesura di Sezione π², mi figurai la data del 2047 (più o meno dieci anni). All’epoca già mi sembrava una stima ottimistica. Non so se la contrazione dei tempi sia sintomatica di una diversa percezione dello stato di avanzamento delle conoscenze e delle tecnologie (e quanto questa nuova percezione risulti giustificata), ma se la scommessa di Vinge dovesse riuscire vincente e alla fine si rivelasse l’unica causa di obsolescenza per il mio romanzo, mi riterrei già moderatamente soddisfatto. Mi toccherebbe magari distribuire versioni aggiornate e corrette della Sezione, in formati compatibili con i protocolli neuronici che saranno invalsi nel frattempo, ma in queste circostanze sarei disposto a rinunciare ai diritti per la riedizione.

Gli interessati si tengano in contatto.

AI in the sky

Posted on Marzo 4th, 2009 in Accelerazionismo, Agitprop, Connettivismo, Futuro, ROSTA, Transizioni | 8 Comments »

“Radar, sensori all’Infrarosso, apparati elettro-ottici, scanner di emissioni formano una sfera intorno all’aereo che tiene tutto sotto controllo. “Assorbe gli impulsi, li elabora, li seleziona e fornisce al pilota solo le informazioni validate, ossia quelle rilevanti e verificate“, spiega il generale Nordio, responsabile del pool che coordina la presenza italiana del progetto. Vede tutto, ma pochi lo possono vedere: è stealth, disegnato in modo da far scivolare le onde radar e con motori che riducono il calore per non mettere in allarme i sensori infrarossi.”

Così lo descrive Gianluca Di Feo nel suo articolo uscito ieri sull’edizione on-line de L’espresso. Si tratta dell’F-35 Lightning II, nato in seno al progetto Joint Strike Fighter (JSF) indetto dall’aeronautica USA e da diverse altre aviazioni NATO per sostituire i caccia di “vecchia” generazione (Tornado, Harrier). Non mi interessa discuterne le caratteristiche tecniche, tanto più considerato che non sono un esperto in materia. Ma l’articolo ha catturato la mia attenzione in un periodo in cui vado documentandomi sull’argomento (molto a rilento, onestamente). Quello che mi ha colpito è il riferimento - piuttosto vago, a dire la verità - all’uso dell’intelligenza artificiale (IA) nel sistema di bordo.

Non so voi, ma dai tempi di Terminator provo un brivido di inquietudine quando il termine viene riferito a progetti militari. Come sosteneva Burroughs ci sono cose che sarebbe meglio se fossero a portata di mano di chiunque, piuttosto che custodite con gelosia dall’esercito. Tra le tante contraddizioni di una civiltà che aspira all’intelligenza artificiale, è innegabile che la guerra sia stata uno dei principali motori dell’avanzamento tecnologico del Novecento. Il progresso ha cavalcato tanto l’onda della guerra calda quanto le ansie della guerra fredda. Ora che la guerra, come dicono gli specialisti, diventa asimmetrica, ecco che nuove tecnologie e nuovi approcci entrano in campo.

Questo è il tempo della guerra netcentrica o, come dicono gli anglofoni, il Network-centric warfare. Assaggi cinematografici ci sono stati concessi negli ultimi anni da Tony e Ridley Scott. E presto l’F-35 potrebbe integrarsi nel sistema solcando i cieli del fronte invisibile della Terza Guerra Mondiale. O forse no: magari per una volta la diplomazia internazionale renderà obsoleti scudi spaziali e caccia-bombardieri di 5ª generazione. Ma come non pensare, con un brivido freddo, che la prima scintilla di intelligenza artificiale possa nascere nello spazio virtuale distribuito di una rete di unità da combattimento? Impossibile resistere alla tentazione di chiedersi cosa penserebbe di noi. Un gioco letterario, forse. Ma se i creatori portano allo stato dell’arte la distruzione e l’annientamento, come potrà essere il capolavoro forgiato dalle loro mani?

Abbiamo tutto il tempo, insomma, di autodistruggerci in tutta tranquillità nella maniera tecnologicamente più sofisticata possibile. Ma Vinge lo aveva già previsto come principale antidoto alla Singolarità.

Singolarità Universali

Posted on Febbraio 5th, 2009 in Accelerazionismo, Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

L’annuncio della fondazione della prima università dedicata alla Singolarità, sovvenzionata addirittura con i fondi di Google e NASA, ha acceso reazioni in fin dei conti prevedibili, come accade ogni volta che questo meme viene tirato in ballo. In effetti, di questi tempi, negli ambienti di discussione on-line il concetto di Singolarità risulta tra i più opportuni per innescare polemiche durature: ha un potenziale in apparenza inesauribile.

La Singolarità è ormai peggio del Comunismo. Ovunque se ne parli, gli animi s’infuocano. Non sorprende, considerando che i due concetti hanno imboccato traiettorie fin troppo simili. Con l’unica differenza che, in maniera bizzarramente pertinente con l’idea di sviluppo che prospetta, la nozione di Singolarità ha ripercorso la parabola utopica/distopica del Comunismo in tempi decisamente più “accelerati”.

A partire dalla sua elaborazione a opera di Vernor Vinge, abbiamo assistito a un numero ormai incalcolabile di riletture del concetto, che hanno portato a nuove versioni alternative, varianti di successo ed estremizzazioni di convenienza. Mutuando dal lessico della memetica, potremmo parlare di un’idea a bassissima inerzia e a elevatissimo potenziale di deriva. Se da un lato questa molteplicità di interpretazioni è il chiaro e inequivocabile segnale della mancanza di uno stampo dogmatico, dall’altro le continue rielaborazioni hanno alimentato un’impressione sempre più magmatica della Singolarità, qualcosa in corso di continua ridefinizione. E una conseguenza di queste condizioni è stata la progressiva affermazione di un approccio metafisico, un’ansia quasi messianica.

La cosa non deve essere piaciuta allo stesso Vinge se nel 2007 (a circa quindici anni di distanza dal suo storico articolo) decise di mettere in discussione la prospettiva della Singolarità Tecnologica delineando tre scenari alternativi. Il contenuto del suo discorso sul Long-Term Thinking (15 febbraio 2007, da cui sono ripresi i grafici che accompagnano questo articolo) sembra studiato apposta per demistificare l’attesa acritica e quasi religiosa di un evento da lui evocato come una semplice – per quanto promettente – ipotesi sul futuro della nostra società (e civiltà). Le tre opzioni alternative alla Singolarità a cui si richiama lo scrittore americano sono: il ritorno alla follia (con la regressione dell’umanità a uno stadio a bassa tecnologia per effetto di una catastrofe globale), un’età dell’oro decisamente più rassicurante (una sorta di surrogato di Singolarità) e, per finire, una ciclica alternanza tra periodi di splendore e intervalli di oscurantismo (il modello della ruota del tempo). Un tentativo, questo di Vinge, finalizzato a ricondurre la teoria nel solco originario dell’estrapolazione.

Ho già accennato alla volatilità delle sue implicazioni. Vinge ipotizzava in origine due possibili scenari principali come punti di transizione verso il postumano, che prospettavano un’esplosione di intelligenza artificiale (IA) o, alternativamente, un incremento esponenziale delle facoltà cognitive umane ottenuto mediante manipolazioni tecnologiche (dall’intelligence amplification all’augmented intelligence). Ripresa di volta in volta, la Singolarità ha assunto forme molteplici: l’emergere di autocoscienza dai programmi (Ricambi di Michael Marshall Smith), dalla Rete (Terminator nei suoi recenti sviluppi televisivi e cinematografici, ma l’intuizione viene già accennata da William Gibson en passant – praticamente buttata lì, come per caso – in Aidoru) o dalla materia stessa (il computronium di Stross in Accelerando, dove per altro l’esplosione di intelligenza e potenza di calcolo coinvolge l’intero pianeta). La Singolarità Universale è un miraggio. Ogni autore che ne ha scritto ha avuto le proprie idee e convinzioni sulla Singolarità Tecnologica. In Sezione π² immagino per esempio qualcosa di analogo a una Convergenza NGR, la cooperazione dello sviluppo integrato di nanotecnologie, genetica, intelligenza artificiale, computazione quantistica e cibernetica a delineare un panorama tecnologico profondamente integrato e soggetto a una continua evoluzione (in grado di rendere obsoleti strumenti che solo il giorno prima rappresentavano lo stato dell’arte).

Ma è bene ricordare che si tratta sempre di scenari virtuali. Per quello che mi riguarda, la Singolarità è una metafora tra le più potenti oggi a disposizione di chi scrive fantascienza. È un orizzonte degli eventi storico, al di là del quale possiamo concederci una o due licenze in più per guadagnare qualche metro utile nel punto di vista sul reale. E incarna meglio di qualunque altro concetto forte in circolazione l’idea della rivoluzione, dello stravolgimento dell’ordine costituito, del superamento di un certo immobilismo ormai consolidato al di fuori della sfera della tecnologia e della conoscenza. La Singolarità, insomma, è uno strumento: estremamente utile per vettoriare la densità di informazione che può associarsi a un punto di rottura e di non ritorno. Ma come tutti gli strumenti di potenza analoga, il suo uso non è esente da rischi.

Personalmente non so se nel futuro dell’uomo c’è una Singolarità, né quale aspetto assumerà eventualmente. Le IA sembrano ancora piuttosto lontane, sui nostri radar, ma l’incombente ubiquità della Rete potrebbe portare a effetti anche più radicali sulle nostre vite, andando a considerare lo sviluppo parallelo delle interfacce elettroniche e neurali, come prospettato da Gary Stix nel suo articolo “Il download della mente” (titolo molto morganiano), sullo scorso numero de Le Scienze. E sono certo che il futuro saprà essere tremendamente più strano di quanto oggi possiamo immaginarlo.

La Singolarità, in quest’ottica, assume una sua valenza metaletteraria che trascende il semplice contesto diegetico. L’estasi per i postmoderni che amano la fantascienza, verrebbe da dire, parafrasando Ken MacLeod. Che poi ci siano anche enti come la NASA e imprese come Google pronte a finanziare corsi di studio sulle sue implicazioni, come dice il compagno Fernosky, non può far altro che darci da pensare.

Il meme del dubbio

Posted on Novembre 18th, 2008 in Connettivismo, False Memorie, Psicogrammi | 1 Comment »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 15-06-2007. Versione rivista e ampliata.]

A quanto pare ci eravamo sbagliati. Io per primo, lo ammetto. La mia colpa è in un racconto che prima o poi dovrebbe uscire da qualche parte: si intitola Codice morto e parla proprio di questo, di quella vasta porzione del nostro DNA apparentemente spenta, inattiva, morta appunto, ma che adesso scopriamo essere più viva di quanto sospettavamo. Niente codice in letargo, quindi, ma istruzioni in apparenza inutili tanto alla sintesi proteica quanto alla replicazione genetica (e alla trasmissione dei caratteri) eseguite non si sa ancora bene per fare cosa. Ma comunque attive.

E’ una cosa che un po’ mi inquieta e che si combina con il discorso sulle ambiguità linguistiche che andavo esaminando qualche tempo fa, e che oggi ha richiamato ChiCaBanDiTa. L’inglese è perfetto da questo punto di vista. Cela - nemmeno troppo bene - molteplicità di significato sorprendenti, oltre a essere una lingua decisamente più compatta rispetto alle nostre consuetudini neoromanze.

Le due riflessioni, quella relativa alla nuova frontiera genetica aperta dal programma EncODE e quella sull’ambiguità linguistica, si sono fuse insieme in una sovrapposizione quantica di stati neurali. Nel 1976 Richard Dawkins coniava la parola “meme” nel suo controverso libro Il gene egoista: in analogia al concetto di gene della biologia genetica, Dawkins definiva il meme come “un’unità di informazione in grado di replicarsi da una mente o un supporto simbolico di memoria - come un libro - a un’altra mente o supporto. In termini più specifici, un meme è un’unità auto-propagantesi di evoluzione culturale” (fonte: Wikipedia).

Un meme è qualcosa che s’incista tra i ricordi e ne guida l’evoluzione per garantirsi la sopravvivenza. E non è una cosa statica, ma evolve per effetto di un fenomeno noto come deriva memetica. Un virus, come aveva intuito quel genio di William Burroughs, con un suo meccanismo di autopreservazione che s’innesca di fronte alla perdita di inerzia, mutando di vettore in vettore. Come se questo non bastasse, i memi tradiscono anche una intrinseca tendenza aggregativa, raggruppandosi in una sorta di cluster memetici con il potere di richiamare, per effetto del loro campo memetico, memi analoghi: così, per esempio, il meme Singolarità include i memi progresso, accelerazionetecnologia (tra i primi esempi che mi vengono in mente). A questo proposito, non posso non segnalarvi lo spettacolare Lessico Memetico di Principia Cybernetica

Ormai qualche mesetto fa spendevo un po’ di tempo riflettendo sulla parola “believe“. Credere, un concetto correlato alla fede, buona e giusta che sia, oppure malriposta. Questa parola, come a volte capita, mi si era innestata nelle routine psichiche. Ogni quattro parole pensate, saltava fuori questa: believe. Be-lieve.
Be-lieve.

E’ curioso come l’unità lie sia finita in believe. Trasformata, certo, visto che il suono della pronuncia è completamente diverso nei due casi. Possiamo pensare allora che il meme della bugia si sia evoluto a tal punto da garantirsi la sopravvivenza nel cuore stesso della fede? Una strategia spiccia di sopravvivenza applicata alla linguistica. Un punto debole in grado di minare castelli di certezze indistruttibili. Una lancia di Longino piantata nel cuore del profeta.

Dubitate. Sempre. Fine delle comunicazioni.

[L'immagine qui in alto è tratta da Neon Genesis Evangelion.]

Mysterious dubjects

Posted on Ottobre 6th, 2008 in Accelerazionismo, Postumanesimo, Transizioni | 2 Comments »

“I’m not a peace officer,” Rick said. “I’m a bounty hunter.” From his opened briefcase he fished out the Voight-Kampff apparatus, seated himself at a nearby rosewood coffee table, and began to assemble the rather simple polygraphic instruments…

“This” - he held up the flat adhesive disk with its trailing wires - “measures capillary dilation in the facial area. We know this to be a primary autonomic response… This records fluctuations of tension within the eye muscles”.

From Do Androids Dream of Electric Sheep?, by Philip K. Dick.
Published by Doubleday in 1968
[via Technovelgy]

Non penso che domenica prossima verrà annunciata la nascita della prima IA. Ne dubito fortemente, pur continuando a covarne in segreto il sogno. Le motivazioni del mio scetticismo sono presto dette. Innanzitutto, sono confidente in linea di massima con l’ipotesi di Stuart Hameroff che le basi della coscienza risiedano a livello quantistico, ma a differenza del grande Roger Penrose non escludo a priori che prima o poi un’intelligenza artificiale possa arrivare a eguagliare quella umana: credo piuttosto nella plausibilità di una simile evenienza e credo che se la singolarità vingeana avrà luogo essa avrà a sua volta solide radici nella meccanica quantistica (QBT) e non potrà prescindere a livello di sistema dal paradigma olografico (HBT). In secondo luogo, ho il sospetto che la prima IA ha molte più probabilità di vedere la luce in un laboratorio militare piuttosto che nel corso di una dimostrazione pubblica. Sarà colpa delle mie idiosincrasie cospirazioniste, dopotutto il mio debole per la dietrologia sarà ben noto a chi segue queste frequenze.

Comunque è interessante che notizie come questa circolino. Il test di Turing probabilmente fallirà e le aspettative finiranno per sgonfiarsi tra una settimana. Ma per il momento mantengono vivo il dibattito, tengono in esercizio la curiosità intellettuale per certi temi e, si spera, instillano nell’opinione pubblica un po’ di senso del meraviglioso e di attesa, qualcosa che potrebbe aiutarci a recuperare un minimo di prospettiva.

A: What is the subject I wonder if I think? I know that it’s good to thonk about. Think deeplt about mysterious subjects.
Q: What mysterious subjects?
A: Think deeply about mysterious dubjects.