Interviste notturne

Posted on Settembre 17th, 2012 in ROSTA | 7 Comments »

Nick Parisi mi ha intervistato per il suo blog: Nocturnia. Dopo quella sulla Zona Morta, a stretto giro, una nuova occasione per parlare di temi relativi al fantastico, all’immaginario, al connettivismo e ai miei lavori. Non posso esimermi dal ringraziare il titolare del blog, per il terzo grado e per la bella presentazione che ha pubblicato nei giorni scorsi, corredandola con una foto segnaletica che urla vendetta…

L’eco blu dei fantasmi del passato

Posted on Settembre 16th, 2012 in Criptogrammi | 1 Comment »

Stamattina, come mi capita di fare ogni volta che me ne capita l’occasione nelle mattine domenicali delle stagioni di transizione, mi sono riascoltato Sunday Morning dei Velvet Underground. Al di là della nenia quasi sognante e del suo andamento oserei dire onirico, il testo di Lou Reed e John Cale sprigiona un senso di ossessione (it’s just a restless feeling, fin dalla prima strofa) che affonda le radici nel rapporto tra il presente/futuro e il passato. Da una parte abbiamo il territorio delle possibilità, dall’altro quello delle azioni concluse, degli errori commessi (early dawning / sunday morning / it’s all the wasted years / so close behind) e degli effetti delle decisioni prese (early dawning / sunday morning / it’s all the streets you’ve crossed / not so long ago). Come si può notare dai due esempi, l’uso accorto dell’anafora dimostra una consapevolezza che va ben al di là della presunta estemporaneità della lirica.

Si raccontano molte storie, intorno a questa canzone. Pare che fosse stata commissionata esplicitamente dal co-produttore Tom Wilson per avere un’altra traccia sul loro ormai leggendario album di debutto The Velvet Underground & Nico (1967) da registrare con la voce della cantante tedesca. Fu quindi l’ultima canzone composta dal gruppo per l’album, a quanto tramanda la storia proprio all’alba di una domenica mattina nel novembre del 1966, non dopo un sabato sera di bagordi come si potrebbe intuire dal testo ma dopo una nottata di registrazioni in studio. Si dice che fu il produttore Andy Warhol a suggerire a Lou Reed il tema dell’angoscia strisciante e che John Cale incluse il motivo del carillon quando notò nello studio una celesta (una variante dello xilofono) e pensò bene di usarla come strumento. Dopo le prove iniziali che videro Nico alla voce, la versione definitiva fu registrata da Lou Reed stesso, mentre la cantante passò al coro. E il risultato fu tale da meritarsi la traccia d’apertura dell’album. Ma sono tutte notizie facili da recuperare in rete, a partire dalle relative voci sulle edizioni italiana e inglese di Wikipedia.

Quello che più mi piace della canzone è il senso di commistione, di sconfinamento, di compenetrazione tra il presente, il passato e il futuro. La trovo una canzone molto fantascientifica, in questo senso. Emblematico in particolare è il ritornello:

Watch out, the world’s behind you
There’s always someone around you
Who will call
It’s nothing at all

Ora, il ritornello è proprio il motivo da cui nasce la mia ossessione per Sunday Morning. In un’intervista rilasciata al critico Larry McCaffery nel 1996, William Gibson riconosce Lou Reed come una delle sue massime influenze e dichiara che avrebbe voluto usare il primo verso del ritornello come epigrafe per il suo romanzo d’esordio: Neuromante, il libro che nel 1984 ha cambiato la storia della fantascienza, con un influsso che si è propagato presto ben al di là dei limiti del genere. Forse per un errore di trascrizione, il verso diventa però “Watch out the worlds behind you“, distorcendo sottilmente il significato originale del testo, e in questa versione mi giunse quando per la prima volta lessi l’intervista nel 2001. Ovvero: “Attento ai mondi dietro di te”, come riporta anche questa traduzione per le pagine di Intercom, producendo quell’effetto di spiazzamento che probabilmente è la causa principale - ma non l’unica - della mia associazione tra il mood della canzone e un panorama fantascientifico.

Tutta questa storia ha un vago sapore di mistero, se me lo consentite. Mi ricorda lo scavo filologico operato da Samuel R. Delany nel superbo La Ballata di Beta-2 (1965), dove la canzone del titolo racchiude nascosto tra i suoi versi il senso ultimo della catastrofe che ha spazzato via una spedizione spaziale. Ma se vogliamo restare in ambito musicale, mi richiama alla mente anche la storia di Strawberry Fields Forever, canzone del 1967 che rappresenta uno dei primi passi dei Beatles nel rock psichedelico. Quando cominciò a scriverla durante un soggiorno in Spagna tra il settembre e l’ottobre del 1966, John Lennon tornò con la memoria al campo giochi proibito della sua infanzia, dietro l’omonimo orfanotrofio di Liverpool, e scrisse una strofa da cui tutto sarebbe partito, ma che non sarebbe mai stata inclusa nella versione definitiva, per la quale preferì una scrittura ancora più criptica. E fu così che:

No one is on my wavelength
I mean, it’s either too high or too low
That is you can’t you know tune in but it’s all right
I mean it’s not too bad

divenne:

No one I think is in my tree
I mean it must be high or low
That is you can’t, you know, tune in
But it’s all right
That is I think it’s not too bad

Un caso, insomma, di versi fantasma, cancellati dal nostro continuum spazio-temporale. Per quelli tra di voi che fossero interessati ad approfondire, Wikipedia ricostruisce la genesi della canzone (in italiano e in inglese). Per i musicofili, in rete si trova anche uno studio accuratissimo firmato dall’esperto Alan W. Pollack.

Per qualche motivo, Gibson non poté adottare la citazione di Sunday Morning in Neuromante, ma riuscì a rimediare nel 1999 con il suo sesto romanzo personale, che da una canzone inclusa nello stesso album - guarda caso, la traccia numero 6 - titolò All Tomorrow’s Parties (da noi American Acropolis). Il verso modificato è anche una delle citazioni di apertura del mio Sezione π², un caso di blooper intenzionale, come se il romanzo non appartenesse a questo, ma a uno degli innumerevoli mondi che pensiamo di esserci lasciati dietro le spalle, e che invece continuano a braccarci, come lupi famelici nelle luci grigie dell’alba che s’infiltrano nel tessuto dei sogni.

Nella Zona Morta

Posted on Settembre 12th, 2012 in ROSTA | 4 Comments »

Filippo Radogna, giornalista lucano e grande appassionato di fantastico, mi ha intervistato per le pagine web de La Zona Morta, portale fondato e diretto da Davide Longoni. Desidero ringraziarli entrambi: Davide per l’ospitalità, Filippo per l’attenta e scrupolosa disamina del mio lavoro, che mi ha consentito di dilungarmi su temi che solitamente restano esclusi dalle interviste canoniche. E non sarà l’ultima, perché a breve uscirà una seconda chiacchierata su temi più prettamente legati al fantastico e al connettivismo, di cui vi renderò conto per tempo.

Intanto, mi sembra che, sebbene a scoppio ritardato, Il lungo ritorno di Grigorij Volkolak stia riscuotendo un certo interesse. E inoltre cominciamo a parlare del nuovo romanzo. Ma con Filippo ci siamo dilungati anche sulla situazione italiana in ambito fantastico e non solo, con un occhio di riguardo per le interazioni tra scienza, cultura umanista e tecnologia, spaziando da Vittorio Curtoni a Leonardo Sinisgalli, passando per Carlo Levi e Rocco Scotellaro. E il viaggio è proseguito oltre le frontiere planetarie e fisiche, con Neil Armstrong e Oscar Pistorius. Se siete curiosi, non vi resta che saltare alla prossima schermata.

Un grappolo di segnalazioni

Posted on Gennaio 28th, 2012 in Connettivismo, ROSTA | 9 Comments »

Come avrete notato dalla barra dei widget qui a destra, dopo un lungo periodo di acclimatamento mi sono convinto a usare Twitter. Potete trovarmi sotto le credenziali di NovaXpress, che è un omaggio autoreferenziale alla rivista pubblicata da Errico Chianese in Sezione π² e Corpi spenti, ma è anche un richiamo diretto a W.S. Burroughs. D’altro canto, già ne avevo adottato la scrittura proprio su queste pagine, per identificare la categoria sotto cui vado raccogliendo i miei articoli di commento politico-sociale-culturale (una sorta di op-ed, se questo blog fosse una rivista). In una sorta di zona franca tra il blog e il mio profilo Facebook, su Twitter troverete un flusso di segnalazioni e retweet delle cose più interessanti in cui mi capita di imbattermi in rete, intercalati da segnalazioni che mi riguardano direttamente (come per esempio i nuovi post del blog) e da momenti diciamo pure più disimpegnati.

L’idea saliente è che periodi di apparente inattività del blog potrebbero essere compensati dalla mia presenza dall’altra parte. Si vedrà.

Intanto, una segnalazione ben più importante riguarda il movimento connettivista. Da alcuni giorni è stato pubblicato il nuovo numero della rivista accademica digitale California Italian Studies Journal, dedicata alle ricerche più avanzate sul fronte dell’italianistica, ideata e curata da un comitato intercollegiale dell’Università della California (per maggiori informazioni vi rimando al comunicato pubblicato su Italianistica.info e al sito che la ospita: eSchoolarship). La seconda uscita della rivista è una monografia dedicata agli Italian Futures e comprende un articolo di Arielle Saiber che dedica ampio spazio ai connettivisti, citando Next, Next International e Next Station, oltre a una serie di titoli (di articoli, antologie, racconti e romanzi) che ci riguardano direttamente: Flying Saucers Would Never Land in Lucca: The Fiction of Italian Science Fiction. Saiber è una docente del Bowdoin College e devo ringraziarla per la cura e l’attenzione con cui si è dedicata all’esplorazione del nostro movimento, e per aver coniato un neologismo per tradurre connettivismo in inglese: nextilism.

Troppo prematuro per parlare in alcun modo di spaghetti sci-fi, ma che il primo studio che abbia affrontato il ruolo del connettivismo nell’ambito della fantascienza italiana arrivi dagli Stati Uniti e sia maturato nell’ambito di una rivista di critica accademica è un buon segnale, no?

Corpi spenti: Input #3

Posted on Dicembre 21st, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | No Comments »

Il tono, in storie come questa, è fondamentale alla riuscita finale. Un tono troppo distaccato mal si lega a un noir, mentre un tono troppo coinvolto rischia di sacrificare in favore del volume di rumore la densità d’informazione che invece si richiede a una storia di fantascienza. Per fortuna, la narrazione in terza persona aiuta a tenere il distacco necessario. In questo romanzo, ho voluto sperimentare rispetto a Sezione π² una soluzione mimetica, cercando di valorizzare il punto di vista di una galleria di personaggi. Il tono, comunque, specie quando le cose vengono viste dagli occhi di Briganti, assume una connotazione disincantata, à la Hugh Pagan per intenderci.

Sulla scia di Pagan (l’Usine) e Derek Raymond (the Factory), inoltre, Guzza affibbia un nomignolo alla Sezione. Un modo, se me lo concedete, di operare una sorta di “smitizzazione”, che ben si sposa all’atmosfera di dismissione che pervade il romanzo.

Un brano da Quelli che restano (Tarif de group, 1993) di Pagan:

Non conoscevo la sua nostalgia, quella molla piccola e fragile, sorda e lancinante, che permette a tutti noi di restare in qualche modo in piedi, sempre che non abbia già dato tutto quello che poteva. Non è la morte che ci ripulisce le tasche, è la vita la grande borseggiatrice. La morte interviene solo per il conto finale, e dubito le rimanga molto da arraffare.

Corpi spenti: Input #1

Posted on Dicembre 19th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 2 Comments »

Raymond Chandler continua ad aleggiare su queste pagine come un fantasma nelle stanze di un castello abbandonato. In particolare, questa volta ho dei debiti evidenti verso Addio mia amata (Farewell, My Lovely, 1940) nella scelta delle location più “marittime”. A proposito, in Corpi spenti piove meno che in Sezione π², ma succede solo perché la storia si dispiega ad aprile invece che a novembre.

Molto più che nel precedente romanzo qui si dovrebbe sentire anche l’influsso di Dashiell Hammett. I manuali di scrittura in genere consigliano di ridurre al minimo i riassunti, quelle parti di raccordo tra una scena e l’altra che infrangono la sacra regola dello “show, don’t tell“. E’ sempre bene attenersi alle regole, se non si vuole incorrere in pesanti sanzioni. Ma Hammett era un maestro nel ricapitolare le indagini dei suoi investigatori (penso in particolare a La maledizione dei Dain e Un matrimonio d’amore) e ha molto da insegnare anche nella scrittura delle parti di raccordo. Che poi possono diventare un pretesto per sperimentare varianti della più classica presa diretta nelle scene più concitate.

E a mio parere funziona, quando le scene d’azione sono molte. A patto di non abusarne.

Corpi spenti: Input #0

Posted on Dicembre 18th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | No Comments »

Penso di avere avuto già modo di ripeterlo a sufficienza in occasione dell’uscita di Sezione π²: nessun lavoro di fiction nasce astratto da un contesto di riferimento. Tutti vedono invece la luce sotto una costellazione tracciata dall’intersezione di un certo periodo storico (tipicamente, quello durante il quale l’opera viene concepita ed elaborata) con un certo immaginario. Corpi spenti non fa eccezione. Per questo mi piacerebbe ripercorrere il cammino che mi ha portato a chiuderne la stesura (che, come dicevo nei post che hanno preceduto questo, è stato tutt’altro che lineare).

Adesso che il libro è fuori di casa e in cerca di impiego, ho pensato quindi a un ciclo di articoli che - ispirandomi a quanto ha avuto l’idea di fare Lara Manni al termine della sua trilogia Esbat/Sopdet/Tanit - offra un risarcimento morale alle opere che hanno esercitato un’influenza determinante sul mio lavoro. Se vogliamo, può anche essere inteso come una forma di elaborazione della separazione (seppure temporanea) da un universo che mi ha tenuto impegnato per anni e che, mese dopo mese, si rivelava una presenza costante nelle mie serate, praticamente una certezza.

Se ho già approfittato di questo post per delineare in corsa i contorni politici di Corpi spenti, voglio adesso concentrarmi sugli input provenienti da libri, cinema, arte e musica. Partiamo con una canzone. Ancora David Bowie, stavolta con un pezzo tratto dal suo album più distopico, non a caso fortemente influenzato dal 1984 di George Orwell. Godetevi Diamond Dogs da un concerto del 1996 (scusate la pessima qualità del video, la traccia audio almeno mi sembra passabile).

In the year of the scavenger, the season of the bitch
Sashay on the boardwalk, scurry to the Ditch
Just another future song, lonely little kitsch
(There’s gonna be sorrow) try and wake up tomorrow…

Corpi spenti: foto di gruppo

Posted on Dicembre 6th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 4 Comments »

E infine ci sono i personaggi, nessuna storia può farne a meno. Questa, più di tutte le altre cose che ho scritto, è una storia di personaggi & persone: è la storia delle loro storie, catturate nel cono d’ombra della Singolarità. Dall’interazione tra i personaggi possono nascere situazioni interessanti. Riconosco di non amare particolarmente l’ossessione psicologica di gran parte del mainstream, ma la narrativa di genere è narrativa d’intreccio e il meccanismo drammatico s’innesca proprio grazie alle relazioni tra i personaggi.

Quando ho cominciato a scrivere Corpi spenti ne avevo tre, “ereditati” dal precedente romanzo. Il protagonista, ovvero Vincenzo Briganti, tenente della Sezione Investigativa Speciale di Polizia Psicografica (la Sezione Pi-Quadro, come la chiamano tutti), un necromante, un cyborg capace di scansionare i ricordi di una vittima per risalire alle circostanze della sua morte; il suo socio acquisito, Guzza, ovvero l’ispettore Corrado Virgili, inviso ai suoi superiori e per questo distaccato alla Sezione Pi-Quadro, un agente burbero e dai metodi molto poco convenzionali, ma malgrado - o proprio in virtù di - queste caratteristiche capace di instaurare con Briganti un fortunato benché bizzarro sodalizio professionale; il sostituto procuratore Grazia Conti, una donna in carriera, già tutta d’un pezzo prima che i fatti narrati in Sezione π² interferissero con la sua sfera privata.

Era un buon punto da cui partire. Intorno a loro non è stato difficile costruire una galleria di comprimari, attingendo in parte ancora una volta dalle pagine del precursore: Sara, la ex-moglie di Briganti, emerge dall’abisso del passato proprio nell’epilogo di Sezione π² e non poteva restare fuori da questa partita, sarebbe stato uno spreco; Pasquale Nigro e Mario Terenzi, i due agenti che s’intravedevano in un paio di scene, suggerivano troppi aspetti interessanti da scoprire per poter essere dimenticati su quelle pagine; Sanseverino, già presentato come il depositario della Sezione, la sua memoria storica, non poteva essere lasciato da parte; Errico Chianese, il cronista più scomodo della città, una sorta di cavaliere solitario armato solo di penna e portatile, che racconta il sistema sulle pagine di Nova X-Press, il suo bollettino di controinformazione, doveva continuare a fotografare la città e il paese, le loro dinamiche, con il suo sguardo lucido e implacabile.

In più c’era una cosa che sentivo latitare nel primo romanzo: la Sezione Pi-Quadro, intesa come corpo di polizia; un corpo speciale, che malgrado le sue peculiarità era rimasto un po’ sullo sfondo del primo volume, dove i vari Briganti, Di Cesare e Bevilacqua tendevano a prendersi tutta la scena. Ecco quindi come Corpi spenti si è delineata ai miei occhi come la storia della Pi-Quadro, o di ciò che ne resta dopo i fatti del novembre ‘59. Una storia vissuta attraverso i suoi componenti, i loro amici e i loro rivali. Con un’unica avvertenza: amici e rivali non sempre si ritrovano sul lato della barricata in cui ci aspetteremmo di trovarceli. Come in ogni buon noir che si rispetti.

Una storia comunque di transizione, ma grazie a questa consapevolezza del ruolo di ciascuna delle sue parti anche molto strutturata, che è stato bello costruire sulle spalle dei personaggi e vedere come, ciascuno per la parte che gli competeva, riuscivano a portare avanti la trama. Una storia destinata a prendere i personaggi un po’ più avanti sul loro cammino rispetto al punto in cui li avevamo lasciati, per accompagnarli ancora più lontano. Dove si troveranno ciascuno a un grado diverso, ma tutti inevitabilmente, cambiati.

Ancora una volta.

Corpi spenti: una questione di prospettiva

Posted on Novembre 23rd, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 6 Comments »

Quando mi sono messo al lavoro su Corpi spenti, avevo un’unica cosa ben chiara in mente: scrivere un seguito di Sezione π² che ne rappresentasse allo stesso tempo un approfondimento e una discontinuità. Avevo un’idea in mente per lo scenario, avevo un gruppo di protagonisti ereditati dal primo romanzo, con una buona alchimia già espressa in quella sede ma con una riserva di potenziale abbastanza cospicua ancora da esprimere. Quello che mi serviva, senza girarci intorno, era l’angolo giusto: la giusta prospettiva da cui inquadrare la scena e i soggetti che interagivano in essa.

Dopo una serie di pianificazioni, tentativi di implementazione, ripensamenti, ripianificazioni, altri tentativi, conseguenti ripensamenti e così via, mi sono convinto che quello di cui avevo bisogno era uno scarto rispetto a Sezione π². Avevo inquadrato uno scorcio del futuro, in quel romanzo, ma c’erano ancora diversi particolari di cui s’intuiva l’importanza ma che restavano tuttavia poco distinti e che meritavano per questo una messa a fuoco. Era come scrutare la fuga prospettica di una strada e cercare di decodificare le caratteristiche del paesaggio urbano dalla posizione in cui mi trovavo. Non potevo pensare di ottenere il risultato che mi prefiggevo continuando a osservare l’angolo di Napoli post-Singolarità dallo stesso punto, standomene fermo sullo stesso marciapiede.

Per questo ho deciso di attraversare la strada.

La parallasse è un trucco che al liceo scientifico insegnano al primo anno di fisica. Una volta, almeno, era così. Nella parallasse stellare si sfrutta la rivoluzione della Terra intorno al Sole per misurare la distanza di un corpo celeste esterno al sistema solare, magari distante anche centinaia di anni-luce. La tecnica richiede come requisito la conoscenza del raggio dell’orbita terrestre: osservando una stella a distanza di sei mesi, basta un calcolo di pura trigonometria per determinarne la distanza. Non è uno strumento facile da adoperare, richiede estrema accuratezza e le distanze stellari impongono la massima precisione degli strumenti, ma funziona. E’ scientifico.

Attraversando la strada, i dettagli di superficie che mi avevano colpito durante la precedente indagine di Briganti hanno subito delle variazioni. Uno slittamento, come mi piace pensare, che ha imposto un paradigm shift, un mutamento di paradigma.

Alcuni particolari si sono rivelati poco più che accessori, altri sono improvvisamente risaltati, altri ancora sono emersi dagli angoli ciechi e dai coni d’ombra che inesorabilmente viziavano la precedente angolazione. Non che quella fosse sbagliata, intendiamoci. Però era solo una delle tante possibili. Abbastanza buona da garantire una visuale interessante, ma sicuramente insufficiente per cogliere il panorama nella sua interezza. Non che m’illuda sull’esistenza di una prospettiva esauriente in tal senso, almeno non restando vincolati ai gradi di libertà del piano stradale. E proprio come in una grande città attraversare una strada trafficata espone a dei rischi, così ottenere questa nuova visuale ha comportato una certa difficoltà: mi sono dovuto adeguare a un ritmo diverso, con scatti in avanti e battute d’arresto per evitare di farmi investire. Ma il cambio di prospettiva è valso lo scarto che mi proponevo di perseguire.

A bocce ferme, con tutta la soddisfazione ricavata dalla nuova angolazione guadagnata, resta una lezione che mi tornerà certamente utile alla prossima prova: la prossima volta non basterà attraversare la strada. Per guadagnare una visuale utile mi toccherà intrufolarmi in qualche palazzo e infilarmi di straforo in un ascensore. Sfidando le strutture di sicurezza dell’edificio, forzando le serrature per arrivare fino in cima, resistendo alle vertigini per rispettare le aspettative che lascia presagire questa seconda avventura delle Cronache del Kipple.

Tomorrow, Now

Posted on Giugno 5th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi, Fantascienza, Futuro | 1 Comment »

Sandro Battisti mi ha segnalato questo intervento di William Gibson, trascritto dal discorso da lui tenuto al Book Expo America 2010 di New York, che è allo stesso tempo un riepilogo della sua carriera [e della spinta ricevuta come scrittore dal confronto continuo con il mondo che man mano andava attraversando (dagli anni '70 agli anni Zero)] e un onestissimo, ammirevole ringraziamento ai lettori che hanno reso possibile la sua carriera. Un pezzo da leggere per la lucidità con cui l’autore americano analizza l’influsso del tempo sulle opere, a partire dalla prima lezione da lui appresa al college e poi applicata con metodo in ogni suo lavoro: “i futuri immaginari trattano sempre, a prescindere da ciò che ritiene l’autore, l’epoca in cui vengono scritti“. E questa è una massima che davvero dovrei stampare e appendere sopra la scrivania, finché non l’avrò impressa a fuoco nelle mie routine neurali. Nel passaggio di chiusura, Gibson dice anche:

A book exists at the intersection of the author’s subconscious and the reader’s response. An author’s career exists in the same way. A writer worries away at a jumble of thoughts, building them into a device that communicates, but the writer doesn’t know what’s been communicated until it’s possible to see it communicated.

Guardandomi indietro, mi sono ricordato di un paio di cose, che posso incastrare come parentesi in questo post che volevo dedicare a Neuromante e al suo autore. Posso farlo perché Neuromante è la causa scatenante di una passione che mi tiene ancora qui, inchiodato su una tastiera a un’ora da cani del primo sabato sera d’estate del 2010 (e fuori dalla finestra Bologna è una città sostituita di strade deserte, tetti rossi, finestre spente e luci stradali che indugiano sui colli) per aggiornare lo Strano Attrattore ma non solo. Il romanzo d’esordio di Gibson è stato il mio punto zero, lo spiegamento improvviso delle potenzialità codificate in un genere con cui già avvertivo un’affinità, ma che grazie alle sue pagine si tramutò in amore. E l’amore, con la sua irrazionalità, porta a fare delle cazzate. Un sacco di cazzate, volendo. Per cui, a maggior ragione, si avverte il bisogno di insegnamenti da tenere sempre ben presenti.

Per tener fede a un paio di impegni presi in corsa all’inizio dell’anno, ho interrotto da un mesetto circa la stesura di Corpi Spenti. Un’interruzione salutare, visto che nel frattempo c’è stato modo di mettere a fuoco alcuni aspetti del libro con il sostegno di alcuni amici scrittori (tanto ricchi d’esperienza quanto generosi nel condividerla con un novellino), e che conto saprà dimostrare i suoi benefici già a partire dalla metà di giugno, periodo in cui ho intenzione di riprendere i lavori in corso. Prima di mettermi all’opera, ero tornato a riflettere su Sezione π² per riprendere i fili ma anche per correggere la mira laddove ce ne fosse bisogno. Posso solo dire, senza anticipare nulla, che Corpi Spenti sarà un romanzo con molte meno velleità artistico/letterarie del precedente, e per questo scriverlo si rivelerà un’impresa particolarmente faticosa. Non ci si pensa mai, dopotutto, finché non si arriva a confrontarsi consapevolmente con la pagina scritta: come fa notare Gibson, un romanzo parla sempre del tempo in cui viene scritto, in esso è la realtà che si stratifica e prende forma, e quando chi scrive lo fa intenzionalmente il suo non può che diventare un tentativo - parziale - di scoperta e comprensione. Il che era già in parte ciò che succedeva con Sezione π², ma il sovraccarico di input culturali confondeva bene (troppo…) le carte in tavola.

Questa volta l’operazione dovrebbe risultare più trasparente, più immediata. Ma non per questo meno ricca (rassicurazione per Alex Tonelli, che a più riprese mi ha consigliato di non rinunciare alla vena più visionaria della mia scrittura). Solo più consapevole, più ragionata e per questo - spero - più efficace.

In particolare, per garantire comunque una valvola di sfogo alle mie intemperanze immaginifiche e verbali, mi sono reso conto di avere ormai da un pezzo diversificato la mia scrittura nell’ambito della fantascienza tra un filone più realistico (in cui dovrebbe andare a inserirsi il nuovo romanzo, benché sia pur sempre un lavoro di fantascienza postcyberpunk, post-human, ma soprattutto distopico) e uno più immaginifico (proiettato verso il futuro remoto dell’umanità, con racconti che s’inseriscono idealmente in un più vasto scenario che, dalla società postumana e ambigua che lo domina, si può definire Trascendenza). Il futuro prossimo venturo in cui si riflette la nostra attualità da una parte, il futuro remoto in cui sviluppare temi più “universali” dall’altra. [Un nuovo esempio di quest'ultimo filone sarà Vanishing Point, il seguito di Orizzonte degli eventi in uscita ormai imminente sull'edizione del decennale di Continuum (un sentito ringraziamento a Roberto Furlani che lo ha fortemente voluto e che ci ha pazientemente lavorato con il sottoscritto, dimostrando una volta di più la serietà e la professionalità che lo contraddistinguono come curatore).] Gibson sostiene che i giovani di oggi - a cui idealmente tendo a rivolgermi io stesso quando scrivo le cose che scrivo - vivono in un eterno Presente digitale. Per loro, prosegue, il Futuro con la F maiuscola non esiste e non è mai esistito, non è semplicemente un problema che si pongono. Ragion per cui, se il primo filone ha qualche speranza di comunicare qualcosa, corro il serio rischio di relegare il secondo a una comunicazione “esclusiva” tra appassionati e addetti ai lavori. Poco male, finché riuscirò a reggere il sovraccarico a cui mi obbliga questa diversificazione. Ma prima o poi arriverà il momento di fare una scelta e forse è il caso di porsi il problema fin da adesso: come sarà la mia scrittura tra - diciamo - 2 anni? Più orientata verso il presente o lanciata a velocità di fuga verso gli orizzonti criptati del futuro più remoto?

E torniamo a Gibson, a Neuromancer e alla sua riduzione filmica (o trasposizione cinematografica che dir si voglia, ne accennavamo già in questo post). Fortunatamente, le voci correnti parrebbero confermare l’allontanamento dal progetto di Joseph Kahn. Benché non sia ancora ufficiale, Vincenzo Natali ne parla in effetti come regista in pectore e questo lascia ben sperare (si veda in proposito l’articolo che Paolo Marzola ha dedicato all’argomento). Nell’intervista che ha rilasciato a Cinematical, Natali dice molte cose intelligenti e condivisibili (sulla difficoltà di conservare il livello di dettaglio del romanzo, per esempio, ma anche sulla necessità di aprire parentesi sulla storia di Pugno Urlante e sul passato da meat puppet di Molly Millions) e in particolare una che mi ha colpito: “Pensando a come volevo trasporre il romanzo nel film, ho dovuto partire dalla fine e immaginarla per prima per procedere poi a ritroso con il resto della storia“.

Le parole del regista canadese presuppongono un approccio serio e concreto all’interpretazione del materiale con cui dovrà lavorare. L’unico metodo possibile, per scongiurare il rischio di compromettere l’adattamento fin dalla partenza. Che si tratti di un approccio parallelo, evidentemente atipico, non può darmi poi che buone speranze per la riuscita dell’impresa. Staremo a vedere. In ogni caso, anche solo le sue parole valgono stavolta come lezione.

[Nell'immagine, Molly in front of Wintermute ICE, by Hiro Edelman.]