Una questione di prospettiva

Posted on Gennaio 21st, 2013 in Connettivismo, Criptogrammi, Postumanesimo, Transizioni | 2 Comments »

Rielaboravo le suggestioni scaturite da diverse letture e visioni degli ultimi giorni, anche alla luce dello spettacolo Dal Big Bang alla civiltà in sei immagini che segnalavo ieri. Viene davvero da pensare a come nell’universo eventi lontanissimi nel tempo e nello spazio siano tra loro connessi. Un po’ come se una trama segreta, invisibile, unisse i diversi punti dello spazio-tempo attraverso una rete di comunicazione, consentendo uno scambio ininterrotto di informazioni. Dal presente al futuro, al passato, e poi di nuovo al futuro, attraverso l’illusorietà dell’attimo presente.

Prendete questa immagine della SN 1604, l’ultima supernova registrata nella nostra galassia, manifestatasi il 9 ottobre 1604 nella costellazione di Ofiuco e oggetto di lunghi e approfonditi studi di Keplero a partire dal 17 ottobre. Una supernova talmente brillante da superare al culmine della sua luminosità qualsiasi altra stella del cielo notturno, restando visibile a occhio nudo nell’arco ininterrotto di diciotto mesi.

Essendo stimata in circa 20.000 anni luce la sua distanza dalla Terra, quando SN 1604 giunse alla fine della sua vita come stella sulla Terra stava volgendo al termine il Paleolitico, il periodo associato allo sviluppo della tecnologia, culminato nell’introduzione dell’agricoltura. Keplero la osservò mentre l’Europa si accingeva a mettere piede nella Guerra dei Trent’Anni (1618-1648), uno dei più sanguinosi conflitti che l’umanità abbia mai conosciuto (il conflitto che - secondo gli studiosi - forgiò la guerra moderna), a sbarcare sulle coste americane con i padri pellegrini imbarcati sulla Mayflower (1620), a portare a definitivo compimento la Rivoluzione scientifica. L’uomo a quel punto aveva la polvere da sparo (per i moschetti degli eserciti che si scontravano nel cuore del Vecchio Continente) e le lenti ottiche (per osservare i corpi celesti e svelare l’infondatezza delle teorie tolemaico-geocentriche). Quattro secoli più tardi, osserviamo quell’epoca con un brivido di orrore e un misto di sollievo e superiorità.

Adesso immaginiamo che oggi una supernova esploda a 20.000 anni luce dalla Terra. Come saranno gli umani che osserveranno la sua luce, tra 20.000 anni? E con quali sentimenti considereranno noi, l’umanità sulla soglia del terzo millennio, perennemente agli albori di qualcosa (l’era spaziale, la Singolarità Tecnologica, la prossima transizione sulla scala di Kardashev)?

Il lungo ritorno del celacanto

Posted on Aprile 16th, 2012 in Connettivismo | 1 Comment »

Continuiamo il nostro viaggio estemporaneo e pindarico alla scoperta dei risvolti nascosti dietro Il lungo ritorno di Grigorij Volkolak. Ho pensato questo post come un’occasione per fornire al lettore capitato da queste parti due porte di accesso al racconto.

La prima è il celacanto. In una prima versione il racconto s’intitolava La persistenza del celacanto, ispirandosi a questo post da cui tutto è nato. Mi stimolava soprattutto l’idea della Latimeria chalumnae come “fossile vivente” e il contrasto che nasceva dal suo confronto con una civiltà ormai costantemente proiettata sulla frontiera stellare. E del celacanto, come da titolo, mi interessava una caratteristica in particolare: la sua persistenza, la sua capacità di sfidare il tempo, come modello per quelli che sarebbero stati i figli degli uomini.

Dei figli degli uomini, nel mio racconto, si vedono in particolare due fazioni: gli abitanti di Arkhangel, che appartengono a una postumanità ancora molto umana, e i messaggeri della Trascendenza, che  appartengono invece a una postumanità quasi aliena. I primi conservano ancora molto della condizione umana in quanto evolutisi da una prima ondata di colonizzazione interstellare, ma cresciuti sostanzialmente in un ambiente planetario conservativo, un ecosistema bioingegnerizzato prossimo all’equilibrio su un mondo in avanzato stadio di terraformazione.  Arkhangel è diviso in due blocchi geopolitici contrapposti: il Commonwealth di Yongmingcheng ha abbracciato il Piano di Conduzione Illuminata, sottostando alle regole imposte dalla Trascendenza perché il pianeta venga ammesso nella confederazione interstellare; la Libera Repubblica di Estasia si oppone all’accordo. I due blocchi vivono in uno stato di tensione costante, una guerra fredda alimentata dall’escalation nucleare. Immaginate gli anni di piombo vissuti da una civiltà tecnologicamente cinquant’anni più avanzata della nostra, e vi ritroverete tra le mani un’immagine abbastanza attendibile dello scenario in cui si svolge il racconto.

E qui veniamo al secondo punto o, se preferite, alla seconda porta di accesso. Velimir è il Lord Protettore del Commonwealth. Da decenni accarezza il sogno di “traghettare” la fetta di umanità a cui appartiene verso la Trascendenza. Le regole dell’accordo prevedono che il suo pianeta compia una prima transizione sulla scala di Kardashev, gestendo la capacità tecnologica di sfruttare tutta l’energia disponibile sul pianeta. Ma per gli uomini delle stelle questo non basta. La loro società si è sparsa attraverso gli anni luce, colonizzando i pianeti della Bolla Locale grazie a una tecnologia (e a una conoscenza) di derivazione aliena. Conoscono i rischi della transizione e per questo impongono alle nuove fazioni una prova di forza attraverso cui dimostrare la loro piena capacità di autodifesa. L’alternativa all’isolazionismo non è unica: oltre all’integrazione, infatti, sussiste pur sempre il rischio dell’estinzione. Il tutto è codificato nelle regole di un gioco: il Gioco.

Il lungo ritorno di Grigorij Volkolak è il racconto del terzo tentativo di Velimir di vincere la partita con i messaggeri della Trascendenza. Il più importante, per lui, perché sicuramente rappresenterà l’ultima occasione del suo incarico pluridecennale.

Come si sarà capito, la stesura di questo racconto mi ha tenuto impegnato a lungo. Se tutto è nato ai primi del 2009, la scrittura si è articolata nel tempo (qui un aggiornamento risalente al 2010), consolidandosi appena prima della consegna (settembre 2011). E’ uno di quei lavori il cui concepimento dona piaceri al limite dell’estasi, la cui realizzazione costa però enorme fatica, e alla fine si rivela capace di regalare in virtù del risultato una soddisfazione commisurata. Ma la mia soddisfazione maggiore è stata quella di averne potuto discutere brevemente al telefono con Vic, l’ultima volta che ci siamo sentiti. E per me è soprattutto un grande onore tornare sulle pagine della rivista che ha contribuito alla maturazione della fantascienza in Italia, e che più di ogni altra esperienza editoriale ha segnato la mia percezione del genere.

Il lungo ritorno di Robot

Posted on Aprile 4th, 2012 in Connettivismo | 4 Comments »

Sta arrivando il nuovo numero di Robot e con questo sono 65. Il primo senza il Vic al comando - o comunque nelle retrovie a guidare l’azione dei suoi facenti funzione - segna l’approdo ufficiale in plancia di comando di Silvio Sosio. Comparire in questo numero ha quindi un sapore agrodolce per me, considerando la mia venerazione per la creatura di Curtoni. Al contempo, sono tuttavia certo che S* saprà portare avanti la lezione del Direttore, con rispetto e lungimiranza. Il nuovo curatore non ha bisogno né di presentazioni né di endorsement: è uno del mestiere, sa quello che lo aspetta e saprà tener fede alle aspettative che Robot ha coltivato nell’arco della sua storia più che trentennale. E provando a mettermi per un attimo nei suoi panni, avverto il peso della responsabilità di cui si sta facendo carico.

Venendo a noi, Il lungo ritorno di Grigorij Volkolak è una storia particolare. Innanzitutto, come avvisa la presentazione del numero, è lungo davvero: nella struttura se non nella lunghezza effettiva è praticamente una novella (tecnicamente non rientra nei limiti della categoria per meno di 1.000 parole, un’inezia). Segue le vicissitudini di un certo numero di personaggi sul pianeta Arkhangel, dilaniato da una guerra fredda tra i due blocchi politici che se ne contendono l’egemonia: uno stato di polizia che è ufficialmente un Protettorato della futura umanità interstellare, e una nazione ribelle che osteggia qualsiasi patto con gli uomini delle stelle. Questa società che si è sparsa nel cosmo è l’Ecumene e comprende: a) i pianeti in quarantena o interdetti (una sorta di riserve biologiche, tagliate fuori dai traffici e da ogni contatto con l’esterno); b) i pianeti avviati al Piano di Conduzione Illuminata (parzialmente aperti all’esterno, in trattativa per entrare a tutti gli effetti nel consesso interstellare); c) la cosiddetta Trascendenza (la società postumana che intreccia scambi e le relazioni tra i diversi pianeti e habitat spaziali «abilitati»).

Uno scenario piuttosto complesso, che fa da sfondo a diversi altri racconti, come per esempio Stazione delle maree (sull’ottava iterazione di NeXT) oppure il dittico Orizzonte degli eventi / Vanishing Point (a cui conto di aggiungere nei prossimi mesi un terzo segmento narrativo, sempre grazie all’invito e al sostegno di Continuum e del suo curatore Roberto Furlani), più qualche altro pezzo che ho nel cassetto.

Grigorij Volkolak è un analista cibernetico di II classe, membro dell’equipaggio di una nave della Gilda, che fa ritorno ad Arkhangel, suo pianeta natale, e si ritrova invischiato suo malgrado in una missione segreta. Una storia a metà tra spy-story e hard-boiled si dipana per le strade della sua capitale, Yongmingcheng, che interseca influenze dalle antiche culture terrestri di Cina, Russia, India, Giappone e mondo anglosassone.

Bay Area Night Panorama, by D. H. Parks.

Una curiosità: Yongmingcheng è l’antico nome con cui veniva indicata sulle mappe della Dinastia Yuan (1271-1368) la città di Vladivostok. Significa letteralmente “la città della luce eterna”. Mi sembrava appropriato, per un pianeta pronto alla prima transizione sulla Scala di Kardashev, assunto nel processo di Illuminazione.

Nella mia Yongmingcheng immaginaria, coesistono i bassifondi di Hong Kong con Corona Heights e il Tenderloin, e un funzionario statale ha riprodotto quella meraviglia del Giardino di Pietra di Chandigarh, con lo stile visionario di Sabato Rodia, anche se ormai la sua opera lasciata in abbandono e invasa dalla vegetazione versa in avanzato stato di decadimento.

Altri retroscena, se vorrete, nei prossimi giorni. Sempre su queste frequenze.

Rock Garden of Chandigarh, by igb.

Trilobiti e fantascienza

Posted on Novembre 18th, 2010 in Fantascienza, Postumanesimo, Transizioni | 2 Comments »

A un appassionato di trilobiti e fantascienza non può sfuggire la notizia apparsa oggi sul Corriere della Fantascienza grazie al sempre attento Alberto Priora. Un gruppo di paleontologi ha dedicato la scoperta di una nuova specie fossile al pluripremiato scrittore britannico Stephen Baxter. La proposta di classificare questi fossili sotto la denominazione di Mezzaluna Xeelee è un omaggio proprio a uno dei suoi più vasti e ambiziosi affreschi letterari: una civiltà del futuro in cui gli umani devono confrontarsi con altre civiltà spaziali, tra cui una specie supergalattica dai poteri semidivini.

Il fossile di Baxter mi riporta indietro al mio tentativo di rappresentare una civilta interstellare postumana dal punto di vista di una comunità planetaria meno evoluta sulla scala di Kardashev. Una novella in cui altri fossili viventi, i celacanti, giocano un ruolo allegorico e metaforico di primo piano. Mi fa piacere ritrovare queste assonanze nella notizia riportata da Alberto e la cosa mi spinge a riprendere in considerazione quanto prima l’opportunità di sottoporre quel racconto in stand-by da diversi mesi a qualche editore.

Kardashev e il celacanto

Posted on Aprile 24th, 2010 in Connettivismo, Postumanesimo | 3 Comments »

Esco oggi da una settimana di editing e revisione su un progetto collettivo e, come accade spesso quando si fanno scontrare immaginari e ispirazioni, prospettive e visioni, prima di tornare a immergermi a capofitto nel romanzo provo l’urgenza di assecondare altre storie. Nella fattispecie, c’è una profondità postumanista che richiama ancora una volta la mia attenzione.

Mi sporgo a guardare brevemente oltre l’orlo del tempo, in quel baratro in cui sprofonda e ribolle la tenebra informe e favolosa - per dirla con un pensiero a Delany - delle possibilità future e passate. Mi perdo così in visioni di rutilanti e terribili civiltà interstellari, mentre nei miei schemi neurali faccio andare a ciclo continuo la danza ipnotica delle pinne di un celacanto sul fondo dell’oceano. E un sogno di persistenza e di trasformazioni prende forma da parole appena sussurrate.

La sindrome lunare

Posted on Luglio 19th, 2009 in Accelerazionismo, False Memorie, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, Transizioni | 6 Comments »

In questi giorni di sindrome lunare, per dirla con il grande Vic, gli italiani stanno tornando a puntare i loro nasi al cielo. Almeno questa è l’impressione che se ne ricava dalla lettura delle pagine (elettroniche e non) della stampa, che se non altro fungono da specchio attendibile degli umori del Paese. E gli speciali dedicati all’anniversario dello sbarco lunare dell’Apollo 11 dal Corriere on-line e da Repubblica.it meritano un’occhiata da parte dell’appassionato e del curioso.

Fa un certo effetto rileggere ora le parole di Moravia scritte all’epoca, intrise di scetticismo anti-scientifico e anti-tecnologico. Ma oggi possiamo dire che la sua ostilità al sogno dell’esplorazione spaziale nasceva da una reazione conservativa di fronte alla prospettiva di cambiamento e rivoluzione che si poneva - per la primissima volta in maniera concreta - davanti all’uomo, sulla frontiera spaziale. Nel corso della sua visita al Goddard Space Center, Alberto Moravia obiettava a George Mueller, direttore NASA per i voli spaziali con equipaggio umano:

“Certo lei si rende conto delle sconcertanti e in certo modo terrificanti implicazioni d’una simile affermazione. Basterà pensare ad alcune differenze tra il viaggio di Colombo e quello degli astronauti. Il primo solca un oceano azzurro, sotto un cielo luminoso, approda ad isole verdeggianti popolate di uomini innocenti e primitivi. Gli astronauti, appena fuori dell’atmosfera, piombano invece nel buio, approdano in un mondo morto, senza aria e senza vita, sbarcano con enorme difficoltà, si aggirano dentro un orizzonte che non oltrepassa due chilometri, su un suolo di pomice, tra picchi desolati.

La sua affermazione che il viaggio degli astronauti somiglia a quello di Colombo implica, a ben guardare, che l’umanità pian piano abbandoni la Terra, culla della vita, e si disperda nello spazio, in mondi inimmaginabili e con mezzi inimmaginabili e insomma cessi di esistere nei modi che sinora l’hanno caratterizzata. Tutto questo, almeno fino a quando non ci saremo fatti una mentalità interplanetaria, me lo concederà, è abbastanza sinistro”.

Moravia, non il più grande amico che la fantascienza italiana abbia avuto (per approfondire rimando alla testimonianza di Vittorio Catani sull’episodio di Montepulciano), intuiva la portata rivoluzionaria di quel sogno, le conseguenze che avrebbe comportato la realizzazione di un progetto tanto complesso e avveniristico come portare un uomo a mezzo milione di chilometri dalla Terra. E non a caso parlava di post-storia: qualcosa sarebbe finito, con quello sbarco. Qualcosa di nuovo e di diverso avrebbe avuto inizio. Il fatto che all’epoca non se ne riuscissero a cogliere ancora le implicazioni (le modalità in cui l’uomo avrebbe fatto proprio lo spazio erano molto più nebulose di quanto non lo siano ancora oggi) era la causa di quel percepire sinistro da parte dell’intellettuale nelle sue vesti da cronista.

Le catastrofiche profezie di Moravia non si sono ancora compiute. Con la distensione e la crisi petrolifera gli obiettivi dell’America e del mondo si volsero nel corso degli anni ‘70 verso altri scenari e il sogno dello spazio finì in ibernazione, per essere tirato fuori al momento opportuno e venire sbandierato a fini di mera propaganda politica, tanto nell’era Reagan (declinato in termini paramilitari nell’iniziativa di difesa strategica del famigerato Scudo spaziale) quanto nell’era Bush Jr. (l’obiettivo Marte spacciato a più riprese come piano strategico per il ritorno degli USA nello spazio).

Oggi siamo pressoché sicuri che la conquista dello spazio non potrà prescindere da una radicale riprogrammazione dell’uomo, dalla prospettiva di ridefinirne i parametri biologici secondo protocolli che ne faranno a tutti gli effetti un postumano. Ma a ben guardare, prima di spiccare il salto verso altri pianeti in stile Uomo Più e molto prima di guardare alle stelle più vicine, è ancora sulla Luna che dovremo tenere puntati i nostri obiettivi.

La Stampa.it ha pubblicato l’altro giorno questo intervento di Les Johnson, fisico della NASA che non nasconde il suo debole per la fantascienza. Segnalo il suo intervento con estremo piacere, in quanto va a ricollegarsi al discorso che facevamo da queste parti solo una settimana fa sul futuro dell’energia. Gli scenari che ci prospetta Johnson sono visionari: impianti di produzione sulla Luna o nell’orbita alta terrestre, sistemi di trasmissione a microonde, reattori a fusione nucleare alimentati con l’elio-3 estratto dalla crosta lunare. Vedere simili tecnologie prospettate da uno scienziato impegnato sul campo, divulgate per di più da uno dei quotidiani meno scientificamente ferrati della nostra stampa nazionale, è un po’ sorprendente. E non è difficile ricondurre questo discorso all’evoluzione della civiltà umana sulla scala di Kardashev, per riprendere un altro antico argomento discusso anche su questo blog.

Insomma, a 40 anni dallo sbarco dell’Apollo 11, pensare alla Luna significa ancora una volta interrogarci sul destino della nostra specie e sulle potenzialità della nostra civiltà. Nessuna frattura è inevitabile per rilanciare la scalata alle stelle: il mutamento, se ci sarà, dovrà avvenire conservando lo spirito umanistico di ciò che siamo, non rinnegando quanto di meglio è stato fatto, sogni inclusi. Arriveremo così nel futuro sulle nostre gambe di uomini, anche se nel frattempo ci saremo muniti di protesi o stampelle postumane. Dove ci condurrà il prossimo sogno, sarà la storia (senza post-) a dirlo.

[Le immagini della conquista lunare arrivano dalla galleria della NASA.]

La persistenza dei celacanti

Posted on Gennaio 7th, 2009 in Connettivismo, Futuro, Postumanesimo, Transizioni | 1 Comment »

La creatura che vedete qui sopra è un celacanto (Latimeria chalumnae), esponente della più antica linea evolutiva di pesci che si conosca. I reperti fossili conosciuti permettono di datarne la comparsa intorno a 410 milioni di anni, nel Medio Davoniano, e a lungo è stata considerata una specie estinta fin dal Cretaceo (circa 80 milioni di anni fa), finché nel 1938 non ne venne pescato un esemplare al largo dalle coste del Sudafrica. E negli anni seguenti altri avvistamenti hanno permesso di tracciarne la presenza in Madagascar, Kenya, Tanzania e Mozambico. Una seconda specie dello stesso genere (L. menadoensis) è stata rintracciata invece in Indonesia nel 1999.

Creature piuttosto schive, i celacanti arrivano a 80 kg di peso e anche 2 metri di lunghezza, e possono vivere fino a 60 anni (per informazioni ulteriori vi rimando alla relativa pagina di Wikipedia). Queste creature sono affascinanti per diversi aspetti legati al loro status di fossili viventi, ma la loro caratteristica principale è proprio quella di avere conservato molte caratteristiche dei loro antenati di centinaia di milioni di anni fa. La qual cosa ne fa - quasi - dei campioni di persistenza. Mentre altri pesci e invertebrati si evolvevano drasticamente, trilobiti e ammoniti si estinguevano, e specie più adatte soppiantavano le altre nella naturale evoluzione degli ecosistemi, i celacanti sono riusciti a preservarsi con piccole modifiche che li rendono al contempo diversi dalle numerose specie dello stesso genere che popolavano gli oceani nel Davoniano, ma pur sempre unici nel panorama tassonomico odierno (per esempio il giunto intercraniale che ne separa la parte inferiore del cranio da quella superiore). Non è un caso che abbiano ispirato a Robert Reed un racconto omonimo dalle forti sfumature postumaniste.

Mi piace parlarne perché il celacanto è stato richiamato in un articolo di Repubblica.it mentre nei giorni scorsi qui si parlava di evoluzione. Non esattamente una coincidenza, ma mentre a scuola il celacanto ci veniva mostrato quale bizzarria evolutiva nei bozzetti dei naturalisti, solo adesso - spinto dalla curiosità ravvivata - sono riuscito in effetti a recuperarne on-line delle foto dal vivo.

Da quando il loro genere è comparso, il Sole ha appena completato la sua seconda rivoluzione (periodo stimato: 200 milioni di anni) attorno al nucleo galattico. L’uomo arriverà a vederne concluso il primo? E’ una di quelle domande che schiudono una prospettiva vertiginosa sull’abisso del tempo. Se l’uomo come genere è infatti comparso circa 2,5 milioni di anni fa, la specie homo sapiens ha appena 130.000 anni e nel corso della sua breve esistenza sembrerebbe avere già dovuto affrontare gravi momenti di crisi (secondo la Teoria della Catastrofe di Toba, circa 70.000 anni fa un’eruzione decimò la popolazione umana sulla Terra a un gruppo di poche migliaia di individui, selezionandone rigidamente il pool genico).

Nel suo articolo sulle recenti scoperte che hanno riguardato le dimensioni e la velocità di rotazione della Via Lattea, apparso ieri sul Corriere.it, Giovanni Caprara prospetta che prima della catastrofe che porterà alla fusione della nostra galassia con Andromeda (nella foto, ripresa nell’infrarosso dal telescopio Spitzer della NASA) l’uomo avrà probabilmente trovato la sua via per le stelle, adattandosi alla vita spaziale. Quello che non dice è che per riuscirci l’uomo dovrà probabilmente rinunciare - se non altro temporaneamente - a molte delle caratteristiche biologiche che oggi lo contraddistinguono come tale.

L’origine della civiltà viene fatta convenzionalmente (da cui l’etimologia del termine) risalire alla fondazione provata della prima città (e la consultazione di una lista degli insediamenti urbani più antichi può rivelarsi estremamente interessante). Proviamo a immaginare brevemente cosa è successo dal 6000 a.C. ad oggi: esplorazioni, scoperte, teoremi, teorie, architettura, arte, letteratura. L’invenzione della stampa, l’avvento dell’elettronica e dell’aviazione, lo sbarco sulla Luna, internet (e adesso, forse, anche la wiTricity). E proviamo a proiettare tutto questo sulla scala logaritmica dei prossimi 8000 anni. Non avremo coperto che un anno ogni 25.000 di esistenza dei celacanti.

Personalmente mi trovo in accordo sulla definizione di civiltà basata sull’uso consapevole della tecnica e sulla sua trasmissione generazione dopo generazione (concetto da cui è poi derivato lo studio di Kardashev sugli stadi di civilizzazione). Possiamo allora sostenere che l’uso della tecnologia, e pertanto la civilizzazione, acceleri l’evoluzione delle specie? Per il momento, abbiamo un’unica cavia e troppo poco tempo per trarre delle osservazioni significative. Ma la questione è intrigante. E la contrapposizione con i celacanti carica di suggestioni. Magari, materiale per qualche futuro lavoro.

Verso una Civiltà di Tipo I

Posted on Settembre 2nd, 2008 in Postumanesimo, Transizioni | No Comments »

Energie rinnovabili e nucleare, rivoluzione dell’economia e volontà politica sono gli ingredienti della ricetta che secondo Michael Shermer potrebbe consentirci di spiccare il balzo verso una Civiltà di Tipo I sulla scala di Kardashev. Un mio commento al suo articolo apparso il 22 luglio scorso sul Los Angeles Times è uscito oggi su Fantascienza.com.

A voi per un feedback.

L’universo distorto di Charles Stross

Posted on Luglio 23rd, 2008 in Fantascienza, Letture, Postumanesimo, ROSTA | 3 Comments »

Dopo l’adattamento teatrale de La Mosca cronenberghiana, eccoci al secondo appuntamento entomologico che annunciavo qualche settimana fa: alcune considerazioni su Universo distorto (il titolo originale, Missile Gap, cela una sottile ironia che diverrà chiara leggendo il libro) di Charles Stross. La novella ha vinto il Locus Award nel 2007 e, per chi volesse surfare un po’ sulla semantica aliena di Albione, è disponibile anche in versione e-book gratuita sul sito della Subterranean Press (anche cliccando sulla copertina qui accanto).

Dico solo che per concentrazione immaginifica Universo incostante è paragonabile con Accelerando e che, rispetto a questo, la maggiore immediatezza ne rende la lettura ancora più gradevole e divertente (oltre che accessibile all’appassionato di fantascienza in senso lato). Vi lascio quindi con un breve estratto della recensione, a mo’ di teaser:

Negli strascichi di un conflitto geopolitico mai sopito, la trama si tinge del fumo della spy-story fino a consegnarci, per “bocca” dei personaggi più improbabili di tutto il libro, le guest star in trasferta dalla Metamorfosi e dalla Mosca, una catena di rivelazioni in un processo a cascata, un effetto domino che, seppure capace di illuminare l’intero universo narrativo di Charles Stross, potrebbe non condurre nemmeno a un esito definitivo. È un gioco di scatole cinesi che sarebbe piaciuto a Philip K. Dick, che delle realtà annidate fece una delle colonne portanti della sua cosmogonia privata.

Fatevi un regalo per l’estate. Insieme alle letture che avrete già pianificato, portatevi in spiaggia anche Universo incostante.

L’orizzonte postumano

Posted on Luglio 22nd, 2008 in Accelerazionismo, Connettivismo, Postumanesimo, Psicogrammi | 1 Comment »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 18-03-2007. Avvertenze: il romanzo di cui facevo menzione all'epoca, al momento in cui scrivo si è concretizzato "solo" nel racconto Stazione delle maree, pubblicato sull'iterazione 08 di NeXT. E' una storia lunga, che si ricollega per lo sfondo a Orizzonte degli eventi e, quindi, all'altro progetto che ho ripreso in questi giorni. Non è morto ciò che in eterno può attendere, ribadivo poco tempo fa e quindi, in attesa di riprendere anche quel progetto, mi accingo a mettere on-line il racconto per l'estate. Pazientate solo qualche giorno ancora. L'articolo che menziono in chiusura di post, invece, è uscito sia su Next che su Divenire.]


Cieli postumani in una elaborazione di IguanaJo.

Negli ultimi giorni mi sono ritrovato a riflettere spesso sugli scenari che potrebbero spalancarsi all’orizzonte dell’uomo dopo la Singolarità. Il primo input è arrivato da Vernor Vinge, che in una recente lezione tenuta lo scorso 15 febbraio ha preso in esame possibili alternative alla Singolarità Tecnologica, da lui stesso concepita nel 1993.

Le soluzioni prese in considerazione dal grande autore e matematico americano sono principalmente tre: 1. un ritorno alla follia, con cataclisma globale - tipicamente un inverno nucleare, vista la situazione politica internazionale ancora il più plausibile e concreto degli ostacoli che si frappongono tra l’umanità e il futuro - con conseguente estinzione di massa; 2. una nuova età dell’oro, resa possibile da una brusca ma non violenta compensazione tra bisogni dell’uomo e risorse della Terra - qualcosa del tipo di un arresto della crescita demografica a cui si accompagni uno sfruttamento più efficiente delle risorse energetiche - che combinata alla presa di coscienza che “più gente felice è una situazione preferibile a poca gente felice” permetta l’emulazione degli effetti della Singolarità sul lungo periodo (ovvero spalmandola su 20-50mila anni); 3. la ruota del tempo, uno scenario molto attendibile fondato com’è sulla natura dinamica dell’ecosistema Terra e sulla consapevolezza che la tecnologia può causare terribili distruzioni, che conduce quindi a una successione ciclica di disastri e ricostruzioni combinando gli esiti dei due scenari precedentemente illustrati.

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