Riserve italiane
Posted on Settembre 19th, 2010 in Agitprop, Nova x-Press | 1 Comment »
Ieri, nel secondo anniversario della mattanza di San Gennaro, il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati di Castel Volturno ha sfidato il divieto dell’amministrazione comunale e inaugurato una targa commemorativa in ricordo dei sei ragazzi provenienti da vari stati africani (Togo, Liberia, Ghana) sterminati nella notte di San Gennaro del 2008 da un commando di casalesi. La strage resterà per sempre una macchia sulla coscienza civile di questo paese, grazie alle autorità e alla stampa che ne riprese la linea ufficiale che, ancora diversi giorni dopo la carneficina, parlava di regolamento di conti tra clan della mafia nigeriana.
Il ricordo dell’altro giorno, con l’inaugurazione della scultura in ferro simbolo di fratellanza, voleva stimolare un momento di unità civile, di solidarietà e lotta al razzismo e alla legge di Gomorra, ma a quanto pare il primo cittadino di Castel Volturno non ha apprezzato. Antonio Scalzone, eletto lo scorso marzo con una lista appoggiata dal centrodestra, ha tenuto a ribadire la sua dissociazione dall’iniziativa e ha levato un urlo di rabbia contro la situazione del suo territorio. “Senza l’aiuto dello Stato, che qui ha abdicato, la nostra comunità farà la fine degli indiani d’America. Morirà sotto il peso dell’immigrazione” ha dichiarato. Parole da incorniciare, che rievocano la fulgida età dell’oro dei Regi Lagni, quando della camorra importata dagli immigrati nessuno aveva ancora sentito parlare, quando il governo faceva sentire il suo influsso benefico attraverso istituzioni e rappresentanti regolarmente e liberamente eletti dalla cittadinanza, quando, insomma, la Campania ancora non esisteva. Oppure, se ci dimentichiamo la storia delle elezioni, prosperava sotto l’Impero come residenza di vacanza di Tiberio e dei suoi successori…
Non so quanta gente ci fosse ieri al km. 43,000 della Domiziana, né quanti di loro fossero cittadini italiani di nascita, quanti regolari immigrati e quanti clandestini. Ma so che nel consiglio comunale di Castel Volturno, dopo la fine dell’amministrazione di centrosinistra di Francesco Nuzzo, non c’è un solo rappresentante del centrosinistra inteso in senso lato. Il PD che in queste ore cerca di capire chi si è portato a casa la bussola di chi, potrebbe pure fermarsi un attimo, oggi dopo pranzo, con calma, e riflettere su questo dato. C’è un territorio assediato dalla camorra, con gravi problemi di integrazione tra la popolazione locale e i numerosi immigrati che vi si sono stabiliti per tenerne in piedi l’agricoltura e l’edilizia della zona – spesso sfruttati come bestie e quasi sempre trattati come bestie anche al di fuori dei campi – e non c’è un solo delegato in consiglio comunale che possa prendere la parola e far presente al signor sindaco Antonio Scalzone che, al di là della decenza morale, non è un municipio la sede migliore per millantare menzogne e gettare discredito sulle vittime di una strage eseguita nel suo comune da cittadini italiani come lui.
Non è decoroso ed è eticamente spregevole che un primo cittadino sostenga che “è una celebrazione incauta perché rischia di ricordare persone che forse non erano innocenti. Mostro rispetto dinanzi alla morte ma, da quanto emerge dalle indagini dei carabinieri, tra quei morti ci potrebbero essere anche degli spacciatori”, quando il lavoro degli inquirenti ha accertato una verità diversa: una spedizione punitiva voluta dal boss Giuseppe Setola per mandare un avvertimento ai clan nigeriani della zona colpendo ferocemente un gruppo di innocenti, estranei ai loro traffici illegali e disarmati. Intervistato da Conchita Sannino, il pm Cesare Sirignano che si è occupato dell’inchiesta con il collega Alessandro Milita è stato chiaro e lapidario. Ne riprendo le parole perché è importante che le parole girino, che la verità si diffonda. Dimenticare o omettere significa cominciare a morire o, peggio, uccidere una seconda volta con l’aggravante dell’oblio.
Dottor Sirignano, gli atti giudiziari dovranno pur far testo per un sindaco. Può chiarire definitivamente se i sei ghanesi assassinati con 120 colpi di kalashnikov e pistole, nella sartoria, erano coinvolti in traffici illeciti oppure no?
No. Non risulta nulla del genere. Si trattava di persone dedite a lavori artigianali, chi faceva il sarto, chi il manovale. D’altro canto, ribadisco che ciò che colpì di quella strage fu proprio il mettere in conto di colpire casualmente: si doveva uccidere alla cieca se in quella sartoria non c’era il bersaglio che cercavano. Cosa che avvenne.
Ora che i collaboratori di giustizia lo hanno ripetuto in aula, vogliamo ricordare nel dettaglio come nacque l’idea di sterminare degli sconosciuti?
Quel giorno, Setola - che aveva già chiesto ad alcuni banditi extracomunitari una tangente sui loro traffici - cercava delle persone di colore da uccidere, preferibilmente i trafficanti con cui c’erano rapporti. Tant’è che inizialmente il luogo individuato dove andare a sparare era un altro: un ritrovo di immigrati accanto all’albergo “007″. Il progetto poi sfuma perché il commando si accorge che lì accanto ci sono telecamere che li esporrebbero troppo. Quindi, Setola chiede a Granato: “Ma se andiamo là fuori - intendendo la sartoria - li troviamo i neri?” Granato fa spallucce: “Ma sì, andiamo a vedere”.
Di fronte ad una pagina così cupa di una comunità locale, perché negare una lapide?
Mi pare che si sia persa un’altra occasione per andare verso l’integrazione di quella parte di comunità straniera che svolge lavori onesti, e umili. Sarebbe stato un segnale importante, e un piccolo seme, in una terra senza pace come Castel Volturno, già segnata da vecchie e nuove ferite. Dove l’intolleranza non è mai armata contro la sopraffazione criminale.
La storia degli indiani d’America è tuttavia emblematica. Le parole del sindaco di Castel Volturno testimoniano quella sindrome dell’accerchiamento che in Italia è sempre stata la principale forza responsabile della tenuta di gruppi sociali e politici, si parli di comunità o di governi. E’ la pressione esterna che tiene compatti i ranghi, ma senza la condivisione di regole basilari e inderogabili, alla prima interruzione di questa azione assistiamo alla misera disgregazione del forte eretto sul fondamento di una verità di comodo, effimera per sua natura. Manca la prospettiva del medio e del lungo periodo, ma prima ancora mancano le qualità umane per poter aspirare a una prospettiva di qualunque portata. Se rischiamo di fare la fine dei nativi americani, perché allora non chiediamo la separazione del meridione da Roma e l’istituzione per decreto del Presidente della Repubblica di una Riserva di Bassitalia volta a preservarne la specificità politica: corruzione, malgoverno, segregazione e criminalità organizzata.
Logica del dominio, all’ennesima potenza.




Meritano una menzione d’onore gli italiani che ieri erano a Castel Volturno per commemorare la
L’altra sera, alla vigilia delle celebrazioni per il santo patrono della città più bistrattata al mondo, negli stessi minuti in cui il Napoli tornava in Europa dopo oltre un decennio di purgatorio, 25 km a nord-ovest del San Paolo una pioggia di piombo si abbatteva su sette extra-comunitari, davanti alla sartoria “Ob Ob exotic fashions” di Castel Volturno, al civico 1083 della statale Domitiana. 84 bossoli sono stati ritrovati sulla scena del crimine, e i corpi immersi in un lago di sangue. Una mattanza. La contrapposizione tra la festa della città e la violenza brutale dimostrata dai sicari è stridente.
avesse nessuno in zona a rendere conto della strage e per questo in redazione si siano affidati ai dispacci delle agenzie stampa. Come è interessante notare dagli
La sartoria sarebbe così al centro di un “traffico di stupefacenti” (dal pezzo del 19/9), che giustificherebbe pertanto la relazione tra i due diversi agguati. Il 19/9 c’era stato senz’altro il tempo di effettuare i rilievi del caso sulle scene del crimine, come dimostrano i sigilli affissi dai magistrati sulla saracinesca sbarrata della “Ob Ob exotic fashions” mostrata in TV, e se l’ipotesi del traffico di droga fosse stata avvalorata dal riscontro delle perquisizioni, la ricostruzione operata dai giornali avrebbe avuto senza dubbio un altro senso. Invece non mi risulta ancora niente in questa direzione.
protesta degli extracomunitari della Piana del Volturno, umiliati dal caporalato e dagli abusi, stretti tra i due fuochi della mafia nigeriana (che magari starà anche cavalcando l’onda della protesta, questo paese dopotutto ha una lunga tradizione di infiltrazioni volte a pilotare i movimenti di massa) e dei signori di Gomorra. Il commento più arguto su quanto è successo e sta succedendo arriva ancora una volta da Giuseppe D’Avanzo, uno dei rari nomi capaci di nobilitare l’informazione qui da noi. Su Repubblica.it è uscito oggi il suo commento
Scrive Imarisio nel pezzo citato: “La città conta ufficialmente 21 mila abitanti, ma accanto ad essi è come se fosse sorta una città gemella popolata solo da clandestini. Lo dice chiaro l’ammontare pro capite della tassa sui rifiuti. Il Comune paga esattamente il doppio di quello che dovrebbe produrre in base ai residenti registrati all’anagrafe. Ma Castelvolturno è soprattutto la città dei Casalesi. Il posto che contiene gli investimenti immobiliari a cinque stelle e i tuguri dei disperati nei quali pescare reclute a basso costo, i grandi progetti e i boschi dove si nascondono gli eroinomani da rifornire con la dose quotidiana. L’Alfa e l’Omega del loro atlante criminale, dentro al quale adesso si agita una scheggia impazzita. Un piccolo gruppo di camorristi giovani e imbottiti di cocaina, stanchi del limbo nel quale il clan dei Bidognetti è stato costretto da arresti e condanne, che ha deciso di rinegoziare ogni alleanza, e di alzare il prezzo con gli stranieri, per rivendicare il primato della camorra. Negli ultimi dieci mesi hanno firmato 16 omicidi. All’inizio erano 4-5 elementi, adesso sono già una dozzina. La violenza paga, fa proseliti. In questa Babele, è l’unico linguaggio riconosciuto“.





