La mappa di Internet

Posted on Gennaio 28th, 2013 in Accelerazionismo, Micro | No Comments »

Un team di informatici russi ha messo a punto una mappa interattiva della rete, tracciando a fine 2011 la posizione relativa - in base alla lingua e ai contenuti linkati - di 350.000 siti da 196 diversi paesi. La mappa è navigabile a questo indirizzo. Mentre, se volete, potete saltare direttamente qui per verificare la posizione di Fantascienza.com.

Il bene maggiore

Posted on Settembre 13th, 2012 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro | 3 Comments »

Interessante editoriale di Massimo Mantellini su Punto Informatico, lunedì scorso. Si parla delle ricadute sociali delle nuove tecnologie e di alcune posizioni che potremmo definire scettiche espresse da intellettuali del calibro di Zygmunt Bauman (proprio lui, lo studioso del postmoderno, teorico della società liquida) e di Philip Roth (autore di capisaldi della letteratura contemporanea e nel 2004 di un’ucronia piuttosto intrigante, Il complotto contro l’America). L’articolo merita la lettura e, se siete interessati all’uso che facciamo del web dinamico o 2.0 nelle nostre vite, da Wikipedia ai social network, vi consiglio di fare un salto di là, prima di proseguire.

La difesa d’ufficio del mondo della rete da parte di Mantellini è legittima e nelle linee generali più che condivisibile (tranne quando assegna a Roth il primato tra gli autori in circolazione… probabilmente Roth s’inserisce nell’empireo delle lettere contemporanee tra i primi quattro pesi massimi, ma per il primato assoluto deve pur sempre vedersela con Thomas Pynchon e Don DeLillo). Il problema è che nello slancio di difesa del medium - e non c’è dubbio, lo sottolineo, che con Google, Wikipedia e compagnia bella oggi si stia decisamente meglio e la vita dei cercatori di informazioni sia notevolmente semplificata - anche l’editorialista rischia di commettere un passo falso. Perché se da un lato l’invettiva affidata alle colonne del New Yorker dovrebbe aver appianato le divergenze tra Roth e l’enciclopedia libera on-line, dall’altro non si può liquidare (passatemi il gioco di parole) Bauman come un luddista.

Nel riconoscere l’importanza crescente rivestita dal web 2.0 nel nostro stile di vita, non si può infatti nemmeno negare che nella maggior parte dei casi derivati dalla nostra esperienza diretta le parole con cui Bauman stigmatizza Facebook si limitano a fotografare la realtà dei fatti, nuda e cruda. La tecnologia, lo dicevo anche ieri, rappresenta una risorsa. Ma l’uso che ne facciamo è una responsabilità che ricade in capo a ciascuno di noi. E tra lo scetticismo di un Bauman deluso o di un Roth indignato e la difesa a oltranza di Mantellini, esiste anche un approccio solidale ma critico, che personalmente condivido. Una nuova tecnologia di comunicazione non presuppone necessariamente un arricchimento della persona, un miglioramento del suo stile di vita, in altre parole una ricaduta benefica sul mondo dell’utente. Lo consente, ma l’esito finale dipende pur sempre dalla scelta d’uso che viene fatta. Per dirla in termini matematici, il progresso tecnologico rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente al miglioramento delle nostre vite, sia nella sfera privata che in quella sociale. La qual cosa credo che finisca per incastrarsi piuttosto facilmente negli studi di Bauman sul consumismo e l’omologazione.

Proprio per questo, forse, visto l’utilizzo che fanno del mezzo, alla maggior parte delle persone lì fuori potrebbe giovare un percorso di formazione, utile per l’accrescimento della consapevolezza delle sue potenzialità. Per scartare l’ostacolo delle semplificazioni riduttive, costantemente in agguato sia che si indulga nella nostalgia di maniera sia che ci si abbandoni alle accuse di Neo-Luddismo tanto di moda. E per non accontentarci del male minore, una volta tanto. Ma tendere pur sempre, malgrado le forze contrarie, verso il bene maggiore.

Le strade al neon che portano a Neuromante

Posted on Febbraio 8th, 2012 in Futuro, Transizioni | No Comments »

La prima volta che ho collegato un modem analogico alla rete telefonica e al vecchio cassone che usavo come PC, nell’adrenalina del cinguettio elettronico dell’apparecchio che cercava di agganciare una linea, non potei fare a meno di immaginarmi il cyberspazio descritto da William Gibson. Ricorderete forse le immagini evocate da questo passaggio seminale di Neuromante:

Cyberspazio. Un’allucinazione consensuale condivisa ogni giorno da miliardi di operatori legittimi, in ogni nazione, insegnando ai bambini concetti matematici [...] Una rappresentazione grafica di dati ricavati dalle memorie di qualsiasi computer e inviata al “sistema uomo”. Impensabile complessità. Linee di luce distribuite nel non-spazio della mente, ammassi stellari e costellazioni di dati. Come luci di città che si allontanano.

L’idea che dietro la sagoma di plastica grigia del modem e oltre il confine segnato dal doppino si nascondesse un’universo di luci al neon era una valida astrazione delle architetture di dati che mi aspettavano nella rete, e rendevano decisamente più interessante l’esperienza di una connessione a 56k, che implicava qualche minuto per il caricamento di una pagina e - tipicamente - un’altrettanto prosaica resa grafica della stessa.

Molti passi in avanti sono stati compiuti da allora. Ma restano ampi margini di miglioramento, specie se ci si prefigge come punto di arrivo la realtà virtuale interattiva, comprensiva di tutte le architetture di dati del genere umano, che è la matrice presentata da Gibson. Tra i punti deboli che ancora resistono, l’organizzazione dei contenuti resta uno dei principali problemi (se non il principale in assoluto) con cui deve confrontarsi chiunque voglia cimentarsi con la realizzazione di un sito web. Il web design non è una banalità e spesso impone dei compromessi. Se in genere il webmaster può imparare a convivere piuttosto bene con questi compromessi, purché rispondano alla propria idea del sito web, per l’utente il discorso è un po’ più delicato: siti con ottimi contenuti ma mal strutturati possono scoraggiare l’utente dall’esplorazione/fruizione degli stessi, vanificandone di fatto la bontà, a meno che non si abbia a che fare con utenti dalla forte vocazione all’avventura e alla scoperta, o semplicemente muniti di una pazienza divina. D’altro canto, siti estremamente complessi potrebbero non valorizzare il complesso dei contenuti per via delle inevitabili asimmetrie di esposizione e visibilità degli stessi, occultando di fatto agli utenti risorse di utilità potenzialmente elevata.

In questi anni il web si è evoluto. Ha attraversato il tumulto del 2.0, della condivisione dei contenuti, della loro moltiplicazione multimediale: blog, Wikipedia, YouTube, Second Life, MMORPG, social network. Si affaccia gradualmente verso i nuovi scenari del web semantico, del geoweb, dell’augmented reality. E in attesa esalta il lato più sociale: dopo i tempi di Usenet, dei gruppi e dei forum di discussione, il web sociale ha esordito mappando in rete le relazioni personali esterne alla rete, e molto presto si è trasformato in qualcosa di più: uno strumento per sviluppare collaborazioni, consentire nuovi contatti e amicizie, condividere con loro risorse di comune interesse, attingendo alla rete (link a siti, blog, piattaforme di condivisione) oppure alla vita esterna (foto, note, video dall’altra parte dello specchio). Quello che forse finora è mancato in questo senso, è stato uno sviluppo delle potenzialità implicite nel social web: la possibilità di propiziare a monte l’incontro tra individui accomunati da passioni e interessi.

Riepilogando, due delle cose che ancora mancano alla rete sono:

a. un metodo per svincolare i contenuti dalla progettazione del sito;
b. uno strumento d’ingegneria sociale che superi i limiti dell’attuale sistema di social networking.

A questo scopo nasce Volunia, il motore di ricerca messo a punto dallo specialista Massimo Marchiori (già ricercatore al MIT, collaboratore di Tim Berners-Lee, ideatore dell’algoritmo alla base del PageRank implementato da Larry Page e Sergey Brin per Google) nel segno del motto Seek & Meet. I motori di ricerca stanno consolidando in questi anni il loro ruolo di veri e propri “motori del web”, crocevia della rete. Non solo per via del successo di Google, presto seguito da Bing e altri strumenti via via meno popolari e potenti. Ma soprattutto perché è ormai improponibile anche solo pensare di esplorare il web senza uno strumento di ricerca. Le directory possono funzionare ancora per il deep web, ma nel mare magnum di superficie l’utilità del search engine è irrinunciabile. E così anche i motori di ricerca si moltiplicano, diversificandosi per target e funzionalità. Dopo Wolfram Alpha, il primo motore di conoscenza computazionale del web, Volunia si propone come un assistente di navigazione web con funzioni di mappatura dei siti web, estrazione delle risorse multimediali e costruzione di occasioni sociali.

La presentazione del prodotto, tenutasi lunedì 6 febbraio e trasmessa in diretta streaming dall’Università di Padova, è ancora accessibile in differita dal sito dell’ateneo (qui una versione concentrata e più fruibile). Le reazioni della rete, dopo la spasmodica attesa che ha salutato l’evento, si sono rivelate nel complesso abbastanza tiepide, se non proprio deluse e scettiche. Rispetto alle stesse, mi ritrovo scettico a mia volta, consapevole dell’effetto amplificante delle opinioni negative che in genere seduce i commentatori, sul web in modo particolare. E gli italiani sfiorano sempre vette d’eccellenza quando c’è da esercitare l’ars destruens, che si sia competenti in materia o meno (anzi, secondo l’implacabile logica della legge di Benford, l’accanimento cresce a dismisura quanto più si è ignoranti in materia).

Tra gli articoli che potete trovare in rete, ne segnalo uno positivo (dal Corriere.it), uno assolutorio (da Repubblica.it) e uno severo ma documentatissimo (da Punto Informatico). A cui aggiungo quest’altro critico da Wired che ho scoperto solo dopo la chiusura del post. Ovviamente, si può dire ciò che si vuole sulla presentazione come pure sulla strategia di comunicazione (a parte la scelta dell’italiano e malgrado gli intoppi tecnici, a me non è sembrata affatto sottotono, sarà che sono stato forgiato nella fucina di aule universitarie mediamente molto, molto più noiose, in anni in cui l’uso dei lucidi era ancora un’abitudine dura da estirpare dal corpo docente). La prova del fuoco si avrà quando Volunia sarà messa a disposizione degli utenti, che potranno testarne da sé le caratteristiche.

Per il momento, già solo l’idea di avere sempre a disposizione una riproduzione della struttura dei siti indicizzati mi sembra un’ottima cosa. Mi richiama l’ebbrezza di quei primi giorni di navigazione in una banda aghiforme, a cavallo di un modem cinguettante e scricchiolante. Le possibili evoluzioni dell’interfaccia web, a partire da quel volo d’uccello richiamato da Marchiori più volte nel corso della sua presentazione, mi ricorda troppo l’immagine primordiale del cyberspazio evocata da Neuromante, tradotta in estetica di uso popolare da film (Tron Legacy e Matrix, ma prima ancora Johnny Mnemonic, Il Tagliaerba, Hackers e il primo Tron) e videoclip. E pazienza per i neon, elemento imprescindibile dell’atmosfera cyberpunk: magari si accenderanno tremuli appena sul cyberspazio di Volunia calerà la notte. Anche per questo basterà aspettare.

HyperNext

Posted on Gennaio 29th, 2012 in Connettivismo, ROSTA | 2 Comments »

Oggi nasce ufficialmente HyperNext, un nuovo blog connettivista. Informazioni, riflessioni, discussioni sull’immaginario a 360°, con un occhio di riguardo per le intersezioni con la scienza, la società, la tecnologia e la politica. HyperNext è un blog collettivo e a farlo ci saranno insieme al sottoscritto Sandro Battisti, Francesca Fuochi, Fernando Fazzari e Umberto Pace. Per le presentazioni di rito, rimando al primo post. E intanto eccovi il teaser preparato da Oedipa Drake:

HyperNext from Oedipa Drake on Vimeo.

Nella rete profonda: il lato oscuro del web

Posted on Novembre 5th, 2011 in Micro, Transizioni | 1 Comment »

Anche la Rete ha la sua twilight zone, una quinta dimensione che riserva aspetti decisamente più inquietanti della classica zona del crepuscolo di Rod Serling. Ci si riferisce ad essa come deep web, e nei suoi recessi più oscuri assume la connotazione di una darknet.

In un’inchiesta interessantissima per Corriere.it, Alessandro Calderoni documenta la sua discesa nei meandri di questa realtà sotterranea. Maggiori informazioni si possono trovare come al solito su Wikipedia, mentre su YouTube è possibile consultare un documentario sul web segreto (o invisibile, o sommerso) e diversi tutorial sulla procedura per accedervi (tra cui questo e questo). Una sintesi abbastanza completa è data dalla clip Exploring the Deep Web, di Dan Downs.

Fermate la musica!

Posted on Ottobre 27th, 2011 in Agitprop, ROSTA | 24 Comments »

E’ arrivato perentorio, il diktat della SIAE. Da un giorno all’altro, in ottemperanza a una clausola dell’accordo firmato a inizio anno con quei furbacchioni dell’AGIS, l’Anonima Estorsioni ha deciso che era arrivato il momento di farsi pagare per i trailer caricati e condivisi in rete. La denuncia è partita proprio da Fantascienza.com, su cui è ospitato lo Strano Attrattore, e per riepilogare la situazione riporto qui di seguito giusto qualche link chiave per districarsi nella bolgia delle ultime ore:

Rimossi i video, fine dei trailer sul web? (Fantascienza.com, 26-10-2011)
I trailer online sono illegali? (Il Post, 26-10-2011)
SIAE e i diritti sui trailer online (Punto informatico, 26-10-2011)
SIAE e trailer, cresce la preoccupazione (Fantascienza.com, 27-10-2011)
SIAE, i trailer sul web non saranno più gratis (Wired, 27-10-2011)

Per farla breve:

L’accordo (causa): produttori consociati nell’Associazione Generale Italiana dello Spettacolo hanno accettato che la SIAE pretendesse un obolo dai siti delle sale di proiezione, che avrebbero potuto continuare a pubblicare a scopo promozionale trailer dei film in programmazione solo a patto di corrispondere una quota all’Anonima Estorsioni.

La conseguenza (effetto): da oggi qualunque frammento video pubblicato on-line contenente almeno una nota di musica dovrà essere opportunamente regolato attraverso il pagamento di una tariffa, un canone se vogliamo, che discrimina solo sulla lunghezza dello stesso (opere superiori ai 45″, come sono spesso i trailer, ricadono nella categoria “opere intere e assimilate”) e fissa un tetto massimo nel numero di 30 video per una durata massima complessiva di 10 ore.

Come risultato, nel nostro piccolo, dell’accordo SIAE/AGIS, lo Strano Attrattore si uniformerà alla scelta dell’editore Delos Books che ci ospita sulla sua piattaforma e smetterà di pubblicare filmati contenenti estratti musicali. Rinuncerò al privilegio di condividere su queste pagine i video dei film recensiti, da cui non traevo alcun beneficio se non la completezza del servizio reso ai lettori. Rinuncerò al piacere di condividere video di autori emergenti o clip rare, da cui non traevo alcun beneficio se non pubblicizzare il lavoro dei rispettivi autori. I video già presenti saranno rimossi, al loro posto lascerò solo un link alla risorsa originaria, ospitata da un altro sito, almeno finché anche quel sito non deciderà che la SIAE non merita i suoi soldi, oppure non si smaschererà pubblicamente e si porrà fine a questa assurda politica di soprusi normati, di cui l’estorsione legalizzata operata dall’Anonima è solo uno degli aspetti. Il prossimo giro di vite, dopo i siti di informazione e i blog, potrebbe investire i social network, e sono proprio curioso di vedere allora cosa succederà.

Si potrebbero invocare a questo punto tanto l’effetto farfalla, punto cardine della teoria del caos, quanto l’aneddotica popolare sull’arroganza e l’avidità. In effetti, da quel pasticciaccio del compromesso tra SIAE e produttori si è scatenato il cataclisma che in queste ore sta investendo l’intero web italiano; e, come se non bastasse, l’atteggiamento della SIAE ricorda molto quello di un pingue e distinto signore che si diverte a rubare le caramelle ai bambini, investendo le ore della sua giornata a escogitare gli espedienti più astrusi per giustificare legalmente le proprie perversioni. Un comportamento avido, che denota incapacità di allinearsi con i tempi nuovi della rete, e per di più lesivo, dannoso, nocivo, che alla lunga non mancherà di ritorcersi contro la SIAE stessa e gli Autori/Editori che vorrebbe tutelare. Meno video in streaming significa meno pubblicità, oltre che azzoppamento dell’informazione. Meno pubblicità significa meno introiti. Basteranno 450 euro a trimestre a compensare i mancati ricavi? E come verrà convertito l’obolo alla SIAE in ricavi per gli Editori?

Viviamo in un mondo intriso di misteri. Ma la burocrazia italiana ha in serbo trovate che saprebbero lasciare di sasso Kafka in persona.

La calda estate del web italiano

Posted on Agosto 7th, 2011 in Agitprop, Transizioni | 2 Comments »

Al terzo attacco informatico, l’Operazione AntiSec comincia a far tremare i polsi ai responsabili delle strutture di sicurezza del web italiano. Dopo il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche (CNAIPIC) della Polizia italiana e Vitrociset, è stato ora il turno del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria (SAPPE), che come i precedenti ha perso la faccia a favore di un romantico brindisi tra le icone di Lulzsec e Anonymous, appollaiati in cima al mondo per spargere i loro messaggi intrisi di sarcasmo verso la tenuta delle fortezze informatiche espugnate.

Come dimostra il caso del CNAIPIC, non c’è tuttavia solo il lato estetico, gli attacchi si configurano anche come sottrazione di materiale sensibilissimo, capace a quanto pare di smascherare operazioni spesso ai confini della legalità condotte dagli stessi tutori dell’ordine. Gli autori dell’attacco, dal canto loro, ci tengono a rivendicare la loro appartenenza a un movimento e rimandano al mittente le accuse di cyberterrorismo.

Blue neon per neogotici quantistici

Posted on Maggio 1st, 2011 in Connettivismo, ROSTA | 2 Comments »

Al termine di un viaggio durato otto anni, che ha praticamente attraversato epoche intere nel tempo espanso del cyberspazio, Cybergoth chiude i battenti. Sandro “Zoon” Battisti si trasferisce in una nuova casa a cavallo tra i mondi (trovate tutta la storia riassunta in questi due post: di addio e benvenuto) e il suo nome di battesimo non poteva essere più emblematico: HyperHouse.

Cybergoth ha indubbiamente segnato una fase (più di una, in effetti) nella storia dell’underground elettronico italiano, per gli appassionati del genere e non solo, dimostrando forse per primo come si possa coniugare efficacemente la scrittura al web 2.0. Ma adesso è venuto il momento di guardare al futuro. Si entra forse in una fase più matura, più consapevole, più ragionata. Aggiornate quindi i link e le liste dei preferiti, e preparatevi a seguire la sua nuova incarnazione. In bocca al lupo a Zoon, invece, per questo nuovo corso.

Recorded Future: il domani è già scritto?

Posted on Dicembre 11th, 2010 in Futuro, Micro, Transizioni | 2 Comments »

Il passaggio commerciale/analitico dal momentum allo Zeitgeist, illustrato ieri su Repubblica.it in un articolo ben documentato di Giulia Belardelli. Si chiama Recorded Future e sul sito della start-up statunitense sovvenzionata dalla CIA e da Google che l’ha ideato viene presentato come il primo “motore analitico temporale” al mondo. Un modo per viaggiare nel tempo a cavallo delle onde dell’infinito mare dell’informazione. A stupire non è tanto l’annuncio, quanto semmai l’idea che uno strumento del genere non fosse già a disposizione delle intelligence di mezzo mondo.

Cablegate: considerazioni sparse a 72 ore dal cataclisma

Posted on Dicembre 2nd, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop | No Comments »

A tre giorni dal cosiddetto cablegate orchestrato da Wikileaks e dalla sua eminenza occulta, Julian Assange, restano molti gli interrogativi ancora aperti. Lo dimostra l’articolo lucido e posato di Federico Rampini apparso oggi su Repubblica. E non è tanto questione di domandarsi chi debba temere più degli altri la glasnost imposta ai tempi di Internet (l’articolo di Barbara Spinelli si segnala anche per un paio di echi fantascientifici degni di nota, cosa non banale da trovare sul principale quotidiano on-line italiano), perché la questione è risaputamente un po’ più complicata di quanto i nostri dispenser di saggezza di palazzo Chigi vorrebbero dipingerla. A farmi tornare sul tema è stata in particolare una riflessione di Lanfranco Fabriani, che giustamente ricorda gli analoghi cataclismi informatici evocati dalla letteratura di fantascienza, dal grande John Brunner in poi. Lanfranco si domanda:

Quali sarebbero gli sviluppi ipotizzabili? Un mondo più trasparente, o un mondo in cui i segreti diventano ancora più blindati e quindi magari aumenta anche il numero di ciò che diventa segreto e blindato?

Io sono rimasto un po’ indietro, visto che da tre giorni sto continuando a chiedermi: a chi conviene davvero questa operazione trasparenza orchestrata proprio adesso, mentre l’Amministrazione Obama si accinge a entrare nel periodo più difficile del suo mandato? E le risposte che mi vengono in mente non riescono a consolarmi nemmeno un po’, perché appaiono tutte fortemente ispirate da quel senso di dietrologia che da queste parti la fa da padrone. Mi chiedo come mai un attacco di queste proporzioni venga sferrato all’America di Obama, mentre invece Bush e la stagione dei falchi alla Casa Bianca siano stati sostanzialmente risparmiati da questi presunti difensori della libertà di informazione. E perché sia l’America di Obama a subire l’azione di Wikileaks, e non i governi che operano la sistematica violazione dei diritti civili come la Russia o la Cina.

Sul breve periodo, un’operazione simile mi sembra danneggiare soprattutto i progressisti e le loro speranze di cambiamento, a tutti i livelli, e non solo Obama e la sua amministrazione, come dimostra il fatto che proprio oggi la Clinton si sia sentita in obbligo di valorizzare il ruolo del Premier italiano e addirittura di riconoscergli la dignità di quell’incontro bilaterale che solo pochi mesi fa Obama gli aveva negato.

Sul lungo periodo, la strategia di Wikileaks temo che non produrrà altro che un irrigidimento strutturale, con conseguente ulteriore rallentamento dell’azione politica di Obama. E non dimentichiamoci soprattutto che il campo in cui Obama aveva fatto meglio finora era probabilmente proprio la diplomazia internazionale (con le aperture al mondo arabo e al Pacifico, la chiusura di Guantanamo, il programma di ritiro delle truppe dal teatro di guerra del Medio Oriente). L’attacco, insomma, è stato sferrato in un periodo di debolezza (l’economia che stenta a trovare il rilancio, l’esito delle elezioni di midterm) e proprio sul terreno del Presidente, riuscendo per di più a colpirlo chirurgicamente nei suoi punti più sensibili: un sistema informativo tutt’altro che infallibile e una rete diplomatica molto meno che eccellente. E questo rende ancora più sinistre le ombre che in queste ore si sono andate addensando su Wikileaks.

Però la sfida di Assange rappresenta a mio modo di vedere anche un’occasione di rilancio: se dovesse riuscire a ribaltare le istanze di trasparenza e libertà di informazione dietro cui si fanno scudo gli attivisti di Wikileaks, probabilmente Obama riuscirà a resuscitare quello spirito di cambiamento e innovazione che lo ha spinto fin dov’è adesso. Ma a giudicare dalle prime misure disposte da Washington, che somigliano un po’ a serrare la stalla dopo che il gregge è scappato, direi che non ci stiamo muovendo proprio in quella direzione.

Restiamo a guardare. E per chi non ne ha mai abbastanza di porsi domande, su Boing Boing Cory Doctorow ne segnala diverse di una certa sottigliezza, a opera di Dan Gillmor. Leggetele, meritano davvero e rappresentano la migliore critica che abbia letto finora alla fotografia scattata da Wikileaks a questo 2010 che si avvia alla chiusura.