La memoria è un filo

Posted on Gennaio 27th, 2013 in Agitprop | 1 Comment »

La memoria è un filo che collega il passato al futuro e lega le nostre singole esistenze alla trama della storia. Ma è un filo sottile e troppo spesso rischia di spezzarsi, come dimostra la cronaca degli ultimi giorni. Per questo è bene che la ricorrenza odierna non passi sotto silenzio. Per il Giorno Internazionale della Memoria 2013 voglio quindi richiamare la riflessione sulla memoria di Alessandro Portelli postata in occasione del furto dell’iscrizione all’ingresso di Auschwitz, il post dello scorso anno e un brano di Primo Levi tratto da I sommersi e i salvati (1986):

La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. È questa una verità logora, nota non solo agli psicologi, ma anche a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento. I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando lineamenti estranei.

Ricordiamocene. Rinunciando alla memoria, cediamo ad altri il controllo sul nostro futuro.

Il furto del futuro

Posted on Gennaio 27th, 2012 in Agitprop, Fantascienza, Letture, Proiezioni | 2 Comments »

Oggi ricorrono i 67 anni dell’arrivo ad Auschwitz dei soldati dell’Armata Rossa e la scoperta di ciò che il Terzo Reich aveva significato per milioni di ebrei. Sei per l’esattezza. Oltre che per un numero inferiore ma comunque rilevante di prigionieri sovietici (almeno due milioni), polacchi non ebrei (circa due milioni), slavi (1-2,5 milioni), dissidenti politici (1-1,5 milioni), zingari (forse mezzo milione), omosessuali (5-15 mila), portatori di handicap o di malattie mentali (duecentomila). Secondo stime variabili, un numero di vittime complessivamente compreso tra i 12 e i 17 milioni furono eliminate dalla Storia con una furia sistematica. E la fluttuazione dei dati serve a rendere ancora più terribile l’orrore, per quanto possibile, conferendo alle proporzioni dell’Olocausto un carattere di incertezza. Per ricordare i caduti dello sterminio, nel 2005 la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito il Giorno Internazionale della Memoria.

Altre nazioni, come l’Italia (fin dal 2000), avevano adottato la commemorazione del 27 gennaio già da tempo. D’altro canto, non so quanto possa giovare effettivamente un “giorno della memoria”, al di là del ricordo in sé di quanti caddero vittime della follia. La notizia che un quinto dei ragazzi tedeschi tra i 18 e i 30 anni ignori la reale entità dell’orrore consumatosi ad Auschwitz allunga un’ombra inquietante su questa data. E’ la dimostrazione pratica che non bastano tutte le istituzioni del mondo, la concordanza d’intenti internazionale, il martellare mediatico, a sostenere la prova della Storia. Occorrerebbe al contrario un lavoro sistematico di formazione. Probabilmente, portare le scolaresche in gita presso i campi di sterminio in Polonia o anche solo i diversi centri di internamento allestiti lungo l’asse della penisola, potrebbe servire  altrettanto alla loro crescita umana quanto la vista di un affresco o di un museo di storia naturale. Ma riuscirci presupporrebbe un paese con una sua coscienza, che riesca a tutelare gli scavi di Pompei dai crolli e le sue città dalle ritorsioni della natura, e che sappia valorizzare un patrimonio storico vastissimo, che forse non tutti hanno l’interesse di considerare.

Il Ventennio Fascista, tanto rimpianto nell’ondata di disorientato qualunquismo che si avverte montare negli ultimi tempi, significò oltre a tante altre indecenze anche questo e questo (una lista sola non basta, e anche questo è significativo). In periodi di crisi come questo, il malumore galoppante si trascina purtroppo dietro tutto uno strascico di rigurgiti pseudofascisti, razzisti, nazionalisti, e il passo da lì al neonazismo è breve. La teorizzazione di una qualche forma di superiorità, per diritto naturale o acquisito, è un viatico verso lo sprofondamento. Fortunatamente, la letteratura e il cinema ci hanno fornito materiale di eccellente qualità per propagare la memoria, rinsaldandone la tenuta. Lasciando da parte i classici e il mainstream, anche nell’ambito della fantascienza possiamo trovare opere di prima grandezza e di estrema utilità ai nostri scopi.

Basti pensare a La svastica sul sole (romanzo del 1962, vincitore del Premio Hugo), in cui Philip K. Dick immagina uno scenario ucronico nato dalla vittoria delle potenze dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale e dalla loro conseguente spartizione del mondo; oppure ai bestseller Fatherland (1992), serratissimo thriller di storia alternativa di Robert Harris, e Il complotto contro l’America (2004), acclamata sintesi di bildungsroman e fantapolitica di Philip Roth. O ancora L’arcobaleno della gravità (1973), che valse a Thomas Pynchon il National Book Award, che si svolge nelle concitate fasi finali della caduta (ma sarà davvero caduta?) del Terzo Reich, e Il sindacato dei poliziotti yiddish (2007), notevolissima detective story di Michael Chabon che si riallaccia direttamente al filone delle ucronie, proponendo sulla Shoah un punto di vista obliquo. Charlie Stross sceglie al contrario di esaminare il genocidio dalla prospettiva del futuro profondo, ne L’alba del disastro (2004), dove l’incubo proviene da pianeti remoti oppressi sotto il tallone di ferro di una setta di cyborg neonazisti. Ma l’affresco più efficace di ciò che significa l’odio, dedicato agli effetti devastanti a cui può condurre se seminato nel suolo sempre fertile dell’ignoranza, ce lo offre forse Thomas Disch, che nel suo terribile e toccante Campo Archimede (1968), realizza con grazia straordinaria una perfetta attuazione del teorema ballardiano dell’inner space, risalendo concentricamente la gerarchia delle dimensioni dal microcosmo personale del protagonista (un poeta comunista imprigionato nel campo del titolo per la sua renitenza alla leva, in un’America totalitaria e bigotta del prossimo futuro) alla sfera universale del genere umano.

Ispirato dal famigerato furto dell’iscrizione posta sull’ingresso di Auschwitz, non si può dimenticare il racconto di Stefano Di Marino La memoria rende liberi, riuscitissima incursione dell’autore nei territori della fantascienza, incluso nell’antologia Sul filo del rasoio (2010), curata per il Supergiallo Mondadori da Gianfranco de Turris (a riprova, una volta ancora se necessario, della pretestuosità infondata di certe accuse che hanno investito - anche di recente - il suo lavoro nell’ambito del fantastico).

Di Fatherland nel 1994 fu anche tratta una trasposizione televisiva per la HBO, con Rutger Hauer nei pannidel protagonista. E un paio d’anni fa circolò la notizia che la BBC avesse messo in cantiere una miniserie in quattro episodi tratta da La svastica sul sole, con Ridley Scott nel ruolo di produttore esecutivo, di cui si sono purtroppo perse le tracce. Ma per venire a incubi cinematografici già trasposti su celluloide, vanno segnalati Europa (1991), capitolo finale del trittico del danese Lars von Trier dedicato al vecchio continente, tra toni surreali e seduzioni ucroniche. Più recentemente, il regista inglese Dennis Gansel ha delineato nel suo L’Onda (2008) il pericolo di un riflusso autocratico, sorto in seno a un esperimento scolastico e presto degenerato in incubo. Il fascino dei totalitarismi - è questo il teorema che emerge da entrambi i film citati - attecchisce nel disagio, soprattutto in periodi di smarrimento storico e di apparente disaffezione alla politica.

Un quadro fin troppo familiare. Presidiare il passato, anche attraverso le forme di riscrittura critica operate dall’ucronia, è una valida strategia per difendere il futuro. Almeno mi piace crederlo, specie di questi tempi.

La classe operaia andrà in paradiso?

Posted on Settembre 6th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | No Comments »

Io non so se la classe operaia ha un suo paradiso ad attenderla. Di sicuro, dopo aver spinto sempre più famiglie sotto la soglia della povertà, si sta facendo di tutto per rendere un inferno la vita in terra dei lavoratori dipendenti, sia nel settore privato che in quello pubblico, per una volta senza distinzioni né favoritismi. Per la situazione che vedo intorno a me ogni giorno, posso considerarmi fortunato: contratto a tempo indeterminato, salario garantito, massima attenzione alla sicurezza sul lavoro. Eppure sento che qualcosa che non va deve esserci, se a 5 anni da una laurea conseguita con il massimo dei voti non posso ancora permettermi di fare lo straccio di un piano a media scadenza, e come me molti altri. Se guardandomi intorno vedo laureati brillanti intrappolati nella routine dei lavori a tempo determinato, delle collaborazioni gratuite, dei corsi di formazione forzati, degli impieghi temporanei sottoqualificati e sottopagati; se vedo amici costretti a ingannare il tempo davanti a un bar; se persone di indubbio valore sono costrette a fare la via crucis delle agenzie interinali, per scoprire che il loro nominativo è utile solo ad allungare la lista dei contatti dell’ufficio, aumentandone la reputazione presso i clienti. Se un governo vara una manovra finanziaria senza capo né coda e la modifica 3 volte nel giro di due settimane, arrivando a includere nel testo tutto e il contrario di tutto fino alle modifiche costituzionali, tutto questo dopo aver ripetuto a oltranza che la crisi era un’invenzione della solita gente che vuol male al Paese.

Ecco, questo è un Paese che secondo me ha bisogno di darsi una regolata. Dopo esserci fatti rubare il futuro sotto il naso, stiamo lasciando che il futuro lo rubino anche alle generazioni che verranno, con uno strascico culturale, politico e sociale da cui sarà difficile riprendersi in tempi brevi. E per troppo tempo penso di essere rimasto alla finestra a guardare, in attesa di veder passare nel fiume il corpo del Nemico. Penso che almeno per me sia giunto il momento di dire basta: sono stanco che altri si accollino il lavoro sporco, nella consapevolezza che la loro lotta è giusta e potrebbe/dovrebbe portare un miglioramento anche della mia condizione e della gente che mi sta intorno.

Siamo tutti sotto ricatto: se non personalmente, lo vediamo nelle facce degli amici, dei parenti. E a questo punto diventa una questione di diritti e di dignità, di coscienza e di valori. La logica del dominio impostaci da un’egemonia culturale e politica scriteriata e dissennata ha prosciugato il bacino dei sogni e delle speranze lasciandoci di fronte all’orizzonte desolato di un futuro zero: ridotto ai minimi termini, e forse nemmeno più quelli. Sarebbe anche ora che ci riprendessimo quello che ci spetta. E se verrà il momento, io voglio essermelo guadagnato con le mie mani. E se invece così non dovesse essere, non sarà certo stato un sacrificio in più ad avermi cambiato la vita.

Non so se lo Sciopero Generale indetto dalla CGIL sortirà qualche effetto. Ma pur senza riconoscermi in questo sindacato, oggi mi sono sentito in dovere di prendervi parte. Ero un numero, certo. Lo sono sempre stato e lo saremo sempre, tutti. Ma la teoria del caos insegna che a volte bastano gli infinitesimi per produrre esiti di portata catastrofica. Questa volta la catastrofe è proprio ciò che andrebbe evitato. E se forse è troppo sperare che anche qui da noi si giunga a una presa di coscienza sul modello islandese (come legittimamente evocato su HyperHouse), sono decisamente stanco di assistere al vecchio spettacolo del nano che saltella allegramente con i suoi clown e le sue ballerine svestite sull’orlo del baratro. E’ in cartellone da troppo tempo e non è mai riuscito a strapparmi mezza risata.

Il furto del futuro e i suoi effetti imprevedibili

Posted on Novembre 30th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro | 2 Comments »

Comunque andrà a finire - e per il governo tira un brutto vento - resta il fatto che è dalla Pantera dei primi anni ‘90 che non si vedeva una mobilitazione di queste proporzioni intorno alla scuola italiana. Tuttavia, con la risonanza garantita dai mass media e l’immediatezza della notizia assicurata dalla rete, il movimento studentesco assume una dimensione diversa. Fatte le dovute distinzioni, sembra quasi di assistere alle stesse drammatiche scene tratte di peso da Little Brother di Cory Doctorow: ci sono i ragazzi che finalmente si rendono conto (o fingono di rendersi conto, per convenienza o intuizione) che gli ultimi due decenni di politica all’acqua di rose hanno consumato il più grave dei crimini immaginabili nei loro confronti, il furto del futuro; c’è la risposta dura del ministero degli Interni, che militarizza città intere, capitale inclusa; c’è sullo sfondo l’ombra di un governo ormai inerte, allo sbaraglio, che si ostina a varare provvedimenti snaturati al solo scopo di assicurare una parvenza di operosità che ne legittimi la r-esistenza agli occhi dei cittadini, ammansiti dall’informazione di stato. Per fortuna mancano le deportazioni arbitrarie e l’imposizione di uno stato di emergenza nazionale, ma con l’aria che tira chi può dire quanto durerà ancora?

Mentre si consuma il tracollo del sistema Italia, man mano che si susseguono notizie sul rischio default che dalla Grecia e dall’Irlanda rischia di estendersi al Portogallo, alla Spagna e quindi all’Italia, il nostro Premier rinsalda le alleanze con governi non democraticamente eletti (vedi alla voce Libia) o quanto meno in odor di mafia (vedi alla voce Russia). E la scena geopolitica è complicata dal meccanismo di sospetto e screditamento innescato dal cablegate di Wikileaks. Se non è uno scenario da ultimi giorni, non riesco a figurarmi davvero niente che gli somigli di più. Non so se le proteste di questi giorni e quelle che renderanno ancora più calda la fine dell’autunno si concretizzeranno in effetti palpabili nei confronti dell’egemonia culturale, fatta di qualunquismo e pressapochismo, che ha condizionato queste ultime due decadi nel Bel Paese. Di certo - se, come diceva Vendola a Bologna la scorsa settimana, “sono riusciti nell’inimmaginabile, farci rimpiangere perfino Andreotti” -  non tira una bella aria proprio per nessuno, in questo paese delle meraviglie che è diventata l’Italia.

Sono tempi incerti e si prefigura una stagione di instabilità ancora maggiore. Come ne verremo fuori, al momento attuale credo che per chiunque sia impossibile dirlo. Ma se un tempo le battaglie erano mosse da obiettivi precisi, con l’astuta sottrazione del futuro operata ai danni delle generazioni più giovani dai governi di destra e di sinistra da Craxi in avanti, i termini del confronto sfumano in una dimensione di sempre più difficile definizione. Hanno pensato di sostituire l’aspirazione al futuro con un sogno confezionato su misura, un diritto con un sogno bagnato, ma il giocattolo sta rivelando la propria natura posticcia. E un conto è lottare per un ideale, un conto è muoversi spinti dalla rabbia, dall’esasperazione e dalla sete di vendetta. Ma con i cervelli anestetizzati, ci è rimasta in funzione solo la pancia. E con quella, purtroppo, non ci sono margini di manovra per provare a ragionare o scendere a patti.

Sui monti con i Lupi

Posted on Agosto 4th, 2010 in Graffiti | 3 Comments »

(via Moskatomika)

Perramus (III)

Posted on Maggio 4th, 2010 in Graffiti, Letture | 11 Comments »

[Tempo fa, spinto dall’invito di Danielepase, mi sono interessato all’introvabile Perramus. Con il consueto formidabile supporto di Maurizio “Gunman” Fontanella, mio fornitore di fiducia di letture fumettistiche, sono riuscito ad agguantare il terzo episodio della saga dedicata all’enigmatico antieroe argentino, spezzato in dieci puntate sulle uscite de L’Eternauta, tra il 1988 e il 1989. Per il momento non sono riuscito a fare di meglio, ma so che alla pubblicazione cominciata nel 1984 dovrebbe essere seguita una raccolta in quattro volumi e l’obiettivo è entrarne in possesso, prima o poi. Per il momento, mi sono goduto questa terza avventura di Perramus, che porta sull’Isola del Guano l’uomo senza memoria, in fuga dal passato, che si è dato il nome di un impermeabile. “È un marchio, non un nome”, protesta un personaggio. In tempi di crisi dell’individuo e di esasperato individualismo, fa qualche differenza?]

Di ritorno da Stoccolma, dove l’Accademia Svedese gli ha tributato l’atteso Nobel premiando “l’opera letteraria di un creatore eccezionale, lungamente emarginato per equivoci ideologici e d’altro genere”, Jorge Luis Borges scampa per un pelo a un agguato teso dai Marescialli di Santa Maria, indispettiti da una dichiarazione rilasciata dal Maestro al momento della consegna. La scomoda affermazione recita testualmente: “Un tempo mi preoccupavano i governi che facevano sparire certi libri dagli scaffali… poi ho capito che era più grave far sparire i lettori dalle loro case” e viene pronunciata con un sorriso reso serafico dal tratto fortemente espressionista e caricaturale di Alberto Breccia. E questo è solo l’inizio del terzo di quattro episodi dedicati da Breccia, su testi del romanziere e poeta Juan Sasturain, all’enigmatico Perramus, al fosco Canelones e al paradossale Nemico, compagni di viaggio di Borges in un’avventura surreale e paradossale che fotografa i contrasti tra le luci e le ombre, tra le angosce dietro le tende e le speranze oltre i vetri dell’Argentina appena uscita dalla Guerra Sucia. Nella finzione, i tre sono protagonisti della raccolta di racconti Fricciones, che vale appunto il Nobel al grande scrittore argentino, “e se abitualmente i personaggi esistono e sono determinati dalla scrittura dell’autore, nel caso delle mie Fricciones sono stati invece i personaggi stessi a segnare per sempre colui al quale è toccato in sorte di essere, per puro accidente, il semplice autore”. Finiscono così per accompagnare il Maestro in quest’avventura che li precipita di male in peggio, spedendoli dopo il tentativo di sequestro da parte degli scherani del governo sull’Isola di Mr. Whitesnow, la capitale mondiale del guano.

Non dobbiamo dimenticare che Alberto Breccia era stato strettissimo collaboratore di Hector Oesterheld e che proprio con il padre dell’Eternauta aveva lavorato su una vita a fumetti del Che che, molto probabilmente, fu una delle ragioni che portarono al rapimento e alla successiva sparizione dello sceneggiatore nel 1977. Quando si mise all’opera su Perramus, nel 1983, il ricordo dell’amico desaparecido doveva vibrare intenso, e possiamo ritrovarlo ancora nitido in una dichiarazione rilasciata dallo stesso artista a Milano nel 1988, in occasione di una mostra dedicata alla sua opera: “Non volevamo che calasse la tensione, che gli argentini tornassero a veder rosa troppo presto”.

E se la minaccia sinistra della dittatura dei generali si staglia sullo sfondo anche di questo terzo episodio ambientato fuori dall’Argentina, su un’immaginaria isola che potrebbe essere un paradiso caraibico come un’immaginaria reinterpretazione delle Malvinas/Falkland, Breccia e Sasturain trovano nel paradosso la chiave di lettura della storia. L’Isola è un luogo non meno emblematico delle figure dei quattro protagonisti, nella cui allegoria vive trasfigurata la tragicomica situazione di ogni repubblica delle banane. La repubblica del guano basa sugli escrementi dei volatili la propria precaria economia e i suoi abitanti sono pertanto costretti ad attendere con ansia una pioggia fecale per vedere risollevate le sorti stagnanti della propria nazione. “Il problema non è la merda. Al contrario, è la soluzione!” insegna il lacchè di Mr. Whitesnow. Paradigmatico e attualissimo tuttora, non è vero?

A contrapporsi al regime, si batte ormai solo il Circo Isolano Clandestino, erede spirituale dell’antica tradizione circense dell’Isola messa al bando dalla dittatura (che è arrivata a dichiarare fuorilegge la stessa parola “pagliaccio”, come se fosse la più affilata delle armi contro il governo… e forse è davvero così), che oppone una strenua ed eroica resistenza all’assenza di fantasia di “un’isola di merda”. Caduto nelle mani di Mr. Whitesnow, Borges è costretto a tenere conferenze a una platea di nani, il simbolo vivente dell’antica cultura abolita dal nuovo regime, sorvegliato da un Perramus sempre più disincantato e cinico, mentre Canelones e il Nemico finiscono nelle mani del C.I.C. e si lasciano coinvolgere nella causa persa della resistenza. E quando un tentativo di scuotere le coscienze con un blitz circense in una fabbrica di guano fallisce davanti all’incapacità degli operai di divertirsi, la critica della rivoluzione vive il suo requiem nelle parole definitive del Nemico, già avversario del regime prima di ritirarsi in esilio: “Sappiamo che abbiamo ragione, forse… Ma oltre ad avere ragione, bisogna convincere la maggioranza… Una verità per pochi è quasi una menzogna…”

Da qui in poi è tutta una concatenazione di episodi, con continui capovolgimenti di fronte tra la resistenza e il regime di Mr. Whitesnow, finché questi non accusa di tradimento Borges e Perramus e li condanna all’esilio per cannoneggiamento fuori dalle frontiere dell’Isola e una provvidenziale pioggia di guano interrompe la cerimonia ricoprendo di merda gli astanti. È solo il presagio dello sbarco sull’Isola dei gringos di Mr. Mastershit (la cui fantasia diplomatica richiama in una certa misura la figura-chiave di Henry Kissinger), che porta un progetto innovativo per sfruttare il “fenomeno fisiologico” che si scontra presto con i piani di predominio di Mr. Whitesnow, obbligando quest’ultimo ad abbracciare la causa della resistenza per scacciare gli invasori dall’Isola. La sontuosa sarabanda finale è il culmine prodigioso del caos e del grottesco, che porta all’unica soluzione possibile: una rivoluzione dal sapore amaro di restaurazione.

E il senso della storia orchestrata con estro e impreziosita da tocchi di dirompente ironia da Sasturain e Breccia è tutto concentrato in uno scambio tra Borges e Perramus, collocato proprio nel fulcro narrativo attorno a cui si dipana l’intreccio.

Perramus: «Maestro, stanno dormendo… Perché insiste sull’argumentum ornithologicum?»
Borges: «Io non parlo affinché mi ascoltino, così come non mangio affinché mi pesino o sono cresciuto affinché mi misurassero… Capisce?»
Perramus: «No.»
Borges: «Non importa. Non le spiego affinché capisca.»

C’è altro da aggiungere?

25 aprile: Fiori alla memoria

Posted on Aprile 25th, 2010 in Agitprop, Letture | 1 Comment »

Hanno reso la parola “partigiano” un insulto, rimosso il ricordo del sacrificio dei milioni di italiani mandati al fronte facendo leva sulla miseria, perseverato nella strategia dell’oblio fino a renderne istituzionale l’applicazione, a esclusivo beneficio della loro posizione attuale e della sua perpetuazione. Ma anche per questo, nella lunga e quasi mai gloriosa storia d’Italia, questa è una delle pagine che andrebbero non solo salvate, ma difese con le unghie e con i denti, fino all’ultima parola. Una pagina scritta con il sangue, grazie alla dedizione, al coraggio e alla coerenza di chi si batté per la Libertà sotto la bandiera della Resistenza.

Per ringraziare - perché non ci può essere altro modo di celebrare la ricorrenza che ringraziando e rendendo omaggio a chi rese possibile la sconfitta del nazifascismo - non ho trovato un modo migliore che riportare qui una pagina significativa di Fiori alla memoria, bellissimo poliziesco firmato dal grande Loriano Macchiavelli.

Sarti si siede di fianco a Rosas e, come Rosas, si limita a guardare la valle. Poi, chissà quanto tempo dopo, è proprio Rosas che comincia:
«Se vogliamo essere onesti, non è che il loro sacrificio sia stato del tutto utile: oggi ce ne accorgiamo bene. Ma loro, poveretti, non immaginavano che sarebbe finita così.»
Sarti ha capito di chi sta parlando e lo lascia dire:
«Fare un monumento alla loro memoria, oggi, non ha proprio nessun senso: ci siamo dimenticati perfino del perché sono morti. Può essere solo una sfida a chi vuole che dimentichiamo anche la loro morte. Una sfida che poi è inutile, perché non possiamo venire qui tutte le notti; prima o poi metteranno un paio di candelotti…»
[...] Rosas si leva gli occhiali, chiude gli occhi e si sdraia. Dice:
«Erano in cinquantatré e li hanno uccisi tutti. Massacrati senza che potessero neppure difendersi.»
Indica col braccio teso la collinetta che sta sopra le loro teste e domina il monumento:
«Di là hanno sparato, sparato, e sparato. Fino a quando ne hanno visto uno muovere un dito. Un lavoro ben fatto, con tutto il tempo che ci vuole per mettere in posizione le mitragliatrici e il resto…»
Né io e, credo, neppure Sarti, sapevamo come si fossero svolti i fatti: siamo molto ignoranti. Ma non so se è solamente colpa nostra.

Parole scritte nel 1975. Sembra che da allora non siamo stati capaci di procedere di un passo.

1945-2010: resistere al bispensiero

Posted on Aprile 24th, 2010 in Agitprop, Stigmatikos Logos | 1 Comment »

“Raccontare deliberatamente menzogne ed allo stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile.”

George Orwell - 1984

In tempi di egemonia del bispensiero, non dovrebbe sorprendere più di tanto il trattamento vergognoso riservato alla Resistenza da una larga parte della classe politica che ci ritroviamo. Una parola voglio tuttavia spenderla lo stesso e voglio farlo oggi per non imbrattare il pensiero (non doppio) che ho intenzione di lasciare in bacheca domani per il 25 aprile, nella ricorrenza del 65° anniversario della liberazione dal giogo nazifascista.

Quello che vedete qui di fianco è Edmondo Cirielli, parlamentare del PDL che ricopre contemporaneamente le cariche di presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati e di presidente della Provincia di Salerno. Proprio a Salerno Cirielli ha dato prova del suo rigore intellettuale in occasione dei preparativi per le celebrazioni del 25 aprile. La storia dei manifesti predisposti dalla Provincia e affissi per la città è rimbalzata sulle principali testate nazionali, da Repubblica al Corriere della Sera. In questi manifesti, nessun riferimento al ruolo dei partigiani nella lotta di liberazione dell’Italia, ma un fin troppo zelante ringraziamento all’esercito americano “per l’intervento nella nostra terra che ha sancito un’alleanza che ha garantito un luogo periodo di pace e di progresso economico e sociale, senza precedenti e che ha salvato l’Italia, come l’Europa, dalla dittatura comunista”.

La minaccia più grande, mentre una generazione di italiani dedicava la propria vita alla libertà nelle nostre città e nelle nostre campagne, sarebbe stata quindi per Cirielli quella comunista, in un saggio di manipolazione dell’informazione che incanta e che ribadisce - proprio come un disco incantato - sulla sua pagina di Facebook:

“Il senso del manifesto per la celebrazione del 65° anniversario della Liberazione è molto chiaro ed è reso palese dalla lingua italiana. La presa di distanza dalle conseguenze nefaste per la democrazia dell’esperienza fascista è, inequivocabilmente, scritta nel manifesto. La realtà è che una certa cultura antidemocratica, per anni a servizio (a volte anche a pagamento) della Russia comunista, vuole negare alle giovani generazioni la possibilità di conoscere una serie di verità storiche, che io invece ho inteso sottolineare. Se ci avesse liberato l’Armata Rossa, anziché gli Americani, per 50 anni non saremmo stati un paese libero.”

Un vero campione delle verità storiche, non c’è che dire. Davvero. Ma delle verità riscritte a regola d’arte e spacciate come fatti inoppugnabili. E che dietro questo ennesimo episodio di revisionismo storico si celi la consueta miscela di malafede e di semplice ignoranza, al momento non fa alcuna differenza. Quello che resta come dato di fatto è la vergogna per la mia terra provocatami da chi la rappresenta e l’amministra come se fosse il proprio feudo, con la licenza di riscrivere la storia e infilare su un manifesto pubblico le peggiori oscenità culturali, replicando a livello territoriale quello che ormai è un paradigma nazionale imposto, accettato e tollerato da tutti.

E non consoliamoci al pensiero che Orwell lo aveva previsto. Contro chi vuole riscrivere la nostra storia, bisogna ribadire il valore della Resistenza, della responsabilità individuale e della coscienza civile di cui ciascuno di noi è provvisto. Resistere, resistere, resistere: all’amnesia collettiva, alla rimozione di Stato, all’oblio come istituzione fondante di un presente effimero. Oggi, con la stessa tenacia di 65 anni fa.

Memorie alternative

Posted on Gennaio 15th, 2010 in Agitprop, ROSTA | 3 Comments »

 

Il furto dell’iscrizione che sovrastava l’entrata del campo di Auschwitz ha fatto molto parlare nel periodo di Natale e ha offerto lo spunto anche per una elegante e profonda riflessione di Alessandro Portelli sui meccanismi della memoria (della sua preservazione contro le insidie della rimozione e sostituzione a cui è continuamente esposta la Storia), pubblicata sul Manifesto e sul suo blog, che mi veniva a suo tempo segnalata da Proietti.

Il passaggio chiave è il seguente:

Ora, la memoria non è né una cosa buona né una cosa cattiva: come la respirazione, è una funzione inevitabile degli esseri umani, in una certa misura è addirittura involontaria – non possiamo decidere di non avere memoria, così come non possiamo decidere di non respirare. Ma proprio per questo, come possiamo impegnarci su come respirare, su che aria vogliamo metterci nei polmoni, anche sulla memoria possiamo lavorare, esercitarci, fare attenzione, essere il più possibile coscienti di come e che cosa ricordiamo. Per questo, la memoria non è un dato stabile ma un terreno di conflitto: se abbassiamo per un attimo la vigilanza, la nostra mente sarà posseduta da cattive memorie, da memorie altrui: siamo come gli eroi cyberpunk di William Gibson, capaci di espandere all’infinito la propria coscienza nel ciberspazio, ma vulnerabili ogni momento dall’invasione del ciberspazio nell’intimo più profondo della propria psiche.
L’ossessione conservatrice e reazionaria per la memoria nasce da qui: all’impossibilità di dimenticare e di far dimenticare incubi del passato si risponde cercando di controllarli e di sostituirli con memorie alternative. La resistenza, certo, sta nell’impedire la cancellazione dei segni e dei simboli, ed è un bene che la scritta di Auschwitz sia tornata al suo posto (a me piacerebbe che i segni della frammentazione a cui è stata sottoposta dai rapitori restassero visibili – segni di una seconda memoria, della memoria della profanazione). Ma la resistenza sta soprattutto dentro di noi, sta anche nella nostra capacità di ricordare senza dipendere troppo dai promemoria e dagli oggetti.

Ma vi consiglio davvero di leggere tutto il pezzo, per apprezzare il rigore di una critica che fotografa spietatamente le crepe aperte nell’edificio della nostra società.

Accade anche questo…

Posted on Dicembre 15th, 2009 in Agitprop, Fantascienza | 3 Comments »

… che per una domanda uno scrittore di fantascienza venga malmenato, sbattuto in cella e trattenuto per tre ore dalla polizia di confine degli USA e quindi privato di tutti i suoi effetti personali al rilascio (inclusi appunti, foto e cappotto) e per di più accusato di aggressione ai danni di un agente federale. E quando c’è di mezzo il Dipartimento della Sicurezza Interna (come insegna Cory Doctorow), c’è poco da scherzare. Peter Watts, autore e ricercatore canadese purtroppo poco noto in Italia ma di cui va ricordato almeno il pregevolissimo primo volume dedicato alla sua saga dei rifter (edito da Solaria, qualche era fa, con il titolo non proprio seducente di Stelle di mare), è lo sventurato protagonista di questa storia.

Lo stesso Doctorow denunciava tempestivamente l’accaduto su Boing Boing poche ore dopo i fatti (ringrazio Zebulon Carter per la segnalazione) e Watts ne parlava sul suo blog (da oggi tra i miei preferiti, nella barra dei link qui a destra) in termini tanto fantascientifici da mettere i brividi per le implicazioni, appena rientrato a casa dalla brutta esperienza. La notizia è stata ripresa da molti amici e colleghi di Watts, inclusi John Scalzi e Richard Morgan. La loro mobilitazione è stata anche finanziaria e sta contribuendo al fondo di Watts per affrontare spese legali che, vista la gravità delle accuse a suo carico, rischiano seriamente di buttarlo sul lastrico.

Considerando il clima di astio e frustrazione che domina la “comunità” (si può ancora chiamarla così? ho i miei dubbi…) del fantastico italiano, se fosse successo a un autore in Italia adesso ci sarebbero un centinaio di suoi colleghi appostati in riva al fiume in attesa di veder passare il cadavere, sincerarsi della sua sventura e godersi lo spettacolo. Per fortuna esistono dei modelli a cui guardare non solo sulla carta ma anche nel comportamento umano. La professionalità è anche questo. Dovrebbe essere anche questo, sebbene la maggioranza voglia dimenticarsene.

Esprimo quindi solidarietà a Peter Watts e ammirazione e apprezzamento per il clima di calore umano che ho visto crearsi attorno a lui. Spero che la situazione si risolva per il meglio e che alla fine, come merita, sia la giustizia a prevalere. My two cents from Italian rift.

Over.