Ultime da San Narciso

Posted on Febbraio 1st, 2013 in Criptogrammi | 11 Comments »

Ho finito da poco la seconda rilettura integrale de L’incanto del lotto 49 (la prima della nuova, efficacissima e illuminante traduzione di Massimo Bocchiola) e il recluso della letteratura americana, il divo sfuggente che sublima la propria assenza in una presenza costante, capace di aleggiare su ogni discorso sulla frontiera contemporanea dell’immaginario, Thomas Pynchon se non si fosse capito, torna a invadere il mio piccolo settore di realtà.

Lo fa con una gragnuola di notizie che lo riguardano e che oggi - dopo la lettura del bell’articolo di Tommaso Pincio che correda su La Lettura, inserto letterario domenicale del Corriere della Sera, una mappa psichedelica della genesi de L’arcobaleno della gravità - ho pensato di raccogliere in una sorta di avviso ai naviganti.

Prima news di attualità: il 27 febbraio prossimo, con un giorno di anticipo rispetto al quarantesimo anniversario della prima edizione USA, Rizzoli darà alle stampe una nuova edizione celebrativa de L’arcobaleno della gravità. Non è dato sapere se si tratti di un’edizione deluxe (magari corredata di qualche extra - è chiedere troppo, vero?) o di una semplice ristampa dell’economica ancora in circolazione, ma chi è interessato tenga d’occhio gli scaffali delle librerie.

Seconda news: i lettori che già hanno abbracciato il digitale possono intanto trovare in lingua inglese il catalogo completo delle opere di Pynchon in formato elettronico. Dallo scorso anno, con una campagna di lancio virale di cui ci parla Viviana Lisanti su Finzioni Magazine, la Penguin ha infatti ripubblicato integralmente la sua opera omnia per il mercato dell’e-book.

Terza news: il prossimo romanzo del nostro è invece atteso per l’autunno (plausibilmente in Italia lo vedremo quindi nel 2014, se si conferma la tradizione che negli ultimi anni vuole l’editoria nostrana particolarmente attenta alle nuove uscite pynchoniane) e si intitolerà Bleeding Edge. Nient’altro è dato sapere al momento, ma questo non deve sorprenderci: magari, come accaduto per Against the Day (quando Pynchon caricò personalmente una sua sinossi del romanzo su Amazon) e per Inherent Vice (con un booktrailer ufficiale raccontato dalla voce fuori campo di Pynchon in persona), sarà lo stesso autore ad avvertirci e condividere con noi ciò che è necessario, quando verrà il momento.

Quarta botta, per chiudere in bellezza: Paul Thomas Anderson, regista che scoprii grazie alla sua opera d’esordio Sydney (1996), un noir rarefatto con un cast che di lì a poco sarebbe diventato stellare (Samuel L. Jackson, Gwyneth Paltrow, Philip Seymour Hoffman) capitanato da un intenso Philip Baker Hall, è al lavoro sullo script di Inherent Vice, confermando così le voci che davano il libro come il primo per il quale Pynchon avesse accettato di cedere i diritti cinematografici. Difficile in effetti immaginare un autore più adatto di Anderson per rendere la complessità e l’ironia di un’opera pynchoniana: forse potrebbero avere qualche chance i Fratelli Coen, ma Anderson ha ammesso di essere un fan di Pynchon fin dall’adolescenza e questo gli fa guadagnare sicuramente dei punti di vantaggio. Contrariamente a quanto affermava solo la scorsa estate, sembrerebbe che il regista californiano sia al lavoro sulla sceneggiatura direttamente con Pynchon, e noi miseri mortali possiamo solo immaginare come possa essere confrontarsi quotidianamente con il più grande scrittore vivente per tradurre in immagini le sue visioni folgoranti. Notizia dell’ultim’ora: la Annapurna Pictures ha raggiunto un accordo con Joaquin Phoenix, fresco con Anderson del successo di The Master, per impersonare il ruolo di Doc Sportello. Phoenix rimpiazza Robert Downey Jr, che si è dissociato dalla produzione per ragioni non ancora trapelate e che personalmente avrei visto perfetto per il ruolo del detective fricchettone di Thomas Pynchon, ma non può certo dirsi una seconda scelta, data la considerazione che ha di lui il regista californiano.

Anderson spera di poter cominciare le riprese quest’anno. E noi teniamo le dita incrociate per lui.

Il bene maggiore

Posted on Settembre 13th, 2012 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro | 3 Comments »

Interessante editoriale di Massimo Mantellini su Punto Informatico, lunedì scorso. Si parla delle ricadute sociali delle nuove tecnologie e di alcune posizioni che potremmo definire scettiche espresse da intellettuali del calibro di Zygmunt Bauman (proprio lui, lo studioso del postmoderno, teorico della società liquida) e di Philip Roth (autore di capisaldi della letteratura contemporanea e nel 2004 di un’ucronia piuttosto intrigante, Il complotto contro l’America). L’articolo merita la lettura e, se siete interessati all’uso che facciamo del web dinamico o 2.0 nelle nostre vite, da Wikipedia ai social network, vi consiglio di fare un salto di là, prima di proseguire.

La difesa d’ufficio del mondo della rete da parte di Mantellini è legittima e nelle linee generali più che condivisibile (tranne quando assegna a Roth il primato tra gli autori in circolazione… probabilmente Roth s’inserisce nell’empireo delle lettere contemporanee tra i primi quattro pesi massimi, ma per il primato assoluto deve pur sempre vedersela con Thomas Pynchon e Don DeLillo). Il problema è che nello slancio di difesa del medium - e non c’è dubbio, lo sottolineo, che con Google, Wikipedia e compagnia bella oggi si stia decisamente meglio e la vita dei cercatori di informazioni sia notevolmente semplificata - anche l’editorialista rischia di commettere un passo falso. Perché se da un lato l’invettiva affidata alle colonne del New Yorker dovrebbe aver appianato le divergenze tra Roth e l’enciclopedia libera on-line, dall’altro non si può liquidare (passatemi il gioco di parole) Bauman come un luddista.

Nel riconoscere l’importanza crescente rivestita dal web 2.0 nel nostro stile di vita, non si può infatti nemmeno negare che nella maggior parte dei casi derivati dalla nostra esperienza diretta le parole con cui Bauman stigmatizza Facebook si limitano a fotografare la realtà dei fatti, nuda e cruda. La tecnologia, lo dicevo anche ieri, rappresenta una risorsa. Ma l’uso che ne facciamo è una responsabilità che ricade in capo a ciascuno di noi. E tra lo scetticismo di un Bauman deluso o di un Roth indignato e la difesa a oltranza di Mantellini, esiste anche un approccio solidale ma critico, che personalmente condivido. Una nuova tecnologia di comunicazione non presuppone necessariamente un arricchimento della persona, un miglioramento del suo stile di vita, in altre parole una ricaduta benefica sul mondo dell’utente. Lo consente, ma l’esito finale dipende pur sempre dalla scelta d’uso che viene fatta. Per dirla in termini matematici, il progresso tecnologico rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente al miglioramento delle nostre vite, sia nella sfera privata che in quella sociale. La qual cosa credo che finisca per incastrarsi piuttosto facilmente negli studi di Bauman sul consumismo e l’omologazione.

Proprio per questo, forse, visto l’utilizzo che fanno del mezzo, alla maggior parte delle persone lì fuori potrebbe giovare un percorso di formazione, utile per l’accrescimento della consapevolezza delle sue potenzialità. Per scartare l’ostacolo delle semplificazioni riduttive, costantemente in agguato sia che si indulga nella nostalgia di maniera sia che ci si abbandoni alle accuse di Neo-Luddismo tanto di moda. E per non accontentarci del male minore, una volta tanto. Ma tendere pur sempre, malgrado le forze contrarie, verso il bene maggiore.

Connect/Dis-connect

Posted on Marzo 19th, 2012 in Connettivismo, ROSTA | No Comments »

Anche l’ultimo post su HyperNext, ispirato dagli articoli di Alan D. Altieri su Carmilla, può essere inquadrato nel più generale discorso degli ultimi giorni sulle strategie di risposta ai guasti arrecati alla nostra cultura come alla nostra coscienza civile dal “ventennio laido” da cui ci stiamo impegnando a uscire, a fatica e sperando sempre che non sia troppo tardi.

Il furto del futuro

Posted on Gennaio 27th, 2012 in Agitprop, Fantascienza, Letture, Proiezioni | 2 Comments »

Oggi ricorrono i 67 anni dell’arrivo ad Auschwitz dei soldati dell’Armata Rossa e la scoperta di ciò che il Terzo Reich aveva significato per milioni di ebrei. Sei per l’esattezza. Oltre che per un numero inferiore ma comunque rilevante di prigionieri sovietici (almeno due milioni), polacchi non ebrei (circa due milioni), slavi (1-2,5 milioni), dissidenti politici (1-1,5 milioni), zingari (forse mezzo milione), omosessuali (5-15 mila), portatori di handicap o di malattie mentali (duecentomila). Secondo stime variabili, un numero di vittime complessivamente compreso tra i 12 e i 17 milioni furono eliminate dalla Storia con una furia sistematica. E la fluttuazione dei dati serve a rendere ancora più terribile l’orrore, per quanto possibile, conferendo alle proporzioni dell’Olocausto un carattere di incertezza. Per ricordare i caduti dello sterminio, nel 2005 la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito il Giorno Internazionale della Memoria.

Altre nazioni, come l’Italia (fin dal 2000), avevano adottato la commemorazione del 27 gennaio già da tempo. D’altro canto, non so quanto possa giovare effettivamente un “giorno della memoria”, al di là del ricordo in sé di quanti caddero vittime della follia. La notizia che un quinto dei ragazzi tedeschi tra i 18 e i 30 anni ignori la reale entità dell’orrore consumatosi ad Auschwitz allunga un’ombra inquietante su questa data. E’ la dimostrazione pratica che non bastano tutte le istituzioni del mondo, la concordanza d’intenti internazionale, il martellare mediatico, a sostenere la prova della Storia. Occorrerebbe al contrario un lavoro sistematico di formazione. Probabilmente, portare le scolaresche in gita presso i campi di sterminio in Polonia o anche solo i diversi centri di internamento allestiti lungo l’asse della penisola, potrebbe servire  altrettanto alla loro crescita umana quanto la vista di un affresco o di un museo di storia naturale. Ma riuscirci presupporrebbe un paese con una sua coscienza, che riesca a tutelare gli scavi di Pompei dai crolli e le sue città dalle ritorsioni della natura, e che sappia valorizzare un patrimonio storico vastissimo, che forse non tutti hanno l’interesse di considerare.

Il Ventennio Fascista, tanto rimpianto nell’ondata di disorientato qualunquismo che si avverte montare negli ultimi tempi, significò oltre a tante altre indecenze anche questo e questo (una lista sola non basta, e anche questo è significativo). In periodi di crisi come questo, il malumore galoppante si trascina purtroppo dietro tutto uno strascico di rigurgiti pseudofascisti, razzisti, nazionalisti, e il passo da lì al neonazismo è breve. La teorizzazione di una qualche forma di superiorità, per diritto naturale o acquisito, è un viatico verso lo sprofondamento. Fortunatamente, la letteratura e il cinema ci hanno fornito materiale di eccellente qualità per propagare la memoria, rinsaldandone la tenuta. Lasciando da parte i classici e il mainstream, anche nell’ambito della fantascienza possiamo trovare opere di prima grandezza e di estrema utilità ai nostri scopi.

Basti pensare a La svastica sul sole (romanzo del 1962, vincitore del Premio Hugo), in cui Philip K. Dick immagina uno scenario ucronico nato dalla vittoria delle potenze dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale e dalla loro conseguente spartizione del mondo; oppure ai bestseller Fatherland (1992), serratissimo thriller di storia alternativa di Robert Harris, e Il complotto contro l’America (2004), acclamata sintesi di bildungsroman e fantapolitica di Philip Roth. O ancora L’arcobaleno della gravità (1973), che valse a Thomas Pynchon il National Book Award, che si svolge nelle concitate fasi finali della caduta (ma sarà davvero caduta?) del Terzo Reich, e Il sindacato dei poliziotti yiddish (2007), notevolissima detective story di Michael Chabon che si riallaccia direttamente al filone delle ucronie, proponendo sulla Shoah un punto di vista obliquo. Charlie Stross sceglie al contrario di esaminare il genocidio dalla prospettiva del futuro profondo, ne L’alba del disastro (2004), dove l’incubo proviene da pianeti remoti oppressi sotto il tallone di ferro di una setta di cyborg neonazisti. Ma l’affresco più efficace di ciò che significa l’odio, dedicato agli effetti devastanti a cui può condurre se seminato nel suolo sempre fertile dell’ignoranza, ce lo offre forse Thomas Disch, che nel suo terribile e toccante Campo Archimede (1968), realizza con grazia straordinaria una perfetta attuazione del teorema ballardiano dell’inner space, risalendo concentricamente la gerarchia delle dimensioni dal microcosmo personale del protagonista (un poeta comunista imprigionato nel campo del titolo per la sua renitenza alla leva, in un’America totalitaria e bigotta del prossimo futuro) alla sfera universale del genere umano.

Ispirato dal famigerato furto dell’iscrizione posta sull’ingresso di Auschwitz, non si può dimenticare il racconto di Stefano Di Marino La memoria rende liberi, riuscitissima incursione dell’autore nei territori della fantascienza, incluso nell’antologia Sul filo del rasoio (2010), curata per il Supergiallo Mondadori da Gianfranco de Turris (a riprova, una volta ancora se necessario, della pretestuosità infondata di certe accuse che hanno investito - anche di recente - il suo lavoro nell’ambito del fantastico).

Di Fatherland nel 1994 fu anche tratta una trasposizione televisiva per la HBO, con Rutger Hauer nei pannidel protagonista. E un paio d’anni fa circolò la notizia che la BBC avesse messo in cantiere una miniserie in quattro episodi tratta da La svastica sul sole, con Ridley Scott nel ruolo di produttore esecutivo, di cui si sono purtroppo perse le tracce. Ma per venire a incubi cinematografici già trasposti su celluloide, vanno segnalati Europa (1991), capitolo finale del trittico del danese Lars von Trier dedicato al vecchio continente, tra toni surreali e seduzioni ucroniche. Più recentemente, il regista inglese Dennis Gansel ha delineato nel suo L’Onda (2008) il pericolo di un riflusso autocratico, sorto in seno a un esperimento scolastico e presto degenerato in incubo. Il fascino dei totalitarismi - è questo il teorema che emerge da entrambi i film citati - attecchisce nel disagio, soprattutto in periodi di smarrimento storico e di apparente disaffezione alla politica.

Un quadro fin troppo familiare. Presidiare il passato, anche attraverso le forme di riscrittura critica operate dall’ucronia, è una valida strategia per difendere il futuro. Almeno mi piace crederlo, specie di questi tempi.

Revenant: a volte ritornano

Posted on Agosto 8th, 2011 in Connettivismo, Nova x-Press | 8 Comments »

Prima della pausa agostana (che, se mi riesce una sorpresa per i lettori del blog, pausa non sarà per lo Strano Attrattore), mi preme tener fede a una promessa fatta a due studenti della facoltà di Psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, Antonio Cerrato e Julian Shabi. I due intraprendenti giovani hanno deciso, bontà loro, di intervistarmi sulla genesi dei racconti di Revenant per la tesina che hanno poi presentato con successo al corso di Antropologia Culturale del prof. Vincenzo Padiglione.

La lunga conversazione, tutta svolta via e-mail la scorsa primavera, è andata a costituire l’ultima sezione del loro saggio, che ha analizzato il fenomeno dei non-morti nell’immaginario degli ultimi decenni, oltre che sul fronte letterario anche su quello televisivo (con la serie Ghost Whisperer - Presenze), cinematografico (con il film The Others) e musicale (il videoclip di Michael Jackson per Thriller). Sono particolarmente contento per loro del risultato, per cui ho pensato con il loro consenso di pubblicare la parte che mi riguarda, in cui vengono affrontati temi di più ampio respiro, sia in ambito letterario (la fantascienza, il fantastico, il connettivismo) che “antropologico” (l’influenza delle leggende della tradizione sull’immaginario dello scrittore), prima di incentrarsi sull’antologia e la sua struttura.

La trovate integralmente dopo il salto.

Nell’immagine, una rappresentazione di Xipe Totec, divinità azteca preposta
alla rinascita, al passaggio dalla vita alla morte e viceversa,
scelta da Cerrato e Shabi come nume tutelare per il loro progetto.

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La fuga narrativa

Posted on Novembre 8th, 2010 in Letture | 3 Comments »

Il saggio di Tom Stafford si apre con un avvertimento (“Ascolta. L’argomento non è dei più facili”), subito seguito da una dichiarazione d’intenti: “Voglio parlare di quanto passa tra l’esperienza e la conoscenza, di quello che accade quando l’una si separa dall’altra”. Per farlo, l’autore (ricercatore del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Sheffield) prende le mosse da un’indagine sull’obbedienza all’autorità che si rifà direttamente all’esperimento di Stanley Milgram, condotto negli anni Sessanta presso l’università di Yale per comprendere cosa potesse spingere la gente comune a partecipare a fenomeni di straordinaria crudeltà come l’Olocausto (e riproposto di recente da una TV francese in forma di reality show/documentario con La Zone Xtreme). Come gli psichiatri interpellati da Milgram per sondare i loro pareri sul numero di cavie umane che, nel loro ruolo di torturatori nell’ambito dell’esperimento, si sarebbero spinte fino ad impartire lesioni gravi o anche letali alle vittime prescelte in risposta agli ordini impartiti dal conduttore del test, siamo portati a pensare che solo le frange patologiche del genere umano si spingerebbero fino a questo limite estremo. L’esperimento di Milgram dimostra al contrario che la realtà è ben più terribile e atroce e ci rivela che il comportamento non è mai il risultato solo del carattere, ma dipende in maniera determinante dalle circostanze, al punto da arrivare a sovvertire anche i nostri più alti ideali e la fiducia che nutriamo verso il nostro libero arbitrio.

Milgram ci insegna che guardando le cose dal di fuori è facile riconoscere la logica morale del problema. Ma dall’interno, la logica appare più sfumata. Si fa, come dire, decisamente più “arbitraria”, specie se le circostanze possono essere manipolate e predisposte per far apparire decisiva l’autorità, esonerando l’individuo dalla propria indipendenza di giudizio.

Ne La fuga narrativa, Stafford mette in relazione l’esperimento sull’obbedienza alla meccanica del sogno.

Penso che i sogni ci dicano qualcosa sulla natura della mente. Ci mostrano come funziona in assenza dei limiti imposti da una realtà esterna coerente e senza una riflessione ponderata. Benché in sogno le nostre menti siano in grado di generare sensazioni, azioni e personaggi, il mondo creato non è stabile. Le persone scompaiono e riappaiono per ragioni misteriose, l’identità è slegata dall’aspetto, e anche se sappiamo che la persona con cui stiamo parlando è il nostro vecchio preside, quello ha la faccia di nostro zio.
La capacità di costruire di punto in bianco un’intera realtà, per quanto instabile, dimostra che la mente non è solo una macchina sensoria. La sua attività più profonda è tessere storie probabili o solo possibili. È questa la funzione lasciata a briglia sciolta nei sogni.

La sua è una intuizione brillante, che conferisce alla capacità di “risvegliarsi” dal contesto della simulazione la causa della resistenza e dell’opposizione degli individui che, per quanto rari nelle molteplici ripetizioni delle diciotto varianti dell’esperimento ideate da Milgrim (test individuali, di gruppo, con o senza contatto visivo con la vittima, e così via), si rifiutarono di procedere con il loro ruolo di torturatori malgrado gli ordini dello scienziato. Questi individui, sostiene Stafford, furono in grado di destarsi e “di descriversi la situazione come un quesito di logica morale”. A determinare quindi la divergenza di comportamento rispetto alla maggioranza delle altre cavie, fu la capacità di formularsi la domanda indispensabile per aprire gli occhi sulla realtà in cui erano calati.

Avvalorando le sue ipotesi con una pregevole scelta di argomenti, Stafford osserva che ciò che spinse queste persone alla disobbedienza è lo stesso impulso che talvolta ci induce a riconoscere un sogno mentre stiamo sognando (e accidentalmente, al di là del sogno lucido, noto più di un punto di contatto tra le sue riflessioni e il tema di Inception) e, per logica deduzione, a interrogarci sugli sviluppi di un racconto mentre siamo ancora immersi nella lettura: “la capacità di astrarre dall’esperienza una sua descrizione”, smettendo i panni del semplice spettatore per indossare quelli del narratore. A questo fattore, questo mistero nascosto nell’animo umano, Stafford dà il nome di fuga narrativa (narrative escape).

Stafford prosegue la sua esposizione riportando i risultati di un ulteriore esperimento, condotto questa volta da Daniel Gilbert, che ci dimostra come alla prima assimilazione tutte le informazioni ricevute vengono catalogate come vere o plausibili dalle nostre facoltà cognitive, e solo in un secondo tempo procediamo al vaglio e alla separazione delle informazioni vere da quelle false (diversamente da quanto si potrebbe supporre, insomma, sull’esistenza di una “quarantena” in cui immagazzinare tutte le informazioni per poi separare quelle vere da quelle false). E, passando per le massime conversazionali di Paul Grice (in particolare: l’interpretazione dei discorsi in relazione al contesto in cui vengono espressi), approda poi alla sentenza pynchoniana: “se riescono a farti fare le domande sbagliate, non dovranno preoccuparsi delle risposte”. Questo concetto, applicato alla mia – insignificante, discutibile – esperienza personale, è illuminante.

Il suo saggio racchiude tutta una casistica di esperimenti volti a portare allo scoperto l’importanza della logica e della morale nella risoluzione di problemi di varia complessità, giungendo a suggerire come esse fungano da miccia e da innesco per attivare la mente umana nella descrizione/visualizzazione narrativa dei problemi, offrendo di fatto una rappresentazione del mondo. Nello scarto tra mente-che-esperisce (che può saggiare la realtà o raccontarsela alla propria maniera) e mente-che-riflette (che invece sa riflettere sul processo dell’esperienza), viene a collocarsi per Stafford la natura della realtà, come pure la verità del processo creativo.

Dove termina l’opera dell’autore e inizia quella del fruitore? Questa domanda ce la siamo posta fin dall’inizio dell’esperienza del connettivismo (ricordo di averne fatto cenno addirittura durante la mia prima partecipazione a una Italcon, nel 2006 a Fiuggi, presentando il movimento al fianco di Sandro Battisti e, se non ricordo male, Andrea Jarok), riflettendo sulle dinamiche di fruizione di un’opera creativa (arte, narrativa, fumetto, cinema) in un’epoca in cui le risorse per integrare e valorizzare il lavoro dell’autore sono facilmente a disposizione del fruitore. E se non è importante riproporre adesso le mie riflessioni sull’argomento (che hanno comunque, inevitabilmente, subito qualche evoluzione sotto l’influsso del tempo e dell’esperienza), ritrovare il medesimo interrogativo alla base del ragionamento di Stafford, sviluppato, documentato e articolato come io non avrei saputo fare, è stata un’esperienza decisamente interessante. Anche per confrontare la sua visione con la mia.

Note a margine

Del tutto accidentalmente, questo è stato il primo vero e-book. Esperienza del tutto inedita, resa piacevole dal fatto che a 40k, il primo editore digitale nativo, sanno davvero come farli, i libri elettronici. Senza fronzoli, compatti, completi di note. Unico problema del nuovo supporto: il rischio di finire sul lastrico, vista la facilità dell’acquisto. Spero almeno che la disponibilità immediata dell’oggetto da leggere mi responsabilizzi sul suo consumo, evitandomi di accumulare sugli scaffali virtuali una mole di volumi confrontabile con quella che sta sommergendo il mio monolocale. Parlando di e-book, vi segnalo infine lo speciale uscito ieri con il nuovo numero di Delos, dove intervengono editori e autori per fare un po’ di chiarezza.

Il mercoledì blu di Frank Latta

Posted on Agosto 27th, 2010 in Criptogrammi | 1 Comment »

La notizia è arrivata il giorno prima che partissi per le ferie ed è stato come un tassello preparato proprio per il grande mosaico di quest’estate, che tra letture e visioni ha reso - in maniera non del tutto volontaria - un importante tributo al mondo del surf. L’australiano Frank Latta, uno dei misconosciuti campioni di questo sport dominato dagli sponsor che dagli sponsor si è sempre tenuto alla larga, ha concluso la sua carriera con un’onda all’età di 63 anni.

Sulla tavola fin dagli anni ‘60, aveva continuato a cavalcare la cresta dell’onda fino agli anni ‘90 e ancora adesso si cimentava con le mareggiate. Proprio una di queste lo ha sorpreso sulla costa settentrionale del Nuovo Galles del Sud lo scorso 4 agosto, fatalmente di mercoledì. Il suo mercoledì da leoni, per fare il verso alla pellicola di John Milius. Coincidenze? Magari era solo destino…

Oppure, per dirla con Thomas Pynchon (che alla cultura californiana intrisa di surf ha dedicato la sua ultima fatica, Inherent Vice):

Come tutti gli altri tipi di paranoia, gli effetti qui riscontrati non sono altro che il sintomo iniziale, il bordo d’attacco prodotto dalla scoperta che tutto è connesso, nel Creato, un’illuminazione secondaria – non ancora l’Illuminazione accecante, ma per lo meno coerente, che forse può costituire una Via d’Accesso per le persone come Čičerin, solitamente tenute ai margini…

[da L'arcobaleno della gravità]

Le intersezioni tra realtà e immaginario a volte danno la sensazione che uno strappo si sia aperto nel velo di Maya. Sta a noi indulgere o meno nella convinzione di intravedere qualcosa al di là.

La scomparsa di Salinger

Posted on Gennaio 30th, 2010 in Nova x-Press | 1 Comment »

Il primo a cui ho pensato, di fronte al clamore suscitato dalla scomparsa di J.D. Salinger sulla stampa italiana, è stato Thomas Pynchon, da qualcuno un tempo sospettato di essere nient’altro che un nom de plume dell’autore di The Catcher in the Rye. Due autoreclusi, due giganti che avevano scelto l’invisibilità. Un po’ come Cormac McCarthy, che però è tornato a farsi intervistare di recente accordando anche la pubblicazione di una sua foto attuale. Invece Salinger, come Pynchon, ha rispettato rigorosamente la sua scelta di sottrarsi alle luci della ribalta: nessun sito web ufficiale, nessuna apparizione pubblica, nessuna intervista o fotografia da decenni a questa parte. Un’ombra nell’era dell’informazione e della visibilità a tutti i costi (e a buon mercato). Una resistenza eroica alla mondanità e alla superficialità.

A differenza di Pynchon, però, Salinger aveva anche smesso di pubblicare. Il suo ultimo racconto edito risale al 1965. Dopo quella data, il silenzio. Ma non il ritiro, a quanto pare, visto che nel tempo si sono susseguite le voci su una cassaforte colma di dattiloscritti. Per l’esattezza: 15. Quindici libri scritti, rivisti, corretti, ultimati e nascosti lontano dagli occhi del mondo. Leggende metropolitane, forse, che non potevano non tornare di scena al momento della sua dipartita, come la misoginia e il sadismo denunciati dalla figlia Margaret dieci anni fa nella sua autobiografia. Sul perché avesse rinunciato all’editoria, si è interrogato Alessandro Piperno in maniera forse definitiva sulle pagine del Corriere.

Che sia stata incapacità di gestione del successo o scelta deliberata, nessuno potrà mai dirlo. Sarebbe tuttavia innegabile il senso eroico della sua decisione, qualora dovesse essere confermata la continuità della sua attività di scrittore in questi anni di silenzio. E lo dico da lettore piuttosto indifferente alle vicissitudini del Giovane Holden, che non è mai riuscito a coinvolgermi più di tanto (con l’unica eccezione della scena onirica da cui viene ripreso il bel titolo originario: The Catcher in the Rye). Forse per la mia incapacità - a ventitré anni, alle prese con i classici problemi dell’universitario squattrinato - di trovare una sintonia con le vicende del protagonista, adolescente inquieto, figlio della borghesia newyorchese che insegue un sogno di libertà nel conforto delle comodità che gli restano assicurate. Un libro che anche per questo continua a essere apprezzato ancora oggi dai giovani di tutto il mondo, come una bella favola. E come una favola, sempre più innocuo.

Fumetti: shortlist 2009

Posted on Gennaio 11th, 2010 in Graffiti, Nova x-Press | 10 Comments »

Pur essendo un lettore di fumetti da quasi vent’anni, mi rendo conto di non averne mai letti tanti prima come mi è successo nel 2009. Effetto di un interesse crescente, della curiosità indotta di riflesso da alcune uscite cinematografiche, ma anche di un’accresciuta capacità di orientamento (resto per molti versi un neofita, ma una fortunata serie di scelte indovinate e il mentoring di appassionati più esperti mi hanno regalato una maggiore sicurezza in materia). Mi sembra quindi giusto partire da qui per elencare le cose di maggiore interesse che mi è capitato di leggere nel corso dell’anno appena concluso.

AVVERTENZA: Questa non è una lista del meglio del 2009, né di quello che secondo me sarebbe stato il meglio del 2009. In molti casi si tratta di titoli storici. Rifiuto inoltre l’approccio classico - che io stesso ho adottato in passato - di organizzare i titoli in una classifica: stilare graduatorie ha perso senso per quel che mi riguarda, e non provo più il divertimento che un tempo avrei potuto pure associare a questa pratica. Trovo quindi preferibile fermarmi a una semplice compilazione di indicazioni utili. Ha senso un’operazione del genere? Per me ne ha, permettendomi di fissare le idee e fornirmi punti fermi su cui magari tornare un giorno con maggiore calma e dettaglio. Per chi legge, forse: siccome piccoli tesori si nascondono spesso sotto i nostri occhi, anche una banale segnalazione potrebbe tornare utile per scoperte interessanti.

Ciò detto, si parte…

Terminal City, miniserie Vertigo scritta da Dean Motter per i disegni di Michael Lark. Il volume uscito a settembre per la Planeta DeAgostini raccoglie i 12 episodi della “prima stagione” (1996-1997), a cui ne ha fatto seguito nel 1998 una seconda in 5 albi che non mi risulta sia stata ancora pubblicata in Italia. Le matite di Lark ci proiettano in una città decadente sospesa sull’orlo del tempo, una metropoli degli anni ‘90 del secolo scorso in cui la tecnologia o è rimasta ferma agli anni ‘50 oppure ha subito un’evoluzione atipica. Robot e aeronavi convivono a Terminal City, mentre non si vede ombra di un cellulare o di un computer. Il risultato è un effetto retrofuturistico alienante, ben reso dai colori primari di Lark nelle atmosfere urbane che devono molto tanto alla Gotham City del Cavaliere Oscuro quanto alla Metropolis di Fritz Lang. La trama è tenuta in piedi da un solido intreccio hard-boiled in cui Motter fa interagire spericolatamente una galleria di personaggi stereotipati al punto giusto: gangster spietati, politici corrotti (paradossalmente il sindaco di Terminal City si chiama Huxley, il suo predecessore Orwell), immigrati sprovveduti, temerari caduti in disgrazia e in cerca di riscatto. Le strizzate d’occhio al genere dei supereroi regalano gustose chicche a un’operazione nostalgia che non lesina tuttavia sulle trovate originali, anche se purtroppo le più promettenti restano relegate sullo sfondo. Due per tutte: l’elettrocaina (una nuova, potentissima droga capace di garantire una vera e propria scarica di piacere) e la sindrome di Escher (che porta i sonnambuli che ne soffrono a camminare in bilico sulle superfici esterne dei grattacieli di Terminal City). Una scelta sicuramente voluta da parte dei creatori, forse per non penalizzare la storia con un sovraccarico di elementi, che permette così di apprezzare ancora meglio la profondità del loro universo.

Hellboy: Il seme della distruzione. Il 2009 ha segnato il mio incontro con il personaggio creato nel 1994 dal grande Mike Mignola. Ed è stata una folgorazione immediata. Il demonio rosso partorito dall’inferno che si nasconde al di là delle dimensioni conosciute, evocato nel corso di un folle esperimento nazista nella Seconda guerra mondiale, è in assoluto il personaggio più intrigante in cui mi sia capitato di imbattermi sulle tavole di un fumetto (okay, Cap… perdonami, ma contro l’inferno nemmeno l’America può niente…). Suggestioni lovecraftiane, pseudoscienze, esoterismo e un’ironia costante convivono nelle avventure del BPRD (il Bureau for Paranormal Research and Defense, di cui Hellboy fa parte insieme al centenario anfibio telepatico Abe Sapien e alla pirocinetica Liz Sherman). I chiaroscuri di Mignola fotografano l’azione in negativo, mentre Hellboy sventa a suon di cazzotti le minacce sovrannaturali che di volta in volta mettono in pericolo il destino del pianeta. Oltre alla storia di esordio, segnalo entrambi gli altri volumi che ho letto: Il risveglio del demone (che ne rappresenta l’ideale continuazione) e Il verme conquistatore. Elementi di tutte queste storie sono stati fusi nel primo ottimo film in cui Guillermo Del Toro ha adattato l’opera di Mignola.

DMZ: Sulla Terra è il primo volume (2005) di una serie Vertigo giunta all’ottavo albo in America, con un nono annunciato e un decimo previsto dal creatore Brian Wood per concludere definitivamente il ciclo. DMZ è la sigla che in gergo militare indica una Zona Demilitarizzata. La DMZ del fumetto è Manhattan, il cuore della Grande Mela, sprofondata nell’incubo della guerra civile, con enclave in lotta tra di loro per accaparrarsi gli aiuti umanitari delle UN, l’acqua pulita più preziosa del petrolio, cecchini appostati ad ogni angolo di strada e l’esercito degli Stati Liberi schierato sulla sponda meridionale del fiume Hudson. 5 anni dopo lo scoppio delle ostilità, Matty Roth è un fotoreporter che giunge sull’isola al seguito di una troupe della Liberty News Network che viene presto sterminata con tutti i soldati della scorta. Da quel momento in poi è solo e dovrà barcamenarsi nella difficile realtà di Manhattan, alle prese con le più banali questioni di sopravvivenza, ma sempre più intenzionato a fornire all’esterno un punto di vista embedded della situazione. Wood ha spiegato il background storico della sua opera parlando di un’insurrezione da parte di gruppi militari del Midwest contro i rispettivi governi statali, che ha potuto avere successo grazie all’assenza dei corpi di Guardia Nazionale impegnati nelle guerre preventive in Afghanistan e Medio Oriente. Gli Stati Liberi sarebbero il risultato di questa coalizione trasversale, che malgrado si sia data una sede governativa nel Montana manca tuttavia di una connotazione geografica ben precisa. Gli Stati Uniti e il governo federale centrale sono in difficoltà, dopo che il conflitto si è assestato in una posizione di stallo. Per descrivere lo scenario, magistralmente reso da Riccardo Burchielli con un senso per il dinamismo che in alcune sequenze sfiora il fotorealismo dei documentari di guerra, Wood suggerisce di pensare a “parti uguali di 1997: Fuga da New York, Fallujah e New Orleans dopo l’uragano Katrina”. Al modello di John Carpenter, mi sentirei di aggiungere il seminale Transmetropolitan di Warren Ellis. Impegno civile e spessore politico sono senz’altro i punti di forza di un’opera matura e imperdibile tanto per gli amanti del Day After, quanto per quelli della fantapolitica. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Ex Machina: Il marchio. Secondo volume delle avventure di Mitchell Hundred, l’ingegnere newyorchese vittima di un incidente che gli conferisce il controllo su ogni apparato elettronico, rendendolo di fatto il solo e unico supereroe del pianeta. Dopo l’11 settembre, mosso dalla volontà di mettere i suoi poteri al servizio del mondo, scende in campo e diventa sindaco di New York, dividendosi tra l’attività politica di giorno e i congegni della Grande Macchina di notte. Meno apocalittico di Wood, ma altrettanto impegnato nel trasfigurare con efficacia la situazione reale in un’opera di fantasia, Brian K. Vaughan realizza una miniserie avvincente e ricca di spunti inquietanti, di cui Il marchio rappresenta il 2° volume. Le matite di Tony Harris e le chine di Tom Feister sono al servizio della storia: tavole pulite, scansione dettagliata. Se DMZ è Black Hawk Down su carta, Ex Machina ha un taglio più convenzionale, quasi televisivo nel seguire i retroscena della politica (e il parallelo con la sitcom Spin City, portata al successo da Michael J. Fox, non mi sembra del tutto inappropriato). Una citazione per rendere al meglio il carattere del protagonista: “Quando ti ho chiesto di essere il mio vicesindaco, ti ho avvisato che non ero un liberale né un conservatore. Sono un realista. Agli ingegneri insegnano a pensare ai fatti, non all’ideologia”. Condivisibile o meno, un punto di forza della caratterizzazione.

Iron Man: Extremis. Scritto con la consueta attenzione per l’immaginario fantascientifico e la tecnologia da Warren Ellis, illustrato con tecniche da iperrealismo cinestetico da Adi Granov, Extremis è la saga postcyberpunk dedicata al più fantascientifico dei supereroi Marvel: Iron Man. Già cyborg, personaggio controverso nella Guerra Civile che ha stravolto le sorti dell’universo Marvel, industriale di successo e figura politica, Tony Stark veste ora i panni del prototipo del postumano, senza perdere le sue ossessioni e le sue ambiguità. In una storia dinamica che non manca di lampi speculativi illuminanti sul futuro e sull’utilizzo delle tecnologie, sull’importanza del progresso scientifico e sulla simbiosi tra conoscenza e società, Ellis ci mostra Iron Man sulla soglia dell’ennesima rivoluzione paradigmatica. Ottimizzate le caratteristiche dell’armatura red and gold, non gli resta che agire sull’unico campo che gli lascia ancora margini di miglioramento: l’uomo che la veste. E l’opportunità gli viene offerta da un virus tecno-organico che qualcuno ha già pensato di iniettarsi per diventare una macchina biologica da guerra. Nanotecnologie, psichedelia, mutazioni e augmented reality saranno per Iron Man gli ingredienti del salto verso una Singolarità molto umana. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Santuario. Grande sorpresa macchiata da una piccola delusione, questa miniserie del duo francese Dorison/Bec. L’elegante volume della Planeta DeAgostini, copertina rigida, formato medio e carta lucida, raccoglie l’intera storia in tre episodi usciti sul mercato americano nel 2007 e la impreziosisce con una confezione capace di mandare in sollucchero i feticisti del libro. La storia intreccia un mistero sottomarino con un’antica maledizione mesopotamica legata alla città di Ugarit, e già solo questo basta a spingere i cultori del Solitario di Providence verso l’altare per immolare il giusto tributo al grande Cthulhu. Gli elementi per un’esperienza memorabile ci sarebbero in teoria tutti, peccato che alcune inesattezze tecniche rovinino un po’ il godimento al lettore più smaliziato (o spacca-maroni, se vogliamo, come può essere il sottoscritto). Le colpe come i meriti vanno equamente ripartite tra lo sceneggiatore e l’illustratore. Se Christophe Bec pecca di generosità nella resa degli ambienti claustrofobici del sottomarino USS Nebraska, i cui interni troppo spesso somigliano a una base militare terrestre con conseguente calo nella resa dell’atmosfera, d’altro canto Xavier Dorison risolve precipitosamente la fuga del sommergibile verso la salvezza con un espediente non del tutto convincente (al di là delle atomiche, come possano le eliche spingere un colosso da 10.000 tonnellate e più attraverso un muro di sabbia resta un quesito senza risposta). Peccati comunque minori, se confrontati alle atmosfere suggestive di una storia capace di proiettarci nelle spire di un orrore millenario, verso un epilogo apocalittico. Ma posso comunque lamentare la scarsa precisione come il difetto che pregiudica all’opera il rango di capolavoro e rimandare Bec alla scuola di Giménez (vedere scheda di Asso di picche, più in basso) per limare le proprie lacune e affinare una tecnica in grado di nobilitare un talento fuori discussione. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Secolo XX. Due storie scritte da Pierre Christin e disegnate dall’immenso Enki Bilal. Due diversi punti di vista sui totalitarismi del Novecento: da una parte Le Falangi dell’Ordine Nero (1979) che riemergono come un incubo dai giorni della guerra civile spagnola; dall’altra, in una Battuta di caccia (1983) riemergono gli spettri delle lotte di potere nell’Unione Sovietica. La forza degli ideali contro la crisi degli ideali, il realismo sostenuto dallo slancio romantico contro il prammatismo che giustifica compromessi e corruzione.

Asso di picche. Ovvero, l’aviazione della Seconda guerra mondiale immaginata da Ricardo Barreiro e rappresentata con cura maniacale da Juan Giménez. Niente fantastico, in quest’opera realizzata da due maestri che hanno raggiunto i vertici delle loro carriere con la fantascienza. Un lavoro di grande precisione tecnica, che trova nella ricchezza delle tavole il valido contraltare per una storia di denuncia degli orrori della guerra. Le dinamiche personali tra i membri della squadriglia di un bombardiere alleato si intrecciano con la Storia, scandita dalle esplosioni dei raid sui cieli della Zona. Pynchon e Vonnegut sono lontani anni-luce dal crudo realismo di questa storia, eppure è a loro che viene da pensare vedendo l’Asso di picche in azione sopra Dresda e la soggettiva delle bombe sganciate sulla città dell’Elba. Il peccato è che dal 1977 quest’opera ha subito una pubblicazione sporadica e confusa in Italia e l’Eura Editoriale che ce l’ha in catalogo sembra intenzionata ad alimentare l’interesse degli appassionati sottraendola alla loro vista, tenendola segregata in quarantena nei suoi magazzini.

L’uomo di Tsushima. La storia della guerra russo-giapponese del 1904-05 vista attraverso gli occhi di Bonvi, che ideò questo racconto per la serie “Un uomo un’avventura” (1978), si tinge di sfumature comiche che rendono ancora più efficace l’impatto drammatico di quegli eventi. La sensibilità dell’artista emiliano confeziona una storia solida, affidando a Jack London - all’epoca corrispondente di guerra - il commento sulla tragica spedizione che vide le 50 sgangherate navi al comando dell’ammiraglio Rozestvenskij mandate allo sbaraglio contro la flotta del Sol Levante dopo un viaggio “epico e pazzesco”. Jack London diventa un alter ego dell’autore, in un gioco di specchi molto postmoderno, e Bonvi diverte e fa pensare, come accade nelle opere migliori. L’epilogo nella notte carioca aggiunge un tocco fantastico a una storia cruda malgrado il tratto caricaturale di Bonvi.

E infine due sorprese da parte di un editore che aspira a ritagliarsi un ruolo di sicuro rilievo nel panorama indipendente. Parlo di Nicola Pesce Editore, che sotto le cure di Massimo Perissinotto ha avuto una stagione a dir poco prolifica. Tra i titoli dati alle stampe, ho avuto modo di apprezzare lo straniante Enigma del condominio, firmato dall’artista marchigiano Mauro Cicarè (illustratore, copertinista per Einaudi e Feltrinelli), storia lirica e delirante al contempo, un distillato di poesia nera che fonde millenarismo e allucinazioni, metafisica e surrealismo, in pagine ora sensuali, ora disperate, dal sapore di avanguardia; e Namtar Rising, nel volume che inaugura la collana in flip book Voodoo Studio, un mix dal sapore molto pulp di orrori di guerra e manipolazioni mentali, che richiama le suggestioni da sindrome del Vietnam affrontate nel film Allucinazione perversa dal controverso Adrian Lyne. Alessio Landi scandisce una storia adrenalinica con taglio cinematografico, reso con puntuale iperrealismo dalle matite di Elia Bonetti.

Nota di chiusura per due miniserie Bonelli: Caravan di Michele Medda (che ne gestisce anche il blog) e Greystorm di Antonio Serra e Gianmauro Cozzi. Sindrome da assedio ed echi di Jericho nella prima, giunta ormai all’ottavo numero; suggestioni steampunk e fantascienza à la Verne nella seconda, di cui è in uscita il quarto episodio. In entrambi i casi si tratta di ottimi esempi di fumetto popolare, letture da intrattenimento che talvolta possono regalare anche un qualcosa di più. Quel qualcosa non sempre arriva. Ma l’intervallo di 12 numeri riservato a questi progetti garantisce uno spazio ottimale per sviluppare al meglio un arco narrativo lontano dai vincoli dell’uscita unica o della serie infinita, risparmiandoci così la lunga morte che sta affliggendo la serialità del loro Nathan Never.

Talking about science fiction

Posted on Novembre 1st, 2009 in Fantascienza, On air | 4 Comments »

Non fai in tempo ad allarmarti per la sua morte (e ripensando allo scorso anno, mi viene il sospetto che possa essere il periodo…), che la fantascienza subito ti si risolleva sul letto di morte. Della correttezza del suo certificato di decesso, stilato da luminari di ogni tipologia, parleremo grazie a Silvio Sosio e a un numero di esperti (e qui mi preme ringraziare personalmente Salvatore Proietti per i continui spunti di approfondimento) sul numero 58 di Robot, in arrivo nelle librerie tra qualche giorno.

In UK, invece, si discute di fantascienza sulla BBC, nell’angolo di approfondimento culturale Newsnight Review. Ma non in riferimento alla sua morte, bensì alla sua crescente popolarità. Ospiti: il regista americano Kevin Smith (il tipo in accappatoio) e la scrittrice britannica Jeanette Winterson. E si parla di District 9, del successo di serie TV come Lost, Heroes e FlashForward e del pregiudizio verso la letteratura di genere. Salvo poi riconoscere il forte impatto che i libri di H. G. Wells, George Orwell e Douglas Adams hanno avuto sulla cultura mainstream e il successo fuori dai confini del loro immaginario di riferimento dei lavori di Pynchon e Vonnegut.

I quattro spezzoni della puntata sono su Youtube: 1/4, 2/4, 3/4 e 4/4. Vi invito a soffermarvi in particolare sull’ultimo: