Ultime da San Narciso

Posted on Febbraio 1st, 2013 in Criptogrammi | 11 Comments »

Ho finito da poco la seconda rilettura integrale de L’incanto del lotto 49 (la prima della nuova, efficacissima e illuminante traduzione di Massimo Bocchiola) e il recluso della letteratura americana, il divo sfuggente che sublima la propria assenza in una presenza costante, capace di aleggiare su ogni discorso sulla frontiera contemporanea dell’immaginario, Thomas Pynchon se non si fosse capito, torna a invadere il mio piccolo settore di realtà.

Lo fa con una gragnuola di notizie che lo riguardano e che oggi - dopo la lettura del bell’articolo di Tommaso Pincio che correda su La Lettura, inserto letterario domenicale del Corriere della Sera, una mappa psichedelica della genesi de L’arcobaleno della gravità - ho pensato di raccogliere in una sorta di avviso ai naviganti.

Prima news di attualità: il 27 febbraio prossimo, con un giorno di anticipo rispetto al quarantesimo anniversario della prima edizione USA, Rizzoli darà alle stampe una nuova edizione celebrativa de L’arcobaleno della gravità. Non è dato sapere se si tratti di un’edizione deluxe (magari corredata di qualche extra - è chiedere troppo, vero?) o di una semplice ristampa dell’economica ancora in circolazione, ma chi è interessato tenga d’occhio gli scaffali delle librerie.

Seconda news: i lettori che già hanno abbracciato il digitale possono intanto trovare in lingua inglese il catalogo completo delle opere di Pynchon in formato elettronico. Dallo scorso anno, con una campagna di lancio virale di cui ci parla Viviana Lisanti su Finzioni Magazine, la Penguin ha infatti ripubblicato integralmente la sua opera omnia per il mercato dell’e-book.

Terza news: il prossimo romanzo del nostro è invece atteso per l’autunno (plausibilmente in Italia lo vedremo quindi nel 2014, se si conferma la tradizione che negli ultimi anni vuole l’editoria nostrana particolarmente attenta alle nuove uscite pynchoniane) e si intitolerà Bleeding Edge. Nient’altro è dato sapere al momento, ma questo non deve sorprenderci: magari, come accaduto per Against the Day (quando Pynchon caricò personalmente una sua sinossi del romanzo su Amazon) e per Inherent Vice (con un booktrailer ufficiale raccontato dalla voce fuori campo di Pynchon in persona), sarà lo stesso autore ad avvertirci e condividere con noi ciò che è necessario, quando verrà il momento.

Quarta botta, per chiudere in bellezza: Paul Thomas Anderson, regista che scoprii grazie alla sua opera d’esordio Sydney (1996), un noir rarefatto con un cast che di lì a poco sarebbe diventato stellare (Samuel L. Jackson, Gwyneth Paltrow, Philip Seymour Hoffman) capitanato da un intenso Philip Baker Hall, è al lavoro sullo script di Inherent Vice, confermando così le voci che davano il libro come il primo per il quale Pynchon avesse accettato di cedere i diritti cinematografici. Difficile in effetti immaginare un autore più adatto di Anderson per rendere la complessità e l’ironia di un’opera pynchoniana: forse potrebbero avere qualche chance i Fratelli Coen, ma Anderson ha ammesso di essere un fan di Pynchon fin dall’adolescenza e questo gli fa guadagnare sicuramente dei punti di vantaggio. Contrariamente a quanto affermava solo la scorsa estate, sembrerebbe che il regista californiano sia al lavoro sulla sceneggiatura direttamente con Pynchon, e noi miseri mortali possiamo solo immaginare come possa essere confrontarsi quotidianamente con il più grande scrittore vivente per tradurre in immagini le sue visioni folgoranti. Notizia dell’ultim’ora: la Annapurna Pictures ha raggiunto un accordo con Joaquin Phoenix, fresco con Anderson del successo di The Master, per impersonare il ruolo di Doc Sportello. Phoenix rimpiazza Robert Downey Jr, che si è dissociato dalla produzione per ragioni non ancora trapelate e che personalmente avrei visto perfetto per il ruolo del detective fricchettone di Thomas Pynchon, ma non può certo dirsi una seconda scelta, data la considerazione che ha di lui il regista californiano.

Anderson spera di poter cominciare le riprese quest’anno. E noi teniamo le dita incrociate per lui.

Il bene maggiore

Posted on Settembre 13th, 2012 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro | 3 Comments »

Interessante editoriale di Massimo Mantellini su Punto Informatico, lunedì scorso. Si parla delle ricadute sociali delle nuove tecnologie e di alcune posizioni che potremmo definire scettiche espresse da intellettuali del calibro di Zygmunt Bauman (proprio lui, lo studioso del postmoderno, teorico della società liquida) e di Philip Roth (autore di capisaldi della letteratura contemporanea e nel 2004 di un’ucronia piuttosto intrigante, Il complotto contro l’America). L’articolo merita la lettura e, se siete interessati all’uso che facciamo del web dinamico o 2.0 nelle nostre vite, da Wikipedia ai social network, vi consiglio di fare un salto di là, prima di proseguire.

La difesa d’ufficio del mondo della rete da parte di Mantellini è legittima e nelle linee generali più che condivisibile (tranne quando assegna a Roth il primato tra gli autori in circolazione… probabilmente Roth s’inserisce nell’empireo delle lettere contemporanee tra i primi quattro pesi massimi, ma per il primato assoluto deve pur sempre vedersela con Thomas Pynchon e Don DeLillo). Il problema è che nello slancio di difesa del medium - e non c’è dubbio, lo sottolineo, che con Google, Wikipedia e compagnia bella oggi si stia decisamente meglio e la vita dei cercatori di informazioni sia notevolmente semplificata - anche l’editorialista rischia di commettere un passo falso. Perché se da un lato l’invettiva affidata alle colonne del New Yorker dovrebbe aver appianato le divergenze tra Roth e l’enciclopedia libera on-line, dall’altro non si può liquidare (passatemi il gioco di parole) Bauman come un luddista.

Nel riconoscere l’importanza crescente rivestita dal web 2.0 nel nostro stile di vita, non si può infatti nemmeno negare che nella maggior parte dei casi derivati dalla nostra esperienza diretta le parole con cui Bauman stigmatizza Facebook si limitano a fotografare la realtà dei fatti, nuda e cruda. La tecnologia, lo dicevo anche ieri, rappresenta una risorsa. Ma l’uso che ne facciamo è una responsabilità che ricade in capo a ciascuno di noi. E tra lo scetticismo di un Bauman deluso o di un Roth indignato e la difesa a oltranza di Mantellini, esiste anche un approccio solidale ma critico, che personalmente condivido. Una nuova tecnologia di comunicazione non presuppone necessariamente un arricchimento della persona, un miglioramento del suo stile di vita, in altre parole una ricaduta benefica sul mondo dell’utente. Lo consente, ma l’esito finale dipende pur sempre dalla scelta d’uso che viene fatta. Per dirla in termini matematici, il progresso tecnologico rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente al miglioramento delle nostre vite, sia nella sfera privata che in quella sociale. La qual cosa credo che finisca per incastrarsi piuttosto facilmente negli studi di Bauman sul consumismo e l’omologazione.

Proprio per questo, forse, visto l’utilizzo che fanno del mezzo, alla maggior parte delle persone lì fuori potrebbe giovare un percorso di formazione, utile per l’accrescimento della consapevolezza delle sue potenzialità. Per scartare l’ostacolo delle semplificazioni riduttive, costantemente in agguato sia che si indulga nella nostalgia di maniera sia che ci si abbandoni alle accuse di Neo-Luddismo tanto di moda. E per non accontentarci del male minore, una volta tanto. Ma tendere pur sempre, malgrado le forze contrarie, verso il bene maggiore.

La stella di Ratner: Esperimento sul campo numero uno: Flusso

Posted on Maggio 18th, 2011 in Letture | 4 Comments »

«Per il momento è sufficiente che lei conosca le motivazioni generali dell’Esperimento sul campo numero uno. Si tratta di realizzare il sogno più antico dell’umanità.»

«Quale sogno?»

«La conoscenza» rispose Dyne. «Studiare il pianeta. Osservare il sistema solare. Ascoltare l’universo. Conoscere noi stessi.»

«Lo spazio.»

«Lo spazio cosmico e quello interiore. Che si fondono l’uno nell’altro. Già più di duemila persone vivono e lavorano qui. Altre ne arriveranno. I costi sono sostenuti da cento paesi. Coscienza planetaria unica. Approccio razionale. Visione del mondo. Quanti paesi sostengo i costi?»

«Cento.»

«Bene» disse Dyne.

Da La stella di Ratner (Ratner’s Star, 1976) di Don DeLillo. Traduzione di Matteo Colombo.

La stella di Ratner

Posted on Maggio 14th, 2011 in Fantascienza, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

Serendipità. Ogni tanto, una sorpresa non guasta. Specie se bella come questa. Entrando in libreria stamattina, dopo aver chiuso in nottata la prima stesura di Corpi spenti, mi sono imbattuto per prima cosa in una pila del «nuovo romanzo» di Don DeLilloLa stella di Ratner è la prima edizione italiana di Ratner’s Star, libro di culto del maestro newyorkese, pubblicato per la prima volta nel 1976 e finora mai tradotto qui da noi. Rappresenta pertanto un evento, specie per quelli che come il sottoscritto hanno avuto modo di maturare negli anni una venerazione per questo scrittore capace di interpolare le istantanee del nostro passato per proiettare l’umanità verso scenari futuri tra i più credibili e angoscianti.

Dal risvolto di copertina, che non teme di citare la pericolosa parola:

Qualche anno più tardi, tentando di spiegarne il segreto, lo stesso DeLillo dirà: «Ho provato a scrivere un romanzo che non solo avesse la matematica tra i suoi argomenti, ma che, in un certo senso, fosse esso stesso matematica. Doveva incarnare un modello, un ordine, un’armonia: che in fondo è uno dei tradizionali obiettivi della matematica pura». Un libro, in altri termini, in cui la forma e la teorizzazione della forma coincidono con il contenuto: in cui gli opposti si riversano l’uno nell’altro in una fuga senza fine, come in un nastro di Möbius o nel simbolo dell’infinito. E tutto ciò DeLillo lo fa con una versione postmoderna di Alice nel paese delle meraviglie (richiamata fin dai titoli delle due parti del romanzo: Avventure e Riflessi), costruendo un testo che riesce a essere al medesimo tempo un concentrato di humour, una satira delle umane, universali ambizioni e dei moderni fallimenti tecnico-burocratici, un «ritratto d’artista» e un romanzo di formazione. Ma forse la migliore descrizione della Stella di Ratner è racchiusa fra le pagine del libro: «un romanzo sperimentale, un’allegoria, una geografia lunare, una magistrale autobiografia, un criptico trattato scientifico, un’opera di fantascienza».

Ne riparleremo.

Una sera al circo post-umano

Posted on Marzo 12th, 2011 in Fantascienza, Letture, ROSTA | No Comments »

La mia recensione del Circo dei gatti di Vishnu di Ian McDonald è on-line su Fantascienza.com: dopo La moglie del djinn, ancora una fiera di trovate fantasmagoriche per un affresco visionario e credibile dell’India del prossimo futuro.

Underworld: la gabbia memetica di Don DeLillo

Posted on Ottobre 17th, 2010 in Criptogrammi, Letture | 2 Comments »

Non credo di aver trascorso mai tanto tempo immerso nelle pagine di un libro quanto ne sto trascorrendo su Underworld, di Don DeLillo. Ho intervallato ad altri libri la sua lettura tante di quelle volte che le sue pagine devono essere finite per impastarsi con la polpa di tutti gli altri libri che continuano ad accumularsi sui miei scaffali, le mie scrivanie, i miei comodini e i miei armadi. Ed è stupefacente come il tutto si combini alla perfezione, in un amalgama coerente che riesce a inglobare e assimilare ogni cosa, a incorporare e giustificare ogni frammento di realtà venga a trovarsi nel suo campo gravitazionale.

Mentre mi appresto a concluderlo, la trama continua a dispiegarsi davanti ai miei occhi con una coerenza e un rigore che ha del sovrannaturale, a giudicare dal caos di situazioni, episodi, riflessioni, ricordi e storie che DeLillo interseca nelle sue pagine, portando la storia degli uomini a scontrarsi con quella di una città, di una nazione e del mondo intero, mentre l’immaginario collettivo decanta intorno a nuclei minimi di significato di varia rilevanza (il fuoricampo di Bobby Thomson, la bomba H dei sovietici, la figura di J. Edgar Hoover, le performance di Lenny Bruce). Come testimonia l’insistenza sul Botto che ha Fatto il Giro del Mondo e il focus sugli acronimi che raggiunge il suo apice nel bellissimo brano di pag. 255, DeLillo costruisce una gabbia memetica per imbrigliare il mondo e la storia.

Retrovirus nel sangue, acronimi nell’aria. Edgar sapeva cosa rappresentava ogni singola lettera. AZidoThymidine. Azt. Human Immunodeficiency Virus. Hiv. Acquired Immune Deficiency Syndrome. Aids. Komitet Gosudarstvennoj Bezopastnosti. Sì, il Kgb faceva parte dello sciame che si moltiplicava, dell’esplosione cellulare che doveva essere distillata e contrassegnata da iniziali per essere vista.

Quando poco sopra mi riferivo alle sovrapposizioni di Underworld con le altre letture fatte nel frattempo, pensavo a due passaggi significativi che riguardano la figura di Albert Bronzini (che poi fu in qualche modo la ragione per cui acquistai il libro nel remoto 2002, in una libreria appena aperta nell’atrio della Stazione Tiburtina, dopo aver letto queste parole che sono l’inizio della Parte sesta del romanzo: “Bronzini pensava che camminare fosse un’arte. Quasi ogni giorno dopo la scuola usciva all’aperto, lasciando che la strada producesse un miscuglio di suoni, forme e movimenti, lasciando che le voci cadessero e gli aromi si spandessero in modi che variavano, ma non troppo, da un giorno all’altro.“).

Il primo si trova a pag. 718:

I bambini trovano sempre un modo. E’ come se riuscissero a schivare il tempo e le devastazioni del progresso. Ho l’impressione che operino in uno schema temporale completamente diverso.

L’altro a pag. 745-746 si riferisce a una partita di scacchi ma subito ne trascende i confini:

Ascoltò Mr. Bronzini in soggiorno. Stava parlando della verità di una posizione. La radio trasmetteva un serial intitolato «Orizzonti radiosi» o «Un radioso domani» o «Giorni radiosi», e ogni posizione ha una verità, disse Bronzini a Matty. E devi cercare una verità profonda, non una verità superficiale. Una posizione degna di essere difesa fino alla morte.

Se il primo non può mancare di stimolare nell’orecchio dell’appassionato di fantascienza delle assonanze fin troppo eloquenti (a Ballard, a W.S. Burroughs e a tanto cyberpunk), nel secondo colgo riferimenti a situazioni personali che nella loro banalità avvalorano le caratteristiche di universalità che da sempre investono la grande letturatura.

Geografia del pregiudizio

Posted on Settembre 22nd, 2010 in Graffiti | 4 Comments »

L’artista bulgaro di stanza a Londra Yanko Tsvetkov ha messo su mappa la geografia europea filtrata dal pregiudizio dei paesi dell’Occidente. Quella che vedete qui sotto è l’Europa vista dagli italiani. Interessante, no? (Via Corriere.it)

E a proposito di Europa: può valere la pena leggere questa appassionata presentazione da parte di Giuseppe Genna dell’ultimo monumentale William T. Vollmann approdato in Italia, Europe Central. Sempre su Carmilla, nei giorni scorsi è apparsa la prima parte di un reportage fotografico di Nicola Barraco dalla Transnistria.

Quelli che restano

Posted on Settembre 21st, 2010 in Letture | 1 Comment »

L’Usine, l’officina dei morti e degli affari di Parigi, e la sua emanazione del XII Arrondissement, la Dodicesima, rappresentano la persecuzione da cui non riesce a liberarsi il protagonista di Hugues Pagan, un ex-flic in pensione veterano dell’Algeria, che adesso si barcamena come investigatore privato e consulente per serie televisive di ispirazione poliziesca. Se ne trascina dietro gli anni – un quarto di secolo di servizio – come un’ombra, benché abbia ormai lasciato la divisa e il distintivo (la patacca) per cercare una via alla redenzione impossibile, fuori dalla polizia come dentro i suoi ranghi.

In questo secondo volume della trilogia dedicata al personaggio quasi senza nome (L’étage des morts 1990, Tarif de group 1993, Dernière station avant l’autoroute, 1997), che narra cronologicamente avvenimenti successivi a entrambi gli altri titoli della serie, Pagan porta in scena un uomo nel crepuscolo dei suoi anni, alle prese con il disincanto dell’ultima stagione che – ne è consapevole – gli resta da vivere. Un cancro ai polmoni lo ha ridotto allo spettro dell’uomo d’un tempo, ma la scorza è rimasta intatta: non va più a correre con la stessa frequenza e fuma un po’ meno di prima, ma è ancora capace di usare i pugni quando serve e di sicuro gli anni non hanno incrinato la sua corazza.

– Sei sempre uguale, Chess…

Lo apostrofa a un certo punto Dinah, ovvero Nadine Jansen, poliziotta come lui, un tempo sotto il suo comando e che adesso intreccia con lui una travagliata intesa sentimentale. Ed è una delle rare volte nel romanzo in cui viene fatto il suo nome, che è quello di un’etichetta discografica fondata da Leonard Chess nel 1950. La prima, qualche pagina prima, si è avuta sempre per bocca di lei.

– Sono troppo vecchio per cambiare…

Replica lui, senza scomporsi. E dopo poche righe Dinah lo chiama ancora una volta per nome. È l’ultima ed è importante che a farlo sia stata la donna con cui Chess ha deciso di spartire almeno per il frangente di qualche notte il peso delle comuni delusioni e angosce, in questa storia che procede a ritmo di blues snodandosi per le strade notturne di una Parigi alienata come non mai.

La loro storia non è facile. Se poi finisce per intercettare anche l’indagine che Chess sta conducendo al momento, setacciando una pista decisamente scomoda sul brutale omicidio di una prostituta bellissima – trovata sfigurata e barbaramente seviziata nel Bois de Vincennes, forse per un regolamento di conti, forse per altro – la faccenda si fa più complica. Il coinvolgimento dell’Usine nell’affare rende a sua volta le cose ancora più controverse, considerando che Dinah vi si ritrova invischiata fino al collo, incastrata da un superiore figlio di puttana come pochi.

A Parigi, in questo scorcio dei primi anni ’90, per le strade sospese tra il grigio del crepuscolo e la pioggia della notte si incontrano solo cadaveri ambulanti. Ma fino a che punto può spingersi un uomo nella ricerca della verità, affondando nel fango delle ingiustizie e dei soprusi perpetrati dalle presunte forze dell’ordine che hanno in pugno la città, prima di cedere al loro stesso gioco? Chess lo sa, per quello “sguardo torbido da perdere la testa” che aveva visto negli occhi di Velma, “più viola pallido che azzurro del cielo”; per quella bionda di un metro e settanta che amava andarsene in giro sui pattini a rotelle con una maglietta della UCLA, quando non era occupata a battere; o forse per il suo magnaccia, un antillese che si fa chiamare Fortune, sebbene non sembri in grado di dispensarne granché alla gente che ha intorno, malgrado gli intrugli chimici e le misture di erbe. In una città abbandonata alla disperazione, forse è proprio l’amore spezzato di questo pappa mulatto che ama vestirsi raffinatamente, il legame interrotto con la sua donna che ancora si trascina dietro in forma di ricordo e ossessione, l’unico barlume di una qualche forma distorta di assoluzione che può spingere Chess ad affondare ancora di più nella bolgia infernale del XII Arrondissement.

Il corpo devastato di Velma fissa per Chess la misura delle cose andate perdute, di un’epoca intera che non potrà più tornare (“Avevo due anni meno di adesso e quindici chili di più. Velma fumava le Kool. Nessuno che fumi più le Kool”). E la storia della sua indagine si dispiega in presa diretta tra ripensamenti e progressi, sospetti e rivelazioni, portando a galla un’istantanea sconfortante del marcio che si è infiltrato a tutti i livelli nelle istituzioni cittadine.

Debitore per questo slancio morale tanto verso Dashiell Hammett (citato esplicitamente nella figura di Sam Spade, a cui il protagonista si riferisce per descrivere, con analogo slancio iperrealista, l’arredamento del suo studio-abitazione) quanto verso Raymond Chandler (soprattutto per la cinica ironia che anima Chess, sempre pronto alla battuta fulminante e imprendibile), Hugues Pagan fa proprie le istanze del néo-polar formulate come provocazione ma perseguite con esiti mirabili (quando non proprio straordinari, come in Posizione di tiro) da Jean Patrick Manchette e persegue una propria strada al poliziesco postmoderno che rivela molti interessanti punti di contatto con l’opera di James Crumley. In linea con gli auspici di Valerio Evangelisti e la sua concezione del noir come variante contemporanea della tragedia, Hugues Pagan mette in piedi un teatrino di maschere, in cui i personaggi portano nomi inglesi che spesso e volentieri sono presi in prestito dalla tradizione del jazz e del blues. In questa rappresentazione del quotidiano male di vivere tutti, ma proprio tutti, hanno qualcosa da nascondere nel proprio passato.

Qualcuno, come Chess, imparerà da questa storia a farci i conti. Qualcun altro non sarà altrettanto fortunato. Ma potrà contare su gente come lui per scendere a patti con la vita.

Risorse in rete
Hugues Pagan: Quelli che restano, di Valerio Evangelisti su Carmilla
Hugues Pagan: Quelli che restano, recensione di Fabrizio Fulio-Bragoni su Non Solo Noir
Quelli che restano, recensione di Giovanni Zucca su Thriller Magazine
Hugues Pagan: La notte che ho lasciato Alex, su Carmilla
La notte che ho lasciato Alex, recensione di Fernando Fazzari su Thriller Magazine
La notte che ho lasciato Alex, postfazione di Luca Conti all’edizione Meridiano Zero
• Due domande a Hugues Pagan dal sito di Meridiano Zero
Hugues Pagan nel catalogo Rivages/Noir

Le sottili implicazioni temporali ed esistenziali di Rant Casey e della famiglia Shelby

Posted on Settembre 6th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, Letture | 2 Comments »

La lettura di Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey, romanzo di Chuck Palahniuk del 2007 (Rant in originale), solleva un’interessante catena di paradossi legati all’ipotetico sfruttamento dei viaggi nel tempo. Il gioco letterario è riconducibile al classico “paradosso del nonno”, topos classico della letteratura di fantascienza, ma Palahniuk ne fa un uso decisamente originale, sospinto dalla consueta verve e dal gusto per il bizzarro e il grottesco.

Questo libro è stata una delle letture più interessanti della mia estate, anche in virtù della sua natura di meccanismo narrativo da forzare per giungerne alla comprensione. Per fare ordine nei miei pensieri, riporto in questo post le mie riflessioni, una sorta di appendice alla recensione uscita su Fantascienza.com.

Personaggi e riferimenti

Visto il numero dei personaggi coinvolti, può tornare utile avere una lista di nomi a cui fare riferimento per sbrogliare la matassa. Quindi eccone un elenco di immediata consultazione:

Buster Casey, detto “Rant”
Chester Casey, padre di Rant
Green Taylor Simms, alias di Charlie Casey
Irene Shelby in Casey, madre di Rant
Esther Shelby, madre di Irene e nonna di Rant
Hattie Shelby, madre di Esther e nonna di Irene
Bel Shelby, madre di Hattie e nonna di Esther
Echo Lawrence, ragazza di Rant
Shot Dunyun, party crasher
Tina Qualcosa, party crasher e speaker radiofonica

I riferimenti alle pagine e i brani riportati a scopo di esempio sono tratti dall’edizione 2010 del volume pubblicato nella Piccola Biblioteca Oscar della Mondadori, traduzione di Matteo Colombo.

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Nova Swing, il codice del contagio

Posted on Giugno 30th, 2010 in Fantascienza, Letture | 10 Comments »

Anche per chi si appresti a ripercorrere le rotte siderali di Luce dell’universo, meglio anticiparlo, Nova Swing è tutt’altro che un viaggio facile. La scrittura di M. John Harrison è quella ammaliante e al contempo straniante che abbiamo ormai imparato a conoscere, ma qui il gioco con la realtà e con i modelli, con la sostanza del racconto e con i suoi personaggi/attori si fa davvero duro, al punto da non offrire concessioni al lettore. In questa scelta dell’autore, che è anche un atto di coraggio, si realizza tutta la coerenza di un romanzo che, se da un lato non può aspirare ad elevarsi alle vette del suo predecessore, è riuscito comunque a riservare ben più di una parentesi di soddisfazione a chi scrive.

Nelle 252 pagine della traduzione di Flora Staglianò (che non deve essere stata un’impresa agevole, considerando anche il lavoro svolto dal supremo Curtoni con Light), la storia viene letteralmente ridotta in frammenti, come uno specchio colpito da un pugno. E come per uno specchio infranto, le schegge imperlate di sangue rimandano le immagini di una realtà immersa nel caos e condizionata dall’irrazionalità, in un turbinio di punti di vista e di voci che avrebbe fatto la gioia di Robert Altman e che potrebbe sorprendere in una trasposizione cinematografica affidata a un regista come Paul Thomas Anderson. Il modello letterario più vicino che mi viene in mente è forse l’Underworld di Don DeLillo, più volte citato sullo Strano Attrattore, e può bastare il paragone con simili riferimenti per dare l’idea dell’ambizione riposta da Harrison in questo suo affresco del futuro remoto dell’umanità.

Siamo nel 2.444 d.C. e lo scenario è quello di Saudade, un pianeta-città dell’Alone. L’intera ambientazione del romanzo è urbana e non viene concesso nemmeno un accenno al resto del mondo al di fuori della metropoli sviluppatasi intorno a Straint Street. L’unica eccezione a questo contesto metropolitano da film noir, fatto di locali notturni, spiagge desolate, case abbandonate ed edifici fatiscenti, è rappresentata dal cosiddetto «sito dell’evento». Una o due generazioni prima dei fatti narrati, un pezzo si è staccato dall’enigmatico Fascio Kefahuchi (”una singolarità nuda”, come veniva descritto nel precedente romanzo, una vera e propria anomalia spazio-temporale, come viene ricordato nella quarta di copertina) ed è caduto sul pianeta, originando un serbatoio di manufatti alieni e di paradossi quantistici sottoposto al rigido controllo delle autorità, nella fattispecie della cosidetta Criminale del Sito.

L’evento (la caduta sul pianeta, o comunque lo si voglia descrivere) era avvenuto una generazione prima o più, nella vecchia parte industriale della città, nel dedalo di fabbriche, magazzini, porti e canali marittimi che al tempo collegavano Saudade all’oceano. Il commercio era terminato all’istante, ma la caratteristica architettura era rimasta nella zona marginale, circa un chilometro all’interno, un labirinto di edifici vuoti con tetti pericolanti e tubi di scarico rotti, telai di ferro delle finestre sfondati e privi di vetri. Un chilometro o due oltre il bar di Liv Hula, Straint si stringeva a formare un vicolo; le traverse acciottolate diventavano poco più che stradine industriali piene di crateri e solchi, mucchi di cavi in disuso e grosse travi di legno. Tutto odorava di ruggine e antesignani di sostanze chimiche. Le targhe smaltate di blu agli angoli delle strade si erano corrose da tempo fino a diventare illeggibili. Elizabeth Kielar le osservò attentamente ed ebbe un brivido. [pag. 170]

In questo contesto di estremo rischio e degrado, si trovano ad operare i cosiddetti agenti di viaggio o entradisti, stalker memori del modello dei fratelli Strugatsky che non a caso vengono citati nelle epigrafi di apertura, che di per sé sembrano racchiudere la chiave di lettura necessaria per decodificare la serratura quantistica di M. John Harrison. Vic Serotonin è uno di questi agenti di viaggio, che si avventura nel sito per recuperare reperti da smerciare a caro prezzo sul mercato nero, quando non è occupato ad accompagnare turisti a caccia di avventure forti. Lens Aschemann è un investigatore della Criminale del Sito sulle sue tracce, riconoscibile dalla somiglianza con Albert Einstein, e la sua assistente ha un datableed impiantato nell’avambraccio che la tiene costantemente aggiornata su ciò che accade a Saudade. Paulie DeRaad è un ex-contrabbandiere che ha costruito la sua fortuna grazie a un accordo con l’onnipotente AMT (acronimo di Appalti Militari Terrestri, una compagine commerciale-militare che ha guidato la colonizzazione spaziale e l’espansione umana nell’Alone), uno degli uomini più potenti e rispettati di Saudade, ma rimane accidentalmente infettato da un manufatto recuperato da Vic nel sito. Liv Hula è la titolare del bar Black Cat White Cat intorno a cui le loro storie si intrecciano. Antoyne Messner è un ciccione in cerca di considerazioni, che trova grazie a Irene la Mona, una bambolina appena colpita da un lutto d’amore. Edith Bonaventure è la figlia di Emil, forse il più grande entradista di tutti i tempi, l’unico uomo capace di spingersi in profondità nel cuore del sito e uscirne - quasi - illeso. E poi ci sono lottatori potenziati, bambine killer, ragazze-risciò, operatori ombra e gatti: tanti gatti, bianchi o neri, che inondano la città dal sito a torme come una maledizione di Ulthar, emergendo dall’anomalia insieme ai fantasmi di un’altra epoca. Come Elizabeth Kielar, che un giorno si rivolge a Vic per ritrovare il proprio passato, la propria storia. Nel sito.

Le immagini con cui Harrison bombarda il lettore sono memorabili e persistono dietro gli occhi con la tenacia di un flash al magnesio. Le sue frasi sono lampi illuminanti che per una frazione di secondo sembrano rischiarare un mondo meraviglioso e inquietante al contempo, ma come lampi si estinguono in un batter d’occhio lasciando solo il ricordo di una sensazione, un’impressione che si degrada progressivamente rivelando la propria fallacia alla luce del lampo successivo. Ma un sentimento elegiaco pervade il suo racconto e un senso di nostalgia si estende per tutto il suo sviluppo come un rumore di fondo, il refrain di una vecchia musica terrestre, una presenza costante che è una sfumatura persistente nello sguardo del lettore. Ci ritroviamo a seguire così le gesta sconclusionate dei protagonisti e le loro conversazioni senza capo né coda, ad abituarci ad esse ed affezionarci ai loro vezzi, comprendendo come il comportamento umano possa essere manipolato alla stessa maniera di un codice informatico, e come un software sia esso stesso esposto alle insidie aliene del contagio e dell’infezione. Quando alla fine l’essenza del sito si rivelerà essere nient’altro che un catalizzatore delle routine comportamentali più antiche, codificate nell’istinto dell’uomo, saremo colti da un misto di delusione per le miriadi di segreti disperse nelle sue profondità surreali e mai abbastanza esibite al lettore, ma proprio come davanti a un gioco di prestigio ben riuscito sapremo riconoscere l’efficacia della rappresentazione e perderci nella sorpresa della sua riuscita.

Harrison è un mago della parola e dell’immagine e come un illusionista non offre risposte, non indugia in spiegazioni e anzi, con la dovuta eccezione del passaggio sopra riportato (indicativo anche della cifra stilistica del romanzo, con il suo carico di incertezza e di dubbio che traspone l’essenza del paradosso di Schrödinger), taglia del tutto ogni occasione di infodump per estirpare da Nova Swing qualsiasi rischio nozionistico sul background di Saudade, sulla storia dell’Alone e sulla natura del sito. Ogni elemento viene colto attraverso una particolare esperienza di ciascuno dei personaggi e alla fine si dimostra altrettanto tenue di un’annotazione scarabocchiata di fretta nella concitazione del momento sulla pagina ormai ingiallita di un vecchio diario.

Sono rimasto a lungo indeciso se parlare o meno di questo libro. Ogni interpretazione ha senso in uno spazio soggettivo comunque circoscritto, e in questo caso più ristretto che mai vista la volontà dell’autore di trasfigurare la quintessenza di un paradosso quantistico che ha nell’osservatore la principale fonte di interferenza e disturbo. Ma a distanza di dieci giorni dalla fine della sua lettura immagini e sensazioni provocate da Nova Swing continuano a rincorrersi nei miei pensieri e così ho pensato che potesse valerne la pena metterli nero su bianco, su queste pagine tracciate con inchiostro elettronico.

Meno dinamico ed esplicativo di Picnic sul ciglio della strada, Nova Swing vive nel gioco dei rimandi e delle sensazioni ed esalta le qualità stilistiche del suo autore nella definizione di un’atmosfera struggente. Ma come ricorda lo slogan di un’impresa commerciale che presta anche il titolo al libro (”Mira al futuro”), la nostalgia di Harrison non è diretta verso qualcosa di già smarrito, ma verso qualcosa che potremmo perdere, nel corso della nostra ascesa alle stelle. Ogni impresa, dopotutto, resta esposta al rischio della sconfitta. E tanto maggiore è la sua portata, tanto maggiore risulta il sacrificio richiesto. L’efficacia del mondo di Harrison nasce anche dall’aver dato voce ai reietti del futuro, ricordandoci che sull’orizzonte del domani non si affollano solo mirabili prodigi e benefiche conquiste.

[Immagini: The Moon and the Stars, by Dannyw via Flickr; Looters, via English Russia; Pripyat Exclusion Zone - Panorama, by Pedro Moura Pinheiro via Flickr; Galaxy Skyline, by Just Nate via DeviantArt.]