Olonomico: le connessioni empatiche di Sandro Battisti

Posted on Novembre 12th, 2012 in Connettivismo, Fantascienza, Letture, ROSTA | 6 Comments »

Come annunciato dall’autore e dall’editor sui rispettivi blog (HyperHouse e False Percezioni) è uscito da pochi giorni Olonomico, ultima fatica di Sandro Battisti, un romanzo che riprende le complesse e imperscrutabili trame dell’Impero Connettivo. Per maggiori informazioni, rimando alla pagina ufficiale sul sito di CiEsse Edizioni, costantemente aggiornata. Qui di seguito riporto la quarta di copertina del libro, disponibile per la collana Silver curata da Luigi Milani sia in una elegantissima edizione cartacea che in e-book DRM free.

Nel cosiddetto Impero Connettivo – uno Stato modellato sull’esempio dell’Impero Romano, il cui dominio si estende sia sullo spazio sia nel tempo – l’imperatore Totka_II e il suo alto funzionario Sillax continuano a progettare espansioni territoriali e temporali. Le loro nuove mire si concentrano su un territorio dove i giovani Lycia e Storm interagiscono caoticamente con uno strano personaggio che si nasconde dietro movimenti apparentemente incomprensibili.

L’Impero, governato da una stirpe di alieni semieterni, causa prima dell’umanità e poi della postumanità, è davvero così florido? Che cosa accadrà, quando i percorsi di tutti i personaggi del romanzo s’incontreranno, e utilizzeranno tutti i continuum con cui verranno in comunicazione? Una splendida metropoli, asettica e algida li attende…

Sandro mi ha chiesto molto generosamente di contribuire a questa sua ultima uscita con una prefazione, inclusa nell’edizione in distribuzione insieme a una visionaria e scanzonata postfazione di Marco Milani, pubblicata su HyperNext in concomitanza con questo mio intervento. Sperando di far cosa gradita a tutti voi e soprattutto di invogliarvi alla lettura del testo, che merita davvero la vostra attenzione, pubblico qui il mio contributo, dal titolo:

Le connessioni empatiche di Sandro Battisti con i mondi perduti e gli infiniti mondi possibili futuri

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Urania compie 60 anni

Posted on Ottobre 1st, 2012 in Fantascienza, ROSTA | 1 Comment »

Arriva nelle edicole il nuovo numero di Urania, un numero a tutti gli effetti speciale: cambio di veste grafica (da tascabile a formato-libro, più grande, sulla scia dei cambiamenti già introdotti dalle collane sorelle dei Gialli e di Segretissimo) e celebrazione di un grande traguardo. Il 10 Ottobre del 1952 usciva infatti il primo numero dei Romanzi di Urania.

Da 60 anni Urania, in altre parole, è una presenza fissa sugli espositori delle edicole. È un numero che dà il senso della prospettiva storica e all’appassionato come me, che ha avuto la fortuna di pubblicare sulle sue pagine, desta una certa vertigine. Urania ha quasi il doppio dei miei anni, ha foraggiato almeno tre – forse quattro, in questi conti sussiste una certa arbitrarietà – generazioni di lettori, e per tutti, in Italia, è sinonimo di fantascienza. L’identificazione è stata forse agevolata dalla lungimiranza di Giorgio Monicelli, il suo leggendario primo curatore, che ebbe l’ispirazione di coniare il neologismo per un genere di importazione che i lettori italiani già conoscevano ma faticavano forse a identificare con chiarezza, oltreché l’ardire di presentare quel primo volume (per la cronaca, come molti ricorderanno, si trattava de Le sabbie di Marte di Arthur C. Clarke, e per il sessantennale il Curatore Maximo ha deciso di omaggiare Mr. 2001 con il suo ultimo libro, scritto a quattro mani con Frederik Pohl, autentica leggenda vivente, uno che ha praticamente visto nascere la SF) addirittura come un classico.

Quante cose sono accadute da quel 10 Ottobre 1952? Lo Sputnik, Yuri Gagarin, il Programma Apollo, le sonde Voyager, il ritorno delle missioni marziane automatizzate. E ancora: internet, i cellulari, i tablet, il mondo costantemente connesso; la scoperta del DNA, il sequenziamento del genoma umano, la clonazione; il nucleare civile, la fisica delle particelle, le osservazioni cosmiche di Hubble, il bosone di Higgs. Nata in piena guerra fredda, Urania è sopravvissuta alle guerre di Corea, del Vietnam, delle Falkland, dei Balcani, del Golfo, alla dissoluzione del Patto di Varsavia, ha assistito all’ascesa di nuove superpotenze e affronta indomita le onde burrascose della crisi che sta spazzando l’Occidente. È un bel risultato, per una semplice, umile collana di fantascienza.

Diversamente da molti miei colleghi appassionati, non ho scoperto il genere sulle sue pagine. Ma ricordo il primo volume acquistato: Il mondo che Jones creò di Philip K. Dick, in ristampa nei Classici. Era il 1996, il libro mi occhieggiava da un’edicola calabrese. Non so se fosse lì dal 1987 – probabilmente era stato ripescato dalle scorte che l’edicolante teneva da parte per la stagione turistica – ma fu come riconoscersi a prima vista, per me che non avevo mai avuto un Urania per le mani: un colpo di fulmine! È stato solo il primo di centinaia di volumi, acquistati all’uscita o recuperati nel mercato dell’usato. Centinaia di Urania campeggiano oggi nelle mie librerie (parlo al plurale, calandomi nella condizione di sdoppiamento bipolare dell’emigrante). Guardarli mi trasmette ogni volta un senso di felicità. Perché tra gli alti e i bassi della sua storia – in particolare durante le gestioni F&L – e fino all’ultima ventennale gestione Lippi, passando per la cura di Montanari, non sono state rare le perle dispensate ai lettori. E mi allieta l’idea che molti di quei volumi esposti sui miei scaffali siano ancora da leggere e da gustare. Con l’augurio che Urania molti altri ce ne sappia offrire in futuro, con il piacere della scoperta rinnovato anche dall’adattamento del formato, che promette un allineamento con le edizioni da libreria, mettendo da parte ogni possibile soggezione legata al tascabile, a cui pure resto mio malgrado affezionato.

Lunga vita a Urania e buon lavoro a Giuseppe Lippi e a chi continua con lui a fare in modo che la buona fantascienza non manchi mai sulle nostre pagine, cartacee ed elettroniche!

Edit del 16-10-2012: Da ieri è on-line il numero 148 di Delos SF, della cui ricca offerta fa parte uno speciale a cura del direttore Carmine Treanni sui 60 anni della fantascienza in Italia e di Urania, che comprende in forma condensata e rivista anche questo mio intervento, accanto ai punti di vista di altri operatori del settore. Buona lettura!

Ancora su Dick

Posted on Marzo 12th, 2012 in Fantascienza, ROSTA | No Comments »

Per venire incontro a un invito del direttorissimo di Delos SF Carmine Treanni, ho ripreso il ciclo di articoli già ripubblicati su HyperNext (a partire da questo, trovate gli altri come pingback tra i commenti), li ho fusi di nuovo tra loro e ampiamente rimaneggiati, ho inserito e provato a sviluppare le riflessioni che già avevo accennato su questo blog. Potete leggere il risultato sul numero 142 di Delos, in linea da ieri, che nel ricco sommario include anche uno speciale su Mack Reynolds, autore che merita una riscoperta.

Nello stesso numero, ho approfittato dell’occasione per riprendere un vecchio racconto, proveniente dallo stesso serbatoio della monografia dickiana, l’iterazione 04 di NeXT, e ritoccarlo adeguatamente. Philip K. Dick è vivo ed è sulla Terra è un pastiche che vuol essere un omaggio personale, e niente più. Parafrasa fin dal titolo un progetto di Dick per una sceneggiatura mai realizzata e cala l’autore in uno degli universi decadenti scaturiti dalla sua immaginazione, alle prese con personaggi poco noti della sua bibliografia. Visto che c’ero, ho riformulato uno dei quesiti della lista Voight-Kampff con il trolley problem. La tentazione era forte e l’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Il mondo che Dick creò

Posted on Febbraio 17th, 2012 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | 1 Comment »

Ormai Philip K. Dick è diventato praticamente un’istituzione. L’editore attuale dell’opera di Dick non perde occasione per rivendicarne la “trascendenza” rispetto ai confini del genere di appartenenza, illustri filosofi si occupano del suo pensiero e non passano inosservati sul Corriere della Sera, fioriscono i distinguo tra la letteratura alta e la massa indistinta della fantascienza, Hollywood continua ad attingere in maniera più o meno diretta ai suoi lavori e la ricaduta sul genere è ai minimi storici.

Di fronte al moltiplicarsi delle sfaccettature di un mondo sempre più dickiano, da appassionato del genere scopritore di Dick in tempi meno sospetti, penso che gli appassionati di SF come me dovrebbero rivendicare, ora più che mai, prima che si scateni il probabilissimo bailamme per le commemorazioni del trentesimo anniversario della sua scomparsa all’approssimarsi del 2 marzo prossimo, due condizioni fondamentali:

1. l’appartenenza di Dick al genere: al di là di tutti i difetti che si possono imputare alla sua tecnica, la grandezza della sua visione e la toccante sincerità delle sue preoccupazioni non avrebbero trovato un’espressione altrettanto efficace all’esterno del solco scavato dall’immaginario del genere: al fiume immenso che ha scavato l’antica valle, le opere di Dick hanno sicuramente tributato un contributo importantissimo, incrementandone la portata fino a rompere gli argini e a determinarne la conseguente irruzione nel nostro panorama culturale contemporanaeo tout-court;

2. la giusta collocazione di Dick all’interno della storia del genere; sostenere il suo primato equivale a commettere un torto a tutti gli altri scrittori che hanno saputo coniugare maturità tematica e padronanza stilistica, esprimendosi ai suoi stessi livelli se non anche meglio, e non sono affatto pochi: da Alfred Bester a Samuel R. Delany, da Fritz Leiber a Ursula K. Le Guin, da J.G. Ballard a William Gibson, Dick non rappresenta affatto l’eccezione nell’economia storica della fantascienza.

Negli ultimi tempi, lo stream del blog HyperNext ha fortemente risentito delle intuizioni di Dick, proprio per la loro persistenza e attualità nell’ambito del pensiero e delle inquietudini contemporanee. Due post per tutti: Il dilemma etico del male minore e Ma gli androidi sognano pecore elettriche?. Da oggi, per tre venerdì di seguito, riproporremo a puntate un mio articolo apparso in una versione precedente su Next 4. Si comincia da qui.

Il furto del futuro

Posted on Gennaio 27th, 2012 in Agitprop, Fantascienza, Letture, Proiezioni | 2 Comments »

Oggi ricorrono i 67 anni dell’arrivo ad Auschwitz dei soldati dell’Armata Rossa e la scoperta di ciò che il Terzo Reich aveva significato per milioni di ebrei. Sei per l’esattezza. Oltre che per un numero inferiore ma comunque rilevante di prigionieri sovietici (almeno due milioni), polacchi non ebrei (circa due milioni), slavi (1-2,5 milioni), dissidenti politici (1-1,5 milioni), zingari (forse mezzo milione), omosessuali (5-15 mila), portatori di handicap o di malattie mentali (duecentomila). Secondo stime variabili, un numero di vittime complessivamente compreso tra i 12 e i 17 milioni furono eliminate dalla Storia con una furia sistematica. E la fluttuazione dei dati serve a rendere ancora più terribile l’orrore, per quanto possibile, conferendo alle proporzioni dell’Olocausto un carattere di incertezza. Per ricordare i caduti dello sterminio, nel 2005 la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito il Giorno Internazionale della Memoria.

Altre nazioni, come l’Italia (fin dal 2000), avevano adottato la commemorazione del 27 gennaio già da tempo. D’altro canto, non so quanto possa giovare effettivamente un “giorno della memoria”, al di là del ricordo in sé di quanti caddero vittime della follia. La notizia che un quinto dei ragazzi tedeschi tra i 18 e i 30 anni ignori la reale entità dell’orrore consumatosi ad Auschwitz allunga un’ombra inquietante su questa data. E’ la dimostrazione pratica che non bastano tutte le istituzioni del mondo, la concordanza d’intenti internazionale, il martellare mediatico, a sostenere la prova della Storia. Occorrerebbe al contrario un lavoro sistematico di formazione. Probabilmente, portare le scolaresche in gita presso i campi di sterminio in Polonia o anche solo i diversi centri di internamento allestiti lungo l’asse della penisola, potrebbe servire  altrettanto alla loro crescita umana quanto la vista di un affresco o di un museo di storia naturale. Ma riuscirci presupporrebbe un paese con una sua coscienza, che riesca a tutelare gli scavi di Pompei dai crolli e le sue città dalle ritorsioni della natura, e che sappia valorizzare un patrimonio storico vastissimo, che forse non tutti hanno l’interesse di considerare.

Il Ventennio Fascista, tanto rimpianto nell’ondata di disorientato qualunquismo che si avverte montare negli ultimi tempi, significò oltre a tante altre indecenze anche questo e questo (una lista sola non basta, e anche questo è significativo). In periodi di crisi come questo, il malumore galoppante si trascina purtroppo dietro tutto uno strascico di rigurgiti pseudofascisti, razzisti, nazionalisti, e il passo da lì al neonazismo è breve. La teorizzazione di una qualche forma di superiorità, per diritto naturale o acquisito, è un viatico verso lo sprofondamento. Fortunatamente, la letteratura e il cinema ci hanno fornito materiale di eccellente qualità per propagare la memoria, rinsaldandone la tenuta. Lasciando da parte i classici e il mainstream, anche nell’ambito della fantascienza possiamo trovare opere di prima grandezza e di estrema utilità ai nostri scopi.

Basti pensare a La svastica sul sole (romanzo del 1962, vincitore del Premio Hugo), in cui Philip K. Dick immagina uno scenario ucronico nato dalla vittoria delle potenze dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale e dalla loro conseguente spartizione del mondo; oppure ai bestseller Fatherland (1992), serratissimo thriller di storia alternativa di Robert Harris, e Il complotto contro l’America (2004), acclamata sintesi di bildungsroman e fantapolitica di Philip Roth. O ancora L’arcobaleno della gravità (1973), che valse a Thomas Pynchon il National Book Award, che si svolge nelle concitate fasi finali della caduta (ma sarà davvero caduta?) del Terzo Reich, e Il sindacato dei poliziotti yiddish (2007), notevolissima detective story di Michael Chabon che si riallaccia direttamente al filone delle ucronie, proponendo sulla Shoah un punto di vista obliquo. Charlie Stross sceglie al contrario di esaminare il genocidio dalla prospettiva del futuro profondo, ne L’alba del disastro (2004), dove l’incubo proviene da pianeti remoti oppressi sotto il tallone di ferro di una setta di cyborg neonazisti. Ma l’affresco più efficace di ciò che significa l’odio, dedicato agli effetti devastanti a cui può condurre se seminato nel suolo sempre fertile dell’ignoranza, ce lo offre forse Thomas Disch, che nel suo terribile e toccante Campo Archimede (1968), realizza con grazia straordinaria una perfetta attuazione del teorema ballardiano dell’inner space, risalendo concentricamente la gerarchia delle dimensioni dal microcosmo personale del protagonista (un poeta comunista imprigionato nel campo del titolo per la sua renitenza alla leva, in un’America totalitaria e bigotta del prossimo futuro) alla sfera universale del genere umano.

Ispirato dal famigerato furto dell’iscrizione posta sull’ingresso di Auschwitz, non si può dimenticare il racconto di Stefano Di Marino La memoria rende liberi, riuscitissima incursione dell’autore nei territori della fantascienza, incluso nell’antologia Sul filo del rasoio (2010), curata per il Supergiallo Mondadori da Gianfranco de Turris (a riprova, una volta ancora se necessario, della pretestuosità infondata di certe accuse che hanno investito - anche di recente - il suo lavoro nell’ambito del fantastico).

Di Fatherland nel 1994 fu anche tratta una trasposizione televisiva per la HBO, con Rutger Hauer nei pannidel protagonista. E un paio d’anni fa circolò la notizia che la BBC avesse messo in cantiere una miniserie in quattro episodi tratta da La svastica sul sole, con Ridley Scott nel ruolo di produttore esecutivo, di cui si sono purtroppo perse le tracce. Ma per venire a incubi cinematografici già trasposti su celluloide, vanno segnalati Europa (1991), capitolo finale del trittico del danese Lars von Trier dedicato al vecchio continente, tra toni surreali e seduzioni ucroniche. Più recentemente, il regista inglese Dennis Gansel ha delineato nel suo L’Onda (2008) il pericolo di un riflusso autocratico, sorto in seno a un esperimento scolastico e presto degenerato in incubo. Il fascino dei totalitarismi - è questo il teorema che emerge da entrambi i film citati - attecchisce nel disagio, soprattutto in periodi di smarrimento storico e di apparente disaffezione alla politica.

Un quadro fin troppo familiare. Presidiare il passato, anche attraverso le forme di riscrittura critica operate dall’ucronia, è una valida strategia per difendere il futuro. Almeno mi piace crederlo, specie di questi tempi.

Revenant: a volte ritornano

Posted on Agosto 8th, 2011 in Connettivismo, Nova x-Press | 8 Comments »

Prima della pausa agostana (che, se mi riesce una sorpresa per i lettori del blog, pausa non sarà per lo Strano Attrattore), mi preme tener fede a una promessa fatta a due studenti della facoltà di Psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, Antonio Cerrato e Julian Shabi. I due intraprendenti giovani hanno deciso, bontà loro, di intervistarmi sulla genesi dei racconti di Revenant per la tesina che hanno poi presentato con successo al corso di Antropologia Culturale del prof. Vincenzo Padiglione.

La lunga conversazione, tutta svolta via e-mail la scorsa primavera, è andata a costituire l’ultima sezione del loro saggio, che ha analizzato il fenomeno dei non-morti nell’immaginario degli ultimi decenni, oltre che sul fronte letterario anche su quello televisivo (con la serie Ghost Whisperer - Presenze), cinematografico (con il film The Others) e musicale (il videoclip di Michael Jackson per Thriller). Sono particolarmente contento per loro del risultato, per cui ho pensato con il loro consenso di pubblicare la parte che mi riguarda, in cui vengono affrontati temi di più ampio respiro, sia in ambito letterario (la fantascienza, il fantastico, il connettivismo) che “antropologico” (l’influenza delle leggende della tradizione sull’immaginario dello scrittore), prima di incentrarsi sull’antologia e la sua struttura.

La trovate integralmente dopo il salto.

Nell’immagine, una rappresentazione di Xipe Totec, divinità azteca preposta
alla rinascita, al passaggio dalla vita alla morte e viceversa,
scelta da Cerrato e Shabi come nume tutelare per il loro progetto.

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Terre rare

Posted on Luglio 1st, 2011 in Accelerazionismo, Futuro, Stigmatikos Logos, Transizioni | 2 Comments »

E’ interessante notare come il nostro stile di vita nel 2011 dipenda da materiali di cui la maggior parte della gente ignora l’esistenza. Occorrerà presto un fondo per gli elementi in via di estinzione? Prima di proiettarci verso la frontiera spaziale, a caccia di berynium nell’orbita di Sirio o di illirio direttamente nel cuore di una supernova…

Blade Runner: tempi maturi per i replicanti?

Posted on Marzo 6th, 2011 in Criptogrammi, Fantascienza, Proiezioni | 9 Comments »

La trattativa per il passaggio dei diritti collegati al franchise di Blade Runner dagli storici detentori Bud Yorkin e Jerry Perenchio (produttori nel 1982 del capolavoro di Ridley Scott) alla Alcon Entertainment sta facendo molto discutere. La notizia ha guadagnato ampia visibilità su tutte le principali testate giornalistiche, incluse quelle italiane solitamente indifferenti, se non proprio allergiche, alle notizie riguardanti il mondo della fantascienza (si vedano a questo proposito il servizio di Repubblica.it e l’articolo del Corriere.it). E in effetti la cosa è tanto più strana visto che al momento si parla ancora di accordi in fase di definizione, per quanto in fase avanzata (secondo quanto riportano l’Hollywood Reporter e il Telegraph). E la reazione dei fan non ha tardato a farsi sentire, come testimonia il ricco thread di discussione sul forum di Fantascienza.com.

Ora, mi ritengo tra gli appassionati più accaniti della pellicola di Scott. Una passione testimoniata dalle cassette logore, i DVD, la mole di appunti e i libri su Blade Runner che sono sparsi per casa. Eppure non riesco ancora a capire le reazioni della maggior parte delle persone che si sono espresse sulla vicenda. La diffidenza degli addetti al settore lascia spazio alla chiusura aprioristica da parte dei fan, quasi tutti dimentichi che Blade Runner ha già avuto i suoi bei seguiti e addirittura uno spin-off decisamente all’altezza. Parlo, per la precisione, dei tre sequel in forma di romanzi, scritti nella seconda metà degli anni ‘90 dallo specialista in novelization K.W. Jeter:

Blade Runner 2: The Edge of Human (1995, da noi Blade Runner 2, per Sonzogno)
Blade Runner 3: Replicant Night (1996, da noi Blade Runner - La notte dei replicanti, Fanucci)
Blade Runner 4: Eye and Talon (2000, inedito in Italia)

Pur riconoscendo la bravura di Jeter (evidente nei suoi romanzi stand alone, in particolare Dr. Adder e soprattutto Noir), i suoi seguiti di Blade Runner non sono in nessun caso lavori memorabili, né sembrano essere stati in grado di aggiungere una vera profondità di prospettiva agli scenari illustrati sul silver screen da Hampton FancherDavid W. Peoples (gli sceneggiatori della pellicola), Ridley Scott (il regista, ovviamente) e Syd Mead (il consulente ingaggiato per rendere credibile la Los Angeles del 2019, le immagini che seguono sono i suoi famosi lavori di preparazione per il film).

Tralasciando il sidequel di Soldier, diretto da Paul W.S. Anderson su sceneggiatura dello stesso David Peoples (75 milioni di dollari bruciati per un film che ne recuperò solo 15 in giro per il mondo), al contrario il videogioco della Westwood Studios del 1997 rappresenta ancora oggi il prodotto più compiuto ed efficace ambientato nell’universo originario di Deckard e soci. Nei 5 atti del punta-e-clicca interattivo realtime, i bassifondi di Los Angeles, i suoi sotterranei e i dintorni kipplizzati, vengono esplorati con una tale ricchezza di dettaglio da poter tranquillamente alimentare lo sfondo di una intera serie televisiva. A differenza dei romanzi di Jeter, il videogame riesce a fondere in un amalgama riuscito tanto l’atmosfera e il plot di Blade Runner, quanto gli elementi di sfondo originariamente presenti nel libro di Philip K. Dick a cui Scott e gli sceneggiatori dovettero rinunciare nella loro trasposizione cinematografica (il Kipple, appunto, ma anche gli altri cacciatori di replicanti della Blade Runner Unit).

Non trovo quindi per nulla sorprendente che i boss della Alcon abbiano già annunciato i loro progetti per sfruttare i diritti dell’opera in tutte le direzioni possibili: prequel, sequel, spin-off; per il cinema e la televisione; con un occhio di riguardo anche per gli altri media.

Quello che forse mi tranquillizza maggiormente è il fatto che la compravendita dei diritti non riguarda la pellicola originale, che pertanto non corre per il momento il rischio di subire un riadattamento. Non che sia avverso ai remake a prescindere, ma la sorte di Blade Runner incarna la quintessenza della fantascienza, un genere nato per garantire longseller nella letteratura (come dimostra il caso dei suoi titoli di maggiore successo) e titoli immortali al cinema (al di là del maggiore o minore successo di pubblico alla loro uscita nelle sale, sul lungo periodo 2001: Odissea nello Spazio e Blade Runner hanno contribuito insieme a plasmare il nostro immaginario calibrando una determinata percezione del futuro).

Torniamo ai piani della Alcon. Non esiste ancora nulla di definitivo, ma i produttori Andrew Kosove e Broderick Johnson hanno anticipato che non gli dispiacerebbe coinvolgere nel progetto niente meno che Christopher Nolan, oggi forse il regista più desiderato di Hollywood. Proprio la Alcon Entertainment produsse nel 2002 il primo film ad alto budget di Nolan, Insomnia (uno dei migliori noir degli ultimi dieci anni), e il risultato lascia ben sperare anche per un’ipotetica partecipazione del regista britannico ai progetti in serbo per il rilancio di Blade Runner.

Quello che tutti ci saremo domandati leggendo le news di questi giorni, è sicuramente stato: ma esistono margini di sviluppo per riprendere un marchio vecchio di ormai quasi trent’anni e trarne qualcosa di nuovo? Non si corre il rischio di spremerne a tutti i costi le ultime gocce, producendo qualcosa di povero, dal sapore agro? Sono timori più che giustificati, ribaditi anche da Silvio Sosio nel suo editoriale della domenica su Fantascienza.com, che però per una volta mi trova in disaccordo.

Negli ultimi anni abbiamo assistito al successo di tutta una serie di titoli capaci di rinnovare il filone, tanto al cinema quanto in TV, ridefinendo i contorni della nostra sospensione dell’incredulità a colpi di trame sempre più elaborate e particolareggiate e di lavori di world-building che hanno saputo ridisegnare scenari a cui avremmo dovuto già essere assuefatti. Penso per esempio a casi emblematici come Battlestar Galactica, Fringe (dopo X-Files, chi avrebbe potuto aspettarsi qualcosa di altrettanto riuscito?), Life on Mars (azzeccatissima miscela di fantastico e poliziesco), ma anche a Inception (un vero compendio dell’ultimo mezzo secolo di fantascienza). E lo stesso lavoro fatto da Nolan con il rilancio di Batman dovrebbe diventare un caso di studio non solo in ogni serio corso di cinema, ma anche di scrittura creativa.

Ciò premesso, cosa potremmo aspettarci dagli sviluppi futuri? Nel seguito, provo ad abbozzare alcuni modesti spunti personali: prendete tutto con il beneficio d’inventario, dopotutto sono solo le farneticazioni in tempo reale di un fan di vecchia data. E, se volete, divertitevi pure voi aggiungendo in sede di commenti le vostre outline alternative, ma non aspettatevi che un produttore di buone intenzione capiti da queste parti per appropriarsi delle nostre buone idee intorno ai possibili sviluppi futuri del mondo di Deckard e soci. Read the rest of this entry »

Love

Posted on Febbraio 4th, 2011 in Proiezioni, ROSTA | No Comments »

Angels & Airwaves è il nome di un progetto alternative rock concepito da Tom DeLonge, già chitarrista dei Blink-182. Apprendo da una veloce sfogliata di Wikipedia che la band ha all’attivo tre album, che hanno venduto complessivamente due milioni di copie. Su impulso di DeLonge, i musicisti si sono trasformati presto in produttori cinematografici, conferendo un’impronta multimediale alla dimensione originaria del progetto. Quattro anni fa misero in lavorazione un lungometraggio per accompagnare l’uscita del loro secondo album, dal titolo omonimo di I-Empire, ma nel giugno 2009 annunciarono che il film avrebbe cambiato nome e avrebbe giovato del nuovo album come colonna sonora. Il film viene presentato al Santa Barbara International Film Festival in corso proprio in questi giorni, ma da tempo sono in circolazione diverse versioni del trailer.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

ANGELS & AIRWAVES “LOVE” MOVIE TRAILER #3 from Angels and Airwaves on Vimeo.

Non so se vedremo mai Love nelle sale italiane. D’altro canto, devo riconoscere che ne ignoravo l’esistenza io per primo, finché una segnalazione di Moskatomika da Bassitalia mi ha messo a parte del progetto. Che sembra mescolare efficacemente le suggestioni di 2001: Odissea nello spazio e Cronache del dopobomba (ricordate l’astronauta abbandonato nel suo eremo orbitale?), combinando l’estetica low budget di Primer (lo so, ho una promessa da mantenere) con un taglio visionario che, pur tradendo un debito di immaginario nei confronti di The Fountain - L’albero della vita di Aronofsky, promette una tenuta decisamente migliore. E il contrappunto tra inner e outer space ha un retrogusto molto connettivista. D’altro canto, davanti a questo mix di introspezione e claustrofobia, è forte la sensazione anche di trovarsi di fronte a un possibile nuovo Moon, film rivelazione di Duncan Jones.

Love, 86 minuti, è stato scritto e diretto da William Eubank, classe 1982. La sua realizzazione è durata quattro anni.

Riserva di caccia

Posted on Gennaio 24th, 2011 in Criptogrammi, Futuro, Sezione π² | 10 Comments »

Aggiornamento sullo stato della scrittura, per tutti gli amici che nelle ultime settimane mi hanno chiesto - e aspettano - notizie più precise sui miei lavori. Mi aspetta un mese intenso e quindi potrei continuare a latitare da queste pagine ancora per qualche tempo. Oltre a due racconti già abbozzati ma ancora da scrivere, centrale resta chiaramente il lavoro sul romanzo. Di Corpi spenti vi ho già parlato in diverse occasioni, ma qui mi preme concentrarmi su un aspetto del romanzo che ho ritrovati in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera da Ermanno Rea, che di Napoli è stata una delle principali voci del Novecento, ma non solo.

«Oggi guardo con interesse a quelli che si occupano di economia alternativa e non inquinante: il Mezzogiorno potrebbe diventare una macroregione autonoma - senza parlare di secessione, ovviamente! - sulla falsariga anche del concetto di decrescita elaborato da Latouche, per esempio». Concretamente? «Affidare a un pool di intelligenze il progetto di un nuovo sviluppo, la mappatura dei problemi aperti, la speranza di mobilitazione delle coscienze, il compito di elaborare una prospettiva di futuro. Napoli è una città che non conosce se stessa».

Un passo indietro. Gli amici con cui mi sono più intensamente consultato durante la stesura di Corpi spenti sanno che la storia si svolge in un arco temporale di circa un mese, a ridosso delle imminenti votazioni che daranno il primo governo eletto dal popolo al neonato Territorio Autonomo del Mezzogiorno, istituito per decreto del Presidente della Repubblica nel dicembre del 2060. Nel duecentenario dell’Unità d’Italia, ecco che l’Italia si spacca: non è però la Padania a dichiarare la Secessione, al contrario è Bassitalia a staccarsi dalla penisola, come una coda di lucertola. Le spiegazioni di questa soluzione (prendetelo pure come un antipasto del romanzo) sono fondamentalmente due: in prima battuta attuare una secessione morbida, senza cioè dare l’idea della parte più ricca del paese che si lascia indietro quella più povera, ma al contrario caricando questa soluzione della valenza politica di un’opportunità di riscatto e progresso per il Sud (sul modello delle zone economiche speciali cinesi); in seconda istanza, creare una vera e propria Riserva di caccia per i signori di quest’Italietta futura post-democratica e neofeudale. In sintesi, fare di Bassitalia qualcosa che somiglia pericolosamente al Messico delle maquiladoras per il NAFTA, con Napoli che infatti diventa lo spettro di Ciudad Juarez.

Uno dei partiti che si contendono il controllo politico di questa Riserva fa riferimento a un movimento regressionista, che predica per voce del suo leader - un pastore evangelico che ricorda il Floyd Jones di PKD ma che… no, meglio rimandare i dettagli - una dottrina di anti-sviluppo come antidoto alle storture comportate dalla pessima gestione del progresso e delle sue opportunità. E’ una reazione alla Singolarità, che già in questo romanzo assume connotati culturali camaleontici per riflettere un nuovo assetto geopolitico emergente (e che verrà meglio esplorato in un romanzo breve che vedrà presto la luce, spin-off del filone principale di queste Cronache del Kipple). Non il modo più razionale per affrontare i problemi della città assediata dal Kipple, ma - si sa - facendo leva sull’insoddisfazione di pancia delle masse si possono strappare risultati importanti.

Ecco, vedere che qualcun altro ha avuto un’idea simile alla mia, e che in essa riverberano spunti e suggestioni molto simili pur approdando a due esiti completamente antitetici, forse dovrebbe infastidirmi, e invece mi rende ancora più orgoglioso per aver deciso di giostrare il romanzo intorno a quest’idea, anche con la valida incitazione degli amici con cui nei mesi scorsi mi sono confrontato. Perché significa che c’è un meme, nell’aria, e io l’ho recepito al pari di altri più svegli di me. Di sicuro, se mi fossi lasciato sfuggire un’opportunità di critica come questa, avrei sentito meno completo il romanzo, che si avvia felicemente alla conclusione attraverso la sua terza e ultima parte.

Da Napoli, 2061, per il momento è tutto. Restate in ascolto.

[Immagine pubblicata per gentile concessione di 3pad.]