Dopo averne seguito il cammino con partecipazione e - una volta tanto mi concedo l’uso di una parola che avevo soppresso dal dizionario - speranza, non potevo sorvolare sull’Inauguration Day. Pago quindi pegno allo Zeitgeist, e lo faccio con un bellissimo brano estrapolato dal primo discorso tenuto da Barack Obama come Presidente:
Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, capiamo che la grandezza non va mai data per scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie o di ribassi. Non è stato un sentiero per i deboli di cuore, per chi preferisce l’ozio al lavoro, o cerca solo i piaceri delle ricchezze e della celebrità. E’ stato invece il percorso di chi corre rischi, di chi agisce, di chi fabbrica: alcuni celebrato ma più spesso uomini e donne oscuri nelle loro fatiche, che ci hanno portato in cima a un percorso lungo e faticoso verso la prosperità e la libertà. Per noi hanno messo in valigia le poche cose che possedevano e hanno traversato gli oceani alla ricerca di una nuova vita. Per noi hanno faticato nelle fabbriche e hanno colonizzato il West; hanno tollerato il morso della frusta e arato il duroterreno. Per noi hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e Gettysburg, la Normandia e Khe Sahn. Ancora e ancora questi uomini e queste donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato fino ad avere le mani in sangue, perché noi potessimo avere un futuro migliore. Vedevano l’America come più grande delle somme delle nostre ambizioni individuali, più grande di tutte le differenze di nascita o censo o partigianeria. Questo è il viaggio che continuiamo oggi. [...]
Ci sono troppe cose da troppo tempo assenti dal lessico comune. Non potevo non trascriverle in questo taccuino multimediale. Quello che saremo nasce dalla memoria di quello che avremmo potuto essere e dalla consapevolezza di quello che siamo.
A proposito, ecco gli auspici di un oracolo vivente per ogni lettore di fantascienza: Frederik Pohl. E un ricordo toccante da parte di William Gibson per capire come la fantascienza abbia cambiato la sua vita e le nostre nel 1961, in un ex-bagno per neri convertito in edicola, a Wytheville, Virginia.
Ammettiamolo, l’Election Day ha monopolizzato queste trasmissioni nell’ultima settimana. Non meravigliamocene però: quale altro evento di portata analoga ricordate negli ultimi 10 anni? Personalmente me ne sovviene uno solo, e non era certo dei più felici, né capace di ispirare il sia pur minimo barlume di fiducia nel futuro. La musica sta cambiando.
Se ho diradato i post è stato anche per evitare la trappola dell’apologia a priori, che avrebbe corso il rischio di apparire acritica ed entusiasta senza ragioni. Ma ieri sera il Presidente Obama ha tenuto la sua prima conferenza stampa, continuando a bucare lo schermo così come gli era riuscito in campagna elettorale, concedendosi il lusso di ritardare quasi mezzora sulla tabella di marcia ed evitando accuratamente la trappola delle lungaggini, ispirando un profondo senso di prammatismo e convinzione. Senza mentire, cosa che gli è riuscita anche abbastanza facile perché il suo discorso è stato quasi interamente incentrato sul futuro. E, soprattutto, senza correre il rischio di sottrarre spazio istituzionale al presidente attualmente in carica, rivelando in questo un grandissimo ed ammirevole senso della misura e del rispetto delle istituzioni (così com’era stato per l’encomiabile discorso di McCain, inutile ogni paragone con l’Italia).
[Vi riporto qui la prima parte della conferenza, per il resto seguite i link suggeriti da YouTube.]
Il primo discorso ufficiale del 44esimo Presidente si è incastrato alla perfezione nel quadro della giornata di ieri: dopo l’apertura in ribasso delle Borse sfiduciate (permettetemi di dirlo: un ottimo segno che i mercati abbiano fiutato l’aria del Cambiamento), mezzora dopo la fine della conferenza Wall Street tornava su del 2,98%. Le ragioni di questo effetto immediato sono forse da ricercarsi nella trasparenza con cui Obama ha deciso di affrontare i suoi cittadini, nel giorno in cui era stato reso pubblico il nuovo tasso di disoccupazione USA (6,5%, il più alto negli ultimi 14 anni). E la glasnost obamiana dimostra una volta ancora che le parole hanno un peso. [En passant, nella sua conferenza il buon Obama ha anche risposto alle curiosità dei giornalisti, annunciando che manterrà la promessa fatta alle sue bambine durante la campagna per le presidenziali, prendendo loro un cucciolo che diverrà la nuova mascotte della Casa Bianca. Di che razza? Meticcio, ovviamente: una piccola rivalsa per tutti i cani senza pedigree.]
Nel pomeriggio erano state divulgate anche le foto delle ore decisive della notte del 4 novembre. Come fa notare Luigi Rosa, non le immagini artefatte ad hoc che tradiscono l’artificiosità della messa in scena. Qui - per anticipare gli scettici - se manomissione della realtà c’è stata, è stata condotta da una mano magistrale, che è riuscita a trasmettere l’istantaneità di un’attesa fibrillante, regalandoci la dimensione familiare e umana del candidato.
Adesso, non che voglia ammantare di ulteriore aura mistica la sua figura, anche perché a questo punto potrei comunque ben poco, ma le riflessioni su Black Pig blog unite a un po’ di memoria mi fanno tracciare un parallelo tra i tentativi di altri candidati (miseramente falliti) e questo uso disinvolto della Rete condotto dallo staff del candidato democratico. Prima di lui già Ségolène Royale aveva provato a battere i sentieri del web 2.0 per dare impulso alla sua campagna elettorale, sbarcando in Second Life. Stessa strategia adottata anche dal nostrano partito dell’Italia dei Valori, che se non altro è l’unico partito di opposizione che abbiamo in parlamento. Gli strateghi di entrambi (que)gli staff avevano così tradito tutta la loro incompetenza in materia: Second Life non è un bacino di voti perché, a prescindere da ogni considerazione sul merito (a più riprese ho rimarcato le potenzialità del mezzo, sfruttate soprattutto a fini di propagazione culturale o aggregazione “comunitaria”), risulta essere molto meno frequentato del resto della rete. Il vero fronte politico del web 2.0 è una fascia che abbraccia forum, blog e canali di discussione (luoghi elettronici in cui l’utente svolge un ruolo attivo e pro-attivo) e che trova i suoi ripetitori in YouTube e Flickr (che con le loro immagini alimentano la fame iconografica di questi tempi transrealisti).
Come chiusura di una campagna che ha salutato con la CNN anche la prima eclatante dimostrazione di massa delle possibilità olografiche della comunicazione, sembrerebbe che mai prospettive furono migliori per un riallineamento della politica e dell’informazione con la tecnologia che, in maniera interstiziale, sorregge ormai i tempi e la società in cui viviamo.
Torniamo a parlare di America e di futuro. La convention democratica in corso a Denver in questi giorni sta procedendo tutto sommato secondo il copione. Tra minacce sventate (magari quella risibile dei suprematisti bianchi servirà a potenziare il sistema immunitario intorno a Obama), appelli, endorsement ed epiche familiari, i sostenitori democratici non si stanno privando di niente. Ma a trionfare, come succede in questi casi, è sempre la retorica.
Barack Obama non ha ancora parlato. Sua moglie tutto sommato l’ha spuntata. Ted Kennedy ha infuocato gli animi, con l’appoggio all’uomo nuovo da parte della gens americana per antonomasia. E Hillary Clinton ci ha commossi. Lei che solo l’altro giorno aveva scatenato una campagna di odio contro il rivale di partito. Lei che fino all’ultimo voto utile ha continuato a dissipare i fondi elettorali confidando in una improbabile rimonta o - why not? - in un ritiro compassionevole di Obama (o peggio).
Non che nutrissi dubbi sulla comoda tendenza all’oblio delle masse. La gente ama le cose facili e allo stesso tempo lo spettacolo, e quando le due cose faticano a conciliarsi scattano quei meccanismi di rimozione in grado di garantire la pacificazione. Pertanto ecco che i toni da grande statista sostituiscono la violenza dell’internecine di solo pochi mesi fa. Ecco che il femminismo da palcoscenico nobilita la statura della regina in salsa stars & stripes. Ecco pronti per l’occasione nuovi bersagli - il comune avversario repubblicano - verso cui indirizzare il fuoco residuo, in attesa - chissà - di una seconda chance, programmata tra 4 anni.
Sarò rimasto al palo io, ma la responsabilità che dovrebbero dimostrare gli uomini e le donne di stato, o aspiranti tali, è di tutt’altra pasta. E per questo tiro un sospiro di sollievo. Per fortuna, il destino ci ha riservato Obama.
I caucus in Iowa hanno inaugurato la settimana scorsa una stagione politica che già si prospetta bollente per la Terra dell’Abbondanza e delle Opportunità, in vista delle Presidenziali di novembre. Il piccolo stato del Mid-West è in sè poco rappresentativo, come tutti abbiamo appreso in questi giorni: la natura prettamente rurale della sua struttura sociale, la netta prevalenza dei bianchi nella distribuzione della popolazione e la bassa affluenza che tradizionalmente contraddistingue la scelta dei candidati (benché quest’anno si sia rivelata superiore alle previsioni), rendono l’esito dei caucus passibili di mille interpretazioni divergenti. Ma ci sono segnali che emergono dai risultati e sui quali sembrerebbe che tutti i commentatori politici che hanno seguito l’evento si siano trovati d’accordo. In attesa di vedere come si comporterà il New Hampshire, dove nelle ultime ore sono iniziati a profilarsi possibili risultati clamorosi, vediamo di fare il punto della situazione.
Mi sono accorto che dopo averne parlato sulle vecchie frequenze, non ho dedicato all’evento-chiave di queste settimane l’attenzione che avrebbe invece meritato: Barack Obama sarà il candidato democratico alle prossime Presidenziali americane di novembre. Che io ricordi, è la prima volta che gli elettori chiamati alle urne non avranno l’imbarazzo della scelta tra le lobby e i gruppi di potere da mandare a Washington. E già questo mi sembra un bel cambiamento rispetto all’ultima volta.
Ma c’è di più. A meno di non commettere un clamoroso passo falso nella selezione del vice, Obama potrebbe davvero rappresentare il punto di rottura con il passato: un passato che in questi anni si sta riversando su tutti noi, investendo il presente con ondate insormontabili di kipple. E’ bello poter parlare di politica senza essere attivamente coinvolti, penserà qualcuno: meno allettante è però la prospettiva di doverne subire direttamente le conseguenze. Per questo confido che la percezione di rinnovamento che quest’uomo sta irradiando attraverso l’etere riesca a incontrare in patria la massima ricettività possibile.
Obama è un piccolo sogno americano realizzato. Un sogno che si è ripetuto e che potrebbe ripetersi ancora. Contro ogni aspettativa, arrivare sulla soglia della Casa Bianca… Una prospettiva che irradia onde nel futuro, le uniche frequenze su cui sintonizzarsi per aspettarsi sacrifici, sì, ma almeno finalizzati a un cambiamento concreto. Perché sarebbe comunque ingenuo illudersi che si riesca a dare una sterzata al mondo senza nemmeno uno scossone, ma la strada che stiamo percorrendo ci espone a ben altri rischi. Devo confessarlo: mi piacerebbe - per una volta - essere nato sotto la Star-Spangled Banner, per la pura e semplice soddisfazione che mi avrebbe dato mettere una croce sul suo nome, cancellando all’istante la miriade di cupi futuri alternativi che si addensano sull’orizzonte di questi tempi devastati.