Cablegate: considerazioni sparse a 72 ore dal cataclisma

Posted on Dicembre 2nd, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop | No Comments »

A tre giorni dal cosiddetto cablegate orchestrato da Wikileaks e dalla sua eminenza occulta, Julian Assange, restano molti gli interrogativi ancora aperti. Lo dimostra l’articolo lucido e posato di Federico Rampini apparso oggi su Repubblica. E non è tanto questione di domandarsi chi debba temere più degli altri la glasnost imposta ai tempi di Internet (l’articolo di Barbara Spinelli si segnala anche per un paio di echi fantascientifici degni di nota, cosa non banale da trovare sul principale quotidiano on-line italiano), perché la questione è risaputamente un po’ più complicata di quanto i nostri dispenser di saggezza di palazzo Chigi vorrebbero dipingerla. A farmi tornare sul tema è stata in particolare una riflessione di Lanfranco Fabriani, che giustamente ricorda gli analoghi cataclismi informatici evocati dalla letteratura di fantascienza, dal grande John Brunner in poi. Lanfranco si domanda:

Quali sarebbero gli sviluppi ipotizzabili? Un mondo più trasparente, o un mondo in cui i segreti diventano ancora più blindati e quindi magari aumenta anche il numero di ciò che diventa segreto e blindato?

Io sono rimasto un po’ indietro, visto che da tre giorni sto continuando a chiedermi: a chi conviene davvero questa operazione trasparenza orchestrata proprio adesso, mentre l’Amministrazione Obama si accinge a entrare nel periodo più difficile del suo mandato? E le risposte che mi vengono in mente non riescono a consolarmi nemmeno un po’, perché appaiono tutte fortemente ispirate da quel senso di dietrologia che da queste parti la fa da padrone. Mi chiedo come mai un attacco di queste proporzioni venga sferrato all’America di Obama, mentre invece Bush e la stagione dei falchi alla Casa Bianca siano stati sostanzialmente risparmiati da questi presunti difensori della libertà di informazione. E perché sia l’America di Obama a subire l’azione di Wikileaks, e non i governi che operano la sistematica violazione dei diritti civili come la Russia o la Cina.

Sul breve periodo, un’operazione simile mi sembra danneggiare soprattutto i progressisti e le loro speranze di cambiamento, a tutti i livelli, e non solo Obama e la sua amministrazione, come dimostra il fatto che proprio oggi la Clinton si sia sentita in obbligo di valorizzare il ruolo del Premier italiano e addirittura di riconoscergli la dignità di quell’incontro bilaterale che solo pochi mesi fa Obama gli aveva negato.

Sul lungo periodo, la strategia di Wikileaks temo che non produrrà altro che un irrigidimento strutturale, con conseguente ulteriore rallentamento dell’azione politica di Obama. E non dimentichiamoci soprattutto che il campo in cui Obama aveva fatto meglio finora era probabilmente proprio la diplomazia internazionale (con le aperture al mondo arabo e al Pacifico, la chiusura di Guantanamo, il programma di ritiro delle truppe dal teatro di guerra del Medio Oriente). L’attacco, insomma, è stato sferrato in un periodo di debolezza (l’economia che stenta a trovare il rilancio, l’esito delle elezioni di midterm) e proprio sul terreno del Presidente, riuscendo per di più a colpirlo chirurgicamente nei suoi punti più sensibili: un sistema informativo tutt’altro che infallibile e una rete diplomatica molto meno che eccellente. E questo rende ancora più sinistre le ombre che in queste ore si sono andate addensando su Wikileaks.

Però la sfida di Assange rappresenta a mio modo di vedere anche un’occasione di rilancio: se dovesse riuscire a ribaltare le istanze di trasparenza e libertà di informazione dietro cui si fanno scudo gli attivisti di Wikileaks, probabilmente Obama riuscirà a resuscitare quello spirito di cambiamento e innovazione che lo ha spinto fin dov’è adesso. Ma a giudicare dalle prime misure disposte da Washington, che somigliano un po’ a serrare la stalla dopo che il gregge è scappato, direi che non ci stiamo muovendo proprio in quella direzione.

Restiamo a guardare. E per chi non ne ha mai abbastanza di porsi domande, su Boing Boing Cory Doctorow ne segnala diverse di una certa sottigliezza, a opera di Dan Gillmor. Leggetele, meritano davvero e rappresentano la migliore critica che abbia letto finora alla fotografia scattata da Wikileaks a questo 2010 che si avvia alla chiusura.

Is it ok to be a cyberpunk in 2010?

Posted on Novembre 28th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | 5 Comments »

Per ragioni anagrafiche, ho scoperto il cyberpunk quando i suoi fondatori avevano già deciso che l’intera corrente (loro, a onor del vero, non hanno mai voluto definirlo “movimento”) era da considerarsi lettera morta. Dimostrando forse poco rispetto per le loro opinioni, ho abbracciato incondizionatamente la visione della vita e del mondo che emergeva dalle loro opere, una Weltanschauung (termine che andava per la maggiore nelle lezioni di filosofia al liceo, negli stessi anni in cui condivo il mio pendolarismo scolastico con la lettura di Gibson, Sterling & soci) che si andava consolidando man mano che progredivo nell’esplorazione di questo territorio per me nuovo e straordinario. Il cyberpunk era esploso e si era esaurito nella decade precedente e io mi sentivo un po’ come uno straniero giunto in città senza soldi e conoscenze. Potevo contare sull’unico aiuto rappresentato da una mappa letteraria: quella tracciata nella fondamentale antologia dedicata al filone da Piergiorgio Nicolazzini, Cyberpunk (Edizioni Nord).

Lo spirito anarcoide, l’idealismo di fondo che spesso bilanciava le istanze nichiliste, l’istinto di ribellione e la forza di resistenza (oggi, dopo aver letto qualche saggio sull’argomento, parlerei di endurance), erano questi i caratteri che davano vita alle istantanee di un mondo in degrado e allo sbando, campo di battaglia e terreno di conquista per individui senza scrupoli ed entità onnipotenti e inafferrabili, in cui già quindici anni fa si potevano avvertire i prodromi del nostro presente. Oggi, nel 2010, mi ritengo a mio modo ancora un cyberpunk: la mia visione del mondo continua a essere profondamente intrisa di quella filosofia di strada, per quanto risulti declinata secondo moduli e schemi che nel tempo si sono stratificati attraverso l’esperienza. Senza il cyberpunk, non sarei la persona che sono oggi.

La notizia che sta tenendo banco in questi giorni sulla stampa del mondo intero è legata all’imminente apertura degli archivi di Wikileaks. Dopo i ripetuti annunci di Julian Assange che si sono succeduti nei mesi scorsi, sembra ormai arrivato il momento e, anche se - a giudicare da quanto trapelato - prima di stasera difficilmente verrà pubblicato qualcosa, i mirini sono da ore puntate sul sito, proiettandolo ai vertici delle graduatorie degli hot spot  della rete. Quindici anni fa, ma anche cinque anni fa, avrei vissuto queste ore in uno stato di trepidante e frenetica attesa, aspettando di mettere gli occhi sui cablogrammi diplomatici delle ambasciate. Oggi alla frenesia sento però mischiarsi un senso crescente di angoscia.

Personalmente, continuo a pensarla come William S. Burroughs: non esiste mondo più sicuro di un mondo senza segreti. Tuttavia, non sono più tanto ingenuo da credere che la pubblicazione di una valanga di documenti diplomatici classificati a vari livelli di riservatezza possa cambiare in meglio il mondo, soprattutto dall’oggi al domani. La scelta dei tempi mi sembra in particolare alquanto inopportuna, anche se per ragioni che trascendono in parte la volontà degli artefici di Wikileaks. E la mia inquietudine nasce da un paio di valutazioni immediate. Su un piano più generale, mi sembra che una mossa simile, proprio adesso che, a costo di duri sacrifici, dopo gli anni bui dei falchi di Washington un’amministrazione progressista ha fatto della diplomazia il proprio punto di forza nei rapporti internazionali, lungi dall’indebolire gli USA quale fulcro degli equilibri geopolitici planetari e dal ridefinire l’assetto mondiale delle alleanze, finirà solo per arrecare un’ulteriore colpo all’azione politica di Barrack Obama. Su un piano più contingente, con le crisi economiche, finanziarie e politiche in corso in Europa e gli attriti tra le Coree a tenere in scacco l’Estremo Oriente ma non solo, alcune rivelazioni - magari nemmeno direttamente riconducibili all’amministrazione USA in carica - potrebbero produrre effetti deflagranti e difficilmente controllabili.

Ancora una volta, insomma, ho il sospetto che le ragioni di principio entrino in forte contrasto con le più semplici e banali questioni di opportunità. Nelle prossime ore sapremo quale decisione avrebbe potuto garantirci una soluzione migliore.

The Wilderness Downtown

Posted on Settembre 2nd, 2010 in Graffiti, ROSTA, Transizioni | 2 Comments »

Stasera suonano a Bologna gli Arcade Fire. Non sono un grande amante di concerti, come sa chi mi conosce almeno un po’, e allora perché ne parlo? Per due buone ragioni: primo, voialtri potreste non condividere le mie stesse idiosincrasie ed essere interessati a scoprire una nuova band indipendente attraverso una sessione live, per cui magari la segnalazione vi tornerà utile (gli Arcade Fire sono alla loro prima esibizione italiana); secondo, perché ho scoperto la band canadese l’altro giorno praticamente per caso, navigando sul blog di Giuseppe Granieri, per tutt’altre ragioni. E che ragioni…

Concordo con Granieri quando sostiene che l’esperienza vale ampiamente 5 minuti del vostro tempo: per promuovere il loro ultimo album, The Suburbs, gli Arcade Fire hanno infatti deciso di regalarci un videoclip interattivo. The Wilderness Downtown è il nome del progetto, curato dal filmaker Chris Milk che già ha all’attivo diversi videoclip e spot commerciali, oltre alla partecipazione come regista della seconda unità al video A Mother’s Promise, biografia di Barack Obama proiettata prima del suo discorso alla convention democratica del 2008. Cliccando sul sito del progetto (realizzato in HTML5 e ottimizzato per la fruizione tramite Google Chrome, quindi, se non l’avete ancora installato, procedete a scaricarlo da qui), vi verrà chiesto di inserire l’indirizzo della casa in cui siete cresciuti: date al motore il tempo di caricare, poi cliccate play e lasciatevi andare a una cavalcata emotiva indietro nel tempo, sulle ali di una nostalgia cullata dalle parole di We used to wait.

La collaborazione di Google all’iniziativa appare finalizzata a un dispiegamento esplicativo delle risorse del nuovo web (come dimostra l’applicazione delle funzioni di Google Maps e Street View nell’esperienza interattiva). E ritengo che a Mountain View non potessero pensare a un modo migliore per farlo che coniugare arte e geoweb in un videoclip su misura per ciascun utente. Non so voi, ma nel mio caso rivedere le strade della mia infanzia, le geometrie dei palazzi alla cui ombra sono cresciuto, i dintorni rimasti zona off-limits fino alla prima violazione ai divieti dei miei, intrecciarsi alle traiettorie aeree di stormi come cluster di algoritmi genetici, innesca un bel salto nella memoria. Rincorro l’onda di sensazioni perdute nell’ultima luce del giorno che indugia su una strada bagnata di pioggia.

Addio, Anni Zero

Posted on Dicembre 30th, 2009 in Futuro, Nova x-Press | 5 Comments »

Il 2009 volge al termine. Tempo di bilanci? Mi piacerebbe dedicargli un po’ di bit, nei prossimi giorni/settimane (impegni vari permettendo), ma per il momento mi limito a un consuntivo molto poco professionale e piuttosto personale sul decennio che sta vivendo in queste ore i suoi ultimi battiti di orologio. Senza idea di dove stiamo volando, mi accontenterei di sapere almeno cosa stiamo vivendo. Dunque, a che punto siamo arrivati?

Questi anni Zero - su questo forse saremo in molti d’accordo - sono stati anni di attesa e di disincanto. Ci eravamo abituati da un pezzo all’idea che il 2000 non ci avrebbe portato macchine volanti e spinner, se non altro, ma l’incidente occorso allo space shuttle Columbia al rientro dallo spazio (2003) ha assestato un colpo quasi fatale a una NASA già in difficoltà. Per fortuna i programmi Mars Exploration Rover (meglio noti come Spirit e Opportunity) e Mars Reconaissance Orbiter hanno risollevato già a partire dal 2004 le sorti del colosso governativo americano, tenendo desti lo stupore e la meraviglia intorno all’esplorazione spaziale.

Ma se torniamo alla superficie terrestre e ai suoi problemi, questi anni verranno probabilmente ricordati come gli anni del Terrore: l’11 settembre 2001 ha offerto il pretesto per il più sistematico tentativo di colonizzazione dopo la fine della Guerra Fredda, aprendo la strada a due guerre e istituzionalizzando la violazione dei diritti civili nell’unica superpotenza sopravvissuta al collasso. La Russia ha saputo distinguersi autorevolmente in Cecenia, a Beslan, nell’eliminazione del dissenso interno (protocollo Litvinenko a base di polonio-210 contro gli informatori e protocollo Politkovskaya contro i giornalisti indipendenti) e forse ha avuto in Georgia la sua Baia dei Porci. A inizio 2009, con l’Operazione Piombo Fuso anche Israele ha dimostrato il proprio diritto a rivendicare una posizione di spicco tra i totalitarismi del nuovo secolo.

Sono stati gli anni dell’uragano Katrina che ha devastato New Orleans (2005) e messo sotto gli occhi del mondo l’inefficienza dell’amministrazione americana, alle prese con le sue ambizioni di democratizzazione del Medio Oriente o, come per un certo frangente ci è piaciuto chiamarlo in Italia, lo “scontro di civiltà”; gli anni dello tsunami che ha travolto le coste dell’Oceano Indiano (2004); gli anni delle epidemie fantasma e delle pandemie annunciate. Ma anche gli anni della diffusione delle fonti rinnovabili a scapito dei combustibili tradizionali. E come per il precedente capitolo in materia di diritti umani, l’elezione di Barack Obama lascia aperti ampi spiragli di miglioramento nella tutela dell’ambiente e nell’ascesa della green economy.

Il sogno del Nuovo Secolo Americano ha dovuto confrontarsi all’atto pratico con una decisa volontà di cambiamento e con la dura lezione della crisi del sistema capitalista e della recessione che ancora oggi grava sull’economia globale. La Cina e l’India hanno saputo dimostrarsi come i veri concorrenti degli USA sulla scena internazionale del XXI secolo e, se vogliamo avere una speranza anche misera di immaginare l’ombra del mondo tra qualche decennio, faremmo meglio a mandare in soffitta l’egocentrismo dell’Occidente.

In Italia il G8 di Genova ha fatto dimenticare i giorni di Seattle e abbiamo assistito al progressivo, inesorabile monopolio del linguaggio politico da parte del berlusconismo, la nuova religione di stato che ha saputo fare piazza pulita degli schemi e degli schieramenti pre-esistenti (non senza la complicità dei diretti interessati). L’italian way of life eruttato a ciclo continuo dalle emittenti presidenziali ha trasformato un popolo a immagine e somiglianza delle reclame della TV: apparenza patinata, sostanza adulterata. Lo possiamo vedere su qualsiasi piano, dal dibattito politico alla semplice occasione di discussione e confronto. Che si parli di politica, libri o film, la regola da seguire è sempre quella della sopraffazione, dell’annientamento dell’oppositore. L’apertura al confronto è diventata una bugia da usare come esca per lo scontro finalizzato all’assimilazione o alla distruzione. Tertium non datur. L’ignoranza è forza, in piena aderenza con lo stile orwelliano del bispensiero.

Nel nostro piccolo, la fantascienza ha subito la perdita di Vonnegut, Disch, Crichton, Aldani, Farmer, Ballard e Capitan America e il campo del fantastico italiano è sempre più simile a uno stadio. Sopravvivono margini di speranza? Non ne sono molto convinto, ma mi piace continuare a crederci. Dopotutto siamo sopravvissuti al Millennio (ricordate la paura per l’Y2k?) e gli anni Zero hanno saputo riservarci anche delle sorprese. Oltre a quelle già menzionate: la nuova fantascienza di Richard K. Morgan, Charles Stross, Cory Doctorow, Alastair Reynolds e, in Italia, la rinascita della gloriosa Robot e una promettente ripresa di “Urania”; i nuovi spazi di resistenza politica e di critica sociale esplorati da Saviano e dal giornalismo d’inchiesta; la grande corsa alla frontiera elettronica della rete; l’attivazione dell’LHC del CERN, il più importante esperimento scientifico mai concepito finora.

A ricordo delle basi gettate in questi anni, le parole da portare con me negli anni Dieci saranno: postumanesimo, Singolarità Tecnologica, agalmia, Accelerando, augmented reality, connettivismo, internet, banda larga, wireless, Creative Commons, web semantico, RFID, geoweb, green economysmart grid, bosone di Higgs, Zero Waste, demokratura, bispensiero, Gomorra. Sicuramente dimentico qualcosa, ma sarà interessante assistere all’evoluzione dello Zeitgeist a partire da questa manciata di elementi, come in un esperimento volto alla definizione dello spirito dei tempi e del suo campo memetico a partire da un modello culturale di base.

[Picture by SciFi Scanner: Strange Days, 1995]

Una chiamata all’azione per le sfide del XXI secolo

Posted on Ottobre 10th, 2009 in Agitprop, Futuro, Nova x-Press | 4 Comments »

Il mondo intero si sta domandano cosa abbia fatto Barack Obama, da meno di un anno alla guida degli Stati Uniti d’America, per meritarsi il Premio Nobel per la Pace 2009. Dai repubblicani che già si erano distinti per patriottismo all’annuncio dell’assegnazione dei Giochi Olimpici a Rio, e che ancora una volta si sono mostrati pronti a sollevare la questione facendone una materia politica, subito seguiti - strana la vita, eh? - dai talebani afghani, fino ai commentatori italiani - come se non avessero altro su cui mettere alla prova la loro arguzia, in questi giorni di sublime sfoggio del bispensiero da parte del Premier e della sua scassatissima maggioranza - non c’è stato nessuno dei soliti noti che si sia sottratto all’esercizio del dubbio.

L’assegnazione della commissione di Oslo è stata senz’altro la notizia del giorno, come dimostra la sua persistenza tra i titoli di testa delle edizioni on-line dei principali quotidiani internazionali. Interpretazioni si sono succedute per tutta la giornata, schiudendo un ventaglio che va dall’attestazione di fiducia all’incoraggiamento, con toni che parimenti spaziano dall’ostilità allo scetticismo. Sarà, ma la cosa che mi ha più sorpreso, dopo l’annuncio, è stato scoprire come il mio entusiasmo non si rispecchiasse nella comune reazione della gente, e degli organi che naturalmente contribuiscono a formarla, l’opinione della gente. E’ un po’ come se avessi trovato all’opera un intero stuolo di persuasori occulti intenti a inoculare freddezza e diffidenza nella testa delle persone.

Credo che questo atteggiamento sia sbagliato, benché legittimo. E sono convinto che c’entri poco la percezione diretta dell’evento, sicuramente meno di quanto c’entrino le dinamiche della psicologia di massa che sono sempre chiamate in causa di fronte a notizie di portata simile. Il perché cercherò di spiegarlo in breve.

L’attribuzione del Premio Nobel 2009 per la Pace è stata accusata di essere partigiana e viziata da un implicito valore politico. Tralasciando tutte le considerazioni del caso sul valore intrinseco del premio - ne parlavamo pochi giorni fa riferendoci alla Letteratura - forse al mondo non esiste riconoscimento più politico del Nobel per la Pace. Come ricordava ieri mattina il presidente del comitato Thorbjoern Jagland, “il premio va assegnato a chi ha fatto il massimo per la pace nell’anno precedente” e la scelta di Obama è stata fatta all’unanimità. Il Times può anche sentirsi preso in giro, e di sicuro ha le sue ragioni per credere che la scelta rischia solo di creare imbarazzo alla Casa Bianca. Dopotutto, Barack Obama ha espresso umilmente le sue riserve, tenendo un discorso alla stampa che merita un suo posto nella galleria comunicativa del Presidente:

Non sono sicuro di meritare di essere in compagnia con persone che hanno saputo produrre tali cambiamenti, donne e uomini che hanno ispirato me e il mondo con la lora coraggiosa ricerca della pace. Ma so che il premio riflette il tipo di mondo che quelle donne e uomini e tutti gli americani vogliono costruire, che dà vita alla promessa dei nostri documenti fondativi. E so anche che nella sua storia il Nobel per la pace non è stato assegnato solo per onorare risultati specifici. E’ stato usato anche per enfatizzare una serie di cause. Per questo accetto questo premio come una chiamata all’azione, un incitamento alle nazioni di fronte alle sfide comuni del XXI secolo. Un premio non per i risultati ma per gli ideali.

Qualcuno ha rimproverato al Presidente il mancato ritiro delle truppe dal Medio Oriente. Ma mentre si pianifica un maggiore impegno sul fronte dell’Afghanistan (giustamente, a mio modo di vedere, essendo la minaccia talebana una miccia tra le principali dell’ordigno a orologeria del terrorismo internazionale), Obama si sta impegnando anche in una difficoltosa exit strategy dall’Iraq (che, non dimentichiamolo, con le sue risorse naturali è stato il bersaglio sbagliato nella lotta dell’Occidente al terrorismo islamico). E Obama è il Presidente a cui sono bastati 2 giorni per chiudere quell’insulto ai diritti civili che era la prigione di Guantanamo.

E’ stata premiata una visione del mondo e della storia, che una volta tanto guarda al futuro e lo fa con i toni del dialogo e dell’integrazione, il che è già di per sé una bella rivoluzione di paradigma. Cosa chiedere di meglio? Forse che nel mondo si sveglino all’improvviso 10, 100, 1.000 uomini come Barack Obama e comincino a ragionare insieme sul disarmo nucleare, le strategie di contrasto al cambiamento climatico, la rivoluzione energetica orientata verso le fonti rinnovabili e uno sviluppo sostenibile. Non è un caso che nel suo intervento Obama sia tornato a riferirsi al New Beginning.

Dopo l’audacia della speranza, un Nuovo Inizio.

E’ ciò a cui ci troviamo già di fronte, forse senza rendercene conto. Specie se in meno di un anno Barack Obama è riuscito a convincere il mondo intero che fosse perfettamente naturale riallacciare il dialogo con l’universo islamico, instaurare un confronto con l’Iran dopo che il suo predecessore ci aveva portati in pochi anni a 5 minuti dalla mezzanotte sull’Orologio dell’Apocalisse, e richiamare l’America ai suoi impegni davanti al protocollo di Kyoto. Tanto scontato, tutto ciò, da non meritare il Premio Nobel per la Pace.

Ultim’ora da Oslo

Posted on Ottobre 9th, 2009 in ROSTA | 4 Comments »

Magari è vero che siamo entrati in una nuova epoca senza nemmeno accorgercene. Non che in Italia di questi tempi sia così facile prestare attenzione a quello che accade nel resto del mondo… Ma notizie come questa svoltano comunque la giornata.

Al giorno d’oggi, credo che nessuna figura politica al mondo incarni il senso del futuro meglio di lui. E scusate se è poco…

Pittsburgh Spring

Posted on Settembre 25th, 2009 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 3 Comments »

La “città del futuro”, come titolava un pezzo del Corriere.it di qualche giorno fa: ecco Pittsburgh, la sede designata da Barack Obama per ospitare il summit del G-20. Già Steel City, con la crisi dell’industria pesante Pitts divenne negli anni ‘80 l’emblema del collasso e della catastrofe urbana, giustificando il suo secondo soprannome, Smoky City. Oggi, amministrata da uno dei sindaci più giovani d’America (il ventinovenne democratico Luke Ravenstahl), dopo avere beneficiato di un programma di riqualificazione forse senza precedenti, Pittsburgh ha saputo lasciarsi alle spalle il declino delle acciaierie scoprendo una vocazione per la ricerca: nanotecnologie e bioingegneria le chiavi di volta, centro ospedaliero tra i più importanti degli USA e incubatoio per 300 start-up nate nel settore dell’informatica. I record le hanno meritato il nuovo appellativo di Roboburgh da parte del Wall Street Journal e il titolo di “città più vivibile d’America” nel 2009 da parte dell’Economist. Con questa parabola inversa rispetto a quella toccata in sorte a Detroit e ad altre american acropolis, Pittsburgh ha dimostrato come un’alternativa sia sempre possibile. Non meraviglia quindi che Obama abbia guardato in questa direzione, per lanciare il suo messaggio a un mondo che ancora brancola nelle tenebre della crisi.

Pittsburgh Brigde, picture by Briantmurphy
Pittsburgh Brigde, picture by Briantmurphy.

Pittsburgh, Pennsylvania. 312.819 abitanti stimati nel 2006, quasi due milioni e mezzo la popolazione nell’area metropolitana. Una città che è un patchwork di popoli, con la comunità italiana seconda sola a quella tedesca. Nei suoi suburbi i luoghi che fecero da sfondo all’epopea di Michael Cimino sul dramma del Vietnam, nella pellicola di culto Il Cacciatore; nei suoi paraggi le badlands sospese tra incubo e magia di Lucius Shepard, nella sorprendente novella Le stelle senzienti. Ma pur nella varietà delle rappresentazioni che la hanno interessata, per quanto in maniera marginale, non mi risulta che nessun autore, per quanto visionario o lungimirante, sia mai riuscito a prefigurarne la rinascita che oggi permette di additarla come il fiore all’occhiello di quella Nuova America che Obama non ha vergogna di mostrare al mondo, come un segnale di rottura con il passato e di cambiamento.

“Qui non si vedeva niente, i lampioni erano accesi anche di giorno, il fumo degli altiforni offuscava tutto, i fiumi erano neri e putridi” è la testimonianza di Tony Buba, ex operaio figlio di minatori e dagli anni ‘70 filmmaker che non ha mai smesso di documentare la quotidianità di Braddock. “Poi le fabbriche hanno chiuso i cancelli, la città s’è fermata, la nebbia ha cominciato a diradarsi e pian piano è comparso il sole. A quel punto la gente ha scoperto di vivere in una città meravigliosa, ha deciso che bisognava farla rinascere. Ed eccoci qui, con l’Economist che dichiara Pittsburgh addirittura la città più vivibile d’America. Sto cucinando un luccio che ho pescato stamattina, passa pure”.

Pittsburgh view, by Evad310
Veduta di Pittsburgh, di Evad310.

Anche Vernon, il protagonista di Stelle senzienti, pesca lucci dalle acque torbide dei fiumi di Black William, località fittizia che potremmo situare da qualche parte qui intorno, ma sotto il pelo dell’acqua sembrano annidarsi creature ostili e terribili. A Pittsburgh, invece, si vive la primavera di un nuovo Rinascimento, in cui la Upmc, provider ospedaliero leader nel settore dei trapianti, ha preso il posto dei colossi dell’acciaio.

Il segreto di una transizione riuscita, proprio nel cuore della Rust Belt, è rimasto insondabile per tutti. Naturale che venga spontaneo chiedersi come sia stato possibile. Com’è che una città che vent’anni fa versava in condizioni analoghe a Detroit ha saputo risollevarsi e risalire la china, mentre molte altre hanno continuato il loro inesorabile declino? Scoprire la storia della rinascita di Pittsburgh a così breve distanza dalla lettura di quel libro mi ha lasciato inizialmente spiazzato, ma poi mi è sovvenuto il ricordo del finale di Shepard, che quantomeno lascia aperto più di uno spiraglio su un domani migliore.

Credo che la grandezza degli scrittori di fantascienza risieda proprio nell’intuire una possibilità di cambiamento. L’onestà dei politici, invece, nel non temere il buon esempio.

City Sunrise, by Ireland4517
City Sunrise, picture by Ireland4517.

La lezione del futuro

Posted on Settembre 14th, 2009 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Nova x-Press | 9 Comments »

L’infelice uscita di Veltroni sulla fantascienza, non lo nascondo, mi ha dato un po’ da pensare in questi giorni. Sbollita l’incazzatura per il tono di sufficienza, direi quasi di “superiorità”, che si può leggere senza difficoltà tra le righe della citazione, resta la triste impressione di avere colto una possibile verità sullo stato delle cose. Quell’affermazione è come una fotografia, che cattura al contempo la luce dell’istante e, nelle ombre che si muovono fuori scena, il presagio di ciò che potrebbe accadere da un momento all’altro.

Si è ripetuto a più riprese che l’atteggiamento di chi disdegna la fantascienza senza conoscerla (diciamo pure: dall’alto di un trono di ignoranza) nasce da un retaggio della nostra cultura italiota, di stampo umanista e crociano. Incontestabilmente, la cultura scientifica non ha mai goduto di ampia popolarità, qui da noi, e quarant’anni di tagli alla ricerca sono serviti a formare una popolazione che insegue con entusiasmo l’ultimo modello di cellulare crogiolandosi nella beata ignoranza di quale sia - non dico il significato di banda o il concetto di onda elettromagnetica, ma dei fondamentali, come per esempio: - il numero dei pianeti del sistema solare, la natura dei colori oppure il modello atomico. Parliamo delle basi, in merito alle quali mi accontenterei anche di una cultura nozionistica minima, se non altro come infarinatura da accostare alle conoscenze specialistiche e settoriali che, per esigenze lavorative o interessi personali, ciascuno di noi dovrebbe avere. Invece, con la complicità del nostro sistema scolastico, l’ignoranza è diventata dapprima un atto di ribellione al sistema, e poi uno status symbol del conformismo imperante che accomuna - guarda un po’ - tanto la massa indistinta dei consumatori quanto - sacrilegio! - l’autocompiacente per quanto rissoso establishment culturale di questo Paese.

Ho preso il tema un po’ alla lontana, ma per volere farla breve posso affermare la mia convinzione che la situazione attuale sia solo la somma degli effetti di decenni di paziente preparazione, deliberata oppure involontaria (e, in quanto tale, incosciente), una forza carsica che ha eroso i nostri margini cognitivi e scavato sotto la superficie finché non ci siamo ritrovati a poggiare la nostra esperienza quotidiana sul nulla. E’ l’oblio che cancella ogni sera le preoccupazioni del giorno appena trascorso, la rimozione notturna che ogni mattina ci consegna all’abbraccio di un nuovo giorno radioso, assuefatti, narcotizzati e felici della nostra prossima razione di telemanipolazione. Lo stato delle cose è questo: non proviamo più alcuna vergogna delle nostre lacune (be’, forse non è nemmeno mai stata necessaria la vergogna, ma un tempo si potevano dare per scontati requisiti minimi di decenza e dignità che al giorno d’oggi vediamo purtroppo del tutto disintegrati), ma al contrario ce ne compiacciamo.

Ho provato a fare un esperimento, dopo avere ascoltato le parole di Veltroni. Ho provato a immaginarmi alle prese con la stesura della biografia di un musicista (diciamo, per retaggio kubrickiano più che per praticità d’esempio, Ludwig van Beethoven) e quindi con la presentazione del volume frutto di tali fatiche. E poi ho declinato l’affermazione di Veltroni calibrandola sulle circostanze. Mi sono immaginato di fronte alla platea mentre dicevo: ”Per me la parte sull’opera di Ludovico Van è stata la più difficile da scrivere, perché non volevo parlare di musica”. Mi sono trovato a disagio al solo pensiero, ma mi sono detto che forse non era un buon esempio. Ho provato quindi a ripetere l’esperimento - dopotutto la replicabilità è una delle condizioni del metodo scientifico - figurandomi di avere scritto, piuttosto che una biografia di Beethoven, un trattato sui Malekula delle Nuove Ebridi. Davanti agli astanti convenuti per sentirmi parlare del libro, mi pronunciavo in questi termini: “Per me la parte sui costumi dei Malekula delle Nuove Ebridi è stata la più difficile da scrivere, perché volevo evitare di fare dell’antropologia”. L’effetto non cambiava, così mi sono deciso a scrivere questo intervento che, altrimenti, mi sarei (e vi avrei) volentieri risparmiato.

Avvertivo qualcosa di profondamente sbagliato e continuo ad avvertirlo tuttora, quando rileggo quelle parole. Si tratta della percezione di una posa, di un’autoconvinzione, che denuncia al di là dei limiti effettivi (non si può pretendere la conoscenza universale da una persona) una ben più preoccupante ristrettezza di metodo e vedute: in altre parole, il sottodimensionamento della consapevolezza dei propri limiti. Esibire i propri limiti con tanta ingenuità può risultare anche commovente, a patto di riuscire a superare l’affronto dell’insulto che potresti esserti sentito rivolgere contro dal pulpito. Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora per estensione potremmo pensare che è giusto che la televisione sia in mano di gente che ignora le basi della comunicazione e i presupposti di un servizio pubblico (smentendo quindi quanto da lui sostenuto nel seguito della presentazione). Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora noi che proviamo a scrivere fantascienza chiamandola con il suo nome non solo non meritiamo la sua compagnia (poco male), ma addirittura non siamo degni di confrontare la nostra visione con la sua, e nell’esclusione preventiva di qualsiasi possibilità di dibattito come riusciremo a fargli presente che, caro Walter, parlare di futuro non è stata mai una condizione vincolante per la fantascienza? Anzi, come mi sono ritrovato io stesso a dire e ripetere, su questo blog e altrove, riprendendo le parole di esperti ben più qualificati del sottoscritto a sostenere un discorso critico sul genere, attraverso la sua rappresentazione del futuro la fantascienza non fa altro che parlarci del presente. Di noi, del nostro mondo com’è e - certamente - di come potrebbe diventare, ma sempre a partire da un dato di fatto, evitando di appoggiarsi sulle fondamenta fumose dell’emotività e dell’(ind)istinto.

Veltroni, quindi, è un cattivo maestro. E adesso non voglio soffermarmi sul suo harakiri politico, con cui in un colpo solo ha resuscitato il nostro Premier e suicidato la già moribonda sinistra italiana (altro che accanimento terapeutico). Qui voglio parlare della sua sentenza, perché come sarebbe impossibile raccontare la vita di Beethoven lasciandone fuori la musica, allo stesso modo voler lasciare fuori dalla propria visione del futuro la letteratura che al futuro dedica i propri sforzi di concettualizzazione/estrapolazione/speculazione da un secolo e più (senza mai, ribadiamolo a prova di errore, perdere di vista il presente), ebbene, denota un’ingenuità di fondo senza misure. Ed è in questo che consiste il suo essere un cattivo maestro, nel volere metterci in guardia dai pericoli e dai rischi a cui ogni giorno è esposta la democrazia, nel volere ambire a un’alternativa al desolante stato attuale della società italiana, nel voler aspirare alla costruzione di un mondo diverso e più giusto (i richiami alla figura di Obama svuotati di ogni slancio innovativo che echeggiavano nella sua ultima campagna elettorale come un banale mantra per l’autoconvincimento) mancando - non delle basi tecniche o cognitive, o almeno non solo, ma soprattutto - dell’umiltà necessaria per ambire a tanto.

Ascoltare per essere ascoltati.

La fantascienza lo fa da sempre. Ascoltare il mondo, per essere ascoltata nei moniti. E’ un discorso che il più delle volte resta confinato nel suo dominio (il discorso sull’autoreferenzialità del suo immaginario lo abbiamo già richiamato e lo richiameremo ancora, presto), ma che quando travalica i bordi del genere ci regala capolavori come 1984, Mattatoio n. 5, Rumore Bianco o L’arcobaleno della gravità.

La fantascienza ci parla del presente attraverso la prospettiva del futuro e il suo grande merito è proprio quello di avere appreso una lezione elementare, per quanto resti ignota ai più: il futuro non è subordinato al presente. Potremmo chiamarla “la lezione del futuro” ed è con questo motto che dovremmo rivendicare la priorità del domani, che così irrilevante all’uomo comune non dovrebbe nemmeno risultare se, in fondo, è pur sempre il tempo in cui ci toccherà trascorrere quanto ci resta da spendere delle nostre esistenze.

Solo alla luce del futuro, quello che sta accadendo in questi giorni assume un’ombra sinistra e dalla sua dimensione grottesca e tragicomica assurge a inquietante paradigma di un’epoca. Solo alla luce del futuro possiamo sperare di esorcizzare, anche solo attraverso un moto di indignazione e ribrezzo, i tempi ancora più cupi che sembrano profilarsi all’orizzonte di questa Italia da cabaret. E’ una questione di prospettiva. Nient’altro.

Prevalga il futuro!

Ch-Ch-Changes

Posted on Agosto 30th, 2009 in Futuro, ROSTA, Transizioni | No Comments »

54 anni sono abbastanza da far parlare di cambiamento epocale e, con la gente che ha sfidato il tifone n. 11 della stagione pur di recarsi alle urne per far pesare la sconfitta all’LDP, non si può dare torto all’Asahi Shimbun che definisce “storica” la vittoria del DPJ. Dopo l’America di Obama, è la seconda svolta storica in meno di un anno. Forse è un tantino prematuro parlare di Effetto Domino, soprattutto alla luce dei retroscena della sfida. Però noi, malgrado tutto, confidiamo come Chomsky nella minaccia del buon esempio.

The Lithium Connection

Posted on Luglio 13th, 2009 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro, Transizioni | 1 Comment »

Dopo il post di sabato, un po’ di geopolitica ci sta tutta. Riprendendo un discorso che lo Strano Attrattore affrontava fin dagli albori di questa sua ultima incarnazione, parliamo di energia e di rivoluzione energetica, quella annunciata e perseguita da Barack Obama con la sua Amministrazione. La nuova America si prefigge l’obiettivo di arrivare entro il 2030 a un 20% del suo fabbisogno energetico coperto da energia eolica e solo nell’ultimo anno ha installato complessivamente 8.300 MW di nuovi impianti.

Come ci spiega Federico Rampini in questo articolo per Repubblica, il settore delle energie rinnovabili è la chiave per uscire dalla crisi: e oltre all’America lo ha capito anche la Cina, che ambisce al ruolo di Dragone Verde con i suoi 220 miliardi di dollari stanziati per sostenere lo sviluppo dell’industria verde. E già il 2008 è stato un anno decisivo, forse di non ritorno: per la prima volta i capitali privati investiti nelle fonti rinnovabili hanno superato quelli dedicati ai combustibili fossili. 140 contro 110 miliardi di dollari. Merito in gran parte dei colossi emergenti, Cina e Brasile in testa.

I numeri in gioco sono importanti. E allora è lecito chiedersi cosa - materialmente - sostituirà il petrolio e l’oro negli equilibri dei mercati internazionali. La risposta ci arriva da questo articolo di Emanuele Perugini, apparso su L’espresso lo scorso 14 gennaio. Gli elementi del futuro sarebbero silicio, platino, uranio e litio. E la caccia ai giacimenti è già partita, a volte con la tutela degli organismi governativi preposti, altre no. Esemplare il caso della Bolivia di Evo Morales e della sua prudenza in merito alle attività di estrazione del litio, essenziale per la realizzazione delle batterie che alimentano computer, cellulari, palmari e lettori portatili, ma destinato a diventare strategico anche per le nuove auto elettriche (“La Chevrolet Volt, l’auto ibrida annunciata per il 2010, avrà una batteria al litio, come pure modelli annunciati dalla Nissan e dalla Mercedes”).

 “Lo sfruttamento secolare delle nostre risorse è finito”, ha avvertito Luis Alberto Echazu, ministro delle Miniere della Bolivia. Per evitare gli errori e gli orrori del passato - nelle miniere di argento e di stagno di Potosì, a qualche decina di chilometri dal Salar di Uyuni, in cinque secoli di sfruttamento coloniale sono morti otto milioni di Indios - il governo di Evo Morales ha avviato un progetto pilota che una volta a regime porterà all’estrazione di circa 1′200 tonnellate di litio all’anno per arrivare nel 2012 a 30 mila. Cifre alla mano gli analisti delle principali aziende automobilistiche hanno cominciato a storcere il naso. “Anche se nei prossimi anni il mercato delle auto elettriche dovesse rimanere di nicchia”, spiega Eichi Maeyana, rappresentante della Mitsubishi a La Paz, “ci sarà bisogno di almeno 500 mila tonnellate di litio all’anno”.

L’impatto di questo collo di bottiglia nella produzione del litio non potrà non avere ripercussioni sul prezzo di questo minerale. “Temiamo che il prezzo del litio, senza un aumento della produzione da parte della Bolivia, possa diventare proibitivo, con aumenti anche del 500 per cento nei prossimi cinque anni”, aggiunge Maeyana. Oggi la SQM, la società cilena che produce un terzo del litio del mondo, pretende per il suo oro bianco 12 mila dollari a tonnellata, nel 1996 era quotato duemila dollari a tonnellata. Con una domanda di litio per l’elettronica portatile che cresce al ritmo del 25 per cento l’anno, si calcola che per il 2015 saranno disponibili solo 300 mila tonnellate di litio per l’industria dell’auto. Un quantitativo sufficiente per un milione e mezzo di veicoli del tipo della Chevrolet Volt ricaricabile annunciata dalla GM.

D’accordo, non sono più gli anni della dottrina Truman e della guerra fredda, ma come ogni transizione anche questa si troverà a essere agitata da correnti e spinte sotterranee. Proprio come quelle che portarono alla rimozione di Enrico Mattei.

[Nella foto della NASA, veduta satellitare del deserto di Salar de Uyuni, che con i suoi 12mila kmq è la più vasta distesa salina al mondo. Qui si stima che sia concentrato un terzo delle riserve mondiali di litio.]