Confine di Stato

Posted on Luglio 11th, 2009 in Agitprop, Letture | 2 Comments »

Sono stato temporaneamente distratto dai miei buoni propositi di terminare Underworld dalla scoperta che in edicola era appena arrivata la versione economica di Confine di Stato, di Simone Sarasso. Confesso di essere stato a lungo incerto, di fronte ai proclami sensazionalistici, alle recensioni entusiastiche, a tutto il parlare che se ne è fatto attorno (eccone solo un esempio). Confine di Stato arriva con questa edizione Mondadori per il mass market delle edicole alla sua terza incarnazione, dopo essere stato lanciato dai tipi di Effequ nel 2006 e portato al successo da Marsilio. E, se posso dire una cosa dopo averne assorbito dosi massicce negli ultimi tre giorni, è che si tratta di un libro che merita la lettura oltre a tutta l’approvazione critica che si è guadagnato.

L’operazione di Sarasso risente indubbiamente della lezione di James Ellroy, come richiamato negli accostamenti ad American Tabloid, ma anche delle scelte stilistiche (ammiccamenti cinematografici sui punti di vista, ritmo sincopato) ampiamente sfoggiate da Giuseppe Genna in Grande Madre Rossa. Ma si connota per il coraggio e per l’intraprendenza, per la trasparenza del suo sentire politico, per la puntualità delle soluzioni narrative che risucchiano il lettore nella spirale della storia, esibendo un quadro distorto che trasfigura la realtà nella crime fiction e, soprattutto, nella spy-story, proponendo una verità che forse - per quanto vi ambisca - non potrà mai risultare pienamente catartica. Le ricostruzioni della strage di piazza Fontana, dell’affare Montesi e del caso Mattei rivivono in queste pagine illuminate dalla capacità di mettere a nudo il potere della stampa e il controllo dell’opinione pubblica, scavando così alle radici della nostra attualità. E sono pagine che colpiscono con una violenza inaudita, come dovrebbe fare la letteratura che si cimenta con la storia segreta di un Paese con troppi scheletri nell’armadio, com’è questa nostra “portaerei americana sul Mediterraneo”.

Tra i tanti punti di merito del romanzo, spicca la caratterizzazione di Fabio Riviera, il personaggio che “recita il ruolo” di Enrico Mattei in questa storia nera.

Mattei aveva un piano ed era l’indipendenza energetica del nostro Paese, come si evince bene dall’intervista Rai inserita nella clip che ho linkato e richiamata direttamente nel testo. “Erano abituati” dice a un certo punto Mattei parlando delle Sette Sorelle, “a considerare i mercati di consumo come riserve di caccia per la loro politica monopolistica e noi abbiamo cominciato a rompere questo”. Benché si sia accertato che si trattò di attentato, la morte di Mattei resta ancora senza colpevoli.

Da quello che ho letto in giro mi sembra di capire che con Settanta, secondo volume della programmata Trilogia Sporca dell’Italia dedicato ai meandri degli anni di piombo, Sarasso si spinga addirittura verso una svolta ucronica, il che sarebbe un ulteriore elemento di interesse in questa impresa ambiziosa, perfettamente incastonata nella costellazione della New Italian Epic.

La prigione di Gomorra

Posted on Ottobre 16th, 2008 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | No Comments »

Oggi è apparso sulla Repubblica un articolo-intervista a Roberto Saviano firmato da Giuseppe D’Avanzo. Un pezzo importante, in cui per la prima volta si rivela la persona che sta dietro al fenomeno e, per una volta, quella che probabilmente è la voce più significativa e autorevole espressa dalle patrie lettere con il nuovo millennio non parla solo di Gomorra, ma anche dell’uomo.

Un passaggio che colpisce è quello dedicato alla vocazione morale e alla concezione missionaria della scrittura, ripercorrendo i risultati e gli effetti di Gomorra.

“Diventare il capro espiatorio dell’inciviltà e dell’impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E’ il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l’informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia”.

Si tratta di un pezzo illuminante, che mi ha spinto a pormi una domanda: come mai, in Italia, l’esempio di Saviano resta un caso pressoché unico e isolato? Mi sarei aspettato di vedere fior fiore di giovani di Bassitalia impugnare la penna, armarsi di taccuino e scendere sulla breccia per emularne le imprese, denunciando i mille malaffari che affliggono la nostra terra, e certe terre più di altre. Non sono mancate le testimonianze cinematografiche o giornalistiche (penso non solo al film di Garrone, ma anche all’importantissimo Biutiful Cauntri, o alle inchieste dell’Espresso), ma in ambito letterario sarebbe stato lecito attendersi un autentico terremoto.

Forse la figura di Saviano getta un’ombra ingombrante, o forse abbiamo smarrito il coraggio di fare sentire la nostra voce. Jean-Patrick Manchette, per citare un autore di altri tempi che ha drammaticamente anticipato i nostri con le sue intuizioni estetiche, l’urgenza morale delle sue opere e le sue provocazioni (il neo-polar, nato per scherzo e poi affermatosi come canone), non sarebbe rimasto impassibile di fronte alle varie guerre di secessione e, soprattutto, alla carneficina di Castel Volturno. Ma l’assenza di epigoni dovrebbe da un lato confortarci. I gusci vuoti sono sicuramente più facili da emulare, come dimostra il successo di uomini di paglia e donne di plastica. In questo caso non potremmo accontentarci di simulacri di Saviano: l’Italia non ne ha bisogno e non ne ha bisogno il mondo. Servono invece uomini e donne in grado di osare, di rischiare, di imporre la loro visione sul mondo, non perché gli altri la facciano automaticamente propria ma perché tutti si sentano in obbligo di mettere in discussione le proprie certezze e convinzioni.

E’ questo che dovrebbero proporsi gli autori di oggi. Parlare del presente, con il coraggio di guardare al futuro per cambiare le cose. Ed è questo che dovrebbe aspettarsi la letteratura italiana dai tempi che verranno.

[In apertura John Martin, La distruzione di Sodoma e Gomorra (1852).]

New Thing: le radici del Movimento

Posted on Agosto 2nd, 2008 in Letture, ROSTA | 2 Comments »

Una nuova recensione su Next-Station.org. Stavolta niente fantascienza, ma torniamo a parlare di New Italian Epic con questo bel viaggio indietro nel tempo, a spasso per le strade e i club della New York anni Sessanta. A braccetto con Wu Ming 1, alla scoperta della New Thing.

Vi segnalo che potete scaricare il libro gratuitamente dal sito di Wu Ming, oppure consultarlo on-line sulle pagine di Google Libri, o ancora acquistarlo in libreria in edizione Einaudi. La carta offre ancora degli indiscutibili vantaggi: io vi consiglio di portarlo con voi in borsa e sfogliarlo alla prima occasione utile all’ombra di un albero, in un parco della vostra città. Ci sono libri da viaggio e libri da stanza, libri da treno e libri da spiaggia. Questo è un libro da strada e la sua lettura vi lascerà un segno. Garantito.

 

John Coltrane, Shadow Wilson, Thelonius Monk e Ahmed Abdul-Malik
al Five Spot Cafe (New York City, 1957 - foto via Drummerworld.com)

La supremazia dei generi nella nuova logica culturale emersa dal Postmoderno

Posted on Luglio 18th, 2008 in Agitprop, Connettivismo, Fantascienza, Nova x-Press | No Comments »

Il puntualissimo editoriale di Carmine Treanni intitolato Lo statuto postmoderno della fantascienza, apparso sull’ultimo numero di Delos (non a caso uno speciale estivo dedicato alla narrativa, di cui abbiamo già parlato), rappresenta un momento importante nel dibattito critico interno al genere, che va a collocarsi in un territorio contiguo alla discussione intorno al New Italian Epic che sta tenendo banco su Carmilla. Forse non è solo una coincidenza che Carmine prenda le mosse proprio dalle riflessioni di Valerio Evangelisti (fondatore e curatore di Carmilla) per sviluppare le sue considerazioni sulla fantascienza. Non ho esitazioni a definire “storico” questo articolo, per la lucidità d’analisi e le potenzialità insite in esso. La qual cosa mi induce a riprenderne il discorso, che merita di essere assimilato, sviscerato, discusso.

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Ancora sulla Frontiera

Posted on Giugno 16th, 2008 in Agitprop, Connettivismo, Fantascienza, ROSTA, Transizioni | 1 Comment »

Il saggio di Wu Ming 1 sul New Italian Epic aveva ispirato un paio di settimane fa alcune considerazioni da parte del compagno Fernosky e del sottoscritto. Mentre il dibattito proseguiva su Carmilla e su Nandropausa, anche i connettivisti hanno iniziato a interrogarsi sul fenomeno. A partire dalle riflessioni originarie, abbiamo quindi ripreso il discorso, cogliendo l’occasione per tracciare un profilo del Connettivismo in relazione a questa nuova ondata, per precisare le nostre posizioni sul Postmodernismo e per integrarle con le intuizioni di 7di9. Il risultato è quello che può essere considerato come un nuovo manifesto del Movimento: un documento che traccia le coordinate del Connettivismo nell’arcipelago del NIE e propone un canovaccio per le sfide future.

Ringraziando il Magister Valerio Evangelisti e Wu Ming 1 per l’interesse con cui hanno accolto i nostri commenti, vi rimando all’articolo in linea sulle pagine di Carmilla: In rotta verso la supernova.

Scrutando la Frontiera

Posted on Maggio 27th, 2008 in Agitprop, Connettivismo, ROSTA, Transizioni | 5 Comments »

Il fascino della Frontiera è forte, oggi come in tutti i periodi di transizione. Riprendendo le parole di Marshall McLuhan: “Gli uomini sulle frontiere, siano esse spaziali o temporali, abbandonano le loro vecchie identità. I vicinati danno identità. Le frontiere le strappano via.

La prima cosa che quindi mi ha colpito leggendo il saggio di Wu Ming 1 intitolato New Italian Epic. Memorandum 1993-2008: narrativa, sguardo obliquo, ritorno al futuro, che ha innescato un bel dibattito non solo in rete, è stato il ricorso a immagini e metafore dalla forte carica iconografica, da Jack Beauregard (personificazione stessa della Frontiera e di un ideale passato glorioso) alla splendida ripresa della premessa di 54:

Non c’è nessun «dopoguerra».
Gli stolti chiamavano «pace» il semplice allontanarsi del fronte.
Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro.
Oltre la prima duna gli scontri proseguivano. Zanne di animali chimerici
affondate nelle carni, il Cielo pieno d’acciaio e fumi, intere culture estirpate dalla
Terra.

Ma l’intervento di Wu Ming 1 intesse un discorso molto più vasto e articolato, elevandosi quasi al rango di una chiamata alle armi. E quello che sorprende, a questo punto, è l’enorme quantità di punti di contatto con il Connettivismo. Meditandoci sopra con il compagno Fernoski, abbiamo prodotto una nostra riflessione sui punti salienti del documento, e non solo. La trovate on-line su Next-Station.org

Adesso, a voi la parola.