La guida galattica per non-connettivisti /1 - La fantascienza dei due mondi: cinema e letteratura

Posted on Ottobre 30th, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 4 Comments »

La fantascienza letteraria presenta una serie di caratteristiche che la differenziano dalla sua omologa cinematografica. Di fatto, pure se i due media – la letteratura e il cinema – si scambiano linfa a vicenda, in una trasfusione continua di idee e soluzioni estetiche (come dimostra il caso emblematico del cyberpunk), a mio modo di vedere i due ambiti conservano peculiarità tanto marcate da preservarne la distanza.

Un’opera cinematografica di fantascienza (meno una serie televisiva, che ha a disposizione uno spazio mediamente più lungo per sviluppare il contesto in cui agiscono i personaggi) risente della necessità di esaltare le proprie caratteristiche di immediatezza: ne va della sua fruizione, e quindi del raggiungimento delle grandi masse, e di conseguenza del ritorno economico dei suoi finanziatori, che sono prima di tutto investitori. Un’opera letteraria di fantascienza, in fase di gestazione, risente di molti meno vincoli creativi. Innanzitutto, non ci sono quasi mai tutte le diverse istante rispondenti ai diversi membri della produzione da coniugare tra loro. Lo scrittore è solo. Può permettersi una maggiore libertà e parte di questa libertà si traduce nella possibilità di far riferimento a un immaginario consolidato. Ogni romanzo o racconto di fantascienza assume una valenza “amplificata” dal rapporto dialettico con il background del genere, costituito da tutte le opere e i filoni letterari che l’hanno preceduta.

Per la fantascienza letteraria questa forma di retroazione, questo feedback ininterrotto con la storia del genere, è un requisito fondamentale: essendo il fantastico l’unico genere per il quale il lettore non ha un contesto pronto e già noto in cui orientarsi, ma deve invece fare i conti con il worldbuilding operato dall’autore, condividere con quest’ultimo dei riferimenti minimi (concordare per esempio su espedienti narrativi che non trovano un riscontro univoco nella realtà, come possono essere un viaggio nel tempo, una storia alternativa, un’astronave interstellare, oppure – per dire – un infundibulo cronosinclastico) è imprescindibile per la buona riuscita dell’opera.

Al contrario, il cinema può concedersi una maggiore autonomia dalla storia del genere. Tino Franco faceva giustamente notare che il cinema lavora su canali diversi da un libro. Mi permetto di aggiungere che questi canali sono anche più numerosi rispetto alla narrativa, dove l’unico canale è dato dalla “connessione empatica” che l’autore riesce a instaurare con il lettore, ovvero la capacità di sospensione dell’incredulità che il primo riesce a negoziare con il secondo per raccontargli la propria storia mediata da un foglio di carta (di cellulosa o elettroni). Il cinema può giocare sulla visione e sull’ascolto, canali molto più immediati rispetto alla (non tanto) semplice elaborazione del testo che è richiesta dalla letteratura, che richiede al “fruitore” molta più pazienza, attenzione, partecipazione attiva nel processamento dei significati.

Possiamo riscontrare una familiarità, talvolta anche molto forte, tra pellicole diverse, ma il campo gravitazionale che tiene insieme i film di fantascienza secondo me è di qualche ordine di grandezza più debole rispetto a quello che tiene insieme i romanzi e i racconti di autori anche molto diversi tra loro, magari anche lontani nel tempo e nello spazio. Oltretutto, per via della sua marcata attitudine alla contaminazione, la fantascienza si presta molto all’ibridazione con altri generi, per cui è naturale che tanto sulla carta quanto al cinema le visioni futuribili finiscano spesso per sconfinare in generi limitrofi, dall’horror al poliziesco, passando per il noir, il romance, l’avventura, il racconto di guerra, la spy-story. Da questa facilità di interfaccia, combinata con la vastità dell’immaginario fantascientifico capace di spaziare dalla space opera all’inner space, dai mondi simulati alla storia alternativa, alla distopia, scaturisce la naturale ricchezza del genere. Ma più ci si allontana dalla capitale dell’Impero, più le province traballano sotto il peso della pressione esterna. Al cinema, in particolare, dove le esigenze della cassa sono più forti di qualsiasi proposito artistico (e quanto più costa tradurre una visione in pellicola, tanto maggiore è il pubblico a cui deve arrivare per ripagarsi), la minore coesione interna del genere rafforza l’attrazione “centrifuga” verso i territori limitrofi.

Alcuni esempi, per non restare nel campo della pura supposizione: Blade Runner e Strange Days verso il noir, Alien verso l’horror, Minority Report verso il poliziesco, Eternal Sunshine of the Spotless Mind verso il sentimentale. In Avatar, per esempio, sotto la superficie plasmata dal gusto estetico di Roger Dean, il cinema bellico alla Apocalypse Now e la mitologia western (da Pocahontas a Balla coi lupi) giocano nell’economia dell’intreccio un influsso molto più marcato di un intero secolo di cinema di fantascienza. Esiste, certo, un interscambio orizzontale, ma non sempre: Donnie Darko, per esempio, sembra un corpo estraneo nell’ambito di una qualsiasi panoramica del genere. E in ogni caso la corrente che scorre da 2001: Odissea nello Spazio a Inception non sembra più forte di quella che scorre verso il capolavoro di Christopher Nolan da Heat oppure dai film di James Bond. E questo esempio particolare mi induce ad arrischiarmi su un terreno ancora più infido e pericoloso: spesso, esistono maggiori punti di contatto tra un film di fantascienza e un’opera di fantascienza proveniente da un medium diverso (come magari può essere un libro), piuttosto che tra lo stesso film e tutti gli altri film di fantascienza che lo hanno preceduto. Inception, sia pure con i suoi numerosi richiami a un immaginario di genere già consolidato al cinema, non somiglia più a Neuromante che a Blade Runner? Non vi ritroviamo più tratti comuni con Zelazny, Dick e Galouye che con Matrix, eXistenZ e Dark City?

I capolavori cinematografici di genere – 2001, Blade Runner, Inception, per citarne solo tre emblematici, sufficientemente distanti tra loro da rappresentare delle pietre di paragone per le rispettive generazioni – possono permettersi di “strappare” con il passato, e rifondare un intero immaginario. Nella fantascienza scritta, non è così che funziona: senza la social SF , Alfred Bester e Fritz Leiber, non avremmo avuto gli autori della new wave; senza la new wave non avremmo avuto Neuromante e tutto quello che è venuto dopo; senza la new wave e il cyberpunk non avremmo avuto Accelerando; qui il cammino procede in maniera incrementale, non selettiva. E troviamo questo schema replicato in misura analoga anche in opere di seconda, terza, n-sima fascia, indifferentemente.

Un film di fantascienza è prima di tutto un film, dell’etichetta può fare a meno. Un libro di fantascienza, al contrario, comunque la si metta, è fantascienza, che l’etichetta ci sia o meno.

Se un genere si riconosce prima di tutto dai suoi autori, al cinema il gruppo di autori che possono essere riconosciuti universalmente come autori di genere è estremamente risicato, se non proprio evanescente come concetto. In letteratura, il gruppo è decisamente più nutrito, più facilmente individuabile, e anche quando un autore di fantascienza si dedica ad altri generi (il poliziesco, il fantasy), il più delle volte continua comunque a essere riconosciuto come autore di fantascienza (a patto che non si chiami George R.R. Martin). Probabilmente, anche per via dei diversi ordini di grandezza in termini di bacino di utenza, a differenza dell’impero dei sensi che è il cinema la fantascienza letteraria è più simile a una piccola repubblica, forte di una sua coesione intrinseca, soggetta a forze centripete.

Sbaglierò, ma sono queste le tendenze dominanti che mi sembra di scorgere in una qualsiasi rassegna di titoli, di autori e di filoni si voglia tirar fuori.

(1 - segue)

Puntate precedenti:
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L’eco blu dei fantasmi del passato

Posted on Settembre 16th, 2012 in Criptogrammi | 1 Comment »

Stamattina, come mi capita di fare ogni volta che me ne capita l’occasione nelle mattine domenicali delle stagioni di transizione, mi sono riascoltato Sunday Morning dei Velvet Underground. Al di là della nenia quasi sognante e del suo andamento oserei dire onirico, il testo di Lou Reed e John Cale sprigiona un senso di ossessione (it’s just a restless feeling, fin dalla prima strofa) che affonda le radici nel rapporto tra il presente/futuro e il passato. Da una parte abbiamo il territorio delle possibilità, dall’altro quello delle azioni concluse, degli errori commessi (early dawning / sunday morning / it’s all the wasted years / so close behind) e degli effetti delle decisioni prese (early dawning / sunday morning / it’s all the streets you’ve crossed / not so long ago). Come si può notare dai due esempi, l’uso accorto dell’anafora dimostra una consapevolezza che va ben al di là della presunta estemporaneità della lirica.

Si raccontano molte storie, intorno a questa canzone. Pare che fosse stata commissionata esplicitamente dal co-produttore Tom Wilson per avere un’altra traccia sul loro ormai leggendario album di debutto The Velvet Underground & Nico (1967) da registrare con la voce della cantante tedesca. Fu quindi l’ultima canzone composta dal gruppo per l’album, a quanto tramanda la storia proprio all’alba di una domenica mattina nel novembre del 1966, non dopo un sabato sera di bagordi come si potrebbe intuire dal testo ma dopo una nottata di registrazioni in studio. Si dice che fu il produttore Andy Warhol a suggerire a Lou Reed il tema dell’angoscia strisciante e che John Cale incluse il motivo del carillon quando notò nello studio una celesta (una variante dello xilofono) e pensò bene di usarla come strumento. Dopo le prove iniziali che videro Nico alla voce, la versione definitiva fu registrata da Lou Reed stesso, mentre la cantante passò al coro. E il risultato fu tale da meritarsi la traccia d’apertura dell’album. Ma sono tutte notizie facili da recuperare in rete, a partire dalle relative voci sulle edizioni italiana e inglese di Wikipedia.

Quello che più mi piace della canzone è il senso di commistione, di sconfinamento, di compenetrazione tra il presente, il passato e il futuro. La trovo una canzone molto fantascientifica, in questo senso. Emblematico in particolare è il ritornello:

Watch out, the world’s behind you
There’s always someone around you
Who will call
It’s nothing at all

Ora, il ritornello è proprio il motivo da cui nasce la mia ossessione per Sunday Morning. In un’intervista rilasciata al critico Larry McCaffery nel 1996, William Gibson riconosce Lou Reed come una delle sue massime influenze e dichiara che avrebbe voluto usare il primo verso del ritornello come epigrafe per il suo romanzo d’esordio: Neuromante, il libro che nel 1984 ha cambiato la storia della fantascienza, con un influsso che si è propagato presto ben al di là dei limiti del genere. Forse per un errore di trascrizione, il verso diventa però “Watch out the worlds behind you“, distorcendo sottilmente il significato originale del testo, e in questa versione mi giunse quando per la prima volta lessi l’intervista nel 2001. Ovvero: “Attento ai mondi dietro di te”, come riporta anche questa traduzione per le pagine di Intercom, producendo quell’effetto di spiazzamento che probabilmente è la causa principale - ma non l’unica - della mia associazione tra il mood della canzone e un panorama fantascientifico.

Tutta questa storia ha un vago sapore di mistero, se me lo consentite. Mi ricorda lo scavo filologico operato da Samuel R. Delany nel superbo La Ballata di Beta-2 (1965), dove la canzone del titolo racchiude nascosto tra i suoi versi il senso ultimo della catastrofe che ha spazzato via una spedizione spaziale. Ma se vogliamo restare in ambito musicale, mi richiama alla mente anche la storia di Strawberry Fields Forever, canzone del 1967 che rappresenta uno dei primi passi dei Beatles nel rock psichedelico. Quando cominciò a scriverla durante un soggiorno in Spagna tra il settembre e l’ottobre del 1966, John Lennon tornò con la memoria al campo giochi proibito della sua infanzia, dietro l’omonimo orfanotrofio di Liverpool, e scrisse una strofa da cui tutto sarebbe partito, ma che non sarebbe mai stata inclusa nella versione definitiva, per la quale preferì una scrittura ancora più criptica. E fu così che:

No one is on my wavelength
I mean, it’s either too high or too low
That is you can’t you know tune in but it’s all right
I mean it’s not too bad

divenne:

No one I think is in my tree
I mean it must be high or low
That is you can’t, you know, tune in
But it’s all right
That is I think it’s not too bad

Un caso, insomma, di versi fantasma, cancellati dal nostro continuum spazio-temporale. Per quelli tra di voi che fossero interessati ad approfondire, Wikipedia ricostruisce la genesi della canzone (in italiano e in inglese). Per i musicofili, in rete si trova anche uno studio accuratissimo firmato dall’esperto Alan W. Pollack.

Per qualche motivo, Gibson non poté adottare la citazione di Sunday Morning in Neuromante, ma riuscì a rimediare nel 1999 con il suo sesto romanzo personale, che da una canzone inclusa nello stesso album - guarda caso, la traccia numero 6 - titolò All Tomorrow’s Parties (da noi American Acropolis). Il verso modificato è anche una delle citazioni di apertura del mio Sezione π², un caso di blooper intenzionale, come se il romanzo non appartenesse a questo, ma a uno degli innumerevoli mondi che pensiamo di esserci lasciati dietro le spalle, e che invece continuano a braccarci, come lupi famelici nelle luci grigie dell’alba che s’infiltrano nel tessuto dei sogni.

Le strade al neon che portano a Neuromante

Posted on Febbraio 8th, 2012 in Futuro, Transizioni | No Comments »

La prima volta che ho collegato un modem analogico alla rete telefonica e al vecchio cassone che usavo come PC, nell’adrenalina del cinguettio elettronico dell’apparecchio che cercava di agganciare una linea, non potei fare a meno di immaginarmi il cyberspazio descritto da William Gibson. Ricorderete forse le immagini evocate da questo passaggio seminale di Neuromante:

Cyberspazio. Un’allucinazione consensuale condivisa ogni giorno da miliardi di operatori legittimi, in ogni nazione, insegnando ai bambini concetti matematici [...] Una rappresentazione grafica di dati ricavati dalle memorie di qualsiasi computer e inviata al “sistema uomo”. Impensabile complessità. Linee di luce distribuite nel non-spazio della mente, ammassi stellari e costellazioni di dati. Come luci di città che si allontanano.

L’idea che dietro la sagoma di plastica grigia del modem e oltre il confine segnato dal doppino si nascondesse un’universo di luci al neon era una valida astrazione delle architetture di dati che mi aspettavano nella rete, e rendevano decisamente più interessante l’esperienza di una connessione a 56k, che implicava qualche minuto per il caricamento di una pagina e - tipicamente - un’altrettanto prosaica resa grafica della stessa.

Molti passi in avanti sono stati compiuti da allora. Ma restano ampi margini di miglioramento, specie se ci si prefigge come punto di arrivo la realtà virtuale interattiva, comprensiva di tutte le architetture di dati del genere umano, che è la matrice presentata da Gibson. Tra i punti deboli che ancora resistono, l’organizzazione dei contenuti resta uno dei principali problemi (se non il principale in assoluto) con cui deve confrontarsi chiunque voglia cimentarsi con la realizzazione di un sito web. Il web design non è una banalità e spesso impone dei compromessi. Se in genere il webmaster può imparare a convivere piuttosto bene con questi compromessi, purché rispondano alla propria idea del sito web, per l’utente il discorso è un po’ più delicato: siti con ottimi contenuti ma mal strutturati possono scoraggiare l’utente dall’esplorazione/fruizione degli stessi, vanificandone di fatto la bontà, a meno che non si abbia a che fare con utenti dalla forte vocazione all’avventura e alla scoperta, o semplicemente muniti di una pazienza divina. D’altro canto, siti estremamente complessi potrebbero non valorizzare il complesso dei contenuti per via delle inevitabili asimmetrie di esposizione e visibilità degli stessi, occultando di fatto agli utenti risorse di utilità potenzialmente elevata.

In questi anni il web si è evoluto. Ha attraversato il tumulto del 2.0, della condivisione dei contenuti, della loro moltiplicazione multimediale: blog, Wikipedia, YouTube, Second Life, MMORPG, social network. Si affaccia gradualmente verso i nuovi scenari del web semantico, del geoweb, dell’augmented reality. E in attesa esalta il lato più sociale: dopo i tempi di Usenet, dei gruppi e dei forum di discussione, il web sociale ha esordito mappando in rete le relazioni personali esterne alla rete, e molto presto si è trasformato in qualcosa di più: uno strumento per sviluppare collaborazioni, consentire nuovi contatti e amicizie, condividere con loro risorse di comune interesse, attingendo alla rete (link a siti, blog, piattaforme di condivisione) oppure alla vita esterna (foto, note, video dall’altra parte dello specchio). Quello che forse finora è mancato in questo senso, è stato uno sviluppo delle potenzialità implicite nel social web: la possibilità di propiziare a monte l’incontro tra individui accomunati da passioni e interessi.

Riepilogando, due delle cose che ancora mancano alla rete sono:

a. un metodo per svincolare i contenuti dalla progettazione del sito;
b. uno strumento d’ingegneria sociale che superi i limiti dell’attuale sistema di social networking.

A questo scopo nasce Volunia, il motore di ricerca messo a punto dallo specialista Massimo Marchiori (già ricercatore al MIT, collaboratore di Tim Berners-Lee, ideatore dell’algoritmo alla base del PageRank implementato da Larry Page e Sergey Brin per Google) nel segno del motto Seek & Meet. I motori di ricerca stanno consolidando in questi anni il loro ruolo di veri e propri “motori del web”, crocevia della rete. Non solo per via del successo di Google, presto seguito da Bing e altri strumenti via via meno popolari e potenti. Ma soprattutto perché è ormai improponibile anche solo pensare di esplorare il web senza uno strumento di ricerca. Le directory possono funzionare ancora per il deep web, ma nel mare magnum di superficie l’utilità del search engine è irrinunciabile. E così anche i motori di ricerca si moltiplicano, diversificandosi per target e funzionalità. Dopo Wolfram Alpha, il primo motore di conoscenza computazionale del web, Volunia si propone come un assistente di navigazione web con funzioni di mappatura dei siti web, estrazione delle risorse multimediali e costruzione di occasioni sociali.

La presentazione del prodotto, tenutasi lunedì 6 febbraio e trasmessa in diretta streaming dall’Università di Padova, è ancora accessibile in differita dal sito dell’ateneo (qui una versione concentrata e più fruibile). Le reazioni della rete, dopo la spasmodica attesa che ha salutato l’evento, si sono rivelate nel complesso abbastanza tiepide, se non proprio deluse e scettiche. Rispetto alle stesse, mi ritrovo scettico a mia volta, consapevole dell’effetto amplificante delle opinioni negative che in genere seduce i commentatori, sul web in modo particolare. E gli italiani sfiorano sempre vette d’eccellenza quando c’è da esercitare l’ars destruens, che si sia competenti in materia o meno (anzi, secondo l’implacabile logica della legge di Benford, l’accanimento cresce a dismisura quanto più si è ignoranti in materia).

Tra gli articoli che potete trovare in rete, ne segnalo uno positivo (dal Corriere.it), uno assolutorio (da Repubblica.it) e uno severo ma documentatissimo (da Punto Informatico). A cui aggiungo quest’altro critico da Wired che ho scoperto solo dopo la chiusura del post. Ovviamente, si può dire ciò che si vuole sulla presentazione come pure sulla strategia di comunicazione (a parte la scelta dell’italiano e malgrado gli intoppi tecnici, a me non è sembrata affatto sottotono, sarà che sono stato forgiato nella fucina di aule universitarie mediamente molto, molto più noiose, in anni in cui l’uso dei lucidi era ancora un’abitudine dura da estirpare dal corpo docente). La prova del fuoco si avrà quando Volunia sarà messa a disposizione degli utenti, che potranno testarne da sé le caratteristiche.

Per il momento, già solo l’idea di avere sempre a disposizione una riproduzione della struttura dei siti indicizzati mi sembra un’ottima cosa. Mi richiama l’ebbrezza di quei primi giorni di navigazione in una banda aghiforme, a cavallo di un modem cinguettante e scricchiolante. Le possibili evoluzioni dell’interfaccia web, a partire da quel volo d’uccello richiamato da Marchiori più volte nel corso della sua presentazione, mi ricorda troppo l’immagine primordiale del cyberspazio evocata da Neuromante, tradotta in estetica di uso popolare da film (Tron Legacy e Matrix, ma prima ancora Johnny Mnemonic, Il Tagliaerba, Hackers e il primo Tron) e videoclip. E pazienza per i neon, elemento imprescindibile dell’atmosfera cyberpunk: magari si accenderanno tremuli appena sul cyberspazio di Volunia calerà la notte. Anche per questo basterà aspettare.

Ultime dalle colonie extra-mondo

Posted on Novembre 5th, 2011 in Graffiti, Proiezioni | 3 Comments »

8 mesi fa destò scalpore la notizia della cessione dei diritti cinematografici di Blade Runner, rilevati dalla Alcon Entertainment, compagnia intenzionata a rinnovare radicalmente il franchise. Adesso qualcosa comincia a muoversi. Intervistato da Speakeasy (web magazine del Wall Street Journal dedicata a media, intrattenimento e arti), Ridley Scott ha lasciato trapelare qualche dettaglio sul film che sta mettendo in cantiere. Che potrà essere, a suo dire, un sequel, sebbene non vedrà la partecipazione di Harrison Ford. Il volto ormai iconico del cacciatore di replicanti non tornerà a vestire il trench di Deckard, come d’altro canto era già nell’aria. Il 74enne regista britannico reduce dalla post-produzione di Prometheus ha poi dichiarato di essere ormai prossimo, dopo un’accurata ricerca preliminare, a trovare lo sceneggiatore adatto per il film (via io9).

Intanto, godiamoci questo time-lapse di Tokyo firmato da Samuel Cockedey: s’intitola Android Dreams e fotografa il panorama della metropoli giapponese come se fosse un incrocio tra la Los Angeles del 2019 e l’altrettanto avveniristica New Port City di Ghost in the Shell. E il colore del cielo è fin troppo riconoscibile a chiunque abbia masticato silicio e Neuromante. Quale che siano le fonti d’ispirazione, giudicate voi stessi visionando la clip direttamente su Vimeo. Essendo accompagnata dalle note di Vangelis, anche quella ricade nelle restrizioni riconducibili al regime di embargo imposto dall’Anonima Esattori. Quindi, per non lasciare sguarnito questo post, mi limito a riprodurre qualcuno dei fotogrammi più suggestivi scattati da Cockedey.

Revenant: a volte ritornano

Posted on Agosto 8th, 2011 in Connettivismo, Nova x-Press | 8 Comments »

Prima della pausa agostana (che, se mi riesce una sorpresa per i lettori del blog, pausa non sarà per lo Strano Attrattore), mi preme tener fede a una promessa fatta a due studenti della facoltà di Psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, Antonio Cerrato e Julian Shabi. I due intraprendenti giovani hanno deciso, bontà loro, di intervistarmi sulla genesi dei racconti di Revenant per la tesina che hanno poi presentato con successo al corso di Antropologia Culturale del prof. Vincenzo Padiglione.

La lunga conversazione, tutta svolta via e-mail la scorsa primavera, è andata a costituire l’ultima sezione del loro saggio, che ha analizzato il fenomeno dei non-morti nell’immaginario degli ultimi decenni, oltre che sul fronte letterario anche su quello televisivo (con la serie Ghost Whisperer - Presenze), cinematografico (con il film The Others) e musicale (il videoclip di Michael Jackson per Thriller). Sono particolarmente contento per loro del risultato, per cui ho pensato con il loro consenso di pubblicare la parte che mi riguarda, in cui vengono affrontati temi di più ampio respiro, sia in ambito letterario (la fantascienza, il fantastico, il connettivismo) che “antropologico” (l’influenza delle leggende della tradizione sull’immaginario dello scrittore), prima di incentrarsi sull’antologia e la sua struttura.

La trovate integralmente dopo il salto.

Nell’immagine, una rappresentazione di Xipe Totec, divinità azteca preposta
alla rinascita, al passaggio dalla vita alla morte e viceversa,
scelta da Cerrato e Shabi come nume tutelare per il loro progetto.

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Tutti i livelli del sogno

Posted on Ottobre 4th, 2010 in Fantascienza, Micro, Proiezioni | 3 Comments »

Posso finalmente dirlo: Inception è il film che mi aspettavo. D’altro canto, come potrebbe deludere un racconto senza un antagonista, in cui i protagonisti sono molto meno buoni del loro avversario (che dopotutto è solo una vittima) e la lotta è contro le trappole e i tranelli tesi dalla mente umana, reso per di più in maniera altamente spettacolare? Non può, semplicemente.

Se poi ci aggiungete che c’è anche Peter Riviera, anche se qui si chiama Eames e opera all’interno delle dinamiche oniriche come falsario, e che nella scena in cui Parigi si ripiega su se stessa sembra di vedere finalmente al cinema uno scorcio di Freeside, il conto è presto fatto e il biglietto ampiamente ripagato. Nolan dimostra di aver letto (e compreso) molta più fantascienza di quanta ne serva solitamente per farsi venire in mente di scrivere o dirigere un blockbuster. E trovo davvero plausibile che tra le sue letture propedeutiche possano essere capitati Ballard, Dick e Zelazny, e magari anche dosi di Galouye assimilate indirettamente attraverso Il tredicesimo piano.

Apprendo con gioia che anche a Gibson è piaciuto. Sebbene il mio caper movie preferito di tutti i tempi resti Heat - La sfida, Inception si candida seriamente a imporsi come pietra miliare per la fantascienza cinematografica d’idee del prossimo decennio. Ma magari ne parliamo in maniera più circostanziata su Delos. Così, chi non l’ha ancora fatto, ha il tempo di recuperarlo finché lo trova ancora nelle sale, perché temo che come già accadeva per Cloverfield una visione in home video possa solo penalizzare il gradimento finale.

Tomorrow, Now

Posted on Giugno 5th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi, Fantascienza, Futuro | 1 Comment »

Sandro Battisti mi ha segnalato questo intervento di William Gibson, trascritto dal discorso da lui tenuto al Book Expo America 2010 di New York, che è allo stesso tempo un riepilogo della sua carriera [e della spinta ricevuta come scrittore dal confronto continuo con il mondo che man mano andava attraversando (dagli anni '70 agli anni Zero)] e un onestissimo, ammirevole ringraziamento ai lettori che hanno reso possibile la sua carriera. Un pezzo da leggere per la lucidità con cui l’autore americano analizza l’influsso del tempo sulle opere, a partire dalla prima lezione da lui appresa al college e poi applicata con metodo in ogni suo lavoro: “i futuri immaginari trattano sempre, a prescindere da ciò che ritiene l’autore, l’epoca in cui vengono scritti“. E questa è una massima che davvero dovrei stampare e appendere sopra la scrivania, finché non l’avrò impressa a fuoco nelle mie routine neurali. Nel passaggio di chiusura, Gibson dice anche:

A book exists at the intersection of the author’s subconscious and the reader’s response. An author’s career exists in the same way. A writer worries away at a jumble of thoughts, building them into a device that communicates, but the writer doesn’t know what’s been communicated until it’s possible to see it communicated.

Guardandomi indietro, mi sono ricordato di un paio di cose, che posso incastrare come parentesi in questo post che volevo dedicare a Neuromante e al suo autore. Posso farlo perché Neuromante è la causa scatenante di una passione che mi tiene ancora qui, inchiodato su una tastiera a un’ora da cani del primo sabato sera d’estate del 2010 (e fuori dalla finestra Bologna è una città sostituita di strade deserte, tetti rossi, finestre spente e luci stradali che indugiano sui colli) per aggiornare lo Strano Attrattore ma non solo. Il romanzo d’esordio di Gibson è stato il mio punto zero, lo spiegamento improvviso delle potenzialità codificate in un genere con cui già avvertivo un’affinità, ma che grazie alle sue pagine si tramutò in amore. E l’amore, con la sua irrazionalità, porta a fare delle cazzate. Un sacco di cazzate, volendo. Per cui, a maggior ragione, si avverte il bisogno di insegnamenti da tenere sempre ben presenti.

Per tener fede a un paio di impegni presi in corsa all’inizio dell’anno, ho interrotto da un mesetto circa la stesura di Corpi Spenti. Un’interruzione salutare, visto che nel frattempo c’è stato modo di mettere a fuoco alcuni aspetti del libro con il sostegno di alcuni amici scrittori (tanto ricchi d’esperienza quanto generosi nel condividerla con un novellino), e che conto saprà dimostrare i suoi benefici già a partire dalla metà di giugno, periodo in cui ho intenzione di riprendere i lavori in corso. Prima di mettermi all’opera, ero tornato a riflettere su Sezione π² per riprendere i fili ma anche per correggere la mira laddove ce ne fosse bisogno. Posso solo dire, senza anticipare nulla, che Corpi Spenti sarà un romanzo con molte meno velleità artistico/letterarie del precedente, e per questo scriverlo si rivelerà un’impresa particolarmente faticosa. Non ci si pensa mai, dopotutto, finché non si arriva a confrontarsi consapevolmente con la pagina scritta: come fa notare Gibson, un romanzo parla sempre del tempo in cui viene scritto, in esso è la realtà che si stratifica e prende forma, e quando chi scrive lo fa intenzionalmente il suo non può che diventare un tentativo - parziale - di scoperta e comprensione. Il che era già in parte ciò che succedeva con Sezione π², ma il sovraccarico di input culturali confondeva bene (troppo…) le carte in tavola.

Questa volta l’operazione dovrebbe risultare più trasparente, più immediata. Ma non per questo meno ricca (rassicurazione per Alex Tonelli, che a più riprese mi ha consigliato di non rinunciare alla vena più visionaria della mia scrittura). Solo più consapevole, più ragionata e per questo - spero - più efficace.

In particolare, per garantire comunque una valvola di sfogo alle mie intemperanze immaginifiche e verbali, mi sono reso conto di avere ormai da un pezzo diversificato la mia scrittura nell’ambito della fantascienza tra un filone più realistico (in cui dovrebbe andare a inserirsi il nuovo romanzo, benché sia pur sempre un lavoro di fantascienza postcyberpunk, post-human, ma soprattutto distopico) e uno più immaginifico (proiettato verso il futuro remoto dell’umanità, con racconti che s’inseriscono idealmente in un più vasto scenario che, dalla società postumana e ambigua che lo domina, si può definire Trascendenza). Il futuro prossimo venturo in cui si riflette la nostra attualità da una parte, il futuro remoto in cui sviluppare temi più “universali” dall’altra. [Un nuovo esempio di quest'ultimo filone sarà Vanishing Point, il seguito di Orizzonte degli eventi in uscita ormai imminente sull'edizione del decennale di Continuum (un sentito ringraziamento a Roberto Furlani che lo ha fortemente voluto e che ci ha pazientemente lavorato con il sottoscritto, dimostrando una volta di più la serietà e la professionalità che lo contraddistinguono come curatore).] Gibson sostiene che i giovani di oggi - a cui idealmente tendo a rivolgermi io stesso quando scrivo le cose che scrivo - vivono in un eterno Presente digitale. Per loro, prosegue, il Futuro con la F maiuscola non esiste e non è mai esistito, non è semplicemente un problema che si pongono. Ragion per cui, se il primo filone ha qualche speranza di comunicare qualcosa, corro il serio rischio di relegare il secondo a una comunicazione “esclusiva” tra appassionati e addetti ai lavori. Poco male, finché riuscirò a reggere il sovraccarico a cui mi obbliga questa diversificazione. Ma prima o poi arriverà il momento di fare una scelta e forse è il caso di porsi il problema fin da adesso: come sarà la mia scrittura tra - diciamo - 2 anni? Più orientata verso il presente o lanciata a velocità di fuga verso gli orizzonti criptati del futuro più remoto?

E torniamo a Gibson, a Neuromancer e alla sua riduzione filmica (o trasposizione cinematografica che dir si voglia, ne accennavamo già in questo post). Fortunatamente, le voci correnti parrebbero confermare l’allontanamento dal progetto di Joseph Kahn. Benché non sia ancora ufficiale, Vincenzo Natali ne parla in effetti come regista in pectore e questo lascia ben sperare (si veda in proposito l’articolo che Paolo Marzola ha dedicato all’argomento). Nell’intervista che ha rilasciato a Cinematical, Natali dice molte cose intelligenti e condivisibili (sulla difficoltà di conservare il livello di dettaglio del romanzo, per esempio, ma anche sulla necessità di aprire parentesi sulla storia di Pugno Urlante e sul passato da meat puppet di Molly Millions) e in particolare una che mi ha colpito: “Pensando a come volevo trasporre il romanzo nel film, ho dovuto partire dalla fine e immaginarla per prima per procedere poi a ritroso con il resto della storia“.

Le parole del regista canadese presuppongono un approccio serio e concreto all’interpretazione del materiale con cui dovrà lavorare. L’unico metodo possibile, per scongiurare il rischio di compromettere l’adattamento fin dalla partenza. Che si tratti di un approccio parallelo, evidentemente atipico, non può darmi poi che buone speranze per la riuscita dell’impresa. Staremo a vedere. In ogni caso, anche solo le sue parole valgono stavolta come lezione.

[Nell'immagine, Molly in front of Wintermute ICE, by Hiro Edelman.]

Notizie sparse e senza ordine

Posted on Maggio 14th, 2010 in Fantascienza, Graffiti, ROSTA | 5 Comments »

Sto latitando, lo so. E sto latitando perché sto scrivendo e facendo cose. Tra le altre, grazie all’interessamente di Angela Ventrella e del compagno Fazarov che in entrambe le occasioni ha saggiamente tenuto le redini dell’incontro, un duplice incontro con i ragazzi del Pratello, vale a dire gli adolescenti «ospitati» dal carcere minorile di Bologna. Alla prima, va detto, abbiamo saputo prepararci con l’imprescindibile e generosissimo supporto di Andrea Jarok e del suo Bazaar del fantastico, che ci ha procurato libri e fumetti da donare alla struttura: un gesto che non ha bisogno di commenti, solo di ringraziamenti. Ospiti della seconda puntata sono stati invece il grande Loriano Macchiavelli e l’illustratore Otto Gabos, con Fernando e il sottoscritto a fare da cornice.

Belle giornate, indubbiamente. Come memorabile è stata la serata di mercoledì, dove con la banda Fazarov abbiamo accompagnato la carovana del Music Heaven Mad for Guitar, maratona di letture e di bevute associata al concorso letterario omonimo, alla cui premiazione - alle 2 della notte in un circolo esclusivissimo - il compagno Fazarov si è classificato secondo. Bella l’idea di un tour letterario per pub - una sorta di via crucis molto laica e altrettanto alcolica - e bravo compagno!

E per restare in tema letterario, avrete ormai appreso la notizia dell’ultimo vincitore del premio Urania. Per molto tempo Alberto Cola è stato un esempio e un modello per tanti giovani scrittori italiani di fantastico e il fatto che negli ultimi anni sembrava essersi allontanato dall’ambiente si avvertiva come una perdita per tutti. Questo per di più è un ritorno in grande stile, perché arriva nella scia dell’edizione Kipple del romanzo finalista al premio Urania 2006: Ultima pelle.

Per concludere, uno sguardo al mondo e al cinema. Purtroppo il grandissimo Frank Frazetta ci ha lasciati. Restano le sue illustrazioni, sulle copertine che hanno segnato una buona fetta del nostro immaginario fantastico.

Hanno annunciato il nuovo regista incaricato di trasporre Neuromante per il grande schermo. Ne ha dato notizia Fantascienza.com. Il nuovo prescelto è il canadese Vincenzo Natali, già artefice del sorprendente Cube e del promettente Cypher (con molti punti di contatto proprio con il cyberpunk di Gibson, ma purtroppo penalizzato dalla recitazione di un Jeremy Northam del tutto fuori ruolo, che vanifica la presenza di una letale Lucy Liu), e dopo aver avuto la sfortuna di vedere Torque non mi dispiace affatto che Joseph Kahn sia stato allontanato dal progetto. Anche se, va detto, fino a qualche mese fa il buon Kahn continuava a sparare post sul suo Twitter lanciando sibilline indiscrezioni sulla sceneggiatura del film.

Per la serie “non si vive di soli capolavori”, sembrerebbe ormai confermato anche il prossimo Riddick. Ci vuole poco per farmi felice.

[Dll'alto: una veduta di via del Pratello, da [noone], via Flickr. “Death Dealer” di Frank Frazetta, via 11 after 11 blog. Particolare della copertina di Neuromancer. via Only Dreamers blog.]

Sasha Grey: meat puppet per Neuromante

Posted on Dicembre 6th, 2009 in Fantascienza, Graffiti, Proiezioni | No Comments »

Era dall’uscita di questo articolo su Corriere.it che meditavo di scrivere due righe su Sasha Grey, “una pornostar che legge Burroughs, Yeats, Baudrillard e Nietzsche”. L’industria del porno è dopotutto una delle lobby più potenti ad agire sul nostro immaginario e quando i suoi tentacoli intercettano schegge della controcultura cyber (Burroughs, Baudrillard) la sensazione di trovarsi in presenza di un evento chiarificatore della realtà in cui viviamo, una scintilla accesa a rischiarare questi tempi che corrono veloci, si fa forte.

Adesso a quella lista di letture significative potremmo forse aggiungere William Gibson. Ed ecco chiudersi il cerchio. Lo scorso 22 novembre, la star 21enne che, dopo il ruolo di escort come protagonista nel film sperimentale The Girlfriend Experience di Steven Soderbergh, sogna di abbandonare il circuito dell’hardcore, ha preso parte a una performance dal vivo organizzata presso il New Museum dall’artista newyorkese Brody Condon per portare in scena Neuromante. Nell’adattamento, intitolato Case dal protagonista di Gibson assurto ad archetipo del cowboy della console, Sasha Grey ha coperto il ruolo di Molly Millions, meat puppet ed ex-attrice di snuff, e direi che come cortocircuito metanarrativo abbiamo toccato il top. A quanto pare, Gibson avrebbe apprezzato tanto l’idea quanto la sua esecuzione, pur pensando che la Grey sarebbe stata più adatta in una trasposizione di Luce Virtuale.

Quanto al discusso film su cui Joseph Kahn starebbe lavorando per portare al cinema le visioni dal basso futuro dello Sprawl, come riportato dallo stesso io9 e da Indie Movies Online, intorno alla metà di novembre il regista dell’inguardabile Torque ha annunciato su Twitter di aver trovato la chiave giusta per chiudere Neuromancer (”Epiphany. I finally figured out how to end the movie.”). Spinto dallo stesso Gibson a dare delucidazioni in merito (”Scroll, or voiceover?”), Kahn ha quindi risposto in maniera evasiva (”LOL. Freeze frame.”). In realtà, quello che preoccupa di più non è certo il finale, quanto piuttosto tutto quello che può succedere tra i titoli di apertura e quelli di coda.

Intanto, per chi fosse curioso, è stata messa on-line una vecchia sceneggiatura scritta da William Gibson per adattare il suo capolavoro per il cinema. Su The Girlfriend Experience segnalo invece due recensioni di tono opposto su CineFile e StraneIllusioni.

Talking about science fiction

Posted on Novembre 1st, 2009 in Fantascienza, On air | 4 Comments »

Non fai in tempo ad allarmarti per la sua morte (e ripensando allo scorso anno, mi viene il sospetto che possa essere il periodo…), che la fantascienza subito ti si risolleva sul letto di morte. Della correttezza del suo certificato di decesso, stilato da luminari di ogni tipologia, parleremo grazie a Silvio Sosio e a un numero di esperti (e qui mi preme ringraziare personalmente Salvatore Proietti per i continui spunti di approfondimento) sul numero 58 di Robot, in arrivo nelle librerie tra qualche giorno.

In UK, invece, si discute di fantascienza sulla BBC, nell’angolo di approfondimento culturale Newsnight Review. Ma non in riferimento alla sua morte, bensì alla sua crescente popolarità. Ospiti: il regista americano Kevin Smith (il tipo in accappatoio) e la scrittrice britannica Jeanette Winterson. E si parla di District 9, del successo di serie TV come Lost, Heroes e FlashForward e del pregiudizio verso la letteratura di genere. Salvo poi riconoscere il forte impatto che i libri di H. G. Wells, George Orwell e Douglas Adams hanno avuto sulla cultura mainstream e il successo fuori dai confini del loro immaginario di riferimento dei lavori di Pynchon e Vonnegut.

I quattro spezzoni della puntata sono su Youtube: 1/4, 2/4, 3/4 e 4/4. Vi invito a soffermarvi in particolare sull’ultimo: