Futuro Remoto: un viaggio tra scienza e fantascienza

Posted on Ottobre 7th, 2012 in ROSTA | 3 Comments »

Futuro Remoto è una manifestazione di divulgazione della cultura scientifica e tecnologica che si tieneannualmente a Napoli, ospitata dalla Città della Scienza. Con il tempo ha visto aumentare l’afflusso di pubblico fino ad attestarsi come uno degli eventi più importanti del settore in Europa. Quest’anno è giunta alla 26esima edizione e con il titolo Le Fabbriche del Cielo ha aperto i battenti lo scorso 4 ottobre. Per un mese i curiosi potranno visitare le esposizioni e partecipare alle conferenze e ai seminari, che in occasione del sessantesimo anniversario della nascita ufficiale della fantascienza in Italia e dell’uscita primo numero dei romanzi di Urania riserveranno grande spazio anche al nostro immaginario.

In particolare, sabato e domenica prossimi, 13-14 ottobre, Futuro Remoto dedicherà un ciclo di panel e dibattiti inquadrati nelle celebrazioni dei 60 anni di fantascienza in Italia, con ospiti Giuseppe Lippi, Carmine Treanni, Gian Filippo Pizzo, Donato Altomare, Francesco Troccoli e Adolfo Fattori. Invitato da Roberto Paura, che ringrazio immensamente, domenica sarò presente anch’io, per parlare con Salvatore Proietti di fantascienza in Italia e nel mondo, e poi per partecipare a una tavola rotonda sul futuro del romanzo di fantascienza. Gli orari sono ancora un po’ ballerini, ma sul sito ufficiale della manifestazione saranno pubblicati tutti gli aggiornamenti eventualmente necessari.

Potete scaricare il programma completo da questo link. I partecipanti alle due giornate avranno il diritto a un biglietto scontato per visitare la Città della Scienza durante il week-end, al costo di 11 euro. Maggiori informazioni ai link segnalati. Come si dice in questi casi: accorrete numerosi!

Corpi spenti: uno studio d’ambiente e d’epoca

Posted on Novembre 28th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 2 Comments »

Una volta definita la prospettiva, la cosa più complessa da predisporre è stata l’ambientazione. E’ stato difficile per una duplice ragione, ma siccome la parte legata all’atmosfera è quella per cui mi sento meglio predisposto per natura (o per semplice pigrizia, in quanto incapace di sviluppare con altrettanta costanza e profondità tutti gli altri aspetti della costruzione di un romanzo) è stata anche la parte del lavoro che mi ha divertito di più. Per me l’ambiente rappresenta un prerequisito indispensabile per ogni storia. Non riesco a scrivere nemmeno una riga senza avere un’idea più che soddisfacente del mondo che la ha generata - e che quindi dovrebbe fare il paio con essa. Spesso le mie storie risultano sbilanciate anche per questo: troppo poca azione rispetto all’atmosfera, piuttosto che per pigrizia proprio per una istintiva esigenza di valorizzare il lavoro compiuto offrendo allo sfondo più inquadrature di quanto sia strettamente richiesto dalla trama (spero comunque che questo non sia il caso di Corpi spenti).

Le due difficoltà cui accennavo in apertura sono queste: da un lato, la continuità con l’ambientazione di Sezione π² imponeva una tenuta della coerenza interna alla saga; dall’altro, sul versante completamente opposto, la natura stessa della Singolarità - che è il presupposto del mondo della Sezione Pi-Quadro - richiedeva un’evoluzione sensibile rispetto allo scenario tracciato nel primo romanzo. La Singolarità, come ricorderete, risulta dalla convergenza rivoluzionaria di settori di ricerca diversi (nanotecnologie, scienze della vita, intelligenza artificiale, cibernetica e computazione quantistica) che ha determinato un’impennata della curva del progresso, producendo esiti imprevedibili nella ricaduta dei loro effetti. La Singolarità ha contribuito a spostare gli anni dopo il 2049 (in cui teoricamente sarebbe «esplosa») molto più lontano da noi di dove li posizionerebbe il calendario. In definitiva, è una sorta di orizzonte degli eventi scientifico-culturale e il suo effetto collaterale è uno shock da futuro.

In un contesto post-singolare, anche pochi mesi equivalgono a diversi anni di progresso secondo il tasso di sviluppo a cui siamo abituati oggi. E siccome tra Sezione π² e Corpi spenti intercorrono diciotto mesi, era necessario mostrare che del tempo fosse trascorso, e che questo tempo corrispondesse a un lasso di tempo molto più lungo rispetto a diciotto mesi attuali. E’ l’effetto inflazionario della Singolarità e chiunque scriva storie ambientate nel cono d’ombra dell’evento deve farci i conti (pensate ad Accelerando). Tutto sommato, le due spinte contrarie tra continuità e cambiamento tendono però anche a compensarsi reciprocamente, e se comunque l’ambientazione compie un bel salto in avanti rispetto al precedente romanzo, dall’altro le loro forze opposte tendono a frenarsi a vicenda e a produrre un nuovo punto di equilibrio che spero i lettori potranno trovare altrettanto - se non più - interessante di quello attorno al quale si sviluppava Sezione π².

Per non rovinare il gusto della scoperta ai lettori più esigenti, mi fermo qua. Prima di chiudere mi limito però a rispondere a un quesito, contenuto in un bel commento apparso da qualche giorno alla pagina dedicata a Sezione π² su Anobii. La mini-recensione è di Paolo Giannuzzi:

Finalmente un noir fantascientifico che non si incarta (o almeno lo fa poco) in frasi edulcorate ad arte, prive di senso, atte spesso ad allungare il brodo. Un ottimo thriller/giallo, laddove la fantascienza è il pretesto per dare al protagonista il potere necessario per districare la matassa in maniera credibile. Tutto è costruito in maniera precisa, con poche concessioni al divagare, e con dei bei personaggi a cui si tende ad affezionarsi (Guzza è il classico esempio del personaggio che il protagonista prova a renderci antipatico al primo incontro, ma poi ci si lega inevitabilmente). Auspico il ritorno dei protagonisti, anche se il finale lascia intendere che la base su cui si fonda tutto (la possibilità di indagare nella mente dei defunti) sia destinata a svanire.

Ecco, innanzitutto vorrei dire che è particolarmente gratificante ricevere un commento simile a quattro anni dall’uscita del romanzo. Denota che il libro è invecchiato bene, malgrado tutto, e questo non può fare che piacere (anzi, a dirla tutta, è una bella iniezione di fiducia). Tornando al punto della questione, la tecnologia dell’upload neurale messa a punto in Estremo Oriente e annunciata nel finale del libro non esclude affatto una continuazione della Pi-Quadro. I necromanti sono diventati obsoleti, certo, per ammissione dello stesso Briganti. Ma non per le loro prerogative - dopotutto, il loro ruolo resta inalterato, sia che dei cadaveri si possano recuperare le coscienze sia che invece la loro coscienza resti condannata alla morte entropica - quanto piuttosto per i pretesti etici che la politica farebbe presto a strumentalizzare e piegare alle proprie necessità. Se un individuo può essere “resuscitato”, infatti, l’indagine psicografica può diventare un’interferenza nella sfera privata. E la Pi-Quadro si è già fatta numerosi nemici, tra i signori di Napoli. Nel 2061 qualcuno potrebbe volergliela far pagare.

Di Guzza e degli altri, invece, parleremo la prossima volta.

Corpi spenti: una questione di prospettiva

Posted on Novembre 23rd, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 6 Comments »

Quando mi sono messo al lavoro su Corpi spenti, avevo un’unica cosa ben chiara in mente: scrivere un seguito di Sezione π² che ne rappresentasse allo stesso tempo un approfondimento e una discontinuità. Avevo un’idea in mente per lo scenario, avevo un gruppo di protagonisti ereditati dal primo romanzo, con una buona alchimia già espressa in quella sede ma con una riserva di potenziale abbastanza cospicua ancora da esprimere. Quello che mi serviva, senza girarci intorno, era l’angolo giusto: la giusta prospettiva da cui inquadrare la scena e i soggetti che interagivano in essa.

Dopo una serie di pianificazioni, tentativi di implementazione, ripensamenti, ripianificazioni, altri tentativi, conseguenti ripensamenti e così via, mi sono convinto che quello di cui avevo bisogno era uno scarto rispetto a Sezione π². Avevo inquadrato uno scorcio del futuro, in quel romanzo, ma c’erano ancora diversi particolari di cui s’intuiva l’importanza ma che restavano tuttavia poco distinti e che meritavano per questo una messa a fuoco. Era come scrutare la fuga prospettica di una strada e cercare di decodificare le caratteristiche del paesaggio urbano dalla posizione in cui mi trovavo. Non potevo pensare di ottenere il risultato che mi prefiggevo continuando a osservare l’angolo di Napoli post-Singolarità dallo stesso punto, standomene fermo sullo stesso marciapiede.

Per questo ho deciso di attraversare la strada.

La parallasse è un trucco che al liceo scientifico insegnano al primo anno di fisica. Una volta, almeno, era così. Nella parallasse stellare si sfrutta la rivoluzione della Terra intorno al Sole per misurare la distanza di un corpo celeste esterno al sistema solare, magari distante anche centinaia di anni-luce. La tecnica richiede come requisito la conoscenza del raggio dell’orbita terrestre: osservando una stella a distanza di sei mesi, basta un calcolo di pura trigonometria per determinarne la distanza. Non è uno strumento facile da adoperare, richiede estrema accuratezza e le distanze stellari impongono la massima precisione degli strumenti, ma funziona. E’ scientifico.

Attraversando la strada, i dettagli di superficie che mi avevano colpito durante la precedente indagine di Briganti hanno subito delle variazioni. Uno slittamento, come mi piace pensare, che ha imposto un paradigm shift, un mutamento di paradigma.

Alcuni particolari si sono rivelati poco più che accessori, altri sono improvvisamente risaltati, altri ancora sono emersi dagli angoli ciechi e dai coni d’ombra che inesorabilmente viziavano la precedente angolazione. Non che quella fosse sbagliata, intendiamoci. Però era solo una delle tante possibili. Abbastanza buona da garantire una visuale interessante, ma sicuramente insufficiente per cogliere il panorama nella sua interezza. Non che m’illuda sull’esistenza di una prospettiva esauriente in tal senso, almeno non restando vincolati ai gradi di libertà del piano stradale. E proprio come in una grande città attraversare una strada trafficata espone a dei rischi, così ottenere questa nuova visuale ha comportato una certa difficoltà: mi sono dovuto adeguare a un ritmo diverso, con scatti in avanti e battute d’arresto per evitare di farmi investire. Ma il cambio di prospettiva è valso lo scarto che mi proponevo di perseguire.

A bocce ferme, con tutta la soddisfazione ricavata dalla nuova angolazione guadagnata, resta una lezione che mi tornerà certamente utile alla prossima prova: la prossima volta non basterà attraversare la strada. Per guadagnare una visuale utile mi toccherà intrufolarmi in qualche palazzo e infilarmi di straforo in un ascensore. Sfidando le strutture di sicurezza dell’edificio, forzando le serrature per arrivare fino in cima, resistendo alle vertigini per rispettare le aspettative che lascia presagire questa seconda avventura delle Cronache del Kipple.

A clockwork lemon

Posted on Maggio 13th, 2011 in Micro, Transizioni | No Comments »

Il titolo non si riferisce a una provocatoria pièce dal retrogusto steampunk, ma gioca sul rischio delineato in un articolo on line del National Geographic, che riprende un dossier sulla quiescenza del Vesuvio pubblicato sulle pagine della rivista nel 2007. Sarà il disastro del Diciannove? Non è questa la sede per fare del facile allarmismo. Il dibattito tra gli studiosi sulle contrimisure da adottare in caso di eruzione è aperto.

Riserva di caccia

Posted on Gennaio 24th, 2011 in Criptogrammi, Futuro, Sezione π² | 10 Comments »

Aggiornamento sullo stato della scrittura, per tutti gli amici che nelle ultime settimane mi hanno chiesto - e aspettano - notizie più precise sui miei lavori. Mi aspetta un mese intenso e quindi potrei continuare a latitare da queste pagine ancora per qualche tempo. Oltre a due racconti già abbozzati ma ancora da scrivere, centrale resta chiaramente il lavoro sul romanzo. Di Corpi spenti vi ho già parlato in diverse occasioni, ma qui mi preme concentrarmi su un aspetto del romanzo che ho ritrovati in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera da Ermanno Rea, che di Napoli è stata una delle principali voci del Novecento, ma non solo.

«Oggi guardo con interesse a quelli che si occupano di economia alternativa e non inquinante: il Mezzogiorno potrebbe diventare una macroregione autonoma - senza parlare di secessione, ovviamente! - sulla falsariga anche del concetto di decrescita elaborato da Latouche, per esempio». Concretamente? «Affidare a un pool di intelligenze il progetto di un nuovo sviluppo, la mappatura dei problemi aperti, la speranza di mobilitazione delle coscienze, il compito di elaborare una prospettiva di futuro. Napoli è una città che non conosce se stessa».

Un passo indietro. Gli amici con cui mi sono più intensamente consultato durante la stesura di Corpi spenti sanno che la storia si svolge in un arco temporale di circa un mese, a ridosso delle imminenti votazioni che daranno il primo governo eletto dal popolo al neonato Territorio Autonomo del Mezzogiorno, istituito per decreto del Presidente della Repubblica nel dicembre del 2060. Nel duecentenario dell’Unità d’Italia, ecco che l’Italia si spacca: non è però la Padania a dichiarare la Secessione, al contrario è Bassitalia a staccarsi dalla penisola, come una coda di lucertola. Le spiegazioni di questa soluzione (prendetelo pure come un antipasto del romanzo) sono fondamentalmente due: in prima battuta attuare una secessione morbida, senza cioè dare l’idea della parte più ricca del paese che si lascia indietro quella più povera, ma al contrario caricando questa soluzione della valenza politica di un’opportunità di riscatto e progresso per il Sud (sul modello delle zone economiche speciali cinesi); in seconda istanza, creare una vera e propria Riserva di caccia per i signori di quest’Italietta futura post-democratica e neofeudale. In sintesi, fare di Bassitalia qualcosa che somiglia pericolosamente al Messico delle maquiladoras per il NAFTA, con Napoli che infatti diventa lo spettro di Ciudad Juarez.

Uno dei partiti che si contendono il controllo politico di questa Riserva fa riferimento a un movimento regressionista, che predica per voce del suo leader - un pastore evangelico che ricorda il Floyd Jones di PKD ma che… no, meglio rimandare i dettagli - una dottrina di anti-sviluppo come antidoto alle storture comportate dalla pessima gestione del progresso e delle sue opportunità. E’ una reazione alla Singolarità, che già in questo romanzo assume connotati culturali camaleontici per riflettere un nuovo assetto geopolitico emergente (e che verrà meglio esplorato in un romanzo breve che vedrà presto la luce, spin-off del filone principale di queste Cronache del Kipple). Non il modo più razionale per affrontare i problemi della città assediata dal Kipple, ma - si sa - facendo leva sull’insoddisfazione di pancia delle masse si possono strappare risultati importanti.

Ecco, vedere che qualcun altro ha avuto un’idea simile alla mia, e che in essa riverberano spunti e suggestioni molto simili pur approdando a due esiti completamente antitetici, forse dovrebbe infastidirmi, e invece mi rende ancora più orgoglioso per aver deciso di giostrare il romanzo intorno a quest’idea, anche con la valida incitazione degli amici con cui nei mesi scorsi mi sono confrontato. Perché significa che c’è un meme, nell’aria, e io l’ho recepito al pari di altri più svegli di me. Di sicuro, se mi fossi lasciato sfuggire un’opportunità di critica come questa, avrei sentito meno completo il romanzo, che si avvia felicemente alla conclusione attraverso la sua terza e ultima parte.

Da Napoli, 2061, per il momento è tutto. Restate in ascolto.

[Immagine pubblicata per gentile concessione di 3pad.]

Rifiuti in Campania: emergenze dimenticate, crisi smentite e soluzioni occultate

Posted on Novembre 28th, 2010 in Agitprop, Kipple | No Comments »

Nemmeno tre anni: così poco è bastato per ritrovare Napoli e la Campania in ginocchio, da quei giorni drammatici che segnarono l’arrivo del 2008. E la banda politica che cavalcò lo tsunami dell’indignazione di tutta Italia e dell’esasperazione dei campani si trova adesso alle prese con un problema ormai sfuggito di mano. I commissari che si sono succeduti in questi anni, la gestione plenipotenziaria della Protezione Civile, i proclami della splendida accoppiata Berlusconi-Fini che sulla vergogna della crisi del 2008 costruì la scalata per il ritorno al dominio del Paese, nulla hanno potuto contro la realtà dei fatti. La verità è sotto gli occhi di tutti, incarnata dagli effetti di una gestione tanto disinvolta quanto scriteriata.

La lettura dell’impietoso, coraggioso, illuminante articolo di Alberto Statera su Casal di Principe e l’impero Cosentino mi ha spinto ad andare a recuperare un po’ di impressioni appuntate all’epoca e nei mesi successivi. Un blob di link (a proposito di giorni del Kipple, città in ostaggio, piattaforme polifunzionali, delocalizzazione del disastro ecologico) da cui emerge altrettanto impietosa l’idea dell’inutilità pratica delle soluzioni politiche proposte e adottate e, spingendoci solo un passo oltre, della reale natura affaristica della gestione della crisi. Con le consuete connivenze politiche, gli stessi soggetti che avevano provocato la crisi (riempiendo la Campania e non solo le sue discariche dei veleni più letali provenienti dal resto dell’Italia e da ogni angolo d’Europa) hanno ricevuto l’opportunità di legittimare il proprio ruolo. Per capire a cosa ciò abbia portato, basta aprire un giornale o, se si hanno voglia e coraggio, prendere un treno per Napoli: lungo il tragitto della ferrovia, dal casertano in poi, è una teoria di cumuli di immondizia riversati ai bordi delle strade, a colmare cunette e canali e tracimare nei campi, in un trionfo di putrefazione e degrado.

Che la gestione della crisi sia un business in sé continua a dimostrarlo il piano provinciale della gestione dei rifiuti di Salerno. Nel documento non c’è traccia dell’impianto di compostaggio di Castelnuovo di Conza, ma viene decretata la costruzione di due nuovi impianti a Polla e a Eboli per servire il fabbisogno della provincia. Lo stabilimento di Castelnuovo, sequestrato dalla magistratura nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione spregiudicata della So.Ri.Eco Srl, basterebbe da solo a smaltire 85.000 tonnellate di umido ogni anno, circa i due terzi del fabbisogno dell’intera Provincia. Invece l’ufficio preposto ignora l’asta giudiziaria indetta dalla curatela fallimentare dell’impianto in data 29 ottobre 2009 e decreta la costruzione di due nuovi stabilimenti, ignorando di fatto una soluzione già presente sul territorio e praticabile previo minimo adeguamento della struttura esistente.

Come se non bastasse, l’isola ecologica di Calabritto (in provincia di Avellino), di cui segnalavo lo stato di abbandono e, quattro mesi più tardi, il successivo ripristino, è stata praticamente convertita in una discarica a cielo aperto: non più presidiata, i cassoni smantellati, il cancello della recinzione rimosso, si è trasformata in uno sversatoio alla mercé di chiunque, piena di rifiuti di ogni tipo e natura che qui vengono accumulati e incendiati, con conseguenti problemi non banali per la circolazione sulla Statale 91. Quanto basta per alimentare i più sinistri presagi sul prosieguo della Crisi Rifiuti e della sua intenzionale, voluta, programmata e deliberata mancata risoluzione.

700 soli

Posted on Ottobre 2nd, 2010 in Agitprop | 3 Comments »

A quanto si apprende oggi, lo scherzo della scuola gestita dalla moglie di Bossi in quel di Adro, avallato dall’amministrazione di un comune al 60% di espressione leghista, costerà al Ministero dell’Istruzione e quindi alle tasche dei contribuenti italiani qualcosa come 30.000 euro. Tanto viene stimata l’operazione di rimozione dei 700 simboli leghisti che hanno marchiato il polo scolastico, nel più totale disprezzo non solo delle basi della Costituzione, ma anche del più elementare senso di decoro e rispetto imposto dalla convivenza civile.

Che questo paese che si appresta a festeggiare i 150 anni dall’Unità sia ormai in preda a una deriva qualunquista appare sempre più un dato di fatto. Imprigionato in un immobilismo che fa gioco ormai solo al suo caudillo e ai suoi viceré e satrapi, in balia di conglomerati di interessi che lo hanno trasformato in una riserva di caccia per le loro battute finanziarie, scopriamo come ogni giorno sappia dimostrarsi all’altezza di nuovi livelli di degrado e indecenza. La qual cosa finisce per riflettersi nei comportamenti pubblici (fuori e dentro la rete) dei suoi cittadini, in una dinamica di cui non so bene separare le cause dai sintomi.

Quello che però dovrebbe un attimo scuotere le coscienze assopite è proprio la forza della novità. Non l’espressione dell’ideologia, sintesi mirabile di neofeudalesimo e ispirazione fascista in un totalitarismo di bassa lega applicata su piccola scala, ma la sorpresa che a rendersi responsabile dello spreco sia stata la dirigenza locale del partito che ha fatto della battaglia contro gli sprechi il punto d’orgoglio della propria immagine efficientista.

Già che ci siamo, quindi, perché non aggiungere ai 30.000 euro qualche spicciolo per imprimere il “sole delle Alpi” su 700 rotoli di carta igienica destinati al Liceo Scientifico di San Giorgio a Cremano? In questi tempi di emergenza sociale e smarrimento culturale, per una volta l’applicazione di una forma di par condicio riparatoria potrebbe servire se non altro a restituirci il buon umore.

Bassitalia Kipple Map

Posted on Settembre 16th, 2010 in Accelerazionismo, Kipple | No Comments »

Dopo la scorpacciata di surf delle scorse settimane e un periodo di latitanza coinciso con il ritorno alla scrittura del romanzo (ma non si può dire che vi abbia lasciato senza qualcosa da leggere o contraddire), torno a iniettarmi un po’ di vecchia, odiata realtà. Direttamente nelle vostre prese craniali, un ritorno al Kipple con tutti i crismi.

Qualche tempo fa leggevo sul Fatto Quotidiano una nuova denuncia sull’avvelenamento della Basilicata, delle sue terre, dei suoi fiumi e dei suoi laghi. La scorsa estate mi è capitato spesso di attraversare la regione più dimenticata del Belpaese, autentico cuore di tenebra e spazio bianco sulle cartine di Bassitalia (del tipo che, in una fantomatica mappa a uso e consumo di Nick Chianese, mi aspetterei di vedere segnato con la dicitura Hic sunt leones nelle aule di Portogreco). Mentre ci dirigevamo a Matera con l’esimio Moskatomika - seconda tappa del nostro Bassitalia Road Mini-Trip (magari prima o poi avremo anche le foto) - enumeravo le occasioni che sono andate sprecate nella Valle del Basento e che continuano a essere dissipate nell’Alta Val d’Agri, i disastri denunciati e insabbiati da Rotondella a Tricarico, e la nostra gita si trasformava in una cartografia dell’inferno.

Qualche giorno dopo, ripercorrendo la Basentana nella luce sovrannaturale dell’alba e del tramonto, un viaggio di andata e ritorno nella stessa giornata, guardavo i dirupi delle colline che digradano a valle e s’infrangono in una teoria di calanchi – e vedevo i panorami mitologici dei western di Sergio Leone. Era la stessa terra, quel paesaggio surreale e metafisico che si mostra al visitatore nel frangente del crepuscolo e quella lista di piccoli e grandi disastri ecologici a più riprese ventilati, ma raramente - come in questo caso - documentati?

Dalla realtà alla finzione, chiude il cortocircuito con Corpi spenti quest’altro articolo uscito sempre sul Fatto a proposito degli effetti a medio-lungo termine dell’interramento spasmodico e incontrollato di oltre mezzo milione di tonnellate di rifiuti - equamente ripartiti tra rifiuti speciali pericolosi e rifiuti solidi urbani - nelle campagne a nord di Napoli. Nell’impero di Gomorra si stima che la catastrofe ambientale nascosta sotto i nostri piedi possa esplodere in tutta la sua drammatica evidenza nel giro di poco più di cinquant’anni. E Briganti - ma non solo lui - nel 2061 sarà immerso nel Kipple fino al collo.

Archetipi del sogno: acque pericolose

Posted on Aprile 15th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi | 3 Comments »

Leggevo le parole molto partecipate che Valerio Evangelisti ha dedicato (su Carmilla, un paio di settimane fa) a un misconosciuto romanzo di fantascienza catastrofica riapparso sul mercato editoriale anglosassone dopo la prima apparizione nel 1992 e approdato qui da noi solo adesso sull’onda - è il caso di dirlo - della riscoperta. Mi sono ritrovato per le mani L’anno dell’inondazione nel corso un paio di volte, nel corso delle mie spedizioni librarie di marzo (mese molto intenso, che ha arricchito la mia libreria di molti libri a lungo inseguiti o attesi, come gli ormai introvabili volumi delle Presenze Invisibili - che raccolgono l’opera breve di PKD a cura di Vittorio Curtoni - e la riedizione di Dashiell Hammett curata da Sergio Altieri, a cui facevo riferimento nei giorni scorsi). Entrambe le volte ho lasciato il romanzo di David Ely sullo scaffale, ma una sinistra nube di presagi si sta addensando intorno al tema del contenimento dell’oceano e alla minaccia dell’acqua.

Scrive il Magister:

L’originalità di Ely, quella che conferisce al suo romanzo una struggente forza poetica, sta però nell’avere eletto a protagonista autentica la Barriera: costruzione magnifica e orribile al tempo stesso, ipnotico crinale tra la furia dell’oceano e una vita artefatta che, nel gorgo di una futura catastrofe inevitabile, merita solo di essere sommersa e cancellata.

Al di là del fatto che un altro sbarramento (la diga di Herschel) gioca il ruolo di protagonista nell’Ultima Luce di Altieri, qualche giorno fa su un trenino diesel lanciato attraverso il far west dell’Alto Tavoliere verso le estreme propaggini orientali dell’Irpinia, leggevo Big Sur di Jack Kerouac (e la mia scoperta del buon Duluoz, per assecondare i miei istinti non-lineari, non poteva che partire dal Ti Jean della maturità e del disincanto), dove trovavo nel V capitolo il seguente passaggio:

E come ho detto quell’oceano che ti viene incontro più alto di dove ti trovi simile ai porti delle antiche xilografie sempre più alti delle città (come Rimbaud ha fatto rilevare rabbrividendo)…

Immagini di oceani e abissi giocano da sempre un ruolo centrale nelle mie elaborazioni oniriche. Non penso che sia un evento tanto raro, se è vero che l’acqua è un simbolo talmente forte - anche solo come elemento alla base della vita - da essersi meritato un capitolo tutto dedicato nei vari manuali di interpretazione dei sogni. Proprio di recente mi capitava di assistere nel sogno a una prospettiva, per altro molto lovecraftiana (e trattandosi di acqua e abissi, poteva essere diversamente?), di un’immane massa d’acqua premente contro uno sbarramento ciclopico eretto da ignoti ingegneri a difesa di un golfo, che avrebbe potuto essere quello di Napoli in un universo parallelo. Una tappa quasi obbligata, in questo periodo, per il mio peregrinare notturno.

L’acqua è di solito associata all’amnio materno (l’origine di tutto e per estensione si potrebbe pensare forse alle occasioni di rinascita, all’idea del cambiamento) e allo scorrere della vita (ancora una volta il flusso degli eventi connesso a qualche tipo di cambiamento). Ma nel caso del mio sogno, che ho ritrovato scolpito con una fedeltà sconcertante nelle parole di Kerouac, a predominare era l’idea di una massa statica, una marea poderosa contenuta dallo sbarramento, a incombere sulla città del sogno mentre forze oscure e invisibili ne agitavano gli abissi. Sarebbe bastata una lieve perturbazione esterna per produrre l’esondazione e la catastrofe. La contrapposizione tra le forze della natura e la fragilità dell’opera umana, immortalata nella celeberrima Onda di Hokusai, si trovava perfettamente sintetizzata in quell’immagine. E così forse in questo caso il simbolismo dell’acqua si lega meglio all’insconscio, su un binario ballardiano che conduce direttamente ai suoi psico-cataclismi sommersi.

“La Grande Onda di Kanagawa”, di Katsushika Hokusai.

Pi-Day 2010

Posted on Marzo 14th, 2010 in Connettivismo, Sezione π² | 25 Comments »

Oggi è il Pi-Day. Anche quest’anno è arrivato e Google ce lo ha ricordato alla sua maniera:

Nel post dello scorso anno troverete un po’ di link utili da esplorare. Quest’anno mi preme segnalare ai lettori interessati anche alle mie attività collaterali al blog che, dopo tre anni e un mucchio di appunti, rimescolamenti di carte, riflessioni, discussioni con gli amici, dietro-front, reset e restart, mi trovo da qualche settimana al lavoro sul possibile seguito di Sezione π². A prescindere da come evolverà il progetto nei prossimi mesi, mi sembra il giorno adatto per annunciarlo.

Riprendere lo scenario e i personaggi di un lavoro precedente è un’impresa impegnativa. Le maggiori riserve su questo tentativo di serialità nascevano in massima parte dall’aver lasciato trascorrere molto tempo dall’indagine della Pi-Quadro che aveva presentato ai lettori di “Urania” Vincenzo Briganti e il suo lento sprofondare nel Kipple. L’anno scorso sono in effetti arrivato a chiedermi se non fosse passato troppo tempo per provare a dare un seguito a quella storia. E mi sono incartato sul dubbio per lunghi mesi, mentre portavo avanti altri progetti di scrittura: progetti collettivi o solitari, ma sempre in grado di assorbire molte energie, e questo è stato un bene. Perché in questo modo ho lasciato che il lavoro e la fatica prosciugassero progressivamente le mie incertezze e le mie riserve, distillandone gli elementi salienti su cui avrei dovuto concentrare la mia attenzione. Questo mi ha permesso di capire alcune cose e di mettere bene a fuoco i punti cardine su cui avrei dovuto agire.

Come risultato, al giro di boa dal 2009 al 2010 mi sono ritrovato con le idee chiare per ciò che avrei dovuto scrivere. Ho una storia, ho dei personaggi appena presentati nel primo volume ma degni di ulteriore spazio di approfondimento e uno scenario magmatico che va evolvendo oltre il fronte d’onda della Singolarità, quel bordo d’attacco logorato del meccanismo fuori giri della Storia. E ho 50.000 caratteri in Word che rappresentano un buon inizio per portare avanti il progetto. Ho anche un titolo di lavoro, provvisorio come sono tutti i work in progress: Corpi spenti.

Ne riparleremo.