La memoria è un filo

Posted on Gennaio 27th, 2013 in Agitprop | 1 Comment »

La memoria è un filo che collega il passato al futuro e lega le nostre singole esistenze alla trama della storia. Ma è un filo sottile e troppo spesso rischia di spezzarsi, come dimostra la cronaca degli ultimi giorni. Per questo è bene che la ricorrenza odierna non passi sotto silenzio. Per il Giorno Internazionale della Memoria 2013 voglio quindi richiamare la riflessione sulla memoria di Alessandro Portelli postata in occasione del furto dell’iscrizione all’ingresso di Auschwitz, il post dello scorso anno e un brano di Primo Levi tratto da I sommersi e i salvati (1986):

La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. È questa una verità logora, nota non solo agli psicologi, ma anche a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento. I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando lineamenti estranei.

Ricordiamocene. Rinunciando alla memoria, cediamo ad altri il controllo sul nostro futuro.

Let’s talk about… communication

Posted on Febbraio 27th, 2012 in Connettivismo, Fantascienza, Letture | 1 Comment »

Forse i più assidui tra i lettori dello Strano Attrattore ricorderanno che un po’ di tempo fa avevo sperimentato un breve ciclo di articoli incentrati su letture tematiche, dedicato ai racconti di SF: avevamo cominciato con il sesso, proseguito con… il sesso, e poi avevamo parlato di inner space. Non sarebbe male riprendere prima o poi il tentativo e svilupparlo, magari verso altre direzioni inaspettate. Nell’attesa provo a recuperare il formato di quei post per parlarvi di una strana convergenza emersa da due letture di quest’ultimo periodo.

Quello della comunicazione è uno dei temi caldi della fantascienza. Dopotutto far interagire tra loro civiltà diverse o addirittura specie aliene pone dei problemi che costituiscono l’impalcatura ideale per lo sviluppo drammatico di storie e racconti. E in effetti sarebbe lungo e difficile ripercorrere il filone senza dimenticanze rilevanti, per cui mi limito a citare solo le prime letture che mi vengono in mente: I linguaggi di Pao di Jack Vance (1957), Una rosa per l’Ecclesiaste di Roger Zelazny (1963), Babel 17 di Samuel R. Delany (1966) e Il linguaggio segreto di Ruth Nestvold (2003), tutte opere in cui il linguaggio esercita qualche forma di controllo. Freschissima aggiunta al novero dei romanzi sull’argomento è da considerarsi Embassytown di China Miéville (2011), che sta già facendo molto parlare di sé. Un sottofilone della fantascienza dedicata al primo contatto si occupa nello specifico del problema legato a individuare una base comune per poter instaurare una forma di dialogo: dalla comunicazione “lenta” de Gli ascoltatori di James E. Gunn (1972) a quella tecno-metafisica di Contact di Carl Sagan (1985), diventato anche un film di successo con Jodie Foster, dal molto simile a quest’ultimo I transumani di Robert J. Sawyer (1998) a I protomorfi di Joe Haldeman (2004). L’approccio predominante è di natura matematica, anche se non mancano originali varianti basate sulla manipolazione biochimica da parte degli extraterrestri, come accade sia in Mai più umani di Nancy Kress (2003) che nella spettacolare miniserie I figli della Terra di Torchwood (2009), trasmessa in chiaro solo qualche settimana fa da Rai4.

Questa panoramica vuole servire solo a dare uno spaccato della varietà di opere che si sono confrontate con il tema. In questa sede mi interessa invece mettere a confronto due lavori molto diversi tra loro, per estrazione e per intenzioni. Mi è capitato di leggere un paio di mesi fa il romanzo In mezzo scorre il fiume (A River Runs through It, 1976) di Norman Maclean. Qualcuno forse ricorderà il film tutt’altro che memorabile che ne ricavò Robert Redford venti anni fa, pallida ombra del capolavoro che lo ispirò. In mezzo scorre il fiume è un breve romanzo composto da Maclean come atto riconciliatorio con il proprio passato: ambientato nel Montana di inizio ‘900 e nella smisurata vastità dei suoi panorami, popolati di solitudine e silenzi interrotti solo dal fluire dell’acqua sulle rocce e dal soffio del vento tra gli alberi e sui campi, la storia si dipana come un fiume di ricordi (emblematico il passaggio che ha ispirato il titolo dell’opera: “Alla fine tutte le cose si fondono in una sola, e un fiume la attraversa“), occupato quasi per intero dalla memoria dell’estate del 1937. La prosa di Maclean è densissima, stratificata, cesellata fino all’ultima parola. Trasmette un senso di equilibrio che emerge forse anche dalla prospettiva temporale e, sebbene l’impianto del libro sia piuttosto tradizionale, riesce a concedersi con assoluta naturalezza delle digressioni paleontologiche che forse non hanno lasciato del tutto indifferente il Terence Malick di The Tree of Life, così come pure delle parentesi umoristiche dalla carica folgorante (particolarmente riusciti sono due siparietti che vedono protagonista e vittima il cognato del narratore, il primo in una bettola chiamata Black Jack e ricavata in un vagone ferroviario, il secondo in compagnia di una puttana chiamata da tutti Vecchia Pellaccia per una disavventura che li coglie alla sprovvista nel corso di una battuta di pesca).

Il libro è il mantenimento di una promessa fatta al padre, un rito laico dalla duplice valenza catartica e mitopoietica, come scopriremo arrivati all’ultima pagina (la traduzione, qui e nel seguito, è di Marisa Caramella):

Allora lui mi chiese: «Quando avrai finito di raccontare tutte le storie vere che conosci, però, perché non ne inventi una, e anche i personaggi?
«Solo allora capirai cos’è successo e perché.
«Sono proprio le persone con cui viviamo, che amiamo e che dovremmo conoscere meglio, a eluderci.»

All’epoca Norman, che rievoca i fatti in prima persona, è da poco rientrato in Montana dopo gli studi a Chicago, alle prese con le prime incombenze della vita matrimoniale, e ritrova il fratello minore, al quale è legato da un vincolo difficile da rendere a parole: complicità, rispetto reciproco, stima, amore. Non lo esprimono a parole loro, che si accontentano di vivere questo rapporto fatto di lunghi silenzi, non lo faremo nemmeno noi. La storia si svolge tra Wolf Creek, dove Norman vive con la moglie, Helena, capitale dello stato, dove Paul esercita la professione di giornalista, e Missoula, la città (per quanto possa parlarsi di città in Montana, e nel Montana ancora semi-pionieristico di inizio secolo in particolare) in cui sono nati e cresciuti e in cui vivono ancora i loro genitori. I momenti chiave del loro rapporto sono scanditi dalle battute di pesca che organizzano insieme, essendo stati istruiti dal padre nell’arte della pesca a mosca, di cui Paul è diventato un’autorità universalmente riconosciuta. Le discese al Big Blackfoot River diventano l’occasione per il narratore di riannodare i fili del passato, con l’autoritaria ma benevola figura del padre, un pastore presbiteriano in pensione, e con l’ombra luminosa ma controversa di Paul, refrattario alle convenzioni ma anche facile preda dei vizi dell’alcol e del gioco d’azzardo.

Paul e Norman sono come due microcosmi gemelli ma distanti e la pesca a mosca è il canale attraverso cui riescono a rivelarsi ed entrare davvero in contatto, perché sul fiume sono loro due soli e tutto il resto del mondo può essere escluso dal loro rapporto, insieme al rumore che quotidianamente riversa su di loro, soffocando il silenzio di cui hanno entrambi bisogno per svelarsi nella rispettiva essenza. Sempre dalle pagine finali estraggo questi due passaggi che si illuminano a vicenda:

Ci fermammo e guardammo giù per l’argine. Io chiesi a mio padre: «Ricordi quando abbiamo raccolto tutti quei sassi rossi e verdi là sotto, per fare un fuoco da campo? Alcuni erano di fango pietrificato, rossi, pieni di increspature».
«Portavano ancora i segni della pioggia» disse lui. La sua immaginazione si scatenava sempre, all’idea di quell’antica pioggia che colpiva il fango prima che si trasformasse in pietra, e fantasticava di starci sotto.
«Quasi un miliardo di anni fa» dissi io, che sapevo cosa stava pensando.
Lui tacque per un po’. Aveva rinunciato a credere che Dio avesse creato tutto l’esistente, compreso il Blackfoot River, nello spazio di sei giorni, ma non credeva nemmeno che l’impresa della creazione l’avesse messo a così dura prova da costringerlo a impiegare tutto quel tempo per portarla a termine.
«Quasi mezzo miliardo di anni fa» disse poi, nel tentativo di contribuire alla riconciliazione tra scienza e religione.

Per inciso, le riflessioni sul tempo nel romanzo di Maclean mi hanno richiamato alla memoria l’operazione analoga compiuta in quegli stessi anni da Breece D’J Pancake nei suoi straordinari racconti. E poi:

«Che cosa stavi leggendo?» gli chiesi. «Un libro» disse lui. L’aveva posato a terra, dall’altro lato. Perché non fossi costretto a sporgermi sopra le sue ginocchia e guardare, mi disse: «Un buon libro».
Poi continuò: «Nella parte che stavo leggendo dice che in principio era il Verbo, ed è proprio così. Un tempo credevo che l’acqua fosse venuta per prima, ma se la si ascolta attentamente, ci si rende conto che sotto ci sono le parole».
«Questo perché tu sei prima un predicatore e poi un pescatore» gli dissi. «Se chiedi a Paul, ti dirà che le parole si formano con l’acqua».
«No,» disse mio padre «è che tu non ascolti attentamente. L’acqua scorre sopra le parole. Paul ti direbbe la stessa cosa [...]»

La comunicazione (o la difficoltà di instaurarne una) e l’acqua. Strano connubio, si penserà. Non però se si è appassionati di fantascienza e di SETI. La banda di frequenze in cui si concentra la ricerca di segnali di natura extraterrestre è infatti chiamata in gergo water hole, ovvero “polla d’acqua”. Intorno ai 1420 GHz, frequenza compresa tra quella di emissione dell’idrogeno e quella del gruppo ossidrilico (le due molecole dalla cui reazione si origina l’acqua, da cui il nome), si riscontra il minor rumore di fondo della galassia: la scelta dei radioastronomi che scandagliano il cielo alla ricerca di possibili segnali di origine aliena è quindi motivata. La “polla d’acqua” ha in realtà anche un altro significato, rappresentando il punto nella banda di frequenze possibili in cui potrebbero incontrarsi le civiltà interstellari per comunicare tra loro, proprio come branchi di specie diverse a un fiume nella savana. Un racconto che ne parla con cognizione di causa è Il muro di idrogeno (The Hydrogen Wall, 2003) di Gregory Benford, che oltre a essere un apprezzato esponente della cosiddetta hard sci-fi è anche un astrofisico presso l’Università della California di Irvine.

Il racconto in questione, pubblicato in Italia nell’antologia Venti Galassie (Millemondi, estate 2007), descrive gli sforzi di una futura civiltà postumana di decodificare, all’alba del Quarto Millennio, le trasmissioni ricevute da una varietà di civiltà aliene. Queste trasmissioni hanno rivelato di racchiudere delle menti digitali codificate al loro interno (Compositi, Molteplicità, Architetture, etc.) e la missione della Biblioteca è la decodifica di questi costrutti, noti come Artificiali. Ruth Angle sbarca sulla Luna con il proposito di occuparsi del più enigmatico e inafferrabile dei cyber-alieni, l’Architettura del Sagittario, “un esempio del più alto ordine di Informazione senziente“. Quello che non può sapere, al momento di imbarcarsi in un’impresa in cui si sono cimentati senza risultati predecessori ben più illustri e quotati di lei, è che la missione è destinata a cambiarla, mettendola di fronte alla vera sostanza dei suoi desideri e obbligandola in ultima istanza a fare i conti con la propria natura umana. Facendolo, scoprirà che la stessa Architettura del Sagittario, a cui l’umanità si rivolge per scongiurare un cataclisma cosmico che rischia di sterilizzare il sistema solare, devastando tutte le colonie umane, nasconde una natura inizialmente insospettabile.

Metafisica e scienza si fondono nello splendido racconto di Benford con un’efficacia che lascia ammirati, in un tentativo che probabilmente avrebbe saputo soddisfare le aspirazioni più alte del reverendo Maclean, rivelando una matrice essenzialmente connettivista, come talvolta capita alla fantascienza migliore.

In mezzo scorre il fiume

Posted on Febbraio 26th, 2012 in Letture | 1 Comment »

Ormai tutte le persone che ho amato senza capirle quand’ero giovane sono morte, ma posso ancora ricreare la loro presenza.

Naturalmente, ormai sono troppo vecchio per essere un gran pescatore, e naturalmente di solito vado a pesca nel grande fiume da solo, anche se certi amici pensano che non dovrei. Come molti pescatori a mosca del Montana occidentale, dove le giornate estive hanno una lunghezza quasi artica, spesso comincio a pescare solo col fresco della sera. Allora, nella mezza luce artica del canyon, tutta l’esistenza si riduce a un essere con la mi anima e i miei ricordi e ai suoni del Big Blackfoot River e al ritmo in quattro tempi e alla speranza di vedere un pesce.

Alla fine tutte le cose si fondono in una sola, e un fiume la attraversa. Il fiume è stato creato dalla grande alluvione del mondo e scorre sopra rocce che sono le fondamenta del tempo. Su alcune di queste rocce sono impresse gocce di pioggia senza tempo. Sotto le rocce ci sono le parole, e alcune delle parole appartengono alle rocce.

Sono ossessionato dalle acque.

Da In mezzo scorre il fiume (A River Runs through It, 1976) di Norman Maclean. Traduzione di Marisa Caramella.

Il furto del futuro

Posted on Gennaio 27th, 2012 in Agitprop, Fantascienza, Letture, Proiezioni | 2 Comments »

Oggi ricorrono i 67 anni dell’arrivo ad Auschwitz dei soldati dell’Armata Rossa e la scoperta di ciò che il Terzo Reich aveva significato per milioni di ebrei. Sei per l’esattezza. Oltre che per un numero inferiore ma comunque rilevante di prigionieri sovietici (almeno due milioni), polacchi non ebrei (circa due milioni), slavi (1-2,5 milioni), dissidenti politici (1-1,5 milioni), zingari (forse mezzo milione), omosessuali (5-15 mila), portatori di handicap o di malattie mentali (duecentomila). Secondo stime variabili, un numero di vittime complessivamente compreso tra i 12 e i 17 milioni furono eliminate dalla Storia con una furia sistematica. E la fluttuazione dei dati serve a rendere ancora più terribile l’orrore, per quanto possibile, conferendo alle proporzioni dell’Olocausto un carattere di incertezza. Per ricordare i caduti dello sterminio, nel 2005 la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito il Giorno Internazionale della Memoria.

Altre nazioni, come l’Italia (fin dal 2000), avevano adottato la commemorazione del 27 gennaio già da tempo. D’altro canto, non so quanto possa giovare effettivamente un “giorno della memoria”, al di là del ricordo in sé di quanti caddero vittime della follia. La notizia che un quinto dei ragazzi tedeschi tra i 18 e i 30 anni ignori la reale entità dell’orrore consumatosi ad Auschwitz allunga un’ombra inquietante su questa data. E’ la dimostrazione pratica che non bastano tutte le istituzioni del mondo, la concordanza d’intenti internazionale, il martellare mediatico, a sostenere la prova della Storia. Occorrerebbe al contrario un lavoro sistematico di formazione. Probabilmente, portare le scolaresche in gita presso i campi di sterminio in Polonia o anche solo i diversi centri di internamento allestiti lungo l’asse della penisola, potrebbe servire  altrettanto alla loro crescita umana quanto la vista di un affresco o di un museo di storia naturale. Ma riuscirci presupporrebbe un paese con una sua coscienza, che riesca a tutelare gli scavi di Pompei dai crolli e le sue città dalle ritorsioni della natura, e che sappia valorizzare un patrimonio storico vastissimo, che forse non tutti hanno l’interesse di considerare.

Il Ventennio Fascista, tanto rimpianto nell’ondata di disorientato qualunquismo che si avverte montare negli ultimi tempi, significò oltre a tante altre indecenze anche questo e questo (una lista sola non basta, e anche questo è significativo). In periodi di crisi come questo, il malumore galoppante si trascina purtroppo dietro tutto uno strascico di rigurgiti pseudofascisti, razzisti, nazionalisti, e il passo da lì al neonazismo è breve. La teorizzazione di una qualche forma di superiorità, per diritto naturale o acquisito, è un viatico verso lo sprofondamento. Fortunatamente, la letteratura e il cinema ci hanno fornito materiale di eccellente qualità per propagare la memoria, rinsaldandone la tenuta. Lasciando da parte i classici e il mainstream, anche nell’ambito della fantascienza possiamo trovare opere di prima grandezza e di estrema utilità ai nostri scopi.

Basti pensare a La svastica sul sole (romanzo del 1962, vincitore del Premio Hugo), in cui Philip K. Dick immagina uno scenario ucronico nato dalla vittoria delle potenze dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale e dalla loro conseguente spartizione del mondo; oppure ai bestseller Fatherland (1992), serratissimo thriller di storia alternativa di Robert Harris, e Il complotto contro l’America (2004), acclamata sintesi di bildungsroman e fantapolitica di Philip Roth. O ancora L’arcobaleno della gravità (1973), che valse a Thomas Pynchon il National Book Award, che si svolge nelle concitate fasi finali della caduta (ma sarà davvero caduta?) del Terzo Reich, e Il sindacato dei poliziotti yiddish (2007), notevolissima detective story di Michael Chabon che si riallaccia direttamente al filone delle ucronie, proponendo sulla Shoah un punto di vista obliquo. Charlie Stross sceglie al contrario di esaminare il genocidio dalla prospettiva del futuro profondo, ne L’alba del disastro (2004), dove l’incubo proviene da pianeti remoti oppressi sotto il tallone di ferro di una setta di cyborg neonazisti. Ma l’affresco più efficace di ciò che significa l’odio, dedicato agli effetti devastanti a cui può condurre se seminato nel suolo sempre fertile dell’ignoranza, ce lo offre forse Thomas Disch, che nel suo terribile e toccante Campo Archimede (1968), realizza con grazia straordinaria una perfetta attuazione del teorema ballardiano dell’inner space, risalendo concentricamente la gerarchia delle dimensioni dal microcosmo personale del protagonista (un poeta comunista imprigionato nel campo del titolo per la sua renitenza alla leva, in un’America totalitaria e bigotta del prossimo futuro) alla sfera universale del genere umano.

Ispirato dal famigerato furto dell’iscrizione posta sull’ingresso di Auschwitz, non si può dimenticare il racconto di Stefano Di Marino La memoria rende liberi, riuscitissima incursione dell’autore nei territori della fantascienza, incluso nell’antologia Sul filo del rasoio (2010), curata per il Supergiallo Mondadori da Gianfranco de Turris (a riprova, una volta ancora se necessario, della pretestuosità infondata di certe accuse che hanno investito - anche di recente - il suo lavoro nell’ambito del fantastico).

Di Fatherland nel 1994 fu anche tratta una trasposizione televisiva per la HBO, con Rutger Hauer nei pannidel protagonista. E un paio d’anni fa circolò la notizia che la BBC avesse messo in cantiere una miniserie in quattro episodi tratta da La svastica sul sole, con Ridley Scott nel ruolo di produttore esecutivo, di cui si sono purtroppo perse le tracce. Ma per venire a incubi cinematografici già trasposti su celluloide, vanno segnalati Europa (1991), capitolo finale del trittico del danese Lars von Trier dedicato al vecchio continente, tra toni surreali e seduzioni ucroniche. Più recentemente, il regista inglese Dennis Gansel ha delineato nel suo L’Onda (2008) il pericolo di un riflusso autocratico, sorto in seno a un esperimento scolastico e presto degenerato in incubo. Il fascino dei totalitarismi - è questo il teorema che emerge da entrambi i film citati - attecchisce nel disagio, soprattutto in periodi di smarrimento storico e di apparente disaffezione alla politica.

Un quadro fin troppo familiare. Presidiare il passato, anche attraverso le forme di riscrittura critica operate dall’ucronia, è una valida strategia per difendere il futuro. Almeno mi piace crederlo, specie di questi tempi.

11-9-2011: il sogno esploso?

Posted on Settembre 17th, 2011 in Agitprop, Connettivismo, Psicogrammi | 1 Comment »

Per noi che lo abbiamo vissuto sulla soglia dell’età adulta e per quelli più giovani di noi, l’11 settembre ha finito col rappresentare quello che per i nostri nonni poteva essere l’8 settembre, inserendosi nel calendario delle date che dovrebbero accomunarci come fondamento culturale, scandendo l’anno con i rintocchi di eventi più o meno traumatici, comunque sempre di rottura e discontinuità con il passato. Una data-chiave, insomma: uno di quei giorni dopo cui niente può continuare a essere come prima. Ovviamente, nel caso di ricorrenze di questa portata in modo particolare, è facile scadere nella retorica spiccia. Le reti TV imbastiscono l’ennesima replica dello spettacolo visto e rivisto un numero imprecisato di volte, i giornali gareggiano per coinvolgere i lettori nella corsa a ricordare dove fossimo quel giorno del 2001, cosa stessimo facendo, cosa abbiamo provato.

Io ricordo alla perfezione dove mi trovavo quando fui raggiunto dalle prime avvisaglie della tragedia e dove finii dopo, in cerca di informazioni su ciò che stava accadendo. Ricordo i colori di Roma, quel giorno, e ricordo il calore di un pomeriggio di fine estate appiccicato addosso.

Ma non credo che questo sia così importante. Non come quello che è seguito. Read the rest of this entry »

Blackout, di Abel Ferrara (1997)

Posted on Luglio 22nd, 2011 in Proiezioni | No Comments »

Visto stasera per la prima volta. A tutti gli effetti un preludio di New Rose Hotel (girato l’anno successivo, nel 1998), in cui il regista italo-americano riverserà gran parte delle soluzioni tecniche e narrative qui sperimentate.

Malgrado i suoi limiti, per lo sperimentalismo che mette in campo e le trovate registiche che condensa coraggiosamente, NRH resta uno dei film che hanno esercitato l’impatto maggiore sul mio immaginario. Blackout non ha la stessa efficacia, ma non gli è da meno sul piano del coraggio e della visionarietà. E ci regala un Dennis Hopper (1936-2010) in stato di grazia, che fornisce lo stampo per il personaggio di Fox a cui un altro titano, Christopher Walken, darà vita in NRH.

Blackout racchiude la summa del cinema di Abel Ferrara: erotismo, violenza, abbandono, tradimento e senso di colpa sono qui convogliati in una celebrazione dell’autodistruzione. Ambientata nel mondo dell’hardcore, al confine con gli snuff movie, la pellicola imbastisce un discorso ad ampio raggio sulla memoria e il rimosso, dispiegandolo attraverso un campionario di dissolvenze incrociate, flashback e sovrimpressioni. E rispetta la regola n. 1 del suo cinema: sconsigliato a chi si accontenta di film lineari e racconti convenzionali, riesce a regalare sprazzi di appagamento estetico ai seguaci del ragazzaccio del Bronx.

150 anni d’Italia: ancora Mille!

Posted on Marzo 17th, 2011 in Agitprop, Criptogrammi, False Memorie | No Comments »

Non posso lasciar correre la ricorrenza senza apporre due parole (davvero due) a questa data. E a giudicare da quanto si legge oggi in giro, sui social network e i blog della rete, non sono il solo. Il compagno Fazarov, per esempio, da par suo ha voluto commemorare l’anniversario del 150° anno dell’Unità d’Italia con questa sfiziosa scorribanda su e giù per il filo della storia (con tanto di guerre segrete temporali intuibili dietro le quinte, sulla scia delle ormai consuete rivendicazioni di parte). E la prospettiva fantascientifica forse offre ancora una volta l’angolazione migliore da cui guardare la realtà.

Oggi, con quello che sta succedendo nel mondo, dalle rivolte e repressioni in corso nel mondo arabo alla crisi nucleare che ha fatto seguito allo tsunami che ha travolto il Giappone, non trovo abbia molto senso festeggiare. Però la celebrazione della ricorrenza può passare anche attraverso forme meno manifeste, attraverso il semplice - ma se è davvero così semplice, non si capisce perché sia anche così raro - tributo della memoria.

Se oggi, fatte le debite eccezioni legate alle anomalie prettamente nostrane e di cui bisogna rendere atto alla nostra emerita classe dirigente, vivere in Italia non è poi così diverso da qualsiasi altra nazione occidentale, lo dobbiamo a una manciata di generazioni di patrioti e sognatori che intorno alla metà del XIX secolo credettero che un’Italia diversa da quella in cui erano nati e cresciuti, un’Italia unita e unica, capace di confrontarsi alla pari con le altre entità nazionali europee, fosse possibile. Un’idea accarezzata per secoli e continuamente sfumata grazie alle partigianerie e ai particolarismi da sempre fieramente difesi in ogni angolo della penisola. Ma che quell’Italia nata dall’impresa garibaldina sia oggi ancora unita, malgrado tutto e tutti, sulle nostre cartine geografiche, è a maggior ragione la materializzazione di un’idea fantascientifica. Un’impresa, dunque, capace di protrarsi ben al di là dello spazio temporale del processo di unificazione vero e proprio. Dopotutto, come sa bene ogni manutentore, il problema è sempre quello di tenere in marcia l’opera dell’ingegno, al di là delle fasi di progettazione e realizzazione.

E allora, senza retorica, oggi andrebbero ricordati tutti i nostri padri, nonni e avi caduti sul campo per tutta la durata di questi 150 anni, tutte le madri e madrine d’Italia, tutti i precursori del cui sogno noi oggi rappresentiamo, nel bene e nel male, la realizzazione. Loro potrebbero non essere altrettanto fieri di noi, ma noi dovremmo essere orgogliosi di loro. E magari impegnarci per dimostrarci alla loro altezza e, se davvero basteranno meno di 150 anni per veder svanire quel sogno antico ma audace portato a compimento dai Mille, saperci meritare anche noi sul campo la fama negativa dei briganti.

Vorticoso perfluire di città nel tempo

Posted on Ottobre 23rd, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi, Transizioni | No Comments »

Facendo indegnamente il verso al Borges di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, in cui si legge:

Nella congetturale Ursprache di Tlön, da cui procedono gli idiomi e i dialetti “attuali”, non esistono sostantivi; esistono verbi impersonali, qualificati da suffissi (o prefissi) monosillabici con valore avverbiale. Per esempio: non c’è una parola che corrisponda alla nostra parola luna, ma c’è un verbo che sarebbe da noi luneggiare o allunare. Sorse la luna sul fiume si dice hlör u fang axaxaxas mlö, cioè, nell’ordine: verso su (upward) dietro semprefluire luneggiò. (Xul Solar traduce brevemente: hop, dietro perscorrere allunò, Upward, behind the onstreaming, it mooned).

Via Mario Tedeschini Lalli apprendo l’annuncio di Google della nuova funzionalità di Google Earth che permette di assistere all’evoluzione storica delle città attraverso lo scorrere del tempo. La cosa mi ha subito riportato indietro a Codice Arrowhead, con un senso di Anomalia…

Il Vortice si avvolgeva su se stesso nel cuore della Città Vecchia, trascinando nel suo moto le code di epoche diverse. Era come se la mano di un demiurgo cosmico avesse sezionato il flusso del tempo in campioni da laboratorio, e li avesse poi gettati in quel calderone urbano della Palestina risalente all’età della pietra. L’effetto, attraversando la Zona sotto Interdizione di Yass-Waddah, era analogo a un caleidoscopio psicogeografico, con frammenti di mode, stili architettonici e fasi storiche che esplodevano a pochi passi di distanza gli uni dagli altri.

Metastasi nel corpo del tempo.

L’attraversamento del Vortice comportava la sperimentazione di un’iperattività senza paragoni: segnali di allarme si accendevano sui display virtuali ogni volta che i rilevatori intercettavano il segnale in fase di qualche sonda, dalle nubi transcevitrici che l’Autorità aveva disperso sopra la Città Vecchia. Ma neanche quelle riuscivano a essere di grosso aiuto agli stalker nel tentativo di localizzare la propria posizione spazio-temporale, nel flusso del tempo che spiraleggiava verso il cuore di Yass-Waddah. Sopravvivere diventava una questione di esperienza e di mestiere.

Ubiquitous computing, geoweb e augmented reality fuse insieme in questa vertigine da nuovo millennio. Quanto dovremo aspettare per vedere Yass-Waddah, Zona Interdetta, mappata in Google Earth?

Sui monti con i Lupi

Posted on Agosto 4th, 2010 in Graffiti | 3 Comments »

(via Moskatomika)

Perramus (I)

Posted on Luglio 21st, 2010 in Graffiti, Letture | No Comments »

[Prosegue la missione a caccia delle storie dedicate dal duo Alberto Breccia / Juan Sasturain al laconico antieroe senza passato e senza memoria. Ancora una volta grazie all'interessamento di Maurizio Fontanella detto Gunman, sono riuscito a mettere le mani sulla prima storia della tetralogia, pubblicata in Italia nel 1984 sulle pagine di Orient Express. Lo stesso Gunman mi ha anche messo a disposizione i suoi numeri de Il Mago che presentavano storie di Mort Cinder, illustrato sempre da Breccia su testi del compianto Héctor Oesterheld: ho avuto modo di leggerne solo una manciata e sono forse troppo poche per sviluppare un giudizio complessivo su questa singolare figura di viaggiatore nel tempo, ma i punti di contatto con il Billy Pilgrim di Vonnegut (anche se Mort Cinder è sì un po' spaesato, ma sa anche dimostrarsi pronto di spirito ogni volta che serve) nonché con il Khruner de l'Eternauta me lo hanno reso istintivamente simpatico. E' un personaggio malinconico che grazie alla sua capacità di "scivolare" nel tempo si fa carico degli eventi della storia dell'umanità, e anche questa la trovo estremamente intrigante come intuizione. La sua lettura mi ha dato modo inoltre di confrontare il lato epico di Breccia (caratterizzato da un tratto più "classico" anche per ragioni storiche, considerato il ventennio che separa Mort Cinder da Perramus) con quello satirico/surreale (reso inconfondibile dal tocco espressionista e dalla padronanza di un'arte superlativa). Comunque adesso voglio parlarvi della prima storia di Perramus. Per recuperare quanto già detto su Perramus III - tutto sommato anche questo andamento browniano deve molto a Mort Cinder - vi rimando alla recensione del 4-5-2010. E spero di colmare presto le lacune che restano...]

La prima avventura della tetralogia di Juan Sasturain e Alberto Breccia segna la nascita mitologica di Perramus, uomo in fuga dal proprio passato e dal proprio mondo. La prima sequenza è memorabile per resa espressiva ed artistica: l’arrivo, in una notte di luna piena, di uno squadrone della morte – i loro volti trasfigurati in teschi spettrali nelle tenebre – presso il covo di un gruppo di dissidenti politici, la vile fuga del protagonista che abbandona i compagni al loro destino, il suo approdo in una locanda emblematicamente chiamata Aleph dove gli viene fornita da tre prostitute la soluzione ai propri sensi di colpa… a scelta tra il piacere di Maria, la fortuna di Rosa e l’oblio di Margarita. La sua preferenza cade su quest’ultima e, abbandonata ogni reminescenza della propria vita trascorsa, al risveglio l’uomo che non ha più un nome dovrà cercare di ricostruirsi un’identità e una personalità, mentre il mondo intorno a lui prosegue a spron battuto sul cammino che porta al caos e alla dissoluzione.

La sua ricerca di se stesso – un nuovo se stesso – transita per la raccolta di frammenti altrui, simboleggiati dai vestiti abbandonati nella camera di Margarita dai suoi precedenti clienti: un marinaio svedese, un capitano scozzese, un clandestino argentino. Prelevato dai servitori del regime dei Marescialli, l’uomo che viene battezzato Perramus dal nome del suo soprabito viene imbarcato su un bastimento per occuparsi dell’eliminazione dei corpi, nella tragica evocazione dei peggiori sistemi riservati dalla dittatura ai desaparecidos. A bordo incontra Canelones e azzarda con questi un ammutinamento che li porta per la prima volta sull’isola di Mr. Whitesnow, una nazione strategica in cerca di emancipazione dal Regime dei Marescialli. E qui la storia si fa prima tragicomica, e quindi farsesca, con Perramus che si procura l’identità fittizia di un pugile americano degli anni ‘30 e Canelones che lo trascina in avventure goderecce in giro per l’isola. Nel gioco allegorico di Alberto Breccia, i funzionari della dittatura di Mr. Whitesnow assumono tratti scimmieschi e statura da nani: evidentemente non meritano l’aspetto spettrale e cadaverico dei servitori dei Marescialli, e forse incarnano in chiave farsesca la banalità del potere in contrapposizione alla più autentica espressione del male.

L’autonomia dal Regime di Santa Maria implica grandi cambiamenti per l’Isola: le pretese di democraticità di Mr. Whitesnow lo inducono a proclamare la liberazione del Nemico, il “bisogno” che fino al giorno prima ha giustificato l’esercizio del suo potere autoritario sull’Isola. E il Nemico di ieri viene affidato alla compagnia di Canelones e Perramus, per la costituzione del trio che seguiremo lungo l’arco narrativo dell’intero ciclo.

Le linee guida che verranno poi confermate nel prosieguo della serie sono già tutte - o quasi - perfettamente definite qui: la satira spietata verso il potere in tutte le sue incarnazioni, la denuncia della repressione in tutte le sue forme, lo smascheramento di presunte forme di libertà che nascondono l’essenza della schiavitù e dell’oppressione, la celebrazione di uno spirito identitario perduto (la guida della città di Santa Maria, quasi una mappa della realtà) e degli sforzi tesi al recupero della memoria (il Funes di Borges è un parallelo immediato con Perramus).

Decollati dall’Isola con il B-29 usato decenni prima dal Nemico contro Mr. Whitesnow, e adesso da questi messo gentilmente a loro disposizione, il nostro trio è destinato a un atterraggio d’emergenza su una pista in pieno deserto. Sorpresa delle sorprese, la pista si rivela essere un set cinematografico, e Sam e la sua casa di produzione (la prima al mondo specializzata in film che non esistono) li reclutano di forza nella loro impresa: produrre trailer avvincenti (sesso, violenza e impegno gli ingredienti) per rastrellare gli anticipi delle case di distribuzione di tutto il mondo.

In fuga dagli uomini della troupe, l’uruguayano Canelones (che si presenta come “Washington Sosa, operaio dei macelli […] mi chiamano Canelones perché sono nato là”), il Nemico (“Ezequiel Gorriti, isolano […] sono stato il Nemico di Mr. Whitesnow, finché loro mi hanno liberato”) e Perramus s’imbattono nelle truppe dei Volontaristi Verso la Vittoria. Perramus ha un déjà-vu alla vista del loro simbolo e riceve dal Comandante Azul la missione di tornare a Santa Maria e contattare il Maestro, nel nome della causa del popolo contro la dittatura dei Marescialli.

La missione conduce Perramus al fatidico incontro con Borges e già in questa prima occasione gli autori pensano bene di affidare al loro scambio di battute l’apice drammatico della storia:

Borges: «Lei porta un nome eccessivo, Signor Perramus. Evocatore di latini e di magia.»
Perramus: «Io non sono altro che questo nome.»
Borges: «Frase un po’ troppo letteraria, se mi permette.»
Perramus: «Mi spiace, ma tutta la mia vita è un racconto fantastico.»
Borges: «Questa è ancora peggio. La realtà è un’invenzione fantastica. La storia stessa lo è…»

Tra enigmi e riflessioni filosofiche, la legge del contrappasso si fonde con l’eterno ritorno e i cicli storici del destino. Perramus decodifica il messaggio per la resistenza, ottiene la libertà dei suoi amici trattenuti dai Volontaristi, ma un’indicazione sbagliata sulla sua guida di Santa Maria lo riporta all’Aleph e a Margarita.

Margarita: «Cosa vuoi adesso?»
Perramus: «Ciò che ho perso: voglio conoscere il mio passato.»
Margarita: «Perramus, ciò che hai vissuto è davanti a te, non puoi ricordare ciò che succederà. È giusto così.»

Perramus, l’uomo senza memoria, si ritrova a fare i conti con il futuro, con l’unico impegno di “essere fedele al desiderio”. E le sue peripezie per il mondo possono riprendere.