Il dominio degli ultracorpi

Posted on Luglio 9th, 2013 in Agitprop | 1 Comment »

Immaginate una società complessa, sfaccettata, sufficientemente articolata da rendere credibile una dialettica di facciata tra le fazioni - più o meno numerose - che la sua scena politica richiederebbe per fornire un’apparenza di vitalità. Per esempio, un paese come l’Italia.

Immaginate che nel corso dei decenni si sia consolidata una classe dirigente, i cui membri siano distribuiti trasversalmente attraverso tutti gli schieramenti con una pur minima possibilità di ambire al governo delle istituzioni locali o nazionali. Ipotizziamo che gli esponenti di questa élite siano espressione di un potere occulto, segreto, assolutamente non ufficiale: il Partito Dominante, che prima di tutto è un Partito Ombra, ovvero una compagine che si muove all’ombra dello schermo degli schieramenti ufficiali.

Nessuno può dire quando il Partito Dominante sia stato costituito, ma la diaspora dei dirigenti e dei quadri di partito dalla formazione che ha amministrato la cosa pubblica per tutta la durata della Prima Repubblica ne ha potenzialmente agevolato l’infiltrazione in pressoché tutti i partiti seduti lungo l’arco parlamentare, con rarissime eccezioni (misurabili con l’esperienza dell’extra-parlamentarietà duratura o anche solo temporanea). D’altro canto, i principali partiti in grado di spartirsi i resti della Balena Bianca si sfideranno a colpi di proclami e anatemi, ma in realtà saranno disposti a temporanee alleanze tattiche, come insegna tutto un ciclo di decreti passati o bocciati per il sostegno o la mancanza dei voti provvidenziali. Tutti gli altri, saranno destinati a lungo o a breve alla marginalità: la sinistra, sempre ritratta come un reperto storico di un’epoca buia (come se quella che fosse venuta dopo sia stata un’età dell’oro); i moti up-wing, che finiranno per inglobare le pretese di legittimità delle destre da sempre striscianti nel nostro tessuto sociale, la cui gestione da parte di personalità ingombranti capaci di fornire un’immagine quanto più pittoresca e risibile dei fenomeni di protesta rientra anch’essa nello schema generale.

[In effetti, la stessa ripartizione in fasi successive dell'esperienza politica del Paese risponde a un semplice calcolo strategico, legato all'esigenza di dare una parvenza di evoluzione - una mera illusione di cambiamento, di riciclo, di avvicendamento - della classe politica agli occhi dell'opinione pubblica. Per cui parlare di Prima, Seconda o Terza Repubblica è già di per sé un sintomo del contagio psichico, un segnale che il Partito Dominante è riuscito a imporci la convenzione precostituita che si siano verificati dei mutamenti, nel corso della storia repubblicana, che in realtà non hanno mai avuto luogo, preservando invece il potere delle stesse persone, delle stesse famiglie, degli stessi gruppi di interesse.]

Immaginate che il Paese, a un certo punto della sua storia, attraversando una fase particolarmente critica, in cui le debolezze strutturali rese ormai croniche hanno raggiunto un punto di rottura e di non ritorno, esprima nell’unica maniera concessa dalle istituzioni democratiche - il voto popolare - un’istanza di cambiamento, una volontà di superamento dell’impasse in cui per anni i governi si sono crogiolati. E che l’unica risposta visibile dalla classe politica sia, nell’ordine:

a. lo stallo delle istituzioni;

b. la rielezione - la prima nella storia repubblicana - della stessa figura nel ruolo (delicatissimo in questa presunta transizione) di Capo dello Stato;

c. lo scioglimento di tutti gli accordi pre-elettorali e la convergenza in un patto di larghe intese e di ancor più ampie pretese.

Lo so, lo scenario sta diventando familiare. E inquietante. Ma senza voler indulgere nelle manie cospirazioniste divenute tanto di moda negli ultimi tempi, va considerato anche che scaturisce prevalentemente dall’analisi che Charles Stross ha sviluppato in merito alla situazione del suo Paese (il Regno Unito) e dagli straordinari paralleli che mi è capitato di intravedere con la nostra specifica situazione italiana.

In questo scenario, il berlusconismo non sarebbe altro che un diversivo, una sorta di specchio per le allodole. Così come l’anti-berlusconismo di facciata del principale partito avversario. In realtà, in entrambi gli schieramenti sarebbero infiltrati emissari del Partito Dominante, per lo più in posizioni-chiave, comunque sempre in prossimità delle stanze dei bottoni. In quest’ottica, assume una valenza interessante la moltiplicazione di casi di parentela tra i due principali partiti concorrenti al governo del Paese: zii e nipoti, mariti e mogli. Praticamente un’ammucchiata, in cui si sta consumando quest’ennesima, lenta, morbida Caduta.

In condizioni stazionarie, il Partito Dominante potrebbe ambire a preservarsi ad libitum. Ma non dobbiamo dimenticare che la fase che stiamo attraversando è quanto di più lontano ci sia da una condizione stazionaria: l’economia del Paese si ritrova esposta agli assalti predatori della finanza internazionale, la società è sottoposta alle spinte centrifughe dei particolarismi, amplificate dalla disoccupazione che ha ormai raggiunto tra i giovani livelli intollerabili per un paese civile. Combiniamo l’assenza di una prospettiva del futuro - anche solo di un’idea della possibilità di superare lo stato di crisi ormai permanente - con l’esperienza fallimentare del voto di protesta espresso alle ultime consultazioni elettorali. Moltiplichiamo per l’aperto disprezzo di tutti gli organi amministrativi per l’esito delle consultazioni referendarie: quelle nazionali, ma anche quelle cittadine.

Serviva una valvola di sfogo, ma per imperizia e per sufficienza si sta decidendo di forzare le condizioni di isolamento da cui il sistema politico proveniva. Anzi, l’isolamento della classe dirigente dalla società tende ad aumentare. Sotto la chiusura ermetica, la pressione intanto continua ad salire.

Sarà un processo forse ancora lungo, ma alla lunga le cause continueranno a  incistarsi, le metastasi invaderanno il corpo e la difesa immunitaria dell’organismo s’illuderà di poter reagire con un ultimo disperato contrattacco. Prendete questo scenario ed esportatelo a piacimento: Spagna, Portogallo, Grecia. Siria, Turchia, Egitto. Il Mediterraneo potrebbe essere l’epicentro della prossima fase nella crisi globale.

Date queste premesse, temo che restare a guardare per la pura curiosità scientifica di conoscere gli esiti stavolta ci riserverà ben poche soddisfazioni.

Fermate la musica!

Posted on Ottobre 27th, 2011 in Agitprop, ROSTA | 24 Comments »

E’ arrivato perentorio, il diktat della SIAE. Da un giorno all’altro, in ottemperanza a una clausola dell’accordo firmato a inizio anno con quei furbacchioni dell’AGIS, l’Anonima Estorsioni ha deciso che era arrivato il momento di farsi pagare per i trailer caricati e condivisi in rete. La denuncia è partita proprio da Fantascienza.com, su cui è ospitato lo Strano Attrattore, e per riepilogare la situazione riporto qui di seguito giusto qualche link chiave per districarsi nella bolgia delle ultime ore:

Rimossi i video, fine dei trailer sul web? (Fantascienza.com, 26-10-2011)
I trailer online sono illegali? (Il Post, 26-10-2011)
SIAE e i diritti sui trailer online (Punto informatico, 26-10-2011)
SIAE e trailer, cresce la preoccupazione (Fantascienza.com, 27-10-2011)
SIAE, i trailer sul web non saranno più gratis (Wired, 27-10-2011)

Per farla breve:

L’accordo (causa): produttori consociati nell’Associazione Generale Italiana dello Spettacolo hanno accettato che la SIAE pretendesse un obolo dai siti delle sale di proiezione, che avrebbero potuto continuare a pubblicare a scopo promozionale trailer dei film in programmazione solo a patto di corrispondere una quota all’Anonima Estorsioni.

La conseguenza (effetto): da oggi qualunque frammento video pubblicato on-line contenente almeno una nota di musica dovrà essere opportunamente regolato attraverso il pagamento di una tariffa, un canone se vogliamo, che discrimina solo sulla lunghezza dello stesso (opere superiori ai 45″, come sono spesso i trailer, ricadono nella categoria “opere intere e assimilate”) e fissa un tetto massimo nel numero di 30 video per una durata massima complessiva di 10 ore.

Come risultato, nel nostro piccolo, dell’accordo SIAE/AGIS, lo Strano Attrattore si uniformerà alla scelta dell’editore Delos Books che ci ospita sulla sua piattaforma e smetterà di pubblicare filmati contenenti estratti musicali. Rinuncerò al privilegio di condividere su queste pagine i video dei film recensiti, da cui non traevo alcun beneficio se non la completezza del servizio reso ai lettori. Rinuncerò al piacere di condividere video di autori emergenti o clip rare, da cui non traevo alcun beneficio se non pubblicizzare il lavoro dei rispettivi autori. I video già presenti saranno rimossi, al loro posto lascerò solo un link alla risorsa originaria, ospitata da un altro sito, almeno finché anche quel sito non deciderà che la SIAE non merita i suoi soldi, oppure non si smaschererà pubblicamente e si porrà fine a questa assurda politica di soprusi normati, di cui l’estorsione legalizzata operata dall’Anonima è solo uno degli aspetti. Il prossimo giro di vite, dopo i siti di informazione e i blog, potrebbe investire i social network, e sono proprio curioso di vedere allora cosa succederà.

Si potrebbero invocare a questo punto tanto l’effetto farfalla, punto cardine della teoria del caos, quanto l’aneddotica popolare sull’arroganza e l’avidità. In effetti, da quel pasticciaccio del compromesso tra SIAE e produttori si è scatenato il cataclisma che in queste ore sta investendo l’intero web italiano; e, come se non bastasse, l’atteggiamento della SIAE ricorda molto quello di un pingue e distinto signore che si diverte a rubare le caramelle ai bambini, investendo le ore della sua giornata a escogitare gli espedienti più astrusi per giustificare legalmente le proprie perversioni. Un comportamento avido, che denota incapacità di allinearsi con i tempi nuovi della rete, e per di più lesivo, dannoso, nocivo, che alla lunga non mancherà di ritorcersi contro la SIAE stessa e gli Autori/Editori che vorrebbe tutelare. Meno video in streaming significa meno pubblicità, oltre che azzoppamento dell’informazione. Meno pubblicità significa meno introiti. Basteranno 450 euro a trimestre a compensare i mancati ricavi? E come verrà convertito l’obolo alla SIAE in ricavi per gli Editori?

Viviamo in un mondo intriso di misteri. Ma la burocrazia italiana ha in serbo trovate che saprebbero lasciare di sasso Kafka in persona.

Il complotto contro l’Italia

Posted on Settembre 22nd, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop | 2 Comments »

Leggo sul massimo organo della stampa moderata questo editoriale, trovandolo in larga misura condivisibile. Non è che mi sto spostando al centro io, attenuando le mie posizioni, sfumando le opinioni: è che ormai l’immenso prodotto della carneficina economico-sociale attuata con indiscriminata risoluzione da questo governo è sotto gli occhi di tutti e nessuno, nemmeno la stampa storicamente più prudente, può più permettersi il lusso di soprassedere e fingere che non stia accadendo niente. Il perdurante stato confusionale delle forze politiche che ci governano non è degno di un paese che pretende ancora di sedere al tavolo dei grandi del mondo e di avere qualcosa da dire.

La serie di riscontri che stiamo ricevendo in questi giorni (declassamento del debito, capacità di crescita e sviluppo, considerazione e autorevolezza in ambito diplomatico) fotografano una realtà impietosa. E come dimostra ancora oggi l’analisi della penetrazione della rete in Italia, il potenziale da sviluppare ci sarebbe pure, ma per troppo tempo ci siamo crogiolati su una concezione arcaica del mondo, dei rapporti di lavoro, mancando le tappe principali nel percorso di crescita che è stato invece agganciato dalle principali democrazie europee e mondiali. Il nostro vagone si è sganciato dal treno del futuro e non sappiamo quando riusciremo a strappare un nuovo passaggio. Ma quello che in prospettiva mi inquieta di più, è che in ogni caso si tratterà di un passaggio da chiedere a qualcuno: per i decenni a venire pagheremo il prezzo delle scelte dissennate che ci sono state imposte da una classe politica incompetente, vetusta e corrotta.

Insomma, i venti che soffiano in questo principio d’autunno sembrano recare tutt’altro che buoni presagi… E non serve ricordare come finì l’ultima volta in cui si evocò il complotto demo-pluto-giudaico-massonico, vero? Vorrei sbagliare, ma in un paese già schiacciato sotto il gioco della demokratura, il rischio di rigurgiti neofascisti sta diventando pericolosamente concreto.

Million Dollar Baby

Posted on Dicembre 3rd, 2010 in On air, Proiezioni | No Comments »

Ieri sera c’era Million Dollar Baby, su RaiTre. La prima volta che lo vidi, fu in un cinema di Grenoble, in versione originale con sottotitoli (francesi). Era il 2005 e da allora ogni volta che me lo sono trovato in TV, non ho saputo resistere, così come mi è sempre accaduto con gli spaghetti western di Sergio Leone. Clint Eastwood, che di Leone è stato allievo e non cerca di nasconderlo, ha imbastito con questo film una tragedia contemporanea e ha saputo raccontarla con il garbo di una fiaba. Una favola nera, anzi nerissima, ma densa di una carica empatica che le consente di brillare al buio come lo schermo di un vecchio tubo catodico appena spento.

Sembrerà banale, ma questo è davvero uno di quei film che regala un livello di lettura a ogni nuova visione. Ieri sera, per esempio, non ho potuto fare a meno di vederlo con gli occhi curiosi di chi vuole mettere a nudo gli ingranaggi di una storia. Spiegare cosa non va in un racconto non è in genere così difficile. Più complesso è giustificare criticamente il senso di soddisfazione che ci regala un’opera che funziona in ogni sua minima parte. Estraendo le singole scene dal corpo del film, Million Dollar Baby non perde potenza o efficacia, ma la forza della storia che racconta riesce a riverberare in ogni dettaglio con la medesima efficacia miracolosa di una rosa olografica ridotta in frammenti, per riprendere la stupenda immagine di uno dei più malinconici racconti di William Gibson.

Prendiamo per esempio la scena dell’incidente sul ring: viene subito dopo che Scrap (Morgan Freeman, titanico) – ex-pugile che ormai vive e sopravvive nella modestissima palestra di Frankie Dunn (Eastwood medesimo) e che ha convinto quest’ultimo, sulle prime molto scettico, ad allenare Maggie Fitzgerald (Hilary Swank, granitica nella volontà e nel fisico), cameriera con il sogno della boxe, portandola alla finale del titolo dei pesi Welter — ha impartito una lezione di vita al classico guappo di quartiere, smorzandogli a suon di ganci, diretti e montanti la voglia di imporre sul ring la stessa logica di sopraffazione che ne determina la condotta in mezzo alla strada. Scrap fa in tempo a sedersi davanti alla televisione per assistere alla finale in cui la ragazza che ha scoperto sta per contendere il titolo alla campionessa del mondo, nota per la sua slealtà. Dal ring della palestra di Frankie saltiamo al ring di Las Vegas per assistere in mondovisione alla parabola dell’astro nascente di Maggie, soprannominata da Frankie Mo Cùishle, in tempo per vederla estinguersi in un lampo lungo la traiettoria di rientro dall’orbita in cui ha sfiorato il coronamento del sogno. Il riscatto di una vita intera si trova lì a un soffio, un attimo prima; e l’attimo dopo si spegne insieme ai sensi a seguito di una delle tante scorrettezze di cui la vita non è avara e da cui nemmeno il ring - che della vita rappresenta, nella tradizione letteraria ormai assurta a paradigma narrativo, la metafora - è immune.

Eastwood è spietato. Con questa contrapposizione ci regala, nel cuore della pellicola, l’essenza della vita. A volte i nostri errori ci insegnano qualcosa di cui far bagaglio, altre volte le lezioni che siamo costretti a subire sono definitive e non potranno tornarci utili, mai più. E la rottura dell’equilibrio non è per nulla manichea, nelle mani di un regista come lui: l’incidente di cui l’eroina resta vittima succede pochi fotogrammi dopo che il suo stesso allenatore l’ha convinta, per la prima volta, a violare le regole, a omologarsi ai principi non scritti di un gioco di sopraffazione. E’ crudele, ma anche tracce di questi ingredienti si trovano nel succo della vita: a volte paghiamo un conto salato per i nostri errori, in accordo una logica del contrappasso che sembra tagliata apposta per noi, ma quanto ci risulta amaro quel conto quando l’errore viene commesso discontandoci dalle nostre convinzioni? Dopo questo, Mo Cùishle Maggie, che finora ha appreso gli insegnamenti di Frankie Dunn con la dedizione di una discepola scrupolosa, non ha più niente da imparare. Ridotta in un letto d’ospedale, il suo corpo - veicolo della forza che la ha portata a un soffio dall’immortalità - è condannato a una violazione dietro l’altra. Dopo la paralisi, arrivano le piaghe da decubito, e infine l’amputazione degli arti in cancrena. E’ una via crucis a cui la protagonista non si rassegna ad assistere da spettatrice, e ormai “capitano della propria anima” - parafrasando il poeta inglese William Ernest Henley citato dal regista nel titolo stesso del suo ultimo, quasi altrettanto meraviglioso, Invictus - rivendica il dominio sul proprio destino. Chiamando lo stesso Dunn, già perseguitato da un senso di perdizione e di colpa, a una scelta morale altrettanto definitiva dell’ultimo match di Mo Cùishle.

Bastano poche righe, se non vi fosse ancora capitato di guardare questo capolavoro, per dare un senso della sua complessità. La bravura di Eastwood riesce tuttavia a non farla gravare sullo spettatore, intrecciandone i molteplici fili in un percorso lineare (come spesso accade nella sua cinematografia) che costruisce una progressione drammatica infallibile. La sua compostezza estetica si concede eccezioni solo nelle battute dei personaggi, che costruiscono uno spazio narrativo parallelo, in cui riverberano di continuo i rispettivi caratteri, sganciandoli efficacemente dalla trappola degli stereotipi e regalando nuove dimensioni di libertà al tempo del racconto. E quante dimensioni attribuireste voi alla figura di un allenatore di pugilato che nel tempo libero si diletta con le poesie di Yeats e che non salta una sola messa domenicale da ormai svariati decenni?

Con Clint Eastwood e con questo capolavoro in cui il cinema tocca una delle vette più alte della sua storia, la riflessione sull’eutanasia e il diritto alla scelta si smarca dalla tribuna politica e dal dibattito televisivo e viene restituita alla sfera più nobile del pensiero. Filosofia. Arte. Come dovrebbe essere. Sulla soglia degli ottant’anni, Eastwood ha ancora un bel po’ di cose da insegnarci. Continuiamo a studiare i suoi saggi di cinema per farne tesoro.

Rifiuti in Campania: emergenze dimenticate, crisi smentite e soluzioni occultate

Posted on Novembre 28th, 2010 in Agitprop, Kipple | No Comments »

Nemmeno tre anni: così poco è bastato per ritrovare Napoli e la Campania in ginocchio, da quei giorni drammatici che segnarono l’arrivo del 2008. E la banda politica che cavalcò lo tsunami dell’indignazione di tutta Italia e dell’esasperazione dei campani si trova adesso alle prese con un problema ormai sfuggito di mano. I commissari che si sono succeduti in questi anni, la gestione plenipotenziaria della Protezione Civile, i proclami della splendida accoppiata Berlusconi-Fini che sulla vergogna della crisi del 2008 costruì la scalata per il ritorno al dominio del Paese, nulla hanno potuto contro la realtà dei fatti. La verità è sotto gli occhi di tutti, incarnata dagli effetti di una gestione tanto disinvolta quanto scriteriata.

La lettura dell’impietoso, coraggioso, illuminante articolo di Alberto Statera su Casal di Principe e l’impero Cosentino mi ha spinto ad andare a recuperare un po’ di impressioni appuntate all’epoca e nei mesi successivi. Un blob di link (a proposito di giorni del Kipple, città in ostaggio, piattaforme polifunzionali, delocalizzazione del disastro ecologico) da cui emerge altrettanto impietosa l’idea dell’inutilità pratica delle soluzioni politiche proposte e adottate e, spingendoci solo un passo oltre, della reale natura affaristica della gestione della crisi. Con le consuete connivenze politiche, gli stessi soggetti che avevano provocato la crisi (riempiendo la Campania e non solo le sue discariche dei veleni più letali provenienti dal resto dell’Italia e da ogni angolo d’Europa) hanno ricevuto l’opportunità di legittimare il proprio ruolo. Per capire a cosa ciò abbia portato, basta aprire un giornale o, se si hanno voglia e coraggio, prendere un treno per Napoli: lungo il tragitto della ferrovia, dal casertano in poi, è una teoria di cumuli di immondizia riversati ai bordi delle strade, a colmare cunette e canali e tracimare nei campi, in un trionfo di putrefazione e degrado.

Che la gestione della crisi sia un business in sé continua a dimostrarlo il piano provinciale della gestione dei rifiuti di Salerno. Nel documento non c’è traccia dell’impianto di compostaggio di Castelnuovo di Conza, ma viene decretata la costruzione di due nuovi impianti a Polla e a Eboli per servire il fabbisogno della provincia. Lo stabilimento di Castelnuovo, sequestrato dalla magistratura nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione spregiudicata della So.Ri.Eco Srl, basterebbe da solo a smaltire 85.000 tonnellate di umido ogni anno, circa i due terzi del fabbisogno dell’intera Provincia. Invece l’ufficio preposto ignora l’asta giudiziaria indetta dalla curatela fallimentare dell’impianto in data 29 ottobre 2009 e decreta la costruzione di due nuovi stabilimenti, ignorando di fatto una soluzione già presente sul territorio e praticabile previo minimo adeguamento della struttura esistente.

Come se non bastasse, l’isola ecologica di Calabritto (in provincia di Avellino), di cui segnalavo lo stato di abbandono e, quattro mesi più tardi, il successivo ripristino, è stata praticamente convertita in una discarica a cielo aperto: non più presidiata, i cassoni smantellati, il cancello della recinzione rimosso, si è trasformata in uno sversatoio alla mercé di chiunque, piena di rifiuti di ogni tipo e natura che qui vengono accumulati e incendiati, con conseguenti problemi non banali per la circolazione sulla Statale 91. Quanto basta per alimentare i più sinistri presagi sul prosieguo della Crisi Rifiuti e della sua intenzionale, voluta, programmata e deliberata mancata risoluzione.

Prevalga l’Italia

Posted on Novembre 27th, 2010 in Agitprop, Stigmatikos Logos | No Comments »

Dalla logica del dominio alla sindrome dell’assedio: cambia il fulcro della leva psicologica azionata dal Premier e dai suoi burattini. Se va come l’ultima volta, il complotto contro l’Italia prelude alla fine di una stagione politica. Speriamo che la prossima duri un po’ più di due anni.

Riserve italiane

Posted on Settembre 19th, 2010 in Agitprop, Nova x-Press | 2 Comments »

Ieri, nel secondo anniversario della mattanza di San Gennaro, il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati di Castel Volturno ha sfidato il divieto dell’amministrazione comunale e inaugurato una targa commemorativa in ricordo dei sei ragazzi provenienti da vari stati africani (Togo, Liberia, Ghana) sterminati nella notte di San Gennaro del 2008 da un commando di casalesi. La strage resterà per sempre una macchia sulla coscienza civile di questo paese, grazie alle autorità e alla stampa che ne riprese la linea ufficiale che, ancora diversi giorni dopo la carneficina, parlava di regolamento di conti tra clan della mafia nigeriana.

Il ricordo dell’altro giorno, con l’inaugurazione della scultura in ferro simbolo di fratellanza, voleva stimolare un momento di unità civile, di solidarietà e lotta al razzismo e alla legge di Gomorra, ma a quanto pare il primo cittadino di Castel Volturno non ha apprezzato. Antonio Scalzone, eletto lo scorso marzo con una lista appoggiata dal centrodestra, ha tenuto a ribadire la sua dissociazione dall’iniziativa e ha levato un urlo di rabbia contro la situazione del suo territorio. “Senza l’aiuto dello Stato, che qui ha abdicato, la nostra comunità farà la fine degli indiani d’America. Morirà sotto il peso dell’immigrazione” ha dichiarato. Parole da incorniciare, che rievocano la fulgida età dell’oro dei Regi Lagni, quando della camorra importata dagli immigrati nessuno aveva ancora sentito parlare, quando il governo faceva sentire il suo influsso benefico attraverso istituzioni e rappresentanti regolarmente e liberamente eletti dalla cittadinanza, quando, insomma, la Campania ancora non esisteva. Oppure, se ci dimentichiamo la storia delle elezioni, prosperava sotto l’Impero come residenza di vacanza di Tiberio e dei suoi successori…

Non so quanta gente ci fosse ieri al km. 43,000 della Domiziana, né quanti di loro fossero cittadini italiani di nascita, quanti regolari immigrati e quanti clandestini. Ma so che nel consiglio comunale di Castel Volturno, dopo la fine dell’amministrazione di centrosinistra di Francesco Nuzzo, non c’è un solo rappresentante del centrosinistra inteso in senso lato. Il PD che in queste ore cerca di capire chi si è portato a casa la bussola di chi, potrebbe pure fermarsi un attimo, oggi dopo pranzo, con calma, e riflettere su questo dato. C’è un territorio assediato dalla camorra, con gravi problemi di integrazione tra la popolazione locale e i numerosi immigrati che vi si sono stabiliti per tenerne in piedi l’agricoltura e l’edilizia della zona – spesso sfruttati come bestie e quasi sempre trattati come bestie anche al di fuori dei campi – e non c’è un solo delegato in consiglio comunale che possa prendere la parola e far presente al signor sindaco Antonio Scalzone che, al di là della decenza morale, non è un municipio la sede migliore per millantare menzogne e gettare discredito sulle vittime di una strage eseguita nel suo comune da cittadini italiani come lui.

Non è decoroso ed è eticamente spregevole che un primo cittadino sostenga che “è una celebrazione incauta perché rischia di ricordare persone che forse non erano innocenti. Mostro rispetto dinanzi alla morte ma, da quanto emerge dalle indagini dei carabinieri, tra quei morti ci potrebbero essere anche degli spacciatori”, quando il lavoro degli inquirenti ha accertato una verità diversa: una spedizione punitiva voluta dal boss Giuseppe Setola per mandare un avvertimento ai clan nigeriani della zona colpendo ferocemente un gruppo di innocenti, estranei ai loro traffici illegali e disarmati. Intervistato da Conchita Sannino, il pm Cesare Sirignano che si è occupato dell’inchiesta con il collega Alessandro Milita è stato chiaro e lapidario. Ne riprendo le parole perché è importante che le parole girino, che la verità si diffonda. Dimenticare o omettere significa cominciare a morire o, peggio, uccidere una seconda volta con l’aggravante dell’oblio.

Dottor Sirignano, gli atti giudiziari dovranno pur far testo per un sindaco. Può chiarire definitivamente se i sei ghanesi assassinati con 120 colpi di kalashnikov e pistole, nella sartoria, erano coinvolti in traffici illeciti oppure no?
No. Non risulta nulla del genere. Si trattava di persone dedite a lavori artigianali, chi faceva il sarto, chi il manovale. D’altro canto, ribadisco che ciò che colpì di quella strage fu proprio il mettere in conto di colpire casualmente: si doveva uccidere alla cieca se in quella sartoria non c’era il bersaglio che cercavano. Cosa che avvenne.

Ora che i collaboratori di giustizia lo hanno ripetuto in aula, vogliamo ricordare nel dettaglio come nacque l’idea di sterminare degli sconosciuti?
Quel giorno, Setola - che aveva già chiesto ad alcuni banditi extracomunitari una tangente sui loro traffici - cercava delle persone di colore da uccidere, preferibilmente i trafficanti con cui c’erano rapporti. Tant’è che inizialmente il luogo individuato dove andare a sparare era un altro: un ritrovo di immigrati accanto all’albergo “007″. Il progetto poi sfuma perché il commando si accorge che lì accanto ci sono telecamere che li esporrebbero troppo. Quindi, Setola chiede a Granato: “Ma se andiamo là fuori - intendendo la sartoria - li troviamo i neri?” Granato fa spallucce: “Ma sì, andiamo a vedere”.

Di fronte ad una pagina così cupa di una comunità locale, perché negare una lapide?
Mi pare che si sia persa un’altra occasione per andare verso l’integrazione di quella parte di comunità straniera che svolge lavori onesti, e umili. Sarebbe stato un segnale importante, e un piccolo seme, in una terra senza pace come Castel Volturno, già segnata da vecchie e nuove ferite. Dove l’intolleranza non è mai armata contro la sopraffazione criminale.

La storia degli indiani d’America è tuttavia emblematica. Le parole del sindaco di Castel Volturno testimoniano quella sindrome dell’accerchiamento che in Italia è sempre stata la principale forza responsabile della tenuta di gruppi sociali e politici, si parli di comunità o di governi. E’ la pressione esterna che tiene compatti i ranghi, ma senza la condivisione di regole basilari e inderogabili, alla prima interruzione di questa azione assistiamo alla misera disgregazione del forte eretto sul fondamento di una verità di comodo, effimera per sua natura. Manca la prospettiva del medio e del lungo periodo, ma prima ancora mancano le qualità umane per poter aspirare a una prospettiva di qualunque portata. Se rischiamo di fare la fine dei nativi americani, perché allora non chiediamo la separazione del meridione da Roma e l’istituzione per decreto del Presidente della Repubblica di una Riserva di Bassitalia volta a preservarne la specificità politica: corruzione, malgoverno, segregazione e criminalità organizzata.

Logica del dominio, all’ennesima potenza.

Il conflitto permanente

Posted on Dicembre 12th, 2009 in Agitprop | 6 Comments »

Oggi è uscito questo editoriale di Massimo Giannini su Repubblica, un pezzo che ho trovato interessante e condivisibile tanto nelle posizioni quanto nell’esposizione delle stesse, pacata, misurata e ragionevole. Mala tempora currunt per la democrazia, quando un primo ministro culmina l’escalation della propria offensiva verso il dissenso, partita con la campagna di diffamazione e screditamento ai danni della stampa, con un attacco alle istituzioni. E se lo fa con un discorso imbarazzante approfittando della tribuna internazionale del congresso dei popolari europei, davanti a colleghi increduli e sconcertati, allora è lecito anche il sospetto che lo stato di ansia e agitazione in cui vive il Premier sia ormai sfociato in uno stato di dissociazione paranoica permanente, in cui la realtà dei processi che lo vedono implicato degenera nella persecuzione ai danni di un innocente a priori, e il dato di fatto delle continue manovre politiche volte a innalzare scudi legali in sua difesa alimenta l’illusione irresponsabile di una necessaria difesa delle istituzioni. E’ importante che ci sia qualcuno a fotografare la realtà, senza accendere i toni come troppo spesso si fa in questa nostra Italietta da strapazzo, che troppo spesso rivela nella radicalizzazione delle posizioni i sintomi del populismo di cui soffre da sempre. Per capire quanto in basso si sia arrivati nel corso di questo 2009, non servono strumenti critici particolarmene raffinati. Basta solo un minimo di buon senso.

Il Fratello Maggiore e la quadratura del cerchio

Posted on Dicembre 1st, 2009 in Agitprop, Stigmatikos Logos | No Comments »

Ma davvero c’è gente che ancora si stupisce davanti a questo?

Aggiornamento: Il tour in visita ai dittatori dell’est - moderna espressione del comunismo migliore - dovrebbe continuare con la prossima tappa in Corea del Nord, dove il Premier affronterà con il clone di Kim Jong Il il tema delicato del condizionamento popolare e dell’estensione illimitata del potere.

Ha da passà a nuttata

Posted on Novembre 10th, 2009 in Agitprop, Kipple | 3 Comments »

Ma sarà davvero così? Solo un anno fa un’inchiesta dell’Espresso accendeva i riflettori sul “candidato dei casalesi”. La lunga notte è proseguita con le voci sempre più insistenti sulla candidatura del sottosegretario all’Economia, nonché coordinatore regionale del Pdl, alla poltrona di governatore della Campania. Un ruolo, quello della presidenza, praticamente servito alla destra su un piatto d’argento dal governatore in carica Bassolino, grazie alla sua politica di clientelismo e ignavia degna di un Vicerè (si rimanda alla gestione della Crisi Rifiuti per rispolverare un po’ i ricordi). Comunque, oggi qualcuno si accorge che forse, alla fine della fiera, per una volta prevenire potrebbe essere meglio che curare. E’ comunque presto per parlare di sussulto di coscienza per la nostra democrazia malandata: gli indizi erano già da un pezzo piuttosto eloquenti, quindi probabilmente l’iniziativa della magistratura era solo una questione di tempo. Il rischio ora è che finisca per arenarsi nelle secche delle immunità e dell’iter autorizzativo della giunta della Camera, ma non sarebbe una sorpresa.

Contro il silenzio e l’indifferenza, consiglio di leggere l’intervento di Roberto Saviano su Repubblica. Ne riporto uno stralcio.

Secondo Gaetano Vassallo, il pentito dei rifiuti facente parte della fazione Bidognetti, Cosentino insieme a Luigi Cesaro, altro parlamentare Pdl assai potente, in zona controllava per il clan il consorzio Eco4, ossia la parte “semilegale” del business dell’immondizia che ha già chiesto il tributo di sangue di una vittima eccellente: Michele Orsi, uno dei fratelli che gestivano il consorzio, viene freddato a giugno dell’anno scorso in centro a Casal di Principe, poco prima che fosse chiamato a testimoniare a un processo. Il consorzio operava in tutto il basso casertano sino all’area di Mondragone dove sarebbe invece - sempre secondo il pentito Gaetano Vassallo - Cosimo Chianese, il fedelissimo di Mario Landolfi, ex uomo di An, a curare gli interessi del clan La Torre. Interessi che riguardano da un lato ciò che fa girare il danaro: tangenti e subappalti, nonché la prassi di sversare rifiuti tossici in discariche destinate a rifiuti urbani, finendo per rivestire di un osceno manto legale l’avvelenamento sistematico campano incominciato a partire dagli anni Novanta. Dall’altro lato assunzioni che garantiscono voti ossia stabilizzano il consenso e il potere politico.

Districare i piani è quasi impossibile, così come è impossibile trovare le differenze tra economia legale e economia criminale, distinguere il profilo di un costruttore legato ai clan ed un costruttore indipendente e pulito. Ed è impossibile distinguere fra destra e sinistra perché per i clan la sola differenza è quella che passa tra uomini avvicinabili, ovvero uomini “loro”, e i pochi, troppo pochi e sempre troppo deboli esponenti politici che non lo sono. E, infine, è pura illusione pensare che possa esistere una gestione clientelare “vecchia maniera”, ossia fondata certo su favori elargiti su larga scala, ma aliena dalla contaminazione con la camorra.

E intanto si monta un’allegra bagarre intorno alla sentenza di Strasburgo sul crocifisso nelle aule scolastiche (ancora una volta tutti uniti, a destra come nel PD, per difendere un privilegio che nessuno saprebbe come giustificare sul piano dei valori e del rispetto civile senza tirare in ballo il sacro “valore della tradizione”) e un altro sottosegretario (alla Presidenza del Consiglio) non esita a dare prova delle sue doti di carità cristiana nell’insultare l’intelligenza degli italiani e la memoria della vittima di uno Stato allo sbando. Siamo messi bene, non c’è che dire.