Corpi spenti: uno studio d’ambiente e d’epoca

Posted on Novembre 28th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 2 Comments »

Una volta definita la prospettiva, la cosa più complessa da predisporre è stata l’ambientazione. E’ stato difficile per una duplice ragione, ma siccome la parte legata all’atmosfera è quella per cui mi sento meglio predisposto per natura (o per semplice pigrizia, in quanto incapace di sviluppare con altrettanta costanza e profondità tutti gli altri aspetti della costruzione di un romanzo) è stata anche la parte del lavoro che mi ha divertito di più. Per me l’ambiente rappresenta un prerequisito indispensabile per ogni storia. Non riesco a scrivere nemmeno una riga senza avere un’idea più che soddisfacente del mondo che la ha generata - e che quindi dovrebbe fare il paio con essa. Spesso le mie storie risultano sbilanciate anche per questo: troppo poca azione rispetto all’atmosfera, piuttosto che per pigrizia proprio per una istintiva esigenza di valorizzare il lavoro compiuto offrendo allo sfondo più inquadrature di quanto sia strettamente richiesto dalla trama (spero comunque che questo non sia il caso di Corpi spenti).

Le due difficoltà cui accennavo in apertura sono queste: da un lato, la continuità con l’ambientazione di Sezione π² imponeva una tenuta della coerenza interna alla saga; dall’altro, sul versante completamente opposto, la natura stessa della Singolarità - che è il presupposto del mondo della Sezione Pi-Quadro - richiedeva un’evoluzione sensibile rispetto allo scenario tracciato nel primo romanzo. La Singolarità, come ricorderete, risulta dalla convergenza rivoluzionaria di settori di ricerca diversi (nanotecnologie, scienze della vita, intelligenza artificiale, cibernetica e computazione quantistica) che ha determinato un’impennata della curva del progresso, producendo esiti imprevedibili nella ricaduta dei loro effetti. La Singolarità ha contribuito a spostare gli anni dopo il 2049 (in cui teoricamente sarebbe «esplosa») molto più lontano da noi di dove li posizionerebbe il calendario. In definitiva, è una sorta di orizzonte degli eventi scientifico-culturale e il suo effetto collaterale è uno shock da futuro.

In un contesto post-singolare, anche pochi mesi equivalgono a diversi anni di progresso secondo il tasso di sviluppo a cui siamo abituati oggi. E siccome tra Sezione π² e Corpi spenti intercorrono diciotto mesi, era necessario mostrare che del tempo fosse trascorso, e che questo tempo corrispondesse a un lasso di tempo molto più lungo rispetto a diciotto mesi attuali. E’ l’effetto inflazionario della Singolarità e chiunque scriva storie ambientate nel cono d’ombra dell’evento deve farci i conti (pensate ad Accelerando). Tutto sommato, le due spinte contrarie tra continuità e cambiamento tendono però anche a compensarsi reciprocamente, e se comunque l’ambientazione compie un bel salto in avanti rispetto al precedente romanzo, dall’altro le loro forze opposte tendono a frenarsi a vicenda e a produrre un nuovo punto di equilibrio che spero i lettori potranno trovare altrettanto - se non più - interessante di quello attorno al quale si sviluppava Sezione π².

Per non rovinare il gusto della scoperta ai lettori più esigenti, mi fermo qua. Prima di chiudere mi limito però a rispondere a un quesito, contenuto in un bel commento apparso da qualche giorno alla pagina dedicata a Sezione π² su Anobii. La mini-recensione è di Paolo Giannuzzi:

Finalmente un noir fantascientifico che non si incarta (o almeno lo fa poco) in frasi edulcorate ad arte, prive di senso, atte spesso ad allungare il brodo. Un ottimo thriller/giallo, laddove la fantascienza è il pretesto per dare al protagonista il potere necessario per districare la matassa in maniera credibile. Tutto è costruito in maniera precisa, con poche concessioni al divagare, e con dei bei personaggi a cui si tende ad affezionarsi (Guzza è il classico esempio del personaggio che il protagonista prova a renderci antipatico al primo incontro, ma poi ci si lega inevitabilmente). Auspico il ritorno dei protagonisti, anche se il finale lascia intendere che la base su cui si fonda tutto (la possibilità di indagare nella mente dei defunti) sia destinata a svanire.

Ecco, innanzitutto vorrei dire che è particolarmente gratificante ricevere un commento simile a quattro anni dall’uscita del romanzo. Denota che il libro è invecchiato bene, malgrado tutto, e questo non può fare che piacere (anzi, a dirla tutta, è una bella iniezione di fiducia). Tornando al punto della questione, la tecnologia dell’upload neurale messa a punto in Estremo Oriente e annunciata nel finale del libro non esclude affatto una continuazione della Pi-Quadro. I necromanti sono diventati obsoleti, certo, per ammissione dello stesso Briganti. Ma non per le loro prerogative - dopotutto, il loro ruolo resta inalterato, sia che dei cadaveri si possano recuperare le coscienze sia che invece la loro coscienza resti condannata alla morte entropica - quanto piuttosto per i pretesti etici che la politica farebbe presto a strumentalizzare e piegare alle proprie necessità. Se un individuo può essere “resuscitato”, infatti, l’indagine psicografica può diventare un’interferenza nella sfera privata. E la Pi-Quadro si è già fatta numerosi nemici, tra i signori di Napoli. Nel 2061 qualcuno potrebbe volergliela far pagare.

Di Guzza e degli altri, invece, parleremo la prossima volta.

Corpi spenti: una questione di prospettiva

Posted on Novembre 23rd, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 6 Comments »

Quando mi sono messo al lavoro su Corpi spenti, avevo un’unica cosa ben chiara in mente: scrivere un seguito di Sezione π² che ne rappresentasse allo stesso tempo un approfondimento e una discontinuità. Avevo un’idea in mente per lo scenario, avevo un gruppo di protagonisti ereditati dal primo romanzo, con una buona alchimia già espressa in quella sede ma con una riserva di potenziale abbastanza cospicua ancora da esprimere. Quello che mi serviva, senza girarci intorno, era l’angolo giusto: la giusta prospettiva da cui inquadrare la scena e i soggetti che interagivano in essa.

Dopo una serie di pianificazioni, tentativi di implementazione, ripensamenti, ripianificazioni, altri tentativi, conseguenti ripensamenti e così via, mi sono convinto che quello di cui avevo bisogno era uno scarto rispetto a Sezione π². Avevo inquadrato uno scorcio del futuro, in quel romanzo, ma c’erano ancora diversi particolari di cui s’intuiva l’importanza ma che restavano tuttavia poco distinti e che meritavano per questo una messa a fuoco. Era come scrutare la fuga prospettica di una strada e cercare di decodificare le caratteristiche del paesaggio urbano dalla posizione in cui mi trovavo. Non potevo pensare di ottenere il risultato che mi prefiggevo continuando a osservare l’angolo di Napoli post-Singolarità dallo stesso punto, standomene fermo sullo stesso marciapiede.

Per questo ho deciso di attraversare la strada.

La parallasse è un trucco che al liceo scientifico insegnano al primo anno di fisica. Una volta, almeno, era così. Nella parallasse stellare si sfrutta la rivoluzione della Terra intorno al Sole per misurare la distanza di un corpo celeste esterno al sistema solare, magari distante anche centinaia di anni-luce. La tecnica richiede come requisito la conoscenza del raggio dell’orbita terrestre: osservando una stella a distanza di sei mesi, basta un calcolo di pura trigonometria per determinarne la distanza. Non è uno strumento facile da adoperare, richiede estrema accuratezza e le distanze stellari impongono la massima precisione degli strumenti, ma funziona. E’ scientifico.

Attraversando la strada, i dettagli di superficie che mi avevano colpito durante la precedente indagine di Briganti hanno subito delle variazioni. Uno slittamento, come mi piace pensare, che ha imposto un paradigm shift, un mutamento di paradigma.

Alcuni particolari si sono rivelati poco più che accessori, altri sono improvvisamente risaltati, altri ancora sono emersi dagli angoli ciechi e dai coni d’ombra che inesorabilmente viziavano la precedente angolazione. Non che quella fosse sbagliata, intendiamoci. Però era solo una delle tante possibili. Abbastanza buona da garantire una visuale interessante, ma sicuramente insufficiente per cogliere il panorama nella sua interezza. Non che m’illuda sull’esistenza di una prospettiva esauriente in tal senso, almeno non restando vincolati ai gradi di libertà del piano stradale. E proprio come in una grande città attraversare una strada trafficata espone a dei rischi, così ottenere questa nuova visuale ha comportato una certa difficoltà: mi sono dovuto adeguare a un ritmo diverso, con scatti in avanti e battute d’arresto per evitare di farmi investire. Ma il cambio di prospettiva è valso lo scarto che mi proponevo di perseguire.

A bocce ferme, con tutta la soddisfazione ricavata dalla nuova angolazione guadagnata, resta una lezione che mi tornerà certamente utile alla prossima prova: la prossima volta non basterà attraversare la strada. Per guadagnare una visuale utile mi toccherà intrufolarmi in qualche palazzo e infilarmi di straforo in un ascensore. Sfidando le strutture di sicurezza dell’edificio, forzando le serrature per arrivare fino in cima, resistendo alle vertigini per rispettare le aspettative che lascia presagire questa seconda avventura delle Cronache del Kipple.

Riserva di caccia

Posted on Gennaio 24th, 2011 in Criptogrammi, Futuro, Sezione π² | 10 Comments »

Aggiornamento sullo stato della scrittura, per tutti gli amici che nelle ultime settimane mi hanno chiesto - e aspettano - notizie più precise sui miei lavori. Mi aspetta un mese intenso e quindi potrei continuare a latitare da queste pagine ancora per qualche tempo. Oltre a due racconti già abbozzati ma ancora da scrivere, centrale resta chiaramente il lavoro sul romanzo. Di Corpi spenti vi ho già parlato in diverse occasioni, ma qui mi preme concentrarmi su un aspetto del romanzo che ho ritrovati in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera da Ermanno Rea, che di Napoli è stata una delle principali voci del Novecento, ma non solo.

«Oggi guardo con interesse a quelli che si occupano di economia alternativa e non inquinante: il Mezzogiorno potrebbe diventare una macroregione autonoma - senza parlare di secessione, ovviamente! - sulla falsariga anche del concetto di decrescita elaborato da Latouche, per esempio». Concretamente? «Affidare a un pool di intelligenze il progetto di un nuovo sviluppo, la mappatura dei problemi aperti, la speranza di mobilitazione delle coscienze, il compito di elaborare una prospettiva di futuro. Napoli è una città che non conosce se stessa».

Un passo indietro. Gli amici con cui mi sono più intensamente consultato durante la stesura di Corpi spenti sanno che la storia si svolge in un arco temporale di circa un mese, a ridosso delle imminenti votazioni che daranno il primo governo eletto dal popolo al neonato Territorio Autonomo del Mezzogiorno, istituito per decreto del Presidente della Repubblica nel dicembre del 2060. Nel duecentenario dell’Unità d’Italia, ecco che l’Italia si spacca: non è però la Padania a dichiarare la Secessione, al contrario è Bassitalia a staccarsi dalla penisola, come una coda di lucertola. Le spiegazioni di questa soluzione (prendetelo pure come un antipasto del romanzo) sono fondamentalmente due: in prima battuta attuare una secessione morbida, senza cioè dare l’idea della parte più ricca del paese che si lascia indietro quella più povera, ma al contrario caricando questa soluzione della valenza politica di un’opportunità di riscatto e progresso per il Sud (sul modello delle zone economiche speciali cinesi); in seconda istanza, creare una vera e propria Riserva di caccia per i signori di quest’Italietta futura post-democratica e neofeudale. In sintesi, fare di Bassitalia qualcosa che somiglia pericolosamente al Messico delle maquiladoras per il NAFTA, con Napoli che infatti diventa lo spettro di Ciudad Juarez.

Uno dei partiti che si contendono il controllo politico di questa Riserva fa riferimento a un movimento regressionista, che predica per voce del suo leader - un pastore evangelico che ricorda il Floyd Jones di PKD ma che… no, meglio rimandare i dettagli - una dottrina di anti-sviluppo come antidoto alle storture comportate dalla pessima gestione del progresso e delle sue opportunità. E’ una reazione alla Singolarità, che già in questo romanzo assume connotati culturali camaleontici per riflettere un nuovo assetto geopolitico emergente (e che verrà meglio esplorato in un romanzo breve che vedrà presto la luce, spin-off del filone principale di queste Cronache del Kipple). Non il modo più razionale per affrontare i problemi della città assediata dal Kipple, ma - si sa - facendo leva sull’insoddisfazione di pancia delle masse si possono strappare risultati importanti.

Ecco, vedere che qualcun altro ha avuto un’idea simile alla mia, e che in essa riverberano spunti e suggestioni molto simili pur approdando a due esiti completamente antitetici, forse dovrebbe infastidirmi, e invece mi rende ancora più orgoglioso per aver deciso di giostrare il romanzo intorno a quest’idea, anche con la valida incitazione degli amici con cui nei mesi scorsi mi sono confrontato. Perché significa che c’è un meme, nell’aria, e io l’ho recepito al pari di altri più svegli di me. Di sicuro, se mi fossi lasciato sfuggire un’opportunità di critica come questa, avrei sentito meno completo il romanzo, che si avvia felicemente alla conclusione attraverso la sua terza e ultima parte.

Da Napoli, 2061, per il momento è tutto. Restate in ascolto.

[Immagine pubblicata per gentile concessione di 3pad.]

Rifiuti in Campania: emergenze dimenticate, crisi smentite e soluzioni occultate

Posted on Novembre 28th, 2010 in Agitprop, Kipple | No Comments »

Nemmeno tre anni: così poco è bastato per ritrovare Napoli e la Campania in ginocchio, da quei giorni drammatici che segnarono l’arrivo del 2008. E la banda politica che cavalcò lo tsunami dell’indignazione di tutta Italia e dell’esasperazione dei campani si trova adesso alle prese con un problema ormai sfuggito di mano. I commissari che si sono succeduti in questi anni, la gestione plenipotenziaria della Protezione Civile, i proclami della splendida accoppiata Berlusconi-Fini che sulla vergogna della crisi del 2008 costruì la scalata per il ritorno al dominio del Paese, nulla hanno potuto contro la realtà dei fatti. La verità è sotto gli occhi di tutti, incarnata dagli effetti di una gestione tanto disinvolta quanto scriteriata.

La lettura dell’impietoso, coraggioso, illuminante articolo di Alberto Statera su Casal di Principe e l’impero Cosentino mi ha spinto ad andare a recuperare un po’ di impressioni appuntate all’epoca e nei mesi successivi. Un blob di link (a proposito di giorni del Kipple, città in ostaggio, piattaforme polifunzionali, delocalizzazione del disastro ecologico) da cui emerge altrettanto impietosa l’idea dell’inutilità pratica delle soluzioni politiche proposte e adottate e, spingendoci solo un passo oltre, della reale natura affaristica della gestione della crisi. Con le consuete connivenze politiche, gli stessi soggetti che avevano provocato la crisi (riempiendo la Campania e non solo le sue discariche dei veleni più letali provenienti dal resto dell’Italia e da ogni angolo d’Europa) hanno ricevuto l’opportunità di legittimare il proprio ruolo. Per capire a cosa ciò abbia portato, basta aprire un giornale o, se si hanno voglia e coraggio, prendere un treno per Napoli: lungo il tragitto della ferrovia, dal casertano in poi, è una teoria di cumuli di immondizia riversati ai bordi delle strade, a colmare cunette e canali e tracimare nei campi, in un trionfo di putrefazione e degrado.

Che la gestione della crisi sia un business in sé continua a dimostrarlo il piano provinciale della gestione dei rifiuti di Salerno. Nel documento non c’è traccia dell’impianto di compostaggio di Castelnuovo di Conza, ma viene decretata la costruzione di due nuovi impianti a Polla e a Eboli per servire il fabbisogno della provincia. Lo stabilimento di Castelnuovo, sequestrato dalla magistratura nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione spregiudicata della So.Ri.Eco Srl, basterebbe da solo a smaltire 85.000 tonnellate di umido ogni anno, circa i due terzi del fabbisogno dell’intera Provincia. Invece l’ufficio preposto ignora l’asta giudiziaria indetta dalla curatela fallimentare dell’impianto in data 29 ottobre 2009 e decreta la costruzione di due nuovi stabilimenti, ignorando di fatto una soluzione già presente sul territorio e praticabile previo minimo adeguamento della struttura esistente.

Come se non bastasse, l’isola ecologica di Calabritto (in provincia di Avellino), di cui segnalavo lo stato di abbandono e, quattro mesi più tardi, il successivo ripristino, è stata praticamente convertita in una discarica a cielo aperto: non più presidiata, i cassoni smantellati, il cancello della recinzione rimosso, si è trasformata in uno sversatoio alla mercé di chiunque, piena di rifiuti di ogni tipo e natura che qui vengono accumulati e incendiati, con conseguenti problemi non banali per la circolazione sulla Statale 91. Quanto basta per alimentare i più sinistri presagi sul prosieguo della Crisi Rifiuti e della sua intenzionale, voluta, programmata e deliberata mancata risoluzione.

Riserve italiane

Posted on Settembre 19th, 2010 in Agitprop, Nova x-Press | 1 Comment »

Ieri, nel secondo anniversario della mattanza di San Gennaro, il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati di Castel Volturno ha sfidato il divieto dell’amministrazione comunale e inaugurato una targa commemorativa in ricordo dei sei ragazzi provenienti da vari stati africani (Togo, Liberia, Ghana) sterminati nella notte di San Gennaro del 2008 da un commando di casalesi. La strage resterà per sempre una macchia sulla coscienza civile di questo paese, grazie alle autorità e alla stampa che ne riprese la linea ufficiale che, ancora diversi giorni dopo la carneficina, parlava di regolamento di conti tra clan della mafia nigeriana.

Il ricordo dell’altro giorno, con l’inaugurazione della scultura in ferro simbolo di fratellanza, voleva stimolare un momento di unità civile, di solidarietà e lotta al razzismo e alla legge di Gomorra, ma a quanto pare il primo cittadino di Castel Volturno non ha apprezzato. Antonio Scalzone, eletto lo scorso marzo con una lista appoggiata dal centrodestra, ha tenuto a ribadire la sua dissociazione dall’iniziativa e ha levato un urlo di rabbia contro la situazione del suo territorio. “Senza l’aiuto dello Stato, che qui ha abdicato, la nostra comunità farà la fine degli indiani d’America. Morirà sotto il peso dell’immigrazione” ha dichiarato. Parole da incorniciare, che rievocano la fulgida età dell’oro dei Regi Lagni, quando della camorra importata dagli immigrati nessuno aveva ancora sentito parlare, quando il governo faceva sentire il suo influsso benefico attraverso istituzioni e rappresentanti regolarmente e liberamente eletti dalla cittadinanza, quando, insomma, la Campania ancora non esisteva. Oppure, se ci dimentichiamo la storia delle elezioni, prosperava sotto l’Impero come residenza di vacanza di Tiberio e dei suoi successori…

Non so quanta gente ci fosse ieri al km. 43,000 della Domiziana, né quanti di loro fossero cittadini italiani di nascita, quanti regolari immigrati e quanti clandestini. Ma so che nel consiglio comunale di Castel Volturno, dopo la fine dell’amministrazione di centrosinistra di Francesco Nuzzo, non c’è un solo rappresentante del centrosinistra inteso in senso lato. Il PD che in queste ore cerca di capire chi si è portato a casa la bussola di chi, potrebbe pure fermarsi un attimo, oggi dopo pranzo, con calma, e riflettere su questo dato. C’è un territorio assediato dalla camorra, con gravi problemi di integrazione tra la popolazione locale e i numerosi immigrati che vi si sono stabiliti per tenerne in piedi l’agricoltura e l’edilizia della zona – spesso sfruttati come bestie e quasi sempre trattati come bestie anche al di fuori dei campi – e non c’è un solo delegato in consiglio comunale che possa prendere la parola e far presente al signor sindaco Antonio Scalzone che, al di là della decenza morale, non è un municipio la sede migliore per millantare menzogne e gettare discredito sulle vittime di una strage eseguita nel suo comune da cittadini italiani come lui.

Non è decoroso ed è eticamente spregevole che un primo cittadino sostenga che “è una celebrazione incauta perché rischia di ricordare persone che forse non erano innocenti. Mostro rispetto dinanzi alla morte ma, da quanto emerge dalle indagini dei carabinieri, tra quei morti ci potrebbero essere anche degli spacciatori”, quando il lavoro degli inquirenti ha accertato una verità diversa: una spedizione punitiva voluta dal boss Giuseppe Setola per mandare un avvertimento ai clan nigeriani della zona colpendo ferocemente un gruppo di innocenti, estranei ai loro traffici illegali e disarmati. Intervistato da Conchita Sannino, il pm Cesare Sirignano che si è occupato dell’inchiesta con il collega Alessandro Milita è stato chiaro e lapidario. Ne riprendo le parole perché è importante che le parole girino, che la verità si diffonda. Dimenticare o omettere significa cominciare a morire o, peggio, uccidere una seconda volta con l’aggravante dell’oblio.

Dottor Sirignano, gli atti giudiziari dovranno pur far testo per un sindaco. Può chiarire definitivamente se i sei ghanesi assassinati con 120 colpi di kalashnikov e pistole, nella sartoria, erano coinvolti in traffici illeciti oppure no?
No. Non risulta nulla del genere. Si trattava di persone dedite a lavori artigianali, chi faceva il sarto, chi il manovale. D’altro canto, ribadisco che ciò che colpì di quella strage fu proprio il mettere in conto di colpire casualmente: si doveva uccidere alla cieca se in quella sartoria non c’era il bersaglio che cercavano. Cosa che avvenne.

Ora che i collaboratori di giustizia lo hanno ripetuto in aula, vogliamo ricordare nel dettaglio come nacque l’idea di sterminare degli sconosciuti?
Quel giorno, Setola - che aveva già chiesto ad alcuni banditi extracomunitari una tangente sui loro traffici - cercava delle persone di colore da uccidere, preferibilmente i trafficanti con cui c’erano rapporti. Tant’è che inizialmente il luogo individuato dove andare a sparare era un altro: un ritrovo di immigrati accanto all’albergo “007″. Il progetto poi sfuma perché il commando si accorge che lì accanto ci sono telecamere che li esporrebbero troppo. Quindi, Setola chiede a Granato: “Ma se andiamo là fuori - intendendo la sartoria - li troviamo i neri?” Granato fa spallucce: “Ma sì, andiamo a vedere”.

Di fronte ad una pagina così cupa di una comunità locale, perché negare una lapide?
Mi pare che si sia persa un’altra occasione per andare verso l’integrazione di quella parte di comunità straniera che svolge lavori onesti, e umili. Sarebbe stato un segnale importante, e un piccolo seme, in una terra senza pace come Castel Volturno, già segnata da vecchie e nuove ferite. Dove l’intolleranza non è mai armata contro la sopraffazione criminale.

La storia degli indiani d’America è tuttavia emblematica. Le parole del sindaco di Castel Volturno testimoniano quella sindrome dell’accerchiamento che in Italia è sempre stata la principale forza responsabile della tenuta di gruppi sociali e politici, si parli di comunità o di governi. E’ la pressione esterna che tiene compatti i ranghi, ma senza la condivisione di regole basilari e inderogabili, alla prima interruzione di questa azione assistiamo alla misera disgregazione del forte eretto sul fondamento di una verità di comodo, effimera per sua natura. Manca la prospettiva del medio e del lungo periodo, ma prima ancora mancano le qualità umane per poter aspirare a una prospettiva di qualunque portata. Se rischiamo di fare la fine dei nativi americani, perché allora non chiediamo la separazione del meridione da Roma e l’istituzione per decreto del Presidente della Repubblica di una Riserva di Bassitalia volta a preservarne la specificità politica: corruzione, malgoverno, segregazione e criminalità organizzata.

Logica del dominio, all’ennesima potenza.

Bassitalia Kipple Map

Posted on Settembre 16th, 2010 in Accelerazionismo, Kipple | No Comments »

Dopo la scorpacciata di surf delle scorse settimane e un periodo di latitanza coinciso con il ritorno alla scrittura del romanzo (ma non si può dire che vi abbia lasciato senza qualcosa da leggere o contraddire), torno a iniettarmi un po’ di vecchia, odiata realtà. Direttamente nelle vostre prese craniali, un ritorno al Kipple con tutti i crismi.

Qualche tempo fa leggevo sul Fatto Quotidiano una nuova denuncia sull’avvelenamento della Basilicata, delle sue terre, dei suoi fiumi e dei suoi laghi. La scorsa estate mi è capitato spesso di attraversare la regione più dimenticata del Belpaese, autentico cuore di tenebra e spazio bianco sulle cartine di Bassitalia (del tipo che, in una fantomatica mappa a uso e consumo di Nick Chianese, mi aspetterei di vedere segnato con la dicitura Hic sunt leones nelle aule di Portogreco). Mentre ci dirigevamo a Matera con l’esimio Moskatomika - seconda tappa del nostro Bassitalia Road Mini-Trip (magari prima o poi avremo anche le foto) - enumeravo le occasioni che sono andate sprecate nella Valle del Basento e che continuano a essere dissipate nell’Alta Val d’Agri, i disastri denunciati e insabbiati da Rotondella a Tricarico, e la nostra gita si trasformava in una cartografia dell’inferno.

Qualche giorno dopo, ripercorrendo la Basentana nella luce sovrannaturale dell’alba e del tramonto, un viaggio di andata e ritorno nella stessa giornata, guardavo i dirupi delle colline che digradano a valle e s’infrangono in una teoria di calanchi – e vedevo i panorami mitologici dei western di Sergio Leone. Era la stessa terra, quel paesaggio surreale e metafisico che si mostra al visitatore nel frangente del crepuscolo e quella lista di piccoli e grandi disastri ecologici a più riprese ventilati, ma raramente - come in questo caso - documentati?

Dalla realtà alla finzione, chiude il cortocircuito con Corpi spenti quest’altro articolo uscito sempre sul Fatto a proposito degli effetti a medio-lungo termine dell’interramento spasmodico e incontrollato di oltre mezzo milione di tonnellate di rifiuti - equamente ripartiti tra rifiuti speciali pericolosi e rifiuti solidi urbani - nelle campagne a nord di Napoli. Nell’impero di Gomorra si stima che la catastrofe ambientale nascosta sotto i nostri piedi possa esplodere in tutta la sua drammatica evidenza nel giro di poco più di cinquant’anni. E Briganti - ma non solo lui - nel 2061 sarà immerso nel Kipple fino al collo.

Perramus (III)

Posted on Maggio 4th, 2010 in Graffiti, Letture | 11 Comments »

[Tempo fa, spinto dall’invito di Danielepase, mi sono interessato all’introvabile Perramus. Con il consueto formidabile supporto di Maurizio “Gunman” Fontanella, mio fornitore di fiducia di letture fumettistiche, sono riuscito ad agguantare il terzo episodio della saga dedicata all’enigmatico antieroe argentino, spezzato in dieci puntate sulle uscite de L’Eternauta, tra il 1988 e il 1989. Per il momento non sono riuscito a fare di meglio, ma so che alla pubblicazione cominciata nel 1984 dovrebbe essere seguita una raccolta in quattro volumi e l’obiettivo è entrarne in possesso, prima o poi. Per il momento, mi sono goduto questa terza avventura di Perramus, che porta sull’Isola del Guano l’uomo senza memoria, in fuga dal passato, che si è dato il nome di un impermeabile. “È un marchio, non un nome”, protesta un personaggio. In tempi di crisi dell’individuo e di esasperato individualismo, fa qualche differenza?]

Di ritorno da Stoccolma, dove l’Accademia Svedese gli ha tributato l’atteso Nobel premiando “l’opera letteraria di un creatore eccezionale, lungamente emarginato per equivoci ideologici e d’altro genere”, Jorge Luis Borges scampa per un pelo a un agguato teso dai Marescialli di Santa Maria, indispettiti da una dichiarazione rilasciata dal Maestro al momento della consegna. La scomoda affermazione recita testualmente: “Un tempo mi preoccupavano i governi che facevano sparire certi libri dagli scaffali… poi ho capito che era più grave far sparire i lettori dalle loro case” e viene pronunciata con un sorriso reso serafico dal tratto fortemente espressionista e caricaturale di Alberto Breccia. E questo è solo l’inizio del terzo di quattro episodi dedicati da Breccia, su testi del romanziere e poeta Juan Sasturain, all’enigmatico Perramus, al fosco Canelones e al paradossale Nemico, compagni di viaggio di Borges in un’avventura surreale e paradossale che fotografa i contrasti tra le luci e le ombre, tra le angosce dietro le tende e le speranze oltre i vetri dell’Argentina appena uscita dalla Guerra Sucia. Nella finzione, i tre sono protagonisti della raccolta di racconti Fricciones, che vale appunto il Nobel al grande scrittore argentino, “e se abitualmente i personaggi esistono e sono determinati dalla scrittura dell’autore, nel caso delle mie Fricciones sono stati invece i personaggi stessi a segnare per sempre colui al quale è toccato in sorte di essere, per puro accidente, il semplice autore”. Finiscono così per accompagnare il Maestro in quest’avventura che li precipita di male in peggio, spedendoli dopo il tentativo di sequestro da parte degli scherani del governo sull’Isola di Mr. Whitesnow, la capitale mondiale del guano.

Non dobbiamo dimenticare che Alberto Breccia era stato strettissimo collaboratore di Hector Oesterheld e che proprio con il padre dell’Eternauta aveva lavorato su una vita a fumetti del Che che, molto probabilmente, fu una delle ragioni che portarono al rapimento e alla successiva sparizione dello sceneggiatore nel 1977. Quando si mise all’opera su Perramus, nel 1983, il ricordo dell’amico desaparecido doveva vibrare intenso, e possiamo ritrovarlo ancora nitido in una dichiarazione rilasciata dallo stesso artista a Milano nel 1988, in occasione di una mostra dedicata alla sua opera: “Non volevamo che calasse la tensione, che gli argentini tornassero a veder rosa troppo presto”.

E se la minaccia sinistra della dittatura dei generali si staglia sullo sfondo anche di questo terzo episodio ambientato fuori dall’Argentina, su un’immaginaria isola che potrebbe essere un paradiso caraibico come un’immaginaria reinterpretazione delle Malvinas/Falkland, Breccia e Sasturain trovano nel paradosso la chiave di lettura della storia. L’Isola è un luogo non meno emblematico delle figure dei quattro protagonisti, nella cui allegoria vive trasfigurata la tragicomica situazione di ogni repubblica delle banane. La repubblica del guano basa sugli escrementi dei volatili la propria precaria economia e i suoi abitanti sono pertanto costretti ad attendere con ansia una pioggia fecale per vedere risollevate le sorti stagnanti della propria nazione. “Il problema non è la merda. Al contrario, è la soluzione!” insegna il lacchè di Mr. Whitesnow. Paradigmatico e attualissimo tuttora, non è vero?

A contrapporsi al regime, si batte ormai solo il Circo Isolano Clandestino, erede spirituale dell’antica tradizione circense dell’Isola messa al bando dalla dittatura (che è arrivata a dichiarare fuorilegge la stessa parola “pagliaccio”, come se fosse la più affilata delle armi contro il governo… e forse è davvero così), che oppone una strenua ed eroica resistenza all’assenza di fantasia di “un’isola di merda”. Caduto nelle mani di Mr. Whitesnow, Borges è costretto a tenere conferenze a una platea di nani, il simbolo vivente dell’antica cultura abolita dal nuovo regime, sorvegliato da un Perramus sempre più disincantato e cinico, mentre Canelones e il Nemico finiscono nelle mani del C.I.C. e si lasciano coinvolgere nella causa persa della resistenza. E quando un tentativo di scuotere le coscienze con un blitz circense in una fabbrica di guano fallisce davanti all’incapacità degli operai di divertirsi, la critica della rivoluzione vive il suo requiem nelle parole definitive del Nemico, già avversario del regime prima di ritirarsi in esilio: “Sappiamo che abbiamo ragione, forse… Ma oltre ad avere ragione, bisogna convincere la maggioranza… Una verità per pochi è quasi una menzogna…”

Da qui in poi è tutta una concatenazione di episodi, con continui capovolgimenti di fronte tra la resistenza e il regime di Mr. Whitesnow, finché questi non accusa di tradimento Borges e Perramus e li condanna all’esilio per cannoneggiamento fuori dalle frontiere dell’Isola e una provvidenziale pioggia di guano interrompe la cerimonia ricoprendo di merda gli astanti. È solo il presagio dello sbarco sull’Isola dei gringos di Mr. Mastershit (la cui fantasia diplomatica richiama in una certa misura la figura-chiave di Henry Kissinger), che porta un progetto innovativo per sfruttare il “fenomeno fisiologico” che si scontra presto con i piani di predominio di Mr. Whitesnow, obbligando quest’ultimo ad abbracciare la causa della resistenza per scacciare gli invasori dall’Isola. La sontuosa sarabanda finale è il culmine prodigioso del caos e del grottesco, che porta all’unica soluzione possibile: una rivoluzione dal sapore amaro di restaurazione.

E il senso della storia orchestrata con estro e impreziosita da tocchi di dirompente ironia da Sasturain e Breccia è tutto concentrato in uno scambio tra Borges e Perramus, collocato proprio nel fulcro narrativo attorno a cui si dipana l’intreccio.

Perramus: «Maestro, stanno dormendo… Perché insiste sull’argumentum ornithologicum?»
Borges: «Io non parlo affinché mi ascoltino, così come non mangio affinché mi pesino o sono cresciuto affinché mi misurassero… Capisce?»
Perramus: «No.»
Borges: «Non importa. Non le spiego affinché capisca.»

C’è altro da aggiungere?

L’isola fantasma sull’orlo del mondo

Posted on Maggio 2nd, 2010 in Kipple, Proiezioni | 1 Comment »

Gunkan-jima (letterlamente “isola corazzata”) è stata a lungo il posto più densamente popolato della Terra ed è singolare che nessuno di noi ne abbia mai sentito parlare. Situata a 15 km dalla costa di Nagasaki, Hashima (questo il suo nome ufficiale) cominciò a essere sfruttata a partire dal 1887 per i suoi giacimenti carboniferi. Acquistata dalla Mitsubishi nel 1890, fu trasformata in una autentica isola-alveare: ospitò il primo edificio in cemento armato del Giappone (ai primi del ‘900) e presto fu cementificata in larga parte, arrivando a ospitare in edifici di 9 piani fino a 5.000 persone nel periodo del suo picco demografico. 5.000 persone, su uno sperone di roccia di 400 metri per 140. Una densità di 835 persone per ettaro (laddove oggi ne vivono 430 a Kowloon e Manila, 292 a Delhi e 250 in certi quartieri di Napoli). E intorno nient’altro che acqua, con onde spesso minacciose a interrompere ogni collegamento con la costa del Giappone.

Questa è una storia che richiama da vicino quella di Oil Stones, la città sovietica costruita nel Mar Caspio.  Vi furono edificati dormitori, ristoranti, scuole, ospedali e luoghi di culto, con l’intento di mitigare la permanenza degli operai e delle loro famiglie. Possiamo affermare che l’isola è uno dei simboli rimossi dell’industrializzazione del Sol Levante. Fonti sud-coreane denunciano che 500 cittadini coreani deportati dalle loro case furono costretti a vivere e lavorare qui, durante la Seconda guerra mondiale. Negli anni ‘60, man mano che il petrolio sostituiva il carbone nell’industria giapponese, la miniera di Gunkan-jima cominciò a perdere la sua importanza strategica. Nel 1974 la Mitsubishi annunciò la sua chiusura e Hashima si trasformò presto in un’isola fantasma. Venti anni di silenzio e abbandono, prima che il cinema la riscoprisse (con Battle Royale II: Requiem) e nel 2009 venisse riaperta al pubblico. Oggi un comitato la candida all’UNESCO come Patrimonio dell’umanità.

Quello che segue è un documento unico che testimonia il ritorno sull’isola di uno dei suoi abitanti, a distanza di più di trent’anni dalla partenza. Ringraziate Franco Brambilla, è stato lui a scovare il video nei meandri della rete e segnalarmelo. Per ulteriori informazioni, vi rimando alla pagina di Wikipedia.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Hashima (Gunkanjima), Japan 2002 part 1

Gunkan-jima

Posted on Maggio 1st, 2010 in Kipple, Micro | No Comments »

Primo maggio: Radio Karma è lieta di annunciare a tutti i lavoratori una gita premio sull’isola-che-non-c’è! Maggiori dettagli a seguire… Restate sintonizzati!

Dove ho trascorso il 1998?

Posted on Marzo 29th, 2010 in Connettivismo, False Memorie, Graffiti, Sezione π² | 4 Comments »

Effetti collaterali di Anobii. Oziando sulle statistiche del mio profilo, risalta una battuta di arresto nell’escalation del mio feeling con la lettura. Lo stop si situa tra il 1997 e il 1998. Non è un caso. In quell’autunno ci fu l’uscita dell’atteso videogame di Blade Runner realizzato dai Westwood Studios, di cui entro breve divenni il pusher della mia cricca (be’, di più in effetti: della mia classe e del mio autobus - vabbe’, erano tempi duri, il rivenditore più vicino a 80 km e spero che dopo 13 anni ogni eventuale reato sia caduto in prescrizione… ok?).

Ricordo ancora le serate trascorse a esplorare gli scenari alternativi previsti dal meccanismo di gioco, per l’epoca il più rivoluzionario che fosse stato mai concepito. Ricordo alla perfezione le atmosfere fumose del 2019, le strade di Los Angeles infestate dal kipple e sommerse dalla pioggia, la colonna sonora di Vangelis… Dopo aver divorato il libro di Dick e imparato a memoria le scene del film di Ridley Scott, la frontiera dell’interattività mi spingeva verso un diverso piano di coinvolgimento. Oggi, nell’epoca di Second Life, dei MMORPG e dei social network, potrà sembrare banale e forse poco credibile, ma per l’epoca la possibilità di sperimentare soluzioni diverse e percorsi di gioco alternativi ad ogni sessione (se non ricordo male, 7 schemi), introducendo il fattore casuale del comportamento del protagonista (tra 4 diverse opzioni) fino ai 4 diversi finali, era un’esperienza estraniante, che dava sul serio la sensazione di avere davanti un mondo capace di reagire all’input delle nostre scelte e azioni.

Per farla breve, per me fu una scoperta illuminante.

Il kipple, in effetti, non è l’unica idea che rubai a Dick e al videogioco (dal film Ridley Scott e Hampton Fancher lo lasciarono fuori, insieme al Mercerismo e all’ossessione religiosa). Anche Guzza, secondo molti il personaggio più riuscito di Sezione π², proviene da lì. Certo, nel videogioco non fa una bella fine e non è nemmeno particolarmente simpatico, ma l’idea di un poliziotto sovrappeso, provocatore e antitetico alla politically correctness era già presente con quel nome in Blade Runner, il videogioco.

Certo, poi il mio Guzza ha sviluppato una personalità tutta sua, avendo avuto 8 anni per crescere e maturare. Una personalità che non mi ha creato problemi a trovargli una storia personale e una spiegazione per il soprannome che sembra essere parsa credibile a tutti i lettori. Ma le radici della Sezione, al di là della fantascienza di Dick e di Gibson, del postmoderno di Pynchon e delle visioni lisergiche di William Burroughs e Alan Moore, del noir di Chandler e dei film di Hong Kong, affondano anche in quel videogame che oggi sembra dimenticato da tutti, ma che ha monopolizzato un’intera stagione della mia vita tra il ‘97 e il ‘98.