Cartoline dall’Irpinia

Posted on Agosto 9th, 2011 in Nova x-Press | 6 Comments »

Da domani, quasi in ferie, comunque lontano dalla connessione. Qualche giorno di lavoro, qualche giorno di ozio totale, e poi di nuovo sotto con il romanzo. Che sta procedendo bene, in fase di revisione, grazie ai consigli di due amici abituati a smontare le cose che scrivo. Ma ne parleremo a tempo debito.

Intanto, come anticipato ieri, lo Strano Attrattore continuerà le trasmissioni. L’occasione mi sembrava propizia per riprendere il discorso intrapreso un po’ di tempo fa. Così, da venerdì prossimo, appuntamento ogni venerdì fino alla fine del mese con una nuova puntata del racconto a episodi Stati indotti di narcolessia.

Noi ci rileggiamo a settembre, per finire la storia e aggiornarci sul resto. Qui sotto, una cartolina dall’Irpinia.

Revenant: a volte ritornano

Posted on Agosto 8th, 2011 in Connettivismo, Nova x-Press | 8 Comments »

Prima della pausa agostana (che, se mi riesce una sorpresa per i lettori del blog, pausa non sarà per lo Strano Attrattore), mi preme tener fede a una promessa fatta a due studenti della facoltà di Psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, Antonio Cerrato e Julian Shabi. I due intraprendenti giovani hanno deciso, bontà loro, di intervistarmi sulla genesi dei racconti di Revenant per la tesina che hanno poi presentato con successo al corso di Antropologia Culturale del prof. Vincenzo Padiglione.

La lunga conversazione, tutta svolta via e-mail la scorsa primavera, è andata a costituire l’ultima sezione del loro saggio, che ha analizzato il fenomeno dei non-morti nell’immaginario degli ultimi decenni, oltre che sul fronte letterario anche su quello televisivo (con la serie Ghost Whisperer - Presenze), cinematografico (con il film The Others) e musicale (il videoclip di Michael Jackson per Thriller). Sono particolarmente contento per loro del risultato, per cui ho pensato con il loro consenso di pubblicare la parte che mi riguarda, in cui vengono affrontati temi di più ampio respiro, sia in ambito letterario (la fantascienza, il fantastico, il connettivismo) che “antropologico” (l’influenza delle leggende della tradizione sull’immaginario dello scrittore), prima di incentrarsi sull’antologia e la sua struttura.

La trovate integralmente dopo il salto.

Nell’immagine, una rappresentazione di Xipe Totec, divinità azteca preposta
alla rinascita, al passaggio dalla vita alla morte e viceversa,
scelta da Cerrato e Shabi come nume tutelare per il loro progetto.

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Marginal Land Blues

Posted on Novembre 24th, 2010 in Agitprop, Micro | No Comments »

Dal blog di Alessandro Portelli riprendo questo articolo di particolare attualità, per l’ininterrotta sequenza di notizie incentrate sul settore minerario che hanno riempito i mass media negli ultimi mesi, per la particolare affinità con il mood da terra ai confini della memoria che ancora avvolge questo 23 novembre e per rendere ancora una volta omaggio a Breece D’J Pancake, che non è mai abbastanza.

Cenere alla cenere

Posted on Agosto 1st, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | 6 Comments »

Il racconto è su Carmilla. Per riepilogare i contributi pubblici che hanno reso possibile la sua stesura, vi rimando alle precedenti puntate: 1 e 2. Grazie a tutti quanti hanno voluto fornire la loro testimonianza e il loro apporto all’iniziativa e a Valerio Evangelisti per aver apprezzato il risultato finale.

1980: una ricostruzione d’ambiente

Posted on Luglio 9th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi, Graffiti | 42 Comments »

Starei scrivendo un racconto ambientato nel 1980 (di cui al momento non dico altro), se non mi trovassi poi la sera impegolato in lunghe sessioni di ricerca e documentazione per ricostruire l’ambiente di quell’epoca. Il 1980 è stato un anno cruciale nella storia d’Italia e questo lo sappiamo: la strategia della tensione, il calcio scommesse, Ustica, la strage di Bologna, la cassa integrazione FIAT e la marcia dei quarantamila, la banda della Magliana che imperversa a Roma e la mafia che colpisce in Sicilia, la P2 che minaccia il Paese, il concerto di Bob Marley a Milano e il Terremoto dell’Irpinia. Di timeline la rete abbonda (da Wikipedia a Anni ‘70) ma non è questo che mi interessa davvero.

Mi piacerebbe in effetti avere qualche impressione di prima mano da parte di chi quell’anno lo ha vissuto, da bambino, da ragazzo o da adulto. Sono interessato ai piccoli dettagli, ai particolari anche insignificanti di quell’epoca - meglio, ma non necessariamente, se cancellati poi dalla trama del mondo con lo scorrere del tempo. Qual era il panorama che si vedeva sulle strade e quali modelli di auto dominavano il quadro? Quali stazioni di servizio e quali insegne campeggiavano sulle pompe di benzina? Che musica veniva riversata fuori dai juke-box nei bar e quali liquori era frequente vedere serviti nei bicchieri degli avventori? Fate voi, pensando a tutti quegli elementi che, in definitiva, vi sembrano necessari per rievocare lo Zeitgeist di quell’anno, magari da angolazioni oblique. Quegli elementi che non è facile trovare se non scavando nelle pieghe della rete o della nostra memoria, ma che risultano fondamentali per ricreare il mood di una stagione della nostra vita, perché lì dentro - in qualsiasi riproduzione artificiale del 1980 - non possono assolutamente mancare.

Sto chiedendo in prestito le vostre sensazioni personali, i simboli che quell’anno vi ha lasciato attaccati addosso, la vostra fotografia privata (rielaborata da questi trent’anni che ci sono stati in mezzo, anche la nostalgia è parte integrante del gioco) depurata dalla filigrana dell’iconografia prevalsa grazie alla logica dell’amarcord di massa. Credo che un esperimento di questo tipo possa portare a esiti interessanti, oltre che arricchire notevolmente l’esperienza della mia scrittura. Non che cambi niente, ma il racconto è un racconto di fantascienza. Se vi va di contribuire, lo spazio dei commenti è a vostra disposizione. Grazie a tutti!

Archetipi del sogno: acque pericolose

Posted on Aprile 15th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi | 3 Comments »

Leggevo le parole molto partecipate che Valerio Evangelisti ha dedicato (su Carmilla, un paio di settimane fa) a un misconosciuto romanzo di fantascienza catastrofica riapparso sul mercato editoriale anglosassone dopo la prima apparizione nel 1992 e approdato qui da noi solo adesso sull’onda - è il caso di dirlo - della riscoperta. Mi sono ritrovato per le mani L’anno dell’inondazione nel corso un paio di volte, nel corso delle mie spedizioni librarie di marzo (mese molto intenso, che ha arricchito la mia libreria di molti libri a lungo inseguiti o attesi, come gli ormai introvabili volumi delle Presenze Invisibili - che raccolgono l’opera breve di PKD a cura di Vittorio Curtoni - e la riedizione di Dashiell Hammett curata da Sergio Altieri, a cui facevo riferimento nei giorni scorsi). Entrambe le volte ho lasciato il romanzo di David Ely sullo scaffale, ma una sinistra nube di presagi si sta addensando intorno al tema del contenimento dell’oceano e alla minaccia dell’acqua.

Scrive il Magister:

L’originalità di Ely, quella che conferisce al suo romanzo una struggente forza poetica, sta però nell’avere eletto a protagonista autentica la Barriera: costruzione magnifica e orribile al tempo stesso, ipnotico crinale tra la furia dell’oceano e una vita artefatta che, nel gorgo di una futura catastrofe inevitabile, merita solo di essere sommersa e cancellata.

Al di là del fatto che un altro sbarramento (la diga di Herschel) gioca il ruolo di protagonista nell’Ultima Luce di Altieri, qualche giorno fa su un trenino diesel lanciato attraverso il far west dell’Alto Tavoliere verso le estreme propaggini orientali dell’Irpinia, leggevo Big Sur di Jack Kerouac (e la mia scoperta del buon Duluoz, per assecondare i miei istinti non-lineari, non poteva che partire dal Ti Jean della maturità e del disincanto), dove trovavo nel V capitolo il seguente passaggio:

E come ho detto quell’oceano che ti viene incontro più alto di dove ti trovi simile ai porti delle antiche xilografie sempre più alti delle città (come Rimbaud ha fatto rilevare rabbrividendo)…

Immagini di oceani e abissi giocano da sempre un ruolo centrale nelle mie elaborazioni oniriche. Non penso che sia un evento tanto raro, se è vero che l’acqua è un simbolo talmente forte - anche solo come elemento alla base della vita - da essersi meritato un capitolo tutto dedicato nei vari manuali di interpretazione dei sogni. Proprio di recente mi capitava di assistere nel sogno a una prospettiva, per altro molto lovecraftiana (e trattandosi di acqua e abissi, poteva essere diversamente?), di un’immane massa d’acqua premente contro uno sbarramento ciclopico eretto da ignoti ingegneri a difesa di un golfo, che avrebbe potuto essere quello di Napoli in un universo parallelo. Una tappa quasi obbligata, in questo periodo, per il mio peregrinare notturno.

L’acqua è di solito associata all’amnio materno (l’origine di tutto e per estensione si potrebbe pensare forse alle occasioni di rinascita, all’idea del cambiamento) e allo scorrere della vita (ancora una volta il flusso degli eventi connesso a qualche tipo di cambiamento). Ma nel caso del mio sogno, che ho ritrovato scolpito con una fedeltà sconcertante nelle parole di Kerouac, a predominare era l’idea di una massa statica, una marea poderosa contenuta dallo sbarramento, a incombere sulla città del sogno mentre forze oscure e invisibili ne agitavano gli abissi. Sarebbe bastata una lieve perturbazione esterna per produrre l’esondazione e la catastrofe. La contrapposizione tra le forze della natura e la fragilità dell’opera umana, immortalata nella celeberrima Onda di Hokusai, si trovava perfettamente sintetizzata in quell’immagine. E così forse in questo caso il simbolismo dell’acqua si lega meglio all’insconscio, su un binario ballardiano che conduce direttamente ai suoi psico-cataclismi sommersi.

“La Grande Onda di Kanagawa”, di Katsushika Hokusai.

Il 23 novembre nella memoria

Posted on Novembre 23rd, 2009 in False Memorie, Micro | 1 Comment »

I fatti rivivono spesso trasfigurati nella memoria. Quella sera, nei racconti di mia madre e di chi c’era, assume spesso le sfumature di un sogno, pronto a virare nell’incubo che annulla ogni certezza mentre ti toglie la sicurezza della terra sotto i piedi. Come ogni anno, gli irpini ricorderanno quel giorno di 29 anni fa raccogliendosi per pregare e ricordare le vittime. Ho smesso di pregare da un pezzo, ma non rinuncio a questa breve nota. Solo poche righe, per ricordare. Forse la luna non era rossa come una luna indiana, ma in fondo non importa. Il terremoto ha scosso anche la memoria, insieme alla terra.

Impressioni d’autunno

Posted on Novembre 3rd, 2009 in False Memorie | 2 Comments »

Dopo il cambio dell’ora, l’autunno è un vortice che avvolge le giornate. Non so a quando risalga con esattezza la mia simpatia, ma sono anni che per me è l’autunno la più dolce delle stagioni. Porta con sé una tenerezza mite che ancora non degenera nel torpore invernale. E’ un mese strano, va bene, e sarò strano anch’io. Al liceo cercavo l’autunno nelle tavole di Dylan Dog e la coincidenza vuole che quest’anno, complice una fortunata razzia alla stazione di Bologna, proprio nei giorni scorsi sia tornato a nutrirmi delle avventure surreali dell’old boy. Preferisco l’autunno perché da sempre porta un presagio di riposo, anche se non ti annega mai nel mare della tranquillità. D’autunno, ho appuntamento con Raymond Chandler. Leggo Marlowe e scrivo. Mentre cammino per strada fiuto l’aria, cerco l’odore dei caminetti e delle foglie cadenti. Per uno strano effetto di slittamento stagionale penso a Italo Calvino. Ricordo l’Irpinia, in ottobre. Indugio in una sospensione ipnagogica in cui le nuvole all’improvviso si aprono e lasciano campo a un cielo immobile. Nell’aria tersa, la luce sgorga dalle cose e spiove obliqua sulla campagna, cristallizza in un sogno d’ambra il canto del cigno della natura. L’autunno non ha bisogno di lune o tramonti per sognare.

Impressioni di viaggio in una terra marginale

Posted on Ottobre 18th, 2009 in False Memorie | 3 Comments »

Sabato mattina, ancora. Il luogo è Lioni, un centro irpino adagiato nell’alta valle dell’Ofanto. Un posto con una sua storia, tra i più colpiti dal terremoto del 1980. Un comune che già a partire dagli anni ‘80 aveva provato a reagire, dando prove incoraggianti, certamente più di tanti altri paesi in cui si poteva percepire senza difficoltà come la Ricostruzione rappresentasse al massimo il ritorno all’ultimo punto di ripristino salvato prima del sisma, e nei casi peggiori un’opportunità irresistibile offerta ai politici locali per rimpinguare le casse di famiglia.

Lioni è stato tra i primissimi comuni del cratere a rilanciare la propria vita commerciale, con la realizzazione di un’area dedicata capace di attirare un bacino di clientela interprovinciale (Salerno, Potenza e Avellino) in quello che, quanto a economia, rimane un territorio marginale ancora oggi malgrado le importanti risorse naturali. Fatto sta che, a cavallo tra gli anni ‘90 e i primi anni ‘00, era la sua vita notturna a calamitare i ragazzi della mia generazione. I suoi 2 cinema rappresentavano la metà delle sale cinematografiche della zona nel raggio di 30 km. I pub erano presi d’assalto nei fine settimana da comitive disposte ad affrontare anche un centinaio di chilometri d’asfalto, con tutti i rischi che comportava la guida dopo una serata alcolica.

Ma da qualche anno a questa parte anche Lioni pare che stia tirando il fiato.

Ieri camminavo su un marciapiede lastricato di pietra lavica sotto un cielo che minacciava pioggia, nel cuore del centro abitato, di fronte alla stazione ferroviaria. E per strada non c’era anima viva. Bar e tabacchini vuoti in maniera desolante si affacciavano sull’asse urbano di via Marconi. Il benzinaio di via Ortolano attendeva nella sua cabina la prossima automobile da servire. Con il traffico rarefatto della mattinata sarebbero potute trascorrere ore.

La stazione, se così vogliamo continuare a chiamarla, sembra più un museo. Inaugurata nel 1895 all’entrata in servizia della storica linea Rocchetta Sant’Antonio - Avellino, è stata per anni sede di un flusso viaggiatori piuttosto consistente, anche in virtù del fatto di essere praticamente integrata nel centro abitato, a differenza di quasi tutte le altre stazioni della stessa linea. Oggi si presenta stretta tra un edificio del dopolavoro ferroviario ormai abbandonato e uno scalo merci in disuso e accoglie 8 corse al giorno: una verso Rocchetta e tre verso il capoluogo, una delle quali con diramazione a Salerno. Andata e ritorno. Sull’ingresso campeggia il manifesto di un’iniziativa culturale volta al recupero della memoria storica del territorio, che trovo quanto mai opportuna in questa sede.

Le stazioni sono uno dei tanti indicatori dello stato di salute del territorio. Una stazione morta ha quasi sempre alle spalle un territorio abbandonato. E’ quanto è possibile vedere sulla linea Salerno - Sicignano - Potenza, come pure sulla Rocchetta - Avellino. Ed è quanto temo che possa accadere prima o poi a un’altra linea a cui mi ritrovo affezionato, la Foggia - Potenza: malgrado un flusso di passeggeri ancora significativo, nel tratto compreso tra Foggia e Melfi l’unica stazione ancora presidiata resta proprio Rocchetta Sant’Antonio che, come tutti nella zona ricordano, ha conosciuto decisamente tempi migliori di quelli che vive attualmente.

A Lioni l’impressione non è diversa.

Restano le scuole che hanno cresciuto ormai due generazioni di ragazzi della zona. Ma le poche novità che si sono succedute negli ultimi anni sembrano essere state il colpo di grazia definitivo al suo sogno di sviluppo. Il Cinema Nuovo è diventato un multisala ed è entrato nel circuito della grande distribuzione cinematografica, orientando la sua offerta verso la dieta delle famiglie o, in alternativa, del pubblico con le pretese minori: una ricetta dominata da blockbuster e cinepanettoni. Ma il vero monumento al crollo delle aspirazioni di crescita è rappresentato dal nuovissimo centro commerciale delle Fornaci. Costruito alle porte della cittadina, avrebbe dovuto amplificare la vocazione di Lioni al commercio e invece ha finito col succhiare affari tanto alla vecchia area commerciale quanto agli esercizi dell’abitato, attirando sì il flusso dei clienti, ma a tutto discapito delle attività del resto del paese. Si è trattato insomma di un dirottamento di capitali e di una loro focalizzazione, piuttosto che di una crescita del giro d’affari. E le ricadute hanno generato tra i lionesi nient’altro che mugugni e malumori.

Nemmeno la sera è più la stessa. Un po’ tutti i grandi comuni della zona hanno scoperto la formula dell’intrattenimento spiccio per ragazzi e, con la complicità di ordinanze comunali dal sapore proibizionista (orari rigidi di chiusura dei locali e zero flessibilità), hanno eroso la vita notturna di Lioni che per anni ha assolto alla funzione di nucleo aggregatore come e meglio delle stesse scuole, se è vero che i compagni di banchi che si separavano dopo la maturità non si perdevano mai di vista grazie alla movida notturna. In compenso, tra le montagne che incoronano la valle dell’Ofanto hanno aperto un night, che assicura agli sbarbatelli l’ebbrezza di sogni umidi e agli adulti consenzienti il miracolo dell’evaporazione dei capitali sopravvissuti alle lusinghe locali del commercio.

Ogni anno aumenta il numero dei ragazzi che lasciano questa terra per non farvi più ritorno, almeno in tempi brevi. Un tempo a partire erano gli studenti per l’università, oggi sono sempre di più quelli che si allontanano con un diploma in tasca per cercare un lavoro. La mia generazione è cresciuta con l’esempio dei laureati che rientravano in paese dopo gli studi e diventavano professionisti. Purtroppo si è trattato di un esempio impossibile da replicare.

Di sicuro la Ricostruzione ha esaurito il suo impulso da una decina di anni a questa parte.

Ma se dagli anni ‘90 ad oggi nessuno è stato in grado di inventarsi qualcosa che abbia saputo trattenere - o magari richiamare - i giovani in questa terra, è legittimo credere che i parametri sui quali venne impostato il processo avesse delle basi sociali fragilissime, al di là delle sue limitazioni politiche. Guardandoci indietro, oggi, non è difficile dire che i modelli di sviluppo ai quali ci si è rivolti in questi anni fossero sbagliati. Il commercio non era e non doveva essere la risposta alle esigenze del territorio. L’agricoltura, il turismo e l’energia verde avrebbero forse potuto garantire una fonte occupazionale prolungata, propagando nel tempo gli esiti della Ricostruzione perché non si limitassero al solo cemento. E di sicuro non avrebbero potuto riuscirci ciascuno per conto proprio, ma solo attraverso la reciproca integrazione. Il commercio sarebbe stato una conseguenza.

Tra poco più di un mese ricorrerà il 29simo anniversario del Terremoto. E siamo ancora all’anno zero, qui in Irpinia.

Di ritorno verso Castelnuovo lungo l’Ofantina, guardavo la montagna divorata dall’immensa cava. Proprio come le ruspe, un boccone dopo l’altro, quaggiù, si sono mangiati il futuro della mia generazione e forse anche di quella che verrà dopo. La gente si lamenta, rimpiange i figli lontani e i tempi moderni. Io mi domando se questo risveglio tardivo delle coscienze non serva a mascherare pensieri più cupi, come il rischio di una nuova, massiccia ondata di emigrazione. E la regressione dei nostri paesi verso comunità di diseredati e di pensionati.

Dick Hugo: Sfumature di grigio a Philipsburg

Posted on Settembre 6th, 2009 in Connettivismo, Graffiti, Letture | 5 Comments »

Ho scoperto Richard F. Hugo grazie a L’ultimo vero bacio di James Crumley, che dai versi di Degrees of Gray in Philipsburg attinse per il titolo e il mood del suo capolavoro, e attraverso l’esperienza di Hugo maturò la propria passione per la crime fiction. Riprenderemo il discorso sugli echi della poesia cupa ed elegiaca di Hugo che percorrono l’opera di Crumley in un articolo per Next-Station.org, che si appresta finalmente a ripartire.

Nel frattempo vi rimando alla pagina dedicata a Dick Hugo sul sito della Poetry Foundation, dalla quale apprendo solo ora che prima di passare a insegnare letteratura inglese all’Università del Montana di Missoula, Hugo lavorò per 13 anni circa, dal 1951 al 1963, presso gli stabilimenti di Seattle della Boeing. A quanto ci è dato sapere, in quella stessa sede lavorò per un paio di anni all’inizio dei Sessanta niente meno che Thomas Pynchon. Non sappiamo se i due siano entrati in contatto prima di avviare le rispettive carriere letterarie. Di certo resta l’interessante coincidenza di due talenti della letteratura al servizio per il colosso aerospaziale statunitense.

Philipsburg, Montana (via Western Mining History)

Nel 1964, dopo un anno trascorso a Matera, Hugo si spostò nel Montana per dedicarsi all’insegnamento e qui ebbe modo di toccare con mano la drammatica condizione dei minatori, degli operai e degli allevatori di una delle regioni meno sviluppate d’America. I critici hanno elogiato la sua poesia per il controllo della parola e del ritmo, per la densità dei dettagli con cui riusciva a rendere “l’incontro tra i paesaggi” (F. Garber) esteriori (della natura selvaggia) e interiori (dell’animo umano), senza risparmiare nei suoi quadri intrisi di tragica ironia blande note di speranza ispirate dalla constatazione della resistenza della specie umana. Viene da riportare per intero un passo scritto da Salvatore Proietti nel suo saggio dedicato a Philip K. Dick (in Voci dagli Stati Uniti), che si sposa perfettamente alla propensione di Hugo a usare l’umorismo come “un tentativo di immaginare strategie di resistenza, sopravvivenza e speranza (di endurance, diremmo con Faulkner) di fronte a mondi possibili e a un mondo reale sempre più in preda della disumanità”.

La città dipinta in Degrees of Gray in Philipsburg è una comunità di minatori che sorge nella contea di Granite (Montana occidentale), di cui è anche capoluogo. La zona conobbe una rapida esplosione demografica verso la fine dell’800, con la scoperta di giacimenti d’oro, argento e magnesio. Ma già al giro di boa del XX secolo il successo aveva cominciato a sfumare e i centri della regione si stavano trasformando in ghost town. Al censimento del 2000 Philipsburg contava appena 914 anime. Hugo la ritrae con una manciata di pennellate, precise però al punto da evocare l’atmosfera dimessa e la rassegnazione dei suoi abitanti condannati a un destino di stenti dalla progressiva chiusura delle miniere. Ne esce un affresco in cui possono rispecchiarsi migliaia di città simili sparse per il mondo, che dopo il sogno di una rinascita hanno conosciuto il triste tratto discendente della parabola.

Philipsburg, Montana (via Western Mining History)

Il Montana, come l’Irpinia, come la Val d’Agri, come…

Sfumature di grigio a Philipsburg

di RICHARD F. HUGO
(traduzione di Salvatore Proietti e Giovanni De Matteo,
rivedendo la prima strofa tradotta da 
Luca Conti per Einaudi)

Magari vieni qui, domenica, per sfizio.
Diciamo che la tua vita è andata a rotoli. L’ultimo vero bacio
te l’hanno dato anni e anni fa. Percorri queste strade,
tracciate da dementi, passi davanti ad alberghi
che non sono durati, a bar che invece sì,
agli angosciosi tentativi della gente del posto
di dare un’accelerata alla propria vita.
Soltanto le chiese sono ben tenute. Quest’anno
la prigione ne ha compiuti 70. L’unico prigioniero
è sempre dentro, senza sapere cos’abbia fatto.

Il principale affare trainante adesso
è la rabbia. L’odio per i diversi grigi
inviati dalla montagna, l’odio per la fabbrica,
l’abrogazione della Legge sull’Argento, le ragazze più apprezzate
che ogni anno partono per Butte. Un solo
buon ristorante e i bar non riescono a spazzar via la noia.
Il boom del 1907, otto miniere d’argento in attività,
una pista da ballo costruita su molle –
tutti i ricordi si trasformano in sguardo,
nel verde del panorama distingui il bestiame al pascolo
o i due comignoli alti sulla città,
due forni spenti, l’enorme fabbrica da cinquant’anni
sul punto di crollare che alla fine non verrà giù.

Non è questa la tua vita? Quel vecchio bacio
che ancora ti brucia gli occhi? Questa sconfitta non è così precisa
da far sembrare la campana della chiesa niente più di un
un puro annuncio? Suona e non viene nessuno.
Non fanno rumore le case vuote? Bastano il magnesio
e il disprezzo per sostenere una città,
non solo Philipsburg, ma città
di sventole bionde, vero jazz e liquori
che il mondo non ti lascerà mai avere
finché la città da cui vieni non sarà morta dentro?

Risponditi di no. Il vecchio, ventenne
quando costruirono la prigione, ride ancora
malgrado le labbra rotte. Un giorno di questi,
dice, mi metterò a dormire e non mi sveglierò.
Digli di no. Stai parlando con te stesso.
La macchina che ti ha portato qui funziona ancora.
Il denaro con cui ti sei pagato il pranzo,
non importa da quale miniera venga, è d’argento
e la ragazza che ti ha servito
è snella e i suoi capelli rossi illuminano il muro.

 Edward Hopper, El Palacio (1946).