Riserve italiane

Posted on Settembre 19th, 2010 in Agitprop, Nova x-Press | 1 Comment »

Ieri, nel secondo anniversario della mattanza di San Gennaro, il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati di Castel Volturno ha sfidato il divieto dell’amministrazione comunale e inaugurato una targa commemorativa in ricordo dei sei ragazzi provenienti da vari stati africani (Togo, Liberia, Ghana) sterminati nella notte di San Gennaro del 2008 da un commando di casalesi. La strage resterà per sempre una macchia sulla coscienza civile di questo paese, grazie alle autorità e alla stampa che ne riprese la linea ufficiale che, ancora diversi giorni dopo la carneficina, parlava di regolamento di conti tra clan della mafia nigeriana.

Il ricordo dell’altro giorno, con l’inaugurazione della scultura in ferro simbolo di fratellanza, voleva stimolare un momento di unità civile, di solidarietà e lotta al razzismo e alla legge di Gomorra, ma a quanto pare il primo cittadino di Castel Volturno non ha apprezzato. Antonio Scalzone, eletto lo scorso marzo con una lista appoggiata dal centrodestra, ha tenuto a ribadire la sua dissociazione dall’iniziativa e ha levato un urlo di rabbia contro la situazione del suo territorio. “Senza l’aiuto dello Stato, che qui ha abdicato, la nostra comunità farà la fine degli indiani d’America. Morirà sotto il peso dell’immigrazione” ha dichiarato. Parole da incorniciare, che rievocano la fulgida età dell’oro dei Regi Lagni, quando della camorra importata dagli immigrati nessuno aveva ancora sentito parlare, quando il governo faceva sentire il suo influsso benefico attraverso istituzioni e rappresentanti regolarmente e liberamente eletti dalla cittadinanza, quando, insomma, la Campania ancora non esisteva. Oppure, se ci dimentichiamo la storia delle elezioni, prosperava sotto l’Impero come residenza di vacanza di Tiberio e dei suoi successori…

Non so quanta gente ci fosse ieri al km. 43,000 della Domiziana, né quanti di loro fossero cittadini italiani di nascita, quanti regolari immigrati e quanti clandestini. Ma so che nel consiglio comunale di Castel Volturno, dopo la fine dell’amministrazione di centrosinistra di Francesco Nuzzo, non c’è un solo rappresentante del centrosinistra inteso in senso lato. Il PD che in queste ore cerca di capire chi si è portato a casa la bussola di chi, potrebbe pure fermarsi un attimo, oggi dopo pranzo, con calma, e riflettere su questo dato. C’è un territorio assediato dalla camorra, con gravi problemi di integrazione tra la popolazione locale e i numerosi immigrati che vi si sono stabiliti per tenerne in piedi l’agricoltura e l’edilizia della zona – spesso sfruttati come bestie e quasi sempre trattati come bestie anche al di fuori dei campi – e non c’è un solo delegato in consiglio comunale che possa prendere la parola e far presente al signor sindaco Antonio Scalzone che, al di là della decenza morale, non è un municipio la sede migliore per millantare menzogne e gettare discredito sulle vittime di una strage eseguita nel suo comune da cittadini italiani come lui.

Non è decoroso ed è eticamente spregevole che un primo cittadino sostenga che “è una celebrazione incauta perché rischia di ricordare persone che forse non erano innocenti. Mostro rispetto dinanzi alla morte ma, da quanto emerge dalle indagini dei carabinieri, tra quei morti ci potrebbero essere anche degli spacciatori”, quando il lavoro degli inquirenti ha accertato una verità diversa: una spedizione punitiva voluta dal boss Giuseppe Setola per mandare un avvertimento ai clan nigeriani della zona colpendo ferocemente un gruppo di innocenti, estranei ai loro traffici illegali e disarmati. Intervistato da Conchita Sannino, il pm Cesare Sirignano che si è occupato dell’inchiesta con il collega Alessandro Milita è stato chiaro e lapidario. Ne riprendo le parole perché è importante che le parole girino, che la verità si diffonda. Dimenticare o omettere significa cominciare a morire o, peggio, uccidere una seconda volta con l’aggravante dell’oblio.

Dottor Sirignano, gli atti giudiziari dovranno pur far testo per un sindaco. Può chiarire definitivamente se i sei ghanesi assassinati con 120 colpi di kalashnikov e pistole, nella sartoria, erano coinvolti in traffici illeciti oppure no?
No. Non risulta nulla del genere. Si trattava di persone dedite a lavori artigianali, chi faceva il sarto, chi il manovale. D’altro canto, ribadisco che ciò che colpì di quella strage fu proprio il mettere in conto di colpire casualmente: si doveva uccidere alla cieca se in quella sartoria non c’era il bersaglio che cercavano. Cosa che avvenne.

Ora che i collaboratori di giustizia lo hanno ripetuto in aula, vogliamo ricordare nel dettaglio come nacque l’idea di sterminare degli sconosciuti?
Quel giorno, Setola - che aveva già chiesto ad alcuni banditi extracomunitari una tangente sui loro traffici - cercava delle persone di colore da uccidere, preferibilmente i trafficanti con cui c’erano rapporti. Tant’è che inizialmente il luogo individuato dove andare a sparare era un altro: un ritrovo di immigrati accanto all’albergo “007″. Il progetto poi sfuma perché il commando si accorge che lì accanto ci sono telecamere che li esporrebbero troppo. Quindi, Setola chiede a Granato: “Ma se andiamo là fuori - intendendo la sartoria - li troviamo i neri?” Granato fa spallucce: “Ma sì, andiamo a vedere”.

Di fronte ad una pagina così cupa di una comunità locale, perché negare una lapide?
Mi pare che si sia persa un’altra occasione per andare verso l’integrazione di quella parte di comunità straniera che svolge lavori onesti, e umili. Sarebbe stato un segnale importante, e un piccolo seme, in una terra senza pace come Castel Volturno, già segnata da vecchie e nuove ferite. Dove l’intolleranza non è mai armata contro la sopraffazione criminale.

La storia degli indiani d’America è tuttavia emblematica. Le parole del sindaco di Castel Volturno testimoniano quella sindrome dell’accerchiamento che in Italia è sempre stata la principale forza responsabile della tenuta di gruppi sociali e politici, si parli di comunità o di governi. E’ la pressione esterna che tiene compatti i ranghi, ma senza la condivisione di regole basilari e inderogabili, alla prima interruzione di questa azione assistiamo alla misera disgregazione del forte eretto sul fondamento di una verità di comodo, effimera per sua natura. Manca la prospettiva del medio e del lungo periodo, ma prima ancora mancano le qualità umane per poter aspirare a una prospettiva di qualunque portata. Se rischiamo di fare la fine dei nativi americani, perché allora non chiediamo la separazione del meridione da Roma e l’istituzione per decreto del Presidente della Repubblica di una Riserva di Bassitalia volta a preservarne la specificità politica: corruzione, malgoverno, segregazione e criminalità organizzata.

Logica del dominio, all’ennesima potenza.

Avatar

Posted on Febbraio 14th, 2010 in Proiezioni | 14 Comments »

Alla fine, buon ultimo a due mesi dall’uscita e uno dalla release italiana, anch’io ho sperimentato la visione immersiva di Avatar. A essere sinceri, dopo l’iniziale attesa per l’evento, da qualche settimana era subentrato in me uno spirito di fatalistica rassegnazione: i pareri degli amici che già avevano avuto modo di vederlo erano concordi nel rilevarne la schematicità narrativa e contrapporla allo stato dell’arte della tecnica 3D adottata nelle riprese e nella resa video. Un giudizio che posso tranquillamente confermare, senza però rinunciare alla soddisfazione per lo spettacolo goduto.

Cominciamo col dire che Avatar è il classico film di James Cameron: le situazioni rivestono nell’economia della storia più importanza dell’intreccio e l’efficacia dei singoli momenti prevale decisamente sulla plausibilità dello sviluppo. D’altro canto, è ciò che nel suo cinema accade dai tempi di Aliens - Scontro Finale, The Abyss e Terminator (soprattutto il secondo, Il Giorno del Giudizio): al primo posto negli interessi del regista c’è la costruzione di uno scenario di profondità, con il worldbuilding che si spinge a definire una mitologia interna imprescindibile per consolidare un immaginario autonomo su cui posare le fondamenta della storia (l’innesto dell’orrore alieno concepito da Ridley Scott sul mito della colonia perduta, il confino negli abissi sotto la minaccia di una testata nucleare, la leggenda del salvatore dell’umanità che guida la resistenza contro Skynet); quindi viene il dato scientifico/tecnologico, inteso tanto al livello di elemento drammatico (l’avamposto umano trasformato in alveare alieno, la base sottomarina che entra in contatto con una civiltà abissale, il soldato cyborg mandato indietro nel tempo per assassinare/proteggere il futuro leader della resistenza umana alle macchine) che come tecnica cinematografica (emblematiche, in questo senso, le rivoluzioni operate prima con la CGI di Terminator 2, adesso con il 3D in alta definizione di Avatar); in ultima istanza la storia, vista sempre come interazione elementare tra i personaggi, da cui deriva lo schematismo consapevole in cui spesso si giocano le trame di Cameron e che, a fronte del contrappeso tecnico e immaginifico instillato nell’opera, può dirsi indubbiamente funzionale alla sua fruizione. Questo è in fin dei conti il suo marchio di fabbrica, che resta immutato anche in una pellicola come Avatar che prende le distanze dal techno-thriller in cui si erano mosse le sue precedenti prove fantascientifiche (in cui, non dimentichiamolo, dobbiamo annoverare anche la sceneggiatura e produzione di quello che è stato il miglior film di fantascienza degli anni ‘90, Strange Days, diretto da Kathryn Bigelow, come pure della serie TV cyber-gibsoniana Dark Angel che nei primi anni Zero lanciò alla ribalta una Jessica Alba ancora in erba), per virare verso i territori di una fantascienza spaziale quasi classicheggiante esteticamente ispirata dalle atmosfere dell’artista inglese Roger Dean.

Read the rest of this entry »

Cinema: shortlist 2009

Posted on Gennaio 19th, 2010 in Nova x-Press, Proiezioni | 3 Comments »

Dopo i fumetti, a cui vi rimando anche per il disclaimer, arriviamo ai film del 2009. Che cosa mi hanno riservato le visioni dello scorso anno? Risposta semplice: un gran numero di belle sorprese. Andiamo a riepilogarle insieme.

The Wrestler, di Darren Aronofsky. Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 2008. Un film crepuscolare sulla lenta, inesorabile caduta di una star del wrestling, che è al contempo una fotografia spietata delle dinamiche del successo e un affresco iperrealistico dell’underground in cui si possono facilmente rivedere tutti i fandom del mondo. Lo sfondo è quello della profonda provincia americana: dal New Jersey alla Rust Belt, scenari di periferie degradate, suburbi abbandonati allo squallore, città sonnolente che preferiscono condividere il sogno collettivo di uno showbiz tanto illusorio quanto effimero, piuttosto che scuotersi dal loro lento declino. Mickey Rourke ci regala una memorabile interpretazione del caduto in cerca di un ultimo riscatto - agli occhi di se stesso, della figlia che lo ha ripudiato, della spogliarellista segretamente innamorata di lui e del mondo intero - sotto i cerotti e le cicatrici di Randy “The Ram” Robinson. Dirige con mano sicura il newyorkese Aronofsky (due tappe fantascientifiche nel suo curriculum: Pi - Il teorema del delirio nel 1998 e The Fountain nel 2006): meno visionario e allucinato delle prove precedenti, ma altrettanto implacabile nell’intrecciare emarginazione e alienazione nella sua tela di quanto si era dimostrato capace in Requiem for a dream (2000). [Per la recensione completa vi rimando al relativo post di marzo.]

Watchmen è stata l’autentica rivelazione dell’anno. Il calcolo delle probabilità e la precedente prova di Zack Snyder con un fumetto non lasciavano presagire niente di buono. Invece, vuoi per l’abile trasposizione in script della complessa trama di Alan Moore da parte di David Hayter e Alex Tse (si dice che otto diverse versioni del copione si siano succedute negli anni), vuoi per l’alchimia perfetta degli attori (basta il ricordo di Malin Akerman nel costume succinto di Spettro di Seta a far perdere un battito al mio cuore, oppure la performance di Jackie Earle Haley sotto la maschera di Rorschach per convincermi dell’impossibile), la visione di Watchmen mi ha lasciato tra lo stupefatto e l’entusiasta. Ne ho parlato brevemente ma a più riprese sullo Strano Attrattore (qui, qui e qui) e mi sono invece dilungato su Urania Blog. Scrivevo: “Siamo ormai così abituati a vedere i capolavori della narrativa e gli eroi del fumetto demoliti dal cinema, che la constatazione che si possa ancora riuscire a portare sul grande schermo una grande opera narrativa o artistica conservandone lo spirito si accompagna a uno stupore attonito. Questo amplifica l’impatto del senso del meraviglioso che impregna le scene di Watchmen ambientate tra i deserti marziani e, allo stesso modo, anche quel perturbante che invece ci coglie vedendo il Dr. Manhattan in azione nella giungla del Sud-Est asiatico, intento ad affiancare la Cavalleria dell’Aria dell’US Air Force nella sua opera di sterminio della resistenza vietcong e a fare del Vietnam la guerra-lampo che era stata auspicata dall’arroganza degli strateghi di Washington. È un po’ come se Hayter avesse fatto propria la massima di Rorschach: “Nessun compromesso. Mai”. E si fosse poi impegnato nell’impresa della trasposizione con la certezza che avrebbe potuto essere solo un fiasco tremendo, oppure un successo clamoroso”. Se dovessi candidare un film a film del 2009, probabilmente questo sarebbe la mia prima scelta.

Star Trek. Laddove nessun uomo era mai riuscito a tornare prima, ecco J.J. Abrams in azione per rifondare l’immaginario trekker e tracciare un punto zero come rampa di lancio per future rotte interstellari. Alex Kurtzman e Roberto Orci fanno un ottimo lavoro sul materiale originario, senza tradirne lo spirito, dedicando a ciascun personaggio della serie classica il doveroso approfondimento psicologico, esagerando forse solo un po’ nell’asservire il finale alla gloria di James T. Kirk (ma la megalomania è comunque una caratteristica del personaggio, spaccone come è sempre stato). I set ridonano smalto al futuro, attualizzandolo nell’estetica e nell’architettura, tanto nello spazioporto tra i campi dell’Iowa quanto su Vulcano o nella San Francisco minacciata dai romulani transfughi nel tempo. Le soluzioni registiche sono da manuale, molto studiate ma realizzate con grande maestria e senza che il tocco del regista risulti mai invadente, ma sempre funzionale al risultato. Abrams è stato in grado di massimizzare la resa spettacolare delle scene e di regalarci un punto di vista insolito in sintonia con l’estraneità dell’ambientazione spaziale: camera quasi mai ferma, inquadrature prese secondo angolazioni oblique e inconsuete. Un buon punto di ri-partenza per il futuro del franchise. [Qui la mia recensione al film.]

Il cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans. Finto remake del discusso capolavoro di Abel Ferrara del 1992, girato da Werner Herzog. In realtà il cattivo tenente interpretato da Nicolas Cage (mai così convincente negli ultimi tempi) ha davvero poco da spartire con l’originale di Harvey Keitel, se si esclude un debole per la cocaina e per i soldi facili che lo porta a mettersi sempre più nei guai. Per il resto, le loro storie seguono parabole nettamente divergenti: il cattivo tenente Keitel, assalito da una crisi mistica dopo lo scabroso episodio di una violenza ai danni di una suora, viene da questa convinto della necessità del perdono e riesce infine a resistere alla propria disperata sete di vendetta (riflesso di una vita immorale, dominata da un abbandono animalesco al vizio), per abbracciare l’insegnamento della donna e cercare un’impossibile redenzione, suggellata dagli spari che mettono fine al film; il cattivo tenente Cage/McDonagh, al contrario, ha molti più elementi di contatto con L’infernale Quinlan di Orson Welles, corrotto, prepotente, disposto a tutto per incastrare i colpevoli di una strage compiuta nell’ambito di un regolamento di conti tra spacciatori, ma la sua sorte capovolge i destini tanto del prototipo newyorchese quanto del capitano Quinlan, in un’insperata quanto delirante redenzione finale sottolineata dallo stato di pace trasognata di un acquario. La scelta di Herzog di trasporre l’ultima chiamata del suo cattivo tenente a New Orleans, ancora segnata dal passaggio di Katrina, contribuisce a regalare alla pellicola un ulteriore elemento di interesse nell’atmosfera umida e avvolgente del Sud. Un paio di parentesi visionarie spezzano il ritmo lento della trama poliziesca e iniettano una dose di delirio lisergico che sembra voler quasi sostituire un panteismo molto pagano, con tracce di misticismo voodoo, alla morale cristiana che pervadeva il Bad Lieutenant di Ferrara. Sussulti di personalità che rendono quest’opera degna di considerazione quanto l’originale. [Il compagno Fazarov non è del tutto d'accordo con me: la sua recensione è su Drowned Word.]

District 9. Ovvero, il ritorno in auge della fantascienza sociologica, lanciata da una campagna di viral marketing e rinvigorita da un’intensa cura adrenalinica a base di action game. L’atteso film di Neill Blomkamp prodotto da Peter Jackson non delude, per quanto il regista sudafricano debba calcare la mano sulle soluzioni tecniche per soccorrere una trama un po’ esile. Scrivevo nella mia recensione: “è interessante vedere come, caduta la minaccia sovietica, il tema dell’incontro/scontro di civiltà venga ora declinato secondo i termini dell’immigrazione clandestina, dell’obbligo di accoglienza e del dibattito segregazione/integrazione. L’analogia con l’apartheid è fin troppo esplicita e potremmo quasi dire che District 9 s’inserisce nel solco di Alien Nation (1988), aggiornando la tematica del confinamento nel ghetto a questi tempi di masse umane in movimento dal Terzo Mondo”. Il ribaltamento operato dal regista è sui fatti del District Six di Cape Town, che nel 1966 fu dichiarata area riservata ai “soli bianchi” dal governo sudafricano. Il film di Blomkamp è un’allegoria che non teme di confrontarsi con l’orrore, lo squallore e la perfidia umana, e che nel finale riserva allo spettatore un’inattesa piega verso le suggestione della fiaba. Paradigmatico, si spera che serva a far riflettere soprattutto i più giovani.

Inglourious Basterds. Il capolavoro di Quentin Tarantino? Forse il film che rende esplicita la funzionalità propedeutica del doppio volume di Kill Bill nella cinematografia dell’autore americano. E se una pellicola riesce a ridimensionare ai miei occhi le imprese di Black Mamba, allora se non è un capolavoro di sicuro è qualcosa che gli si avvicina parecchio. Dalla mia recensione del 12 ottobre scorso: “Bastardi senza gloria si configura come il migliore esercizio di equilibrismo narrativo finora congegnato da Quentin Tarantino. Un’autentica prova di acrobazia intellettuale, per come riesce a imbastirci una storia implausibile eppure convincente, regalandoci quello che almeno una volta nella vita tutti abbiamo sognato: la giusta condanna di un’ingustizia, accompagnata da un castigo commisurato alla colpa. Un miracolo riservato alla fantasia e al cinema migliore, di cui quello di Tarantino è da sempre espressione. Il regista americano si trova ormai talmente a suo agio con i meccanismi della mitopoiesi da confezionare un vero e proprio generatore di miti: dal plotone di soldati yiddish che semina scompiglio tra le SS (e memorabile resta l’introduzione all’entrata in scena dell’Orso Ebreo) al sergente tedesco Hugo Stiglitz che semina morte direttamente tra i suoi superiori; dal cecchino squallido eroe della propaganda nazionalsocialista alla vendicatrice ebrea, a metà strada tra la Pulzella d’Orléans e la Sposa/Black Mamba. I cattivi di Tarantino sono davvero cattivi e una menzione d’onore spetta al colonnello Hans Landa, il terribile “cacciatore di ebrei” intrepretato da un istrionico Christoph Waltz destinato, a quanto pare, a portare nuova linfa nelle schiere degli antagonisti hollywoodiani. I buoni, invece, non sono così buoni come ci hanno abituati a credere decenni di schematismi narrativi. Sfumature di grigio attraversano i loro caratteri: come accade per il tenente Aldo “L’Apache” Reine, il mezzosangue sceso dalle Smoky Mountains del Tennessee per organizzare i Bastardi senza gloria su mandato dell’OSS (l’embrione storico della CIA), a cui presta mascellone e accento Brad Pitt, in stato di grazia”.

L’uomo che fissa le capre. L’esilarante debutto alla regia di Grant Heslov confeziona una denuncia impietosa dell’irrazionalità della guerra e delle istituzioni militari più potenti del mondo. Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Questo film è la storia dell’Esercito Nuova Terra rivissuta attraverso i racconti dei suoi protagonisti e il manuale del suo fondatore. Se la mettessi su questo piano, probabilmente vi sembrerebbe azzardato, ma basta una semplice ricognizione in rete per capire di quanti siano gli spunti documentati intessuti nella trama dirompente e allucinata de L’uomo che fiss le capre. La pellicola trae ispirazione dal libro The Men Who Stare at Goats (2004) del giornalista gallese Jon Ronson (recentemente ristampato da Einaudi), il cui titolo si rifà a uno degli episodi riportati anche nel film, che documentano l’interesse dell’US Army per l’impiego bellico di poteri paranormali. L’Esercito Nuova Terra è in realtà il First Earth Battalion proposto nel suo manuale dal tenente colonnello Jim Channon, un reduce del Vietnam che al rientro in America, illuminato nel corso di un incidente di guerra dall’apparizione di un angelo che gli avrebbe rivelato che “la gentilezza è la [vera, NdR] forza“, si dedicò dagli anni ‘70 all’esplorazione delle pratiche New Age e al loro potenziale utilizzo nel warfare. E Jim Channon è ovviamente il Bill Django trasfigurato da Jeff Bridges sul grande schermo. Ma diversi altri aneddoti sulle stramberie dell’Esercito più forte del mondo rivivono nel film di Grant Heslov, dalle più assurde (le capre ammazzate con l’imposizione del pensiero attraverso lo sguardo; il Dim Mak, ovvero il tautologico colpo mortale la cui caratteristica è quella di avere effetto solo dopo un tempo che nessuno può conoscere, finché non giunge improvvisa la morte) alle più verosimili, rese tristemente popolari anche dalle notizie degli ultimi tempi (la tortura psicologica condotta sui prigionieri di guerra attraverso sistematiche combinazioni di lampi di luce e musiche ossessive)”. L’immaginario fantascientifico al servizio di una critica feroce contro il militarismo, secondo l’insegnamento di Kurt Vonnegut.

Spazio vitale

Posted on Dicembre 2nd, 2009 in Accelerazionismo, Agitprop | 8 Comments »

Nell’osteggiare apertamente la libertà di professare il proprio culto, la civilissima Svizzera - modello in Europa e nel mondo per aspetti molteplici, che vanno dalla partecipazione popolare alla complessità multietnica - questa volta l’ha combinata grossa, facendo esplodere a sorpresa un nodo di contraddizioni sepolto sotto la pacifica apparenza di una società che fino a ieri eravamo tutti disposti a riconoscere come all’avanguardia. Quello che non ho avuto modo di leggere in giro, ma devo ammettere di avere cercato male e senza troppa perseveranza a causa del poco tempo, è che nel successo del referendum che ha sancito una modifica costituzionale ai rapporti tra Stato e religione ha sicuramente avuto il suo ruolo il voto di tanti immigrati che magari al loro arrivo in Svizzera, trenta o cinquant’anni fa, sono stati costretti a subire soprusi e angherie di ogni tipo (i racconti degli emigranti italiani non tralasciano mai il ricordo della sala d’attesa di terza classe della stazione di Basilea, vietata agli italiani) e che oggi, con questo voto, hanno colto al volo l’occasione per rifarsi di anni di emarginazione, rivendicando attraverso la negazione di un diritto a una minoranza oggi ancora più marginale il proprio diritto di appartenenza a una società in cui fino all’altro ieri erano loro gli esclusi. Ma dopotutto non ci vogliono i soliti analisti politici per capire come le vessazioni subite un tempo si tramutino oggi nell’irrigidimento di fronte a ogni vento di cambiamento o al minimo spiraglio di tolleranza. In tutto questo, la religione c’entra il giusto, ma non esito a credere che avrà un suo ruolo nelle campagne di sensibilizzazione, di tolleranza, di supporto all’integrazione. Viene da chiedersi a cosa servano il catechismo e la predica della domenica, se poi i cristiani di tutte le confessioni che coabitano in Svizzera sono arrivati a pronunciarsi in una maniera che rinnega i principi di comunione e carità su cui si fonda il cristianesimo, ed è una domanda che i vescovi che ora si dicono preoccupati dovrebbero porsi per primi.

Io l’ho già fatta troppo lunga. Volevo limitarmi a riportare una bellissima lettera scritta da mia cugina Mariella, che da quando è nata vive a una manciata di chilometri da Losanna. Questo è il suo messaggio e io non avrei saputo riassumere meglio il mio pensiero.

Viviamo in uno dei pochi cantoni che hanno bocciato il referendum. Secondo me la politica si sta trasformando nel particolarismo di tante piccole comunità che esprimono le loro paure, invece delle loro ricchezze. Parlavo con un’amica dell’immigrazione in Svizzera. Non è mai stato semplice: un tempo, si costringevano le mogli degli immigrati a trovarsi un lavoro per restare, probabilmente per disincentivare le nascite e impedir loro di costruire una famiglia. Anche l’emigrazione italiana ha sofferto per la sua identità e la sua cultura. Adesso le stesse resistenze vengono opposte all’immigrazione dai paesi arabi. La cultura musulmana è difficile da comprendere ma forse al mondo occidentale manca la voglia di farlo. Le guerre territoriali si sono evolute: prima ognuno difendeva la propria terra, adesso qui ognuno difende le proprie idee sulla terra di qualcun altro… Andrà avanti così finché non capiremo che ciascuno di noi può circoscrivere la propria terra a non più di quel metro quadrato su cui si posano i nostri piedi.

Concisa, diretta, cristallina.

Per ripagarla, le invio questa cartolina del mitico Franco Brambilla, dalla sua serie Invading the Vintage che grande successo sta riscuotendo anche oltreoceano.

Impressioni di viaggio in una terra marginale

Posted on Ottobre 18th, 2009 in False Memorie | 3 Comments »

Sabato mattina, ancora. Il luogo è Lioni, un centro irpino adagiato nell’alta valle dell’Ofanto. Un posto con una sua storia, tra i più colpiti dal terremoto del 1980. Un comune che già a partire dagli anni ‘80 aveva provato a reagire, dando prove incoraggianti, certamente più di tanti altri paesi in cui si poteva percepire senza difficoltà come la Ricostruzione rappresentasse al massimo il ritorno all’ultimo punto di ripristino salvato prima del sisma, e nei casi peggiori un’opportunità irresistibile offerta ai politici locali per rimpinguare le casse di famiglia.

Lioni è stato tra i primissimi comuni del cratere a rilanciare la propria vita commerciale, con la realizzazione di un’area dedicata capace di attirare un bacino di clientela interprovinciale (Salerno, Potenza e Avellino) in quello che, quanto a economia, rimane un territorio marginale ancora oggi malgrado le importanti risorse naturali. Fatto sta che, a cavallo tra gli anni ‘90 e i primi anni ‘00, era la sua vita notturna a calamitare i ragazzi della mia generazione. I suoi 2 cinema rappresentavano la metà delle sale cinematografiche della zona nel raggio di 30 km. I pub erano presi d’assalto nei fine settimana da comitive disposte ad affrontare anche un centinaio di chilometri d’asfalto, con tutti i rischi che comportava la guida dopo una serata alcolica.

Ma da qualche anno a questa parte anche Lioni pare che stia tirando il fiato.

Ieri camminavo su un marciapiede lastricato di pietra lavica sotto un cielo che minacciava pioggia, nel cuore del centro abitato, di fronte alla stazione ferroviaria. E per strada non c’era anima viva. Bar e tabacchini vuoti in maniera desolante si affacciavano sull’asse urbano di via Marconi. Il benzinaio di via Ortolano attendeva nella sua cabina la prossima automobile da servire. Con il traffico rarefatto della mattinata sarebbero potute trascorrere ore.

La stazione, se così vogliamo continuare a chiamarla, sembra più un museo. Inaugurata nel 1895 all’entrata in servizia della storica linea Rocchetta Sant’Antonio - Avellino, è stata per anni sede di un flusso viaggiatori piuttosto consistente, anche in virtù del fatto di essere praticamente integrata nel centro abitato, a differenza di quasi tutte le altre stazioni della stessa linea. Oggi si presenta stretta tra un edificio del dopolavoro ferroviario ormai abbandonato e uno scalo merci in disuso e accoglie 8 corse al giorno: una verso Rocchetta e tre verso il capoluogo, una delle quali con diramazione a Salerno. Andata e ritorno. Sull’ingresso campeggia il manifesto di un’iniziativa culturale volta al recupero della memoria storica del territorio, che trovo quanto mai opportuna in questa sede.

Le stazioni sono uno dei tanti indicatori dello stato di salute del territorio. Una stazione morta ha quasi sempre alle spalle un territorio abbandonato. E’ quanto è possibile vedere sulla linea Salerno - Sicignano - Potenza, come pure sulla Rocchetta - Avellino. Ed è quanto temo che possa accadere prima o poi a un’altra linea a cui mi ritrovo affezionato, la Foggia - Potenza: malgrado un flusso di passeggeri ancora significativo, nel tratto compreso tra Foggia e Melfi l’unica stazione ancora presidiata resta proprio Rocchetta Sant’Antonio che, come tutti nella zona ricordano, ha conosciuto decisamente tempi migliori di quelli che vive attualmente.

A Lioni l’impressione non è diversa.

Restano le scuole che hanno cresciuto ormai due generazioni di ragazzi della zona. Ma le poche novità che si sono succedute negli ultimi anni sembrano essere state il colpo di grazia definitivo al suo sogno di sviluppo. Il Cinema Nuovo è diventato un multisala ed è entrato nel circuito della grande distribuzione cinematografica, orientando la sua offerta verso la dieta delle famiglie o, in alternativa, del pubblico con le pretese minori: una ricetta dominata da blockbuster e cinepanettoni. Ma il vero monumento al crollo delle aspirazioni di crescita è rappresentato dal nuovissimo centro commerciale delle Fornaci. Costruito alle porte della cittadina, avrebbe dovuto amplificare la vocazione di Lioni al commercio e invece ha finito col succhiare affari tanto alla vecchia area commerciale quanto agli esercizi dell’abitato, attirando sì il flusso dei clienti, ma a tutto discapito delle attività del resto del paese. Si è trattato insomma di un dirottamento di capitali e di una loro focalizzazione, piuttosto che di una crescita del giro d’affari. E le ricadute hanno generato tra i lionesi nient’altro che mugugni e malumori.

Nemmeno la sera è più la stessa. Un po’ tutti i grandi comuni della zona hanno scoperto la formula dell’intrattenimento spiccio per ragazzi e, con la complicità di ordinanze comunali dal sapore proibizionista (orari rigidi di chiusura dei locali e zero flessibilità), hanno eroso la vita notturna di Lioni che per anni ha assolto alla funzione di nucleo aggregatore come e meglio delle stesse scuole, se è vero che i compagni di banchi che si separavano dopo la maturità non si perdevano mai di vista grazie alla movida notturna. In compenso, tra le montagne che incoronano la valle dell’Ofanto hanno aperto un night, che assicura agli sbarbatelli l’ebbrezza di sogni umidi e agli adulti consenzienti il miracolo dell’evaporazione dei capitali sopravvissuti alle lusinghe locali del commercio.

Ogni anno aumenta il numero dei ragazzi che lasciano questa terra per non farvi più ritorno, almeno in tempi brevi. Un tempo a partire erano gli studenti per l’università, oggi sono sempre di più quelli che si allontanano con un diploma in tasca per cercare un lavoro. La mia generazione è cresciuta con l’esempio dei laureati che rientravano in paese dopo gli studi e diventavano professionisti. Purtroppo si è trattato di un esempio impossibile da replicare.

Di sicuro la Ricostruzione ha esaurito il suo impulso da una decina di anni a questa parte.

Ma se dagli anni ‘90 ad oggi nessuno è stato in grado di inventarsi qualcosa che abbia saputo trattenere - o magari richiamare - i giovani in questa terra, è legittimo credere che i parametri sui quali venne impostato il processo avesse delle basi sociali fragilissime, al di là delle sue limitazioni politiche. Guardandoci indietro, oggi, non è difficile dire che i modelli di sviluppo ai quali ci si è rivolti in questi anni fossero sbagliati. Il commercio non era e non doveva essere la risposta alle esigenze del territorio. L’agricoltura, il turismo e l’energia verde avrebbero forse potuto garantire una fonte occupazionale prolungata, propagando nel tempo gli esiti della Ricostruzione perché non si limitassero al solo cemento. E di sicuro non avrebbero potuto riuscirci ciascuno per conto proprio, ma solo attraverso la reciproca integrazione. Il commercio sarebbe stato una conseguenza.

Tra poco più di un mese ricorrerà il 29simo anniversario del Terremoto. E siamo ancora all’anno zero, qui in Irpinia.

Di ritorno verso Castelnuovo lungo l’Ofantina, guardavo la montagna divorata dall’immensa cava. Proprio come le ruspe, un boccone dopo l’altro, quaggiù, si sono mangiati il futuro della mia generazione e forse anche di quella che verrà dopo. La gente si lamenta, rimpiange i figli lontani e i tempi moderni. Io mi domando se questo risveglio tardivo delle coscienze non serva a mascherare pensieri più cupi, come il rischio di una nuova, massiccia ondata di emigrazione. E la regressione dei nostri paesi verso comunità di diseredati e di pensionati.

District 9

Posted on Ottobre 7th, 2009 in Fantascienza, Postumanesimo, Proiezioni | 3 Comments »

Attesissimo titolo di questa stagione cinematografica, District 9 ha cominciato a far parlare di sè prima ancora di approdare nelle sale e continua a essere tuttora al centro di commenti (qui il dossier di Fantascienza.com) i cui toni, il più delle volte, oscillano tra l’entusiasmo e l’acclamazione. Anche per questo dopo la visione ho preferito lasciar passare qualche giorno prima di riportare le mie impressioni. La pellicola di Neill Blomkamp (classe 1979), basata su un suo corto del 2005, è stata protagonista di una campagna di marketing virale che per intensità mi ha ricordato solo The Blair Witch Project, naturalmente con i mezzi aggiornati ai giorni del web 2.0. Provate a dare un’occhiata a questi video virali della MNU, la Multi-National United incaricata, nel film, di gestire l’emergenza aliena, “garantendo la sicurezza agli umani tenendo segregati i non-umani” (e i colleghi del vento prestino attenzione al primo filmato per cogliere una delle linee di innovazione perseguite dalla Compagnia).

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Viral Video: District 9 - MNU Announcements

La MNU è una sorta di riflesso distorto dell’ONU, come succedeva spesso nelle pagine di Philip K. Dick e di K.W. Jeter, costantemente insidiate da deviazioni totalitarie e nazisteggianti del governo unico mondiale (a volte GoFed - Governo Federale, altre USEA - Stati Uniti di Europa e America, altre ancora semplicemente UN - Nazioni Unite), che qui rivive come uno strano ibrido tra agenzia governativa e megacorporazione. Dopo lo sbarco del tutto inatteso di un’astronave aliena, finita chissà perché a parcheggiarsi nel cielo di Johannesburg, la MNU si aggiudica l’appalto per gestire la situazione. La nave è infatti un bastimento in cui sono ammassati qualcosa come un milione di creature aliene, denutrite, in condizioni igieniche disastrose e del tutto disorientate. Le ipotesi degli specialisti col tempo propenderanno verso la teoria di un naufragio, con l’elite aliena che probabilmente è riuscita a mettersi in salvo e riparare in qualche posto più ospitale della Terra. A quelli rimasti indietro, i fuchi dell’alveare, non resta che accettare la dubbia ospitalità degli autoctoni, che si rivela fin da subito tutt’altro che disinteressata. La tecnologia che ha portato queste creature fin qui, dopotutto, promette di essere il Graal per l’industria aerospaziale e le forniture militari, quindi è facile capire che non siano delle semplici ragioni umanitarie a spingere la MNU. Peccato per loro che le armi non-umane funzionino su un meccanismo di riconoscimento del DNA, che di fatto le rende inutilizzabili dagli umani.

Gli alieni vengono confinati in una baraccopoli alle porte di Johannesburg. Nasce così il Distretto 9: ai non-umani non è concesso uscire dai suoi confini, agli umani è sconsigliato addentrarvisi. Gli alieni rivelano un’inconsueta passione per gomma da pneumatici e cibo per gatti, ma presto sviluppano piccole deviazioni nei costumi e nella dieta che li spingono a non disdegnare la carne umana. D’altro canto gli umani non si dimostrano poi tanto migliori: la mafia nigeriana ha fiutato l’affare al pari della MNU ed è penetrata nel Distretto per organizzare una rete di prostituzione a beneficio degli ospiti interstellari, lo spaccio di carne in scatola e la mattanza di carcasse per i palati più fini e i portafogli più capienti. La contropartita verte intorno alle armi e ai rituali di magia nera, che esigono il loro prezzo di fronte alla superstizione che gli organi vitali dei non-umani rechino virtù terapeutiche.

In questo scenario estremamente volubile, in seguito dell’esplosione demografica del Distretto e ai continui problemi di ordine pubblico e sicurezza sollevati dai suoi occupanti, la MNU e il governo decidono di trasportare i non-umani in un un nuovo centro di accoglienza 200 km a nord della città. Mentre è intento a eseguire le pratiche per lo sfratto, l’inetto burocrate Wikus Van De Merwe (Sharlto Copley, destinato al ruolo di Murdock nell’imminente adattamento cinematografico della serie anni ‘80 A-Team) resta contagiato dal fluido destinato ad alimentare i propulsori della scialuppa di comando della nave e si ritrova alle prese con un corpo in mutazione: non più umano, non ancora alieno. A metà del guado, dovrà imparare a sopravvivere e a fare la cosa giusta.

Cominciamo col dire che District 9 è un film importante. Siamo di fronte a una rilettura del contatto alieno, che ingenuamente fin da La Guerra dei Mondi di Byron Haskin (1953) e L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel (1956) si presta a letture più o meno faziose sull’attualità. In questo senso, è interessante vedere come, caduta la minaccia sovietica, il tema dell’incontro/scontro di civiltà venga ora declinato secondo i termini dell’immigrazione clandestina, dell’obbligo di accoglienza e del dibattito segregazione/integrazione. L’analogia con l’apartheid è fin troppo esplicita e potremmo quasi dire che District 9 s’inserisce nel solco di Alien Nation (1988), aggiornando la tematica del confinamento nel ghetto a questi tempi di masse umane in movimento dal Terzo Mondo. E in Italia, con un’opinione pubblica sempre più strumentalizzata sulla questione delle carrette del mare e dei gommoni della speranza, l’argomento assume una valenza amplificata.

Quello che non mi fa strepitare dall’entusiasmo come tanti altri spettatori, appassionati e non, è invece lo sviluppo dello spunto. Sappiamo tutti che un’idea forte richiede un trattamento adeguato, intelligentemente bilanciato tra l’importanza delle cose che ha da dire e la necessità di riuscire a comunicare il messaggio. In questo caso, però, mi sembra che la produzione abbia voluto concedere uno spazio eccessivo alla semplificazione. Il contagio che innesca la metamorfosi di Van De Merwe è risolto in maniera un po’ troppo sbrigativa. Anche se il tenore si risolleva con il graduale scivolamento del protagonista verso una condizione aliena, la definizione di un’alleanza d’occasione con un non-umano scienziato (fuco illuminato) e dei suoi termini (una nuova quest) fanno scivolare la pellicola dalle cupe sfumature di una fantascienza sociologica d’altri tempi verso i toni più soffusi di un fantasy senza troppe pretese. Il fatto che arrivino esoscheletri ed armi aliene a rilanciare ritmo e storia con una lunga ma travolgente sequenza di action game degna di uno sparatutto la dice lunga. Impossibile non parteggiare per il burocrate infuriato quando scatena la forza di fuoco della sua bioarmatura non-umana contro le milizie paramilitari al soldo dell’MNU, all’urlo di battaglia di “Umani di merda!”. Ma le premesse, sulla carta, lasciavano presagire comunque qualcosa di più di una sperimentale commistione tra estetica da videogame e linguaggio pseudo-documentaristico.

Va comunque dato atto alla regia di non averci voluto consegnare un finale prevedibile. Anzi, nel finale la figura del protagonista raggiunge il pieno completamento della sua metamorfosi e il processo di acquisizione di coscienza si chiude alla perfezione, mentre i toni da fantastici si fanno perfino lirici. Forse si sente la mancanza di un pizzico di coraggio in più, perché la soluzione non si limiti solo al non-più-umano Van De Merwe ma coinvolga la comunità aliena e la società umana nel loro complesso. Ma tutto sommato, forse, per una volta possiamo accontentarci e sorvolare sui difetti oggettivi e le divergenze di gusto, grazie a un film che non ha paura di parlarci degli abomini dell’odio, del senso dell’integrazione, della complessità del futuro. Lasciando abbastanza carne a cuocere per un secondo capitolo.

Quantum City: la città è sicura

Posted on Settembre 28th, 2009 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 2 Comments »


Durban City Skyline, picture by Chris Bloom.

Durban, città quantistica - verrebbe da dire. Il Quantum City Project avviato dal Centro di Quantum Technology della locale Università del KwaZulu-Natal mira infatti a fornire il non plus ultra della sicurezza informatica agli utenti della sua rete municipale in fibra ottica. E il non plus ultra in termini di sicurezza informatica ha un nome ben preciso: crittografia quantistica, ovvero QKD (Quantum Key Distribution). La rete quantistica è stata presentata ufficialmente alla SmartCity Conference, svoltasi a Durban lo scorso ottobre.

Durban è una delle principali città della Repubblica Sudafricana: 2.292 kmq di superficie, circa 3 milioni e mezzo di abitanti e uno dei porti più trafficati dell’Oceano Indiano. Ed è anche una delle città più avanzate sotto il profilo tecnologico, al punto da meritarsi il titolo di Smart City. In un’epoca in cui assistiamo a un’inflazione di smartness - con i cellulari che diventano smartphone e, si spera, le reti di distribuzione dell’energia che tendono verso la nuova frontiera delle smart grid - il minimo da fare per una città è adeguarsi. Restare sveglia, maturare astuzia, dimostrarsi furba: la ricetta per evitare il declino.


Durban Marine Parade at Sunset, picture by Ketan N.

Ed è così che la Municipalità di eThekwini, di cui Durban è parte, ha deciso di guardare al futuro, per garantire la sicurezza assoluta (parola non eccessiva, trattandosi di crittografia quantistica) ai suoi utenti. Il quantum network di Durban consiste in un Municipal Area Network (MAN) configurato con 4 nodi che servono gli edifici comunali di Pinetown, Westville e Cato Manor. La rete in fibra ottica fornisce l’accesso in banda larga ai servizi vitali della città: edifici pubblici, scuole, ospedali, banche e imprese. Il tutto nella sicurezza garantita dalla QKD. Riassumendo le parole di Francesco Petruccione, il docente italiano a capo del centro di ricerca, questa tecnologia “sposta la sicurezza dei protocolli crittografici dalla complessità matematica [finora inseguita dagli algoritmi tradizionali] alle proprietà intrinseche delle particelle quantistiche. In questo modo la sicurezza è garantita dalle leggi della meccanica quantistica”.

Presto sistemi analoghi verranno adottati a Tokyo, Londra e Madrid. Ma quando il prossimo anno assisterete alla fase finale dei Mondiali di Calcio, ricordate che Durban è qualcosa che va al di là del suo stadio - E’ stata la prima città quantistica al mondo.

Vento d’estate

Posted on Luglio 23rd, 2009 in Kipple, Nova x-Press | 4 Comments »

Mi sarebbe piaciuto fare un post più organico, ma il tempo è quello che è e io sono in partenza. Resterò via per qualche giorno e non penso che ci risentiremo prima della prossima settimana. Settimana inoltrata, temo. Gli impegni si stanno intensificando e il lavoro non concede tregua, per cui l’obiettivo che mi ero prefisso di chiudere i sospesi per la prima settimana di agosto può considerarsi abbondantemente mancato. Così va la vita. Questi sospesi, giusto per infrescarmi la memoria, consistono in:

1. revisione del romanzo a 4 mani scritto con il compagno Fernosky [non ve ne ho parlato? Be', lo faccio ora: un noir ambientato nella provincia profonda, nel cuore dimenticato e desolato di Bassitalia, dove strane morti di ragazze dell'Est mettono nei guai altri immigrati, mentre italiani tranquilli inseguono il miraggio di un successo veloce senza colpo ferire, e cowboy solitari si dividono tra il sogno di una vita pacifica e l'obbligo della lotta. Contro soprusi, omertà, corruzione, eco-crimini e immobilismo. Una storia calata nel presente, ma con molti richiami al futuro. Un romanzo di fantascienza al contrario, forse: sui preparativi per l'Apocalisse];

2. un racconto di fantascienza postumanista che avrebbe dovuto essere concluso il 31 dicembre… scorso [il dilemma isolazionismo/integrazione su cui andavo speculando un annetto fa e più mi ha spinto su una tangente molto pynchoniana, e capirete bene che mettere Pynchon su un altro pianeta, alle prese con strani fantasmi alieni e tecnologia postumana, oltre che con la minaccia di un'orda di barbari invasori, non è esattamente quello che si può definire un gioco da ragazzi];

3. un racconto steampunk per il prossimo settembre [file secretato];

4. un racconto noir ambientato ai margini del Kipple [dopo aver preso le mosse dalle parti di Logica del dominio, si è trasformato nella storia di una vendetta con rapina; e non escluderei, a questo punto, una deriva hard-boiled, giusto per non rischiare di finire vittima delle etichette].

L’ideale sarebbe stato uscire dal collo di bottiglia per il 7 agosto prossimo, ma a questo punto mi ritrovo in netto ritardo. E la cosa non dovrebbe stupirmi più di tanto. Se dovessi scoprire che vivo solo con 2 settimane di ritardo sulla tabella di marcia della mia vita, avrei già le mie buone ragioni per gioire.

Planets, by Moskatomika.

Intanto, non è pensando alle cose da fare che le cose si faranno… per cui mi rimetto all’opera subito, e vi lascio con un paio di segnalazioni/appuntamenti:

a. su Georemote prosegue la caccia agli indizi seminati dall’invisibile beatingartery; ma questa volta, grazie agli sforzi di TyrOne, viene fuori un aspetto molto matematico;

b. arriva in edicola nei prossimi giorni il quinto volume di Epix: Bad Prisma, un’antologia collettiva dedicata allo spettro di Melissa, fantasma metropolitano su cui Danilo Arona sta intessendo la sua suggestiva mitologia del XXI secolo;

c. tenete d’occhio il blog di Urania, domenica. L’annuncio del vincitore del premio Urania è ormai questione di giorni.

E per il momento dovrebbe essere tutto, o almeno una buona parte.

C’ya in the future, cyberspace cowboys!

Obiettivo: Alfa Centauri. Parola di Cerf

Posted on Giugno 24th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Transizioni | 4 Comments »

Il numero di luglio di Wired attualmente in edicola merita l’acquisto anche solo per il fulminante servizio su Vinton Cerf, a cura di Cyrus Farivar, dal titolo paradigmatico: Deep Space Internet. Se fate mente locale, ricorderete che anche su queste pagine se ne è parlato (era lo scorso novembre e il titolo dell’articolo era Internet ai tempi della Frontiera Spaziale) e che l’argomento è stato ripreso in maniera un po’ più organica anche su Next International (e magari prima o poi mi decido a pubblicare quel pezzo anche in questa sede, come primo post internazionale dello Strano Attrattore).

Vint Cerf è uno dei padri fondatori della Rete e a 66 anni suonati (per l’esattezza… ieri) non vuole saperne di starsene buono. Continua così a dispensare le sue rivoluzionarie visioni del progresso di Internet a noi semplici utenti assetati di futuro. Ed è in quest’ottica che, nei progetti in corso di sviluppo per l’Internet Interplanetaria, l’InterPlaNet (IPN) e il Disruption-Tolerant Network (DTN), Cerf non ci nega il sogno di un obiettivo ambizioso al punto da sembrare più fantascientifico di qualsiasi cosa fatta finora.

A metà anni ‘90, nel riflettere sul futuro di Internet, lo scienziato ebbe un’intuizione brillante. “Mentre ci pensavo, mancavano 25 anni al 2020 e stava risorgendo un programma spaziale,” racconta. “Forse, quello che dobbiamo fare, mi sono detto, è capire come estendere internet al sistema solare“. E ora che DTN muove i primi passi, mentre il protocollo IPN a cui Cerf sta lavorando è annunciato per il prossimo anno, lui sta cominciando a “pensare a una missione interstellare” che dovrebbe avere per destinazione Alfa Centauri.


Alpha Centauri (la stella luminosa più a sinistra)
e la vicina costellazione della Croce del Sud.

Alfa, la stella più vicina al Sole, dista 4,4 anni-luce e, immaginando di sospingere una sonda a una velocità ancora fantascientifica come un decimo della velocità della luce, sarebbe raggiungibile solo in un tempo di diversi decenni. Ma Cerf non si abbatte di fronte alla prospettiva e sogna questo esperimento della durata di un secolo, con l’invio del primo nodo interstellare della futura internet galattica e lo scambio di dati attraverso un abisso di oscurità, gelo e silenzio profondo 4,4 anni-luce. Un sogno da vertigini, che non può non richiamarmi alla mente lo stupefacente finale di Neuromante. E darmi un brivido in più al pensiero che qualcosa di simile, ma di alieno, si può ritrovare nell’ultimo romanzo breve che ho scritto, mixato con le suggestioni dell’archeo-tecnologia di matrice sovietica (ricordate i fari nucleari, gli RTG e le radiostazioni a onde medie?). Ma questa è un’altra storia.

Con le lenti del futuro

Posted on Maggio 5th, 2009 in Connettivismo, Futuro, Transizioni | 7 Comments »

Si chiamano head-up display (in breve HUD, letteralmente: “visori a testa alta” e, per estensione, “visori a sovrimpressione”, qui la voce Wikipedia) e, sono pronto a scommetterci, entreranno nelle nostre vite rivoluzionandole come è successo per la musica tascabile e i dispositivi cellulari. E sapranno rivelarsi forse ancora più rivoluzionari, perché potrebbero schiuderci una nuova prospettiva sul mondo, vincendo la resistenza alle modifiche fisiche (come l’integrazione di chip o innesti elettronici) che potrebbero trattenerci dallo spiaccare il Grande Balzo. Con queste lenti “olografiche” le reti ubique che si apprestano a prendere il sopravvento della nostra gestione/percezione dello spazio antropico nei prossimi dieci anni riusciranno a essere decisamente più immediate e interattive, senza il bisogno di includere parti estranee nei nostri corpi.

L’argomento dell’augmented reality mi sta particolarmente a cuore avendone affrontato le potenzialità in più di un’occasione (per esempio nel racconto Orfani della connessione, tradotto anche in inglese per Next International). Altrove, in qualcosa in corso di stesura, mi ero spinto ad affibbiare un nome alla tecnologia: ricorrendo alle tecniche di contrazione pseudo-commerciale messe in atto, tra gli altri, da Michael Marshall Smith, li avevo battezzati videoSpex. Niente di particolarmente innovativo, comunque, essendo questi simpatici ammennicoli già prospettati - in maniera comunque molto personale - da Luce Virtuale di William Gibson (1994) e inoltre presenti, come un sacco di altre sciccherie avveniristiche, in Ghost in the Shell.

Solo, ora come ora, mi sembra impossibile immaginare un futuro in cui la nostra interazione con la Rete non sia più immediata, interattiva e ubiqua di quanto non sia già oggi. E questi display indossabili mi sembrano metterci sulla strada più agevole verso quel futuro.