Italia, 2012

Posted on Febbraio 5th, 2012 in Agitprop, Nova x-Press | 3 Comments »

Post ad altissima concentrazione polemica, proseguite a vostro rischio e pericolo. Che è un po’ quello che ha fatto il sindaco di Roma nei giorni scorsi, sospendendo l’attività didattica ma lasciando le scuole aperte a beneficio dei genitori che volessero depositarvi i figli a tempo indeterminato, lasciando ingombre di neve le strade ma avvisando i cittadini di non mettersi in marcia senza catene, distribuendo pale per liberare i marciapiedi dalla neve e soprattutto ribaltando sulla Protezione Civile la mancata preparazione della Capitale all’arrivo della perturbazione…

Lo spettacolo che l’Italia sta dando di sé al mondo dall’inizio dell’anno riflette in maniera incantevole lo stato di confusione mentale in cui è precipitata. Siamo un Paese che merita un’accurata indagine psicopatologica. Qualcuno dice che il governo Monti ci sta aiutando a uscire dal baratro, secondo me restiamo invece ancora aggrappati oltre il bordo, in attesa di una mano provvidenziale che venga a porgerci l’agognata salvezza.

Procediamo per gradi.

La più grande nave da crociera italiana viene guidata contro gli scogli da un comandante in piena fregola e ancora non ho sentito un solo commentatore, nella pur ricca copertura mediatica dell’evento, interrogarsi su come abbia fatto una persona del genere a ottenere il comando di una nave come quella: nemmeno un segno di instabilità? Bene. Quanto all’efficienza, alle competenze, alla preparazione: davvero l’intera catena gerarchica che collega la sua posizione ai vertici aziendali così come i responsabili dell’ufficio del personale avrebbero messo uno per uno, tutti, già prima della tragedia, la mano sul fuoco sulle qualità del loro comandante? La speranza è che la magistratura accerti tutte le responsabilità in tal senso. Intanto godiamoci lo spettacolo del relitto incagliato di fronte al porto del Giglio, come la triste sagoma di una balena spiaggiata, un gigante annegato o un MegaMall naufragato.

Il gesto di un singolo in questi giorni si perde però nell’inefficienza del sistema.

Ha dello straordinario l’incapacità del Paese di fronteggiare un allarme meteo come quello di questo autunno-inverno. A partire dall’alluvione di Genova, che già riassumeva bene gli episodi simili occorsi in Sicilia e in Veneto negli scorsi anni: non un’istantanea isolata, ma un film intero e inequivocabile sullo stato di dissesto idrogeologico in cui versa il nostro territorio. Tutto merito di decenni di espansione edilizia scriteriata, selvaggia, sprezzante di ogni forma di sostenibilità ambientale e di sicurezza. Per finire con l’ondata di gelo di queste settimane. Che la neve, in pieno inverno, riesca a sorprendere e quasi paralizzare una nazione avanzata quale si vuole sia l’Italia, a partire dalla sua Capitale, ha sinceramente dell’incredibile. La situazione sarà stata pure più grave della media degli ultimi anni, però lo scaricabarile che si è subito innescato grazie ai vertici capitolini di fronte all’inadeguatezza delle contromisure predisposte è emblematico e molto più esplicativo di qualunque commento (anche se il fake del sindaco su Twitter merita una visita, se non altro per risollevarsi il morale).

E sorvoliamo sulle periodiche recrudescenze dell’emergenza rifiuti (dopo Napoli e Palermo, si attende la volta di Roma, e con queste premesse l’apocalisse è una promessa facile da rispettare) e le responsabilità politiche ancora tutte da accertare da parte degli inquirenti, sulle navi dei veleni dimenticate sui nostri fondali, sui disastri ambientali denunciati e quelli ancora da scoprire, sulle ricostruzioni solo mediatiche a uso e consumo della platea elettorale e delle consuete convergenze politico-affaristiche.

Probabilmente è vero, siamo usciti dalla demokratura che ha segnato la vita politica del paese per quasi un ventennio, ma la nottata non è ancora passata. Stiamo ancora pagando lo scotto del malaffare tollerato così a lungo, della loro impunita arte predatoria e della nostra connivente disattenzione. Ha del paradossale lo stesso governo Monti: nella Roma repubblicana, modello di diritto ancora nell’epoca moderna, le istituzioni elette delegavano l’esercizio del potere a un dittatore a tempo determinato in casi di particolare gravità. Nell’Italia degli ultimi vent’anni, invece, il potere viene delegato dal dittatore a un tecnico con l’incarico a termine di salvare il paese dalla rovina in cui è stato guidato dal suo predecessore. L’apoteosi dello stato-azienda, a quanto pare.

Raddrizzare le storture, mai come in questa fase, è un impresa titanica. E forse è inevitabile che da un’élite di tecnocrati, provenienti in numero significativo dal top management del settore bancario, quando si arriva al succo delle misure da adottare ai fini dello sviluppo, si giunga alla proposta di ritoccare lo statuto dei lavoratori. Quello che mi domando io, in tutta la partigianeria che mi contraddistingue e che non nascondo, è: davvero abbiamo bisogno di questo? Davvero, con un paese che dà continuamente prova delle sue carenze strutturali e della fragilità sistematica determinata dall’incompetenza e/o dall’inefficienza delle figure che ricoprono ruoli chiave nella sua amministrazione, basta una modifica all’Articolo 18 per rilanciare la crescita?

Qualsiasi ricetta per lo sviluppo, a mio parere, dovrebbe presupporre un requisito fondamentale: un controllo certo, insindacabile, sull’operato dei nostri amministratori pubblici. Nell’assenza certificata di ogni forma di decenza e coscienza (mettiamo a confronto il caso Guttenberg oppure il caso Huhne con il caso Conti o il caso Lusi, senza scomodare forme d’incompatibilità più illustri e ingombranti, e ne abbiamo a sufficienza per vergognarci da qui alla fine della legislatura), solo un organo di controllo che non rischia l’inibizione costante da parte del Parlamento può veramente tutelare qualsiasi piano di sviluppo nazionale, nonché l’immagine del Paese e la dignità dei suoi cittadini. Piuttosto che parlare di mobilità e flessibilità dei lavoratori, spostiamo l’obiettivo sui nostri rappresentanti, eletti o nominati: siamo proprio sicuri che siano i primi a scoraggiare investimenti stranieri, e non questi ultimi, continuamente al centro di scandali o protagonisti, come il summenzionato sindaco della capitale, di figure barbine di risonanza mondiale?

A giudicare dalle condizioni penose in cui versa l’infrastruttura del paese (trasporti, telecomunicazioni, energia, salvaguardia del territorio e del suo patrimonio artistico e archeologico), sono certo che poi si troveranno margini a sufficienza per sviluppare il potenziale di crescita capace di far riguadagnare all’Italia il posto che finora ha dimostrato di non meritare tra le nazioni sviluppate. Ma solo dopo, e non senza, aver risolto il nodo ormai colossale e imbarazzante delle responsabilità civili e morali.

La classe operaia andrà in paradiso?

Posted on Settembre 6th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | No Comments »

Io non so se la classe operaia ha un suo paradiso ad attenderla. Di sicuro, dopo aver spinto sempre più famiglie sotto la soglia della povertà, si sta facendo di tutto per rendere un inferno la vita in terra dei lavoratori dipendenti, sia nel settore privato che in quello pubblico, per una volta senza distinzioni né favoritismi. Per la situazione che vedo intorno a me ogni giorno, posso considerarmi fortunato: contratto a tempo indeterminato, salario garantito, massima attenzione alla sicurezza sul lavoro. Eppure sento che qualcosa che non va deve esserci, se a 5 anni da una laurea conseguita con il massimo dei voti non posso ancora permettermi di fare lo straccio di un piano a media scadenza, e come me molti altri. Se guardandomi intorno vedo laureati brillanti intrappolati nella routine dei lavori a tempo determinato, delle collaborazioni gratuite, dei corsi di formazione forzati, degli impieghi temporanei sottoqualificati e sottopagati; se vedo amici costretti a ingannare il tempo davanti a un bar; se persone di indubbio valore sono costrette a fare la via crucis delle agenzie interinali, per scoprire che il loro nominativo è utile solo ad allungare la lista dei contatti dell’ufficio, aumentandone la reputazione presso i clienti. Se un governo vara una manovra finanziaria senza capo né coda e la modifica 3 volte nel giro di due settimane, arrivando a includere nel testo tutto e il contrario di tutto fino alle modifiche costituzionali, tutto questo dopo aver ripetuto a oltranza che la crisi era un’invenzione della solita gente che vuol male al Paese.

Ecco, questo è un Paese che secondo me ha bisogno di darsi una regolata. Dopo esserci fatti rubare il futuro sotto il naso, stiamo lasciando che il futuro lo rubino anche alle generazioni che verranno, con uno strascico culturale, politico e sociale da cui sarà difficile riprendersi in tempi brevi. E per troppo tempo penso di essere rimasto alla finestra a guardare, in attesa di veder passare nel fiume il corpo del Nemico. Penso che almeno per me sia giunto il momento di dire basta: sono stanco che altri si accollino il lavoro sporco, nella consapevolezza che la loro lotta è giusta e potrebbe/dovrebbe portare un miglioramento anche della mia condizione e della gente che mi sta intorno.

Siamo tutti sotto ricatto: se non personalmente, lo vediamo nelle facce degli amici, dei parenti. E a questo punto diventa una questione di diritti e di dignità, di coscienza e di valori. La logica del dominio impostaci da un’egemonia culturale e politica scriteriata e dissennata ha prosciugato il bacino dei sogni e delle speranze lasciandoci di fronte all’orizzonte desolato di un futuro zero: ridotto ai minimi termini, e forse nemmeno più quelli. Sarebbe anche ora che ci riprendessimo quello che ci spetta. E se verrà il momento, io voglio essermelo guadagnato con le mie mani. E se invece così non dovesse essere, non sarà certo stato un sacrificio in più ad avermi cambiato la vita.

Non so se lo Sciopero Generale indetto dalla CGIL sortirà qualche effetto. Ma pur senza riconoscermi in questo sindacato, oggi mi sono sentito in dovere di prendervi parte. Ero un numero, certo. Lo sono sempre stato e lo saremo sempre, tutti. Ma la teoria del caos insegna che a volte bastano gli infinitesimi per produrre esiti di portata catastrofica. Questa volta la catastrofe è proprio ciò che andrebbe evitato. E se forse è troppo sperare che anche qui da noi si giunga a una presa di coscienza sul modello islandese (come legittimamente evocato su HyperHouse), sono decisamente stanco di assistere al vecchio spettacolo del nano che saltella allegramente con i suoi clown e le sue ballerine svestite sull’orlo del baratro. E’ in cartellone da troppo tempo e non è mai riuscito a strapparmi mezza risata.

Il furto del futuro e i suoi effetti imprevedibili

Posted on Novembre 30th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro | 2 Comments »

Comunque andrà a finire - e per il governo tira un brutto vento - resta il fatto che è dalla Pantera dei primi anni ‘90 che non si vedeva una mobilitazione di queste proporzioni intorno alla scuola italiana. Tuttavia, con la risonanza garantita dai mass media e l’immediatezza della notizia assicurata dalla rete, il movimento studentesco assume una dimensione diversa. Fatte le dovute distinzioni, sembra quasi di assistere alle stesse drammatiche scene tratte di peso da Little Brother di Cory Doctorow: ci sono i ragazzi che finalmente si rendono conto (o fingono di rendersi conto, per convenienza o intuizione) che gli ultimi due decenni di politica all’acqua di rose hanno consumato il più grave dei crimini immaginabili nei loro confronti, il furto del futuro; c’è la risposta dura del ministero degli Interni, che militarizza città intere, capitale inclusa; c’è sullo sfondo l’ombra di un governo ormai inerte, allo sbaraglio, che si ostina a varare provvedimenti snaturati al solo scopo di assicurare una parvenza di operosità che ne legittimi la r-esistenza agli occhi dei cittadini, ammansiti dall’informazione di stato. Per fortuna mancano le deportazioni arbitrarie e l’imposizione di uno stato di emergenza nazionale, ma con l’aria che tira chi può dire quanto durerà ancora?

Mentre si consuma il tracollo del sistema Italia, man mano che si susseguono notizie sul rischio default che dalla Grecia e dall’Irlanda rischia di estendersi al Portogallo, alla Spagna e quindi all’Italia, il nostro Premier rinsalda le alleanze con governi non democraticamente eletti (vedi alla voce Libia) o quanto meno in odor di mafia (vedi alla voce Russia). E la scena geopolitica è complicata dal meccanismo di sospetto e screditamento innescato dal cablegate di Wikileaks. Se non è uno scenario da ultimi giorni, non riesco a figurarmi davvero niente che gli somigli di più. Non so se le proteste di questi giorni e quelle che renderanno ancora più calda la fine dell’autunno si concretizzeranno in effetti palpabili nei confronti dell’egemonia culturale, fatta di qualunquismo e pressapochismo, che ha condizionato queste ultime due decadi nel Bel Paese. Di certo - se, come diceva Vendola a Bologna la scorsa settimana, “sono riusciti nell’inimmaginabile, farci rimpiangere perfino Andreotti” -  non tira una bella aria proprio per nessuno, in questo paese delle meraviglie che è diventata l’Italia.

Sono tempi incerti e si prefigura una stagione di instabilità ancora maggiore. Come ne verremo fuori, al momento attuale credo che per chiunque sia impossibile dirlo. Ma se un tempo le battaglie erano mosse da obiettivi precisi, con l’astuta sottrazione del futuro operata ai danni delle generazioni più giovani dai governi di destra e di sinistra da Craxi in avanti, i termini del confronto sfumano in una dimensione di sempre più difficile definizione. Hanno pensato di sostituire l’aspirazione al futuro con un sogno confezionato su misura, un diritto con un sogno bagnato, ma il giocattolo sta rivelando la propria natura posticcia. E un conto è lottare per un ideale, un conto è muoversi spinti dalla rabbia, dall’esasperazione e dalla sete di vendetta. Ma con i cervelli anestetizzati, ci è rimasta in funzione solo la pancia. E con quella, purtroppo, non ci sono margini di manovra per provare a ragionare o scendere a patti.

Perramus (III)

Posted on Maggio 4th, 2010 in Graffiti, Letture | 11 Comments »

[Tempo fa, spinto dall’invito di Danielepase, mi sono interessato all’introvabile Perramus. Con il consueto formidabile supporto di Maurizio “Gunman” Fontanella, mio fornitore di fiducia di letture fumettistiche, sono riuscito ad agguantare il terzo episodio della saga dedicata all’enigmatico antieroe argentino, spezzato in dieci puntate sulle uscite de L’Eternauta, tra il 1988 e il 1989. Per il momento non sono riuscito a fare di meglio, ma so che alla pubblicazione cominciata nel 1984 dovrebbe essere seguita una raccolta in quattro volumi e l’obiettivo è entrarne in possesso, prima o poi. Per il momento, mi sono goduto questa terza avventura di Perramus, che porta sull’Isola del Guano l’uomo senza memoria, in fuga dal passato, che si è dato il nome di un impermeabile. “È un marchio, non un nome”, protesta un personaggio. In tempi di crisi dell’individuo e di esasperato individualismo, fa qualche differenza?]

Di ritorno da Stoccolma, dove l’Accademia Svedese gli ha tributato l’atteso Nobel premiando “l’opera letteraria di un creatore eccezionale, lungamente emarginato per equivoci ideologici e d’altro genere”, Jorge Luis Borges scampa per un pelo a un agguato teso dai Marescialli di Santa Maria, indispettiti da una dichiarazione rilasciata dal Maestro al momento della consegna. La scomoda affermazione recita testualmente: “Un tempo mi preoccupavano i governi che facevano sparire certi libri dagli scaffali… poi ho capito che era più grave far sparire i lettori dalle loro case” e viene pronunciata con un sorriso reso serafico dal tratto fortemente espressionista e caricaturale di Alberto Breccia. E questo è solo l’inizio del terzo di quattro episodi dedicati da Breccia, su testi del romanziere e poeta Juan Sasturain, all’enigmatico Perramus, al fosco Canelones e al paradossale Nemico, compagni di viaggio di Borges in un’avventura surreale e paradossale che fotografa i contrasti tra le luci e le ombre, tra le angosce dietro le tende e le speranze oltre i vetri dell’Argentina appena uscita dalla Guerra Sucia. Nella finzione, i tre sono protagonisti della raccolta di racconti Fricciones, che vale appunto il Nobel al grande scrittore argentino, “e se abitualmente i personaggi esistono e sono determinati dalla scrittura dell’autore, nel caso delle mie Fricciones sono stati invece i personaggi stessi a segnare per sempre colui al quale è toccato in sorte di essere, per puro accidente, il semplice autore”. Finiscono così per accompagnare il Maestro in quest’avventura che li precipita di male in peggio, spedendoli dopo il tentativo di sequestro da parte degli scherani del governo sull’Isola di Mr. Whitesnow, la capitale mondiale del guano.

Non dobbiamo dimenticare che Alberto Breccia era stato strettissimo collaboratore di Hector Oesterheld e che proprio con il padre dell’Eternauta aveva lavorato su una vita a fumetti del Che che, molto probabilmente, fu una delle ragioni che portarono al rapimento e alla successiva sparizione dello sceneggiatore nel 1977. Quando si mise all’opera su Perramus, nel 1983, il ricordo dell’amico desaparecido doveva vibrare intenso, e possiamo ritrovarlo ancora nitido in una dichiarazione rilasciata dallo stesso artista a Milano nel 1988, in occasione di una mostra dedicata alla sua opera: “Non volevamo che calasse la tensione, che gli argentini tornassero a veder rosa troppo presto”.

E se la minaccia sinistra della dittatura dei generali si staglia sullo sfondo anche di questo terzo episodio ambientato fuori dall’Argentina, su un’immaginaria isola che potrebbe essere un paradiso caraibico come un’immaginaria reinterpretazione delle Malvinas/Falkland, Breccia e Sasturain trovano nel paradosso la chiave di lettura della storia. L’Isola è un luogo non meno emblematico delle figure dei quattro protagonisti, nella cui allegoria vive trasfigurata la tragicomica situazione di ogni repubblica delle banane. La repubblica del guano basa sugli escrementi dei volatili la propria precaria economia e i suoi abitanti sono pertanto costretti ad attendere con ansia una pioggia fecale per vedere risollevate le sorti stagnanti della propria nazione. “Il problema non è la merda. Al contrario, è la soluzione!” insegna il lacchè di Mr. Whitesnow. Paradigmatico e attualissimo tuttora, non è vero?

A contrapporsi al regime, si batte ormai solo il Circo Isolano Clandestino, erede spirituale dell’antica tradizione circense dell’Isola messa al bando dalla dittatura (che è arrivata a dichiarare fuorilegge la stessa parola “pagliaccio”, come se fosse la più affilata delle armi contro il governo… e forse è davvero così), che oppone una strenua ed eroica resistenza all’assenza di fantasia di “un’isola di merda”. Caduto nelle mani di Mr. Whitesnow, Borges è costretto a tenere conferenze a una platea di nani, il simbolo vivente dell’antica cultura abolita dal nuovo regime, sorvegliato da un Perramus sempre più disincantato e cinico, mentre Canelones e il Nemico finiscono nelle mani del C.I.C. e si lasciano coinvolgere nella causa persa della resistenza. E quando un tentativo di scuotere le coscienze con un blitz circense in una fabbrica di guano fallisce davanti all’incapacità degli operai di divertirsi, la critica della rivoluzione vive il suo requiem nelle parole definitive del Nemico, già avversario del regime prima di ritirarsi in esilio: “Sappiamo che abbiamo ragione, forse… Ma oltre ad avere ragione, bisogna convincere la maggioranza… Una verità per pochi è quasi una menzogna…”

Da qui in poi è tutta una concatenazione di episodi, con continui capovolgimenti di fronte tra la resistenza e il regime di Mr. Whitesnow, finché questi non accusa di tradimento Borges e Perramus e li condanna all’esilio per cannoneggiamento fuori dalle frontiere dell’Isola e una provvidenziale pioggia di guano interrompe la cerimonia ricoprendo di merda gli astanti. È solo il presagio dello sbarco sull’Isola dei gringos di Mr. Mastershit (la cui fantasia diplomatica richiama in una certa misura la figura-chiave di Henry Kissinger), che porta un progetto innovativo per sfruttare il “fenomeno fisiologico” che si scontra presto con i piani di predominio di Mr. Whitesnow, obbligando quest’ultimo ad abbracciare la causa della resistenza per scacciare gli invasori dall’Isola. La sontuosa sarabanda finale è il culmine prodigioso del caos e del grottesco, che porta all’unica soluzione possibile: una rivoluzione dal sapore amaro di restaurazione.

E il senso della storia orchestrata con estro e impreziosita da tocchi di dirompente ironia da Sasturain e Breccia è tutto concentrato in uno scambio tra Borges e Perramus, collocato proprio nel fulcro narrativo attorno a cui si dipana l’intreccio.

Perramus: «Maestro, stanno dormendo… Perché insiste sull’argumentum ornithologicum?»
Borges: «Io non parlo affinché mi ascoltino, così come non mangio affinché mi pesino o sono cresciuto affinché mi misurassero… Capisce?»
Perramus: «No.»
Borges: «Non importa. Non le spiego affinché capisca.»

C’è altro da aggiungere?

1945-2010: resistere al bispensiero

Posted on Aprile 24th, 2010 in Agitprop, Stigmatikos Logos | 1 Comment »

“Raccontare deliberatamente menzogne ed allo stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile.”

George Orwell - 1984

In tempi di egemonia del bispensiero, non dovrebbe sorprendere più di tanto il trattamento vergognoso riservato alla Resistenza da una larga parte della classe politica che ci ritroviamo. Una parola voglio tuttavia spenderla lo stesso e voglio farlo oggi per non imbrattare il pensiero (non doppio) che ho intenzione di lasciare in bacheca domani per il 25 aprile, nella ricorrenza del 65° anniversario della liberazione dal giogo nazifascista.

Quello che vedete qui di fianco è Edmondo Cirielli, parlamentare del PDL che ricopre contemporaneamente le cariche di presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati e di presidente della Provincia di Salerno. Proprio a Salerno Cirielli ha dato prova del suo rigore intellettuale in occasione dei preparativi per le celebrazioni del 25 aprile. La storia dei manifesti predisposti dalla Provincia e affissi per la città è rimbalzata sulle principali testate nazionali, da Repubblica al Corriere della Sera. In questi manifesti, nessun riferimento al ruolo dei partigiani nella lotta di liberazione dell’Italia, ma un fin troppo zelante ringraziamento all’esercito americano “per l’intervento nella nostra terra che ha sancito un’alleanza che ha garantito un luogo periodo di pace e di progresso economico e sociale, senza precedenti e che ha salvato l’Italia, come l’Europa, dalla dittatura comunista”.

La minaccia più grande, mentre una generazione di italiani dedicava la propria vita alla libertà nelle nostre città e nelle nostre campagne, sarebbe stata quindi per Cirielli quella comunista, in un saggio di manipolazione dell’informazione che incanta e che ribadisce - proprio come un disco incantato - sulla sua pagina di Facebook:

“Il senso del manifesto per la celebrazione del 65° anniversario della Liberazione è molto chiaro ed è reso palese dalla lingua italiana. La presa di distanza dalle conseguenze nefaste per la democrazia dell’esperienza fascista è, inequivocabilmente, scritta nel manifesto. La realtà è che una certa cultura antidemocratica, per anni a servizio (a volte anche a pagamento) della Russia comunista, vuole negare alle giovani generazioni la possibilità di conoscere una serie di verità storiche, che io invece ho inteso sottolineare. Se ci avesse liberato l’Armata Rossa, anziché gli Americani, per 50 anni non saremmo stati un paese libero.”

Un vero campione delle verità storiche, non c’è che dire. Davvero. Ma delle verità riscritte a regola d’arte e spacciate come fatti inoppugnabili. E che dietro questo ennesimo episodio di revisionismo storico si celi la consueta miscela di malafede e di semplice ignoranza, al momento non fa alcuna differenza. Quello che resta come dato di fatto è la vergogna per la mia terra provocatami da chi la rappresenta e l’amministra come se fosse il proprio feudo, con la licenza di riscrivere la storia e infilare su un manifesto pubblico le peggiori oscenità culturali, replicando a livello territoriale quello che ormai è un paradigma nazionale imposto, accettato e tollerato da tutti.

E non consoliamoci al pensiero che Orwell lo aveva previsto. Contro chi vuole riscrivere la nostra storia, bisogna ribadire il valore della Resistenza, della responsabilità individuale e della coscienza civile di cui ciascuno di noi è provvisto. Resistere, resistere, resistere: all’amnesia collettiva, alla rimozione di Stato, all’oblio come istituzione fondante di un presente effimero. Oggi, con la stessa tenacia di 65 anni fa.

Accade anche questo…

Posted on Dicembre 15th, 2009 in Agitprop, Fantascienza | 3 Comments »

… che per una domanda uno scrittore di fantascienza venga malmenato, sbattuto in cella e trattenuto per tre ore dalla polizia di confine degli USA e quindi privato di tutti i suoi effetti personali al rilascio (inclusi appunti, foto e cappotto) e per di più accusato di aggressione ai danni di un agente federale. E quando c’è di mezzo il Dipartimento della Sicurezza Interna (come insegna Cory Doctorow), c’è poco da scherzare. Peter Watts, autore e ricercatore canadese purtroppo poco noto in Italia ma di cui va ricordato almeno il pregevolissimo primo volume dedicato alla sua saga dei rifter (edito da Solaria, qualche era fa, con il titolo non proprio seducente di Stelle di mare), è lo sventurato protagonista di questa storia.

Lo stesso Doctorow denunciava tempestivamente l’accaduto su Boing Boing poche ore dopo i fatti (ringrazio Zebulon Carter per la segnalazione) e Watts ne parlava sul suo blog (da oggi tra i miei preferiti, nella barra dei link qui a destra) in termini tanto fantascientifici da mettere i brividi per le implicazioni, appena rientrato a casa dalla brutta esperienza. La notizia è stata ripresa da molti amici e colleghi di Watts, inclusi John Scalzi e Richard Morgan. La loro mobilitazione è stata anche finanziaria e sta contribuendo al fondo di Watts per affrontare spese legali che, vista la gravità delle accuse a suo carico, rischiano seriamente di buttarlo sul lastrico.

Considerando il clima di astio e frustrazione che domina la “comunità” (si può ancora chiamarla così? ho i miei dubbi…) del fantastico italiano, se fosse successo a un autore in Italia adesso ci sarebbero un centinaio di suoi colleghi appostati in riva al fiume in attesa di veder passare il cadavere, sincerarsi della sua sventura e godersi lo spettacolo. Per fortuna esistono dei modelli a cui guardare non solo sulla carta ma anche nel comportamento umano. La professionalità è anche questo. Dovrebbe essere anche questo, sebbene la maggioranza voglia dimenticarsene.

Esprimo quindi solidarietà a Peter Watts e ammirazione e apprezzamento per il clima di calore umano che ho visto crearsi attorno a lui. Spero che la situazione si risolva per il meglio e che alla fine, come merita, sia la giustizia a prevalere. My two cents from Italian rift.

Over.

Il conflitto permanente

Posted on Dicembre 12th, 2009 in Agitprop | 6 Comments »

Oggi è uscito questo editoriale di Massimo Giannini su Repubblica, un pezzo che ho trovato interessante e condivisibile tanto nelle posizioni quanto nell’esposizione delle stesse, pacata, misurata e ragionevole. Mala tempora currunt per la democrazia, quando un primo ministro culmina l’escalation della propria offensiva verso il dissenso, partita con la campagna di diffamazione e screditamento ai danni della stampa, con un attacco alle istituzioni. E se lo fa con un discorso imbarazzante approfittando della tribuna internazionale del congresso dei popolari europei, davanti a colleghi increduli e sconcertati, allora è lecito anche il sospetto che lo stato di ansia e agitazione in cui vive il Premier sia ormai sfociato in uno stato di dissociazione paranoica permanente, in cui la realtà dei processi che lo vedono implicato degenera nella persecuzione ai danni di un innocente a priori, e il dato di fatto delle continue manovre politiche volte a innalzare scudi legali in sua difesa alimenta l’illusione irresponsabile di una necessaria difesa delle istituzioni. E’ importante che ci sia qualcuno a fotografare la realtà, senza accendere i toni come troppo spesso si fa in questa nostra Italietta da strapazzo, che troppo spesso rivela nella radicalizzazione delle posizioni i sintomi del populismo di cui soffre da sempre. Per capire quanto in basso si sia arrivati nel corso di questo 2009, non servono strumenti critici particolarmene raffinati. Basta solo un minimo di buon senso.

Il Fratello Maggiore e la quadratura del cerchio

Posted on Dicembre 1st, 2009 in Agitprop, Stigmatikos Logos | No Comments »

Ma davvero c’è gente che ancora si stupisce davanti a questo?

Aggiornamento: Il tour in visita ai dittatori dell’est - moderna espressione del comunismo migliore - dovrebbe continuare con la prossima tappa in Corea del Nord, dove il Premier affronterà con il clone di Kim Jong Il il tema delicato del condizionamento popolare e dell’estensione illimitata del potere.

Notte a Mosca

Posted on Novembre 28th, 2009 in Futuro, Kipple | No Comments »

Le luci nella nebbia ricordano un sogno gibsoniano della nostra era cibernetica. Le ombre sotterranee richiamano una canzone di David Bowie.

Ha da passà a nuttata

Posted on Novembre 10th, 2009 in Agitprop, Kipple | 3 Comments »

Ma sarà davvero così? Solo un anno fa un’inchiesta dell’Espresso accendeva i riflettori sul “candidato dei casalesi”. La lunga notte è proseguita con le voci sempre più insistenti sulla candidatura del sottosegretario all’Economia, nonché coordinatore regionale del Pdl, alla poltrona di governatore della Campania. Un ruolo, quello della presidenza, praticamente servito alla destra su un piatto d’argento dal governatore in carica Bassolino, grazie alla sua politica di clientelismo e ignavia degna di un Vicerè (si rimanda alla gestione della Crisi Rifiuti per rispolverare un po’ i ricordi). Comunque, oggi qualcuno si accorge che forse, alla fine della fiera, per una volta prevenire potrebbe essere meglio che curare. E’ comunque presto per parlare di sussulto di coscienza per la nostra democrazia malandata: gli indizi erano già da un pezzo piuttosto eloquenti, quindi probabilmente l’iniziativa della magistratura era solo una questione di tempo. Il rischio ora è che finisca per arenarsi nelle secche delle immunità e dell’iter autorizzativo della giunta della Camera, ma non sarebbe una sorpresa.

Contro il silenzio e l’indifferenza, consiglio di leggere l’intervento di Roberto Saviano su Repubblica. Ne riporto uno stralcio.

Secondo Gaetano Vassallo, il pentito dei rifiuti facente parte della fazione Bidognetti, Cosentino insieme a Luigi Cesaro, altro parlamentare Pdl assai potente, in zona controllava per il clan il consorzio Eco4, ossia la parte “semilegale” del business dell’immondizia che ha già chiesto il tributo di sangue di una vittima eccellente: Michele Orsi, uno dei fratelli che gestivano il consorzio, viene freddato a giugno dell’anno scorso in centro a Casal di Principe, poco prima che fosse chiamato a testimoniare a un processo. Il consorzio operava in tutto il basso casertano sino all’area di Mondragone dove sarebbe invece - sempre secondo il pentito Gaetano Vassallo - Cosimo Chianese, il fedelissimo di Mario Landolfi, ex uomo di An, a curare gli interessi del clan La Torre. Interessi che riguardano da un lato ciò che fa girare il danaro: tangenti e subappalti, nonché la prassi di sversare rifiuti tossici in discariche destinate a rifiuti urbani, finendo per rivestire di un osceno manto legale l’avvelenamento sistematico campano incominciato a partire dagli anni Novanta. Dall’altro lato assunzioni che garantiscono voti ossia stabilizzano il consenso e il potere politico.

Districare i piani è quasi impossibile, così come è impossibile trovare le differenze tra economia legale e economia criminale, distinguere il profilo di un costruttore legato ai clan ed un costruttore indipendente e pulito. Ed è impossibile distinguere fra destra e sinistra perché per i clan la sola differenza è quella che passa tra uomini avvicinabili, ovvero uomini “loro”, e i pochi, troppo pochi e sempre troppo deboli esponenti politici che non lo sono. E, infine, è pura illusione pensare che possa esistere una gestione clientelare “vecchia maniera”, ossia fondata certo su favori elargiti su larga scala, ma aliena dalla contaminazione con la camorra.

E intanto si monta un’allegra bagarre intorno alla sentenza di Strasburgo sul crocifisso nelle aule scolastiche (ancora una volta tutti uniti, a destra come nel PD, per difendere un privilegio che nessuno saprebbe come giustificare sul piano dei valori e del rispetto civile senza tirare in ballo il sacro “valore della tradizione”) e un altro sottosegretario (alla Presidenza del Consiglio) non esita a dare prova delle sue doti di carità cristiana nell’insultare l’intelligenza degli italiani e la memoria della vittima di uno Stato allo sbando. Siamo messi bene, non c’è che dire.