Oltre la World SF Italia: quale futuro per la SF italiana?

Posted on Maggio 20th, 2013 in Fantascienza | No Comments »

A tre giorni dall’inizio della 39sima Italcon, ospitata nel più ampio contenitore della XXVII edizione della Sticcon, in programma dal 23 al 26 maggio nella confortevole location romagnola di Bellaria (a questo indirizzo tutti i dettagli della manifestazione, che vedrà anche noi connettivisti impegnati nell’annuale NextCon con una ricca offerta letteraria incentrata sui recenti sviluppi del movimento), è apparsa oggi su Fantascienza.com una proposta di evoluzione della World SF Italia, l’associazione che unisce gli operatori del settore in Italia: scrittori, critici, traduttori, editori, artisti. L’idea di rinnovamento è stata elaborata da Silvio Sosio, curatore di Fantascienza.com, Odissea Fantascienza e Robot, editore della Delos Books, per farla breve uno dei punti cardinali del genere in Italia, e per i dettagli non posso che rimandarvi all’articolo in questione, che sta già facendo molto discutere.

Per affrontare l’argomento, in effetti, la sede ideale è il thread che si sta sviluppando sul Ten Forward, con contributi per lo più possibilisti se non proprio entusiastici di fronte all’idea di riformare quello che è l’organo centrale della fantascienza in Italia, che specie a partire dalla scomparsa di Ernesto Vegetti, per tanti anni sua autentica anima e motore primo di ogni sua iniziativa, ha visto il proprio ruolo un po’ ridimensionato, ridotto di fatto alla gestione dei premi (con una non proprio efficacissima duplicazione del Premio Italia nel Premio Sidera, attivo dallo scorso anno). Per capire meglio ciò che intendo, basta dare un’occhiata al suo sito, che non è altro che una facciata di transito verso il sito di voto del Premio Italia. Se non siete appassionati di fantascienza (nessuno è perfetto) questo post vi risulterà vacuo e incomprensibile, quindi siete autorizzati a passare oltre. Ma se non siete proprio prevenuti verso il genere, se gli riservate una possibilità di coinvolgimento, se di tanto in tanto vi concedete qualcosa di più di un blockbuster di fantascienza, magari un fumetto, oppure un libro, allora l’operato della World SF Italia è argomento che potrebbe riguardare anche voi. Perché la proposta di Sosio muove dall’idea di farne a tutti gli effetti un ente di promozione del genere in Italia, magari con qualche possibilità di incisione anche all’estero.

Personalmente concordo con l’idea di cambiargli nome (World SF Italia è tanto altisonante quanto ingannevole), come pure di recuperare il ruolo informativo che negli anni è stato assunto dai bollettini dell’Editrice Nord, dalle appendici di “Urania” dedicate all’attualità della fantascienza internazionale (superate nell’era della rete dal vantaggio strutturale di siti come Fantascienza.com), dalle rubriche di approfondimento di Futuro News (per qualche tempo). Per la generazione precedente la mia, in particolare, il Cosmo Informatore prima e Cosmo SF in seguito hanno assicurato un contatto con il fandom che ritengo nessun’altra esperienza, nemmeno grazie alle potenzialità del web, è stata in grado di replicare: uno sguardo a 360°, al di là degli steccati del proprio orticello o al massimo del proprio condominio, su quantoaccadeva nel settore, in Italia e all’estero. Certo, la visione poteva risultare Nord-centrica, ma in fondo era giustificato dallo scopo del bollettino, che era quello di tenere aggiornati gli appassionati di fantascienza iscritti all’albo dei lettori della Nord (non saprei come altro definirlo) sulle uscite della casa editrice. Ma spesso la rivista si spingeva oltre: con articoli di approfondimento che spaziavano dalla critica letteraria alle recensioni cinematografiche, segnalazione di titoli indipendenti dalla Nord, una panoramica sulle fanzine, notizie dai lettori, pagine di offerte di compravendita, concorsi di narrativa, etc. Ecco, penso di essere stato l’ultimo (se non l’unico) della mia generazione a poterne apprezzare le qualità, che rimpiango ancora adesso.

Certo, qualcuno potrà obiettare che molte di queste funzioni vengono svolte oggi appunto dal Corriere della Fantascienza, on-line, e da Robot, off-line. Però temo che i meccanismi perversi innescatisi negli anni, e deterioratisi sempre più nel tempo, abbiano portato alla prevalenza di un pregiudizio incrociato tra le molteplici - minuscole, talora settarie - microcomunità che a un certo punto hanno deciso di allontanarsi dalla vita del villaggio globale per perseguire sogni di autarchia nella giungla, informatica e non. Sarebbe ora di riportare i fuggiaschi - e tra i profughi mi ci metto anch’io - interessati a riaprire un dialogo (quelli per fortuna non sono mai mancati) in piazza, nell’agorà o se volete nel foro di questa città abbandonata, e ricostruire una comunità sulle sue macerie. Per farlo, occorre senz’altro un organo di garanzia, scollegato dalle diverse fazioni, e l’eventuale bollettino dell’organizzazione potrebbe assolvere a questo ruolo. Mi spingo oltre, rispetto alla proposta originaria di Silvio, ipotizzando un portale che funga da aggregatore di notizie (non dovrebbe dopotutto richiedere soluzioni tecniche insormontabili), integrato con l’imprescindibile Catalogo Vegetti, con un’area di discussione (che colga l’eredita della compianta Lista Yahoo! di Fantascienza) e infine un presidio efficace dei social network, da Facebook a Twitter. Perché la cosa possa funzionare, occorre naturalmente uno staff, e per comporlo si potrebbe attingere proprio alle diverse forze di cui sopra: un mix di amatori e professionisti del settore. Perché la cosa funzioni ovviamente occorre che ci sia la volontà di mettersi al servizio della comunità, ma senza questo presupposto da parte di tutti non credo che abbia nemmeno senso andare avanti con la proposta.

Se vogliamo uscire dai tempi bui in cui ci siamo infilati, questa potrebbe essere una strategia vincente per portare il genere a una sua visibilità in Italia: assicurando un’immagine che possa anche fungere da interfaccia con l’esterno, con il bacino dei potenziali appassionati, oltre che con i media. A garantire questa funzione, venuti meno purtroppo nel giro di pochissimi anni tanti (troppi) padri fondatori, colonne portanti della SF italiana, bisognerebbe rivolgersi a un corpo di ambasciatori, ma per fortuna sono convinto che le personalità titolate a farsi carico dell’onere non latitino. Il bollettino riassuntivo da inviare a casa, l’organizzazione efficace dei premi, sono al confronto attività di ordinaria amministrazione che potrebbero trarre enorme beneficio dal motore centrale: la nuova organizzazione in cui trasformare la World SF. Che si chiami Italia SF, Associazione Italiana di Fantascienza, Agenzia o altro, importa poco. Molto più importante sarà l’impegno dei volontari e l’investimento economico degli editori che decideranno di sostenere l’iniziativa.

Spero davvero che non ci si lasci scappare questa occasione, che ha tutta la somiglianza possibile con quell’ultimo treno in partenza dalla stazione che a ripetizione, non solo in questo settore, finora sembriamo esser stati sempre disposti a concederci il lusso di lasciarci scappare. Stavolta potrebbe essere l’ultimo per davvero.

Probabilmente, per chi è interessato a discuterne, la sede ideale per confrontarsi di persona sull’argomento - e forse votare sull’applicazione delle modifiche statutarie della World SF Italia che esso comporta - sarà venerdì sera nel corso della riunione annuale dei soci, che avrà luogo dalle 21.00 alle 23.00 presso il Centro Congressi Europeo di Bellaria (sala Babel).

The long slow goodbye of El Bonko

Posted on Aprile 8th, 2013 in Fantascienza | 2 Comments »

Per parafrasare il titolo di una canzone dei Queens of the Stone Age. La notizia sta facendo il giro della rete da qualche giorno, ma vista la sua natura “anticipatrice” non scadrà finché l’evento che annuncia non si sarà compiuto. E purtroppo, l’evento che annuncia non è per niente lieto: il pluripremiato, poliedrico, visionario, scrittore scozzese Iain M. Banks (raramente come nel suo caso l’iperaggettivazione si rivela limitata per esprimere la portata dell’opera di un autore) ha annunciato sulle pagine web del suo editore di avere ancora pochi mesi da vivere, a causa di un cancro allo stadio terminale.

La notizia è subito rimbalzata in lungo e in largo attraverso il cyberspazio, ripresa da Locus, io9, Tor.com e per l’Italia da Fantascienza.com. Essendo giunta a ridosso del 1° aprile, confesso di aver a lungo sperato che si trattasse di un macabro scherzo. E invece, come sappiamo, gli scherzi più macabri riesce sempre a giocarceli la vita.

Per puro caso e con la complicità dell’enciclopedica antologia dedicata da Piergiorgio Nicolazzini al Cyberpunk nelle Grandi Opere dell’Editrice Nord, Banks è stato uno dei primissimi autori di SF contemporanea che abbia letto. E l’annuncio mi ha raggiunto solo qualche giorno dopo aver attaccato la lettura de L’Impero di Azad (The Player of Games), il secondo capitolo della sua portentosa serie dedicata alla Cultura. Per una panoramica sul suo universo letterario, rivolgetevi pure alle sue note oppure alla selezione curata da Annalee Newitz per io9, che giustamente ricorda l’importanza di Banks nell’aver definito temi e prospettive entrate nel canone del genere: le civiltà postumane, l’interazione con le IA, la colonizzazione spaziale.

Ecco, se è vero che gli autori si lasciano dietro il corpus delle proprie opere, a duratura memoria del loro passaggio su questo pianeta, è altrettanto vero che bastano a volte pochi istanti per percepire la profondità umana di persona. Ho avuto la fortuna di incontrare Banks a Verona, qualche anno fa, quando insieme con Iguana Jo lo intervistammo per le pagine di Robot. E in quell’occasione davvero fortunata, saltato l’abboccamento per una Deepcon/Italcon che con la sua presenza avrebbe potuto rivelarsi memorabile, Banks riversò sulla platea aneddoti e retroscena del suo ciclo più famoso, tra i più ambiziosi affreschi mai tentati dalla fantascienza.

Magari si trova nelle vicinanze qualche Unità Generale di Contatto dal nome improbabile, come Arbitraria oppure Comportamento Flessibile, e qualche agente della Cultura ha già ricevuto l’incarico di tradurlo a bordo e riparare il suo corpo biologico. Ma se anche un giorno dovessi incontrare un tal Sun-Earther Iain El Bonko Banks of North Queensferry su un remoto Orbitale, e nonostante tutti i suoi libri che mi restano ancora da leggere, il senso di perdita è già forte. Con la sua dipartita, il mondo della fantascienza, ma non solo, sarà decisamente più povero.

I lettori che volessero lasciargli un messaggio, possono farlo tramite il sito web attivato a questo scopo: Banksophilia: Friends of Iain Banks. Quale modo migliore per tributare un omaggio a uno degli autori più influenti e rappresentativi del nostro immaginario contemporaneo?

[Foto di Iguana Jo, via Flickr. Dettagli dalle illustrazioni di Mark Salwowski per le copertine di Consider Phlebas e Excession.]

Looper

Posted on Febbraio 7th, 2013 in Proiezioni, ROSTA | No Comments »

La mia recensione: sulle pagine di Boiling Point.

Addio, Ric

Posted on Gennaio 15th, 2013 in Fantascienza, ROSTA | 2 Comments »

Spiace riprendere l’attività sul blog dopo un mese e mezzo di silenzio con una così brutta notizia, ma non si può sorvolare sul ricordo di una persona come quella che ci ha lasciato ieri. Riccardo Valla è morto a 71 anni stroncato da un infarto (per i dettagli vi rimando alle notizie di Fantascienza.com e Fantasy Magazine, con i ricordi di Silvio Sosio ed Emanuele Manco). Dopo Ernesto Vegetti e Vittorio Curtoni è un altro durissimo colpo per la comunità letteraria di appassionati di fantascienza e fantastico: una colonna portante che viene meno.

Valla aveva esordito nel campo reclutato da Gianfranco Viviani nei primi anni ‘70 per curare le collane dedicate al fantastico e alla SF della casa editrice Nord. E Ric aveva lasciato il segno, contribuendo a plasmare il gusto e la consapevolezza di intere generazioni, svolgendo in libreria il lavoro che parallelamente veniva svolto - in epoche diverse - da collane come Galassia e riviste come Robot. In questa veste, la sua presenza incomberà sempre sulla mia collezione di libri.

Ma Riccardo era anche un fine traduttore e probabilmente milioni di lettori italiani hanno potuto apprezzare Dan Brown al di là degli effettivi meriti del Codice Da Vinci proprio grazie al suo lavoro di adattamento. Ric, con il sarcasmo che lo distingueva, dedicò all’opera anche una parodia, pubblicata a puntate su Carmilla. E soprattutto Ric era un appassionato eclettico, capace di spaziare a 360° su tutti i fronti del sapere: era capace di intrattenere per ore e ore l’interlocutore di turno saltando dalle illustrazioni d’epoca alla scienza di frontiera, dal cinema all’epica norrena. Un uomo rinascimentale, a tutti gli effetti. Brillante, curioso, colto, acuto.

Ricordo la prima sera della mia prima Italcon, trascorsa in compagnia sua e di Antonino Fazio, divagando dagli intenti del connettivismo (all’epoca ancora agli esordi) all’arte, alla fotografia. Ricordo che Ric ammetteva di aver smesso di leggere fantascienza da tempo e che negli ultimi anni il suo interesse si concentrava prevalentemente sulla protofantascienza (emblematico della sua rinnovata passione è questo articolo su Albert Robida) e forte dei suoi studi aveva accettato di contribuire a Next International con un articolo sul futurismo. Ma se la conversazione scivolava verso le frontiere del postumano, la sua cultura sconfinata e la sua sensibilità innata gli permettevano di supplire brillantemente alle letture mancate. Dopotutto, Valla aveva contribuito anche al successo di Greg Egan presso la comunità SF italiana, e dopo aver tradotto (e naturalmente capito - cosa fondamentale per poter renderli fruibile ai lettori) i suoi lavori poteva agevolmente proiettarsi verso le frontiere speculative esplorate dai suoi eredi.

La sua scomparsa improvvisa ci lascia tutti più poveri.

In memoria di Riccardo Valla la NeoRepubblica di Torriglia ha proclamato il 14 gennaio 2013 giorno di lutto nazionale, al pari del 17 gennaio 2010 (in memoria di Ernesto Vegetti) e del 4 ottobre 2011 (in memoria di Vittorio Curtoni).

Locus Online’s All-Centuries Poll: scheda di voto

Posted on Dicembre 1st, 2012 in Fantascienza | 4 Comments »

Si è chiuso stamattina il sondaggio del secolo indetto dalla rivista Locus per eleggere le migliori opere di fantascienza e fantasy del ‘900, con un’appendice per la prima decade del XXI secolo. Dell’iniziativa dava notizia Fantascienza.com qualche settimana fa, grazie al sempre vigile Alberto Priora. Ovviamente, sono riuscito a inviare il mio voto solo nelle ultime ore.

Altrettanto ovviamente, nella foga degli ultimi giorni, ci è scappata la dimenticanza. Grave, in questo caso, anzi forse di più. Perché se da un lato ho compilato ogni selezione (a partire dalle ricchissime - ancorché incomplete - liste di riferimento redatte dalla rivista: per i romanzi del XX secolo, le opere brevi del XX secolo, i romanzi del XXI secolo e le opere brevi del XXI secolo) sacrificando inevitabilmente opere che reputo fondamentali per il mio personale percorso formativo e altre che giudico imprescindibili tout-court, alla ricerca di un equilibrio sostenibile tra gusto individuale ed ecosistema del genere (a farne le spese alcuni nomi illustri, quali Ursula K. Le Guin, Robert A. Heinlein, Frederik Pohl, Theodore Sturgeon, Jack Vance, A.E. van Vogt e, in tempi più recenti, Iain M. Banks, che solo in alcuni casi sono riuscito a “ripescare” cercando di applicare una logica compensativa), dall’altro in un campo di scelta tanto vasto era inevitabile che qualche disattenzione potesse scapparci. Peccato che nel mio caso sia saltato proprio il titolo che, se me ne fossi ricordato, avrei indicato come prima scelta tra le short stories del XX secolo.

Dopo la lista delle mie preferenze per il sondaggio di Locus, troverete l’imperdonabile dimenticanza. E adesso che l’ira del dio della short story si abbatta pure su di me senza misericordia…

20th Century SF Novel
20thsfnvl:1: William Gibson: Neuromancer (1984)
20thsfnvl:2: Alfred Bester: The Stars My Destination (1957)
20thsfnvl:3: Samuel R. Delany: Babel-17 (1966)
20thsfnvl:4: Frank Herbert: Dune (1965)
20thsfnvl:5: Philip K. Dick: Do Androids Dream of Electric Sheep? (1968)
20thsfnvl:6: Kurt Vonnegut: Slaughterhouse-Five (1969)
20thsfnvl:7: Kim Stanley Robinson: Red Mars (1992)
20thsfnvl:8: H. P. Lovecraft: At the Mountains of Madness (1936)
20thsfnvl:9: Isaac Asimov: The End of Eternity (1955)
20thsfnvl:10: Bruce Sterling: Schismatrix (1985)

20th Century Fantasy Novel
20thfnnvl:1:
Fritz Leiber: Our Lady of Darkness (1977)
20thfnnvl:2: J. R. R. Tolkien: The Lord of the Rings (1955)
20thfnnvl:3: Ray Bradbury: Something Wicked This Way Comes (1962)
20thfnnvl:4: M. John Harrison: The Pastel City (1971)
20thfnnvl:5: Robert E. Howard: Conan the Barbarian (1950)
20thfnnvl:6: Samuel R. Delany: Tales of Nevèrÿon (1979)
20thfnnvl:7: Stephen King: It (1986)
20thfnnvl:8: Robert R. McCammon: The Wolf’s Hour (1989)
20thfnnvl:9: George R. R. Martin: A Game of Thrones (1996)
20thfnnvl:10: Tim Powers: Dinner at Deviant’s Palace (1985)

20th Century Novella
20thnva:1:
Samuel R. Delany: The Ballad of Beta-2 (1965)
20thnva:2: Greg Egan: Oceanic (1998)
20thnva:3: H. P. Lovecraft: The Dream Quest of Unknown Kadath (1943)
20thnva:4: Lucius Shepard: Barnacle Bill the Spacer (1992)
20thnva:5: Ted Chiang: Story of Your Life (1998)
20thnva:6: Joe R. Lansdale: On the Far Side of the Cadillac Desert with Dead Folks (1989)
20thnva:7: Kim Stanley Robinson: To Leave a Mark (1982)
20thnva:8: Connie Willis: The Last of the Winnebagos (1988)
20thnva:9: Gene Wolfe: The Fifth Head of Cerberus (1972)
20thnva:10: H. P. Lovecraft: The Shadow Over Innsmouth (1942)

20th Century Novelette
20thnvt:1:
William Gibson: The Winter Market (1985)
20thnvt:2: Philip K. Dick: A Little Something for Us Tempunauts (1974)
20thnvt:3: William Gibson: Burning Chrome (1982)
20thnvt:4: Roger Zelazny: A Rose for Ecclesiastes (1963)
20thnvt:5: Ted Chiang: Tower of Babylon (1990)
20thnvt:6: Cordwainer Smith: Scanners Live in Vain (1950)
20thnvt:7: Greg Bear: Blood Music (1983)
20thnvt:8: H. P. Lovecraft: The Call of Cthulhu (1928)
20thnvt:9: Arthur C. Clarke: Sunjammer (1964)
20thnvt:10: Bruce Sterling: Deep Eddy (1993)

20th Century Short Story
20thss:1:
Fritz Leiber: Coming Attraction (1950)
20thss:2: Samuel R. Delany: Aye, and Gomorrah… (1967)
20thss:3: J. G. Ballard: The Terminal Beach (1964)
20thss:4: Lucius Shepard: Salvador (1984)
20thss:5: A. J. Deutsch: A Subway Named Mobius (1950)
20thss:6: Alfred Bester: Oddy and Id (1950)
20thss:7: Arthur C. Clarke: The Sentinel (1951)
20thss:8: Fredric Brown: Answer (1954)
20thss:9: Barry Malzberg: Understanding Entropy (1994)
20thss:10: Joe R. Lansdale: Not from Detroit (1988)

21st Century SF Novel
21stsfnvl:1:
Richard K. Morgan: Altered Carbon (2002)
21stsfnvl:2: M. John Harrison: Light (2002)
21stsfnvl:3: Charles Stross: Accelerando (2005)
21stsfnvl:4: Michael Chabon: The Yiddish Policemen’s Union (2007)
21stsfnvl:5: Audrey Niffenegger: The Time Traveler’s Wife (2003)

21st Century Fantasy Novel
21stfnnvl:1:
China Miéville: The City & the City (2009)
21stfnnvl:2: Ursula K. Le Guin: Gifts (2004)
21stfnnvl:3: Michael Swanwick: The Dragons of Babel (2008)
21stfnnvl:4: Jeff VanderMeer: Veniss Underground (2003)
21stfnnvl:5: Jasper Fforde: The Eyre Affair (2001)

21st Century Novella
21stnva:1:
Charles Stross: Palimpsest (2009)
21stnva:2: Robert Reed: Truth (2008)
21stnva:3: Lucius Shepard: Stars Seen Through Stone (2007)
21stnva:4: Alastair Reynolds: Diamond Dogs (2001)
21stnva:5: Walter Jon Williams: The Green Leopard Plague (2003)

21st Century Novelette
21stnvt:1:
Cory Doctorow: When Sysadmins Ruled the Earth (2006)
21stnvt:2: Ian McDonald: The Djinn’s Wife (2006)
21stnvt:3: Gregory Benford: Bow Shock (2006)
21stnvt:4: Neil Gaiman: A Study in Emerald (2003)
21stnvt:5: Benjamin Rosenbaum: Biographical Notes to ‘A Discourse on the Nature of Causality, with Air-Planes’ by Benjamin Rosenbaum (2004)

21st Century Short Story
21stss:1:
Will McIntosh: Bridesicle (2009)
21stss:2: Benjamin Rosenbaum: The House Beyond Your Sky (2006)
21stss:3: Gwyneth Jones: The Tomb Wife (2007)
21stss:4: Ted Chiang: Exhalation (2008)
21stss:5: Eugie Foster: Sinner, Baker, Fabulist, Priest; Red Mask, Black Mask, Gentleman, Beast (2009)

La vittima collaterale della mia grave smemoratezza è purtroppo ‘Repent, Harlequin!’ said the Ticktockman, sublime racconto breve di Harlan Ellison del 1965, che avrebbe meritato di condividere il primo gradino del podio 20thss in un ideale ex-aequo con Fritz Leiber.

[Immagini tratte dal portfolio "Repent, Harlequin!" Said the Ticktockman, di Jim Steranko.]

Argo

Posted on Novembre 27th, 2012 in Proiezioni, ROSTA | No Comments »

«Argo who?»
«Argo fuck yourself!»

Courtesy of Alan Arkin & Tony Mendez.

La guida galattica per non-connettivisti /3 - I connettivisti e le rotte del futuro

Posted on Ottobre 31st, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 7 Comments »

Quale sarà il futuro dei connettivisti e più in generale quello della fantascienza? Riprendendo il motto che ha accompagnato la Next-Fest, esplicito omaggio all’insostituibile Vittorio Curtoni, dove stiamo volando?

Nessuno può dirlo, però possiamo provare a tracciare delle rotte. E tra le rotte in corso di esplorazione ce n’è almeno una nuova, che sta andando progressivamente ad aggiungersi alle due ormai consolidate, storiche. La prima era l’attitudine alla commistione tra i generi, e il futuro ci vedrà sempre più attivi sui terreni di confine della fantascienza, nel tentativo di spingere il movimento a fare i conti con gli angoli più remoti e bizzarri del fantastico, ma non solo. La seconda era la propensione a declinare la nostra prospettiva artistica secondo un paradigma multimediale: narrativa, poesia, arti grafiche, cortometraggi, un numero crescente di approcci alla televisione e al cinema. A queste strade se ne va ora ad accostare una terza. Lukha B. Kremo, insieme a Marco Milani uno dei grandi assenti alla con (e a entrambi va il nostro abbraccio), ha coniato per questa un’etichetta che trovo di notevole impatto: nextstream. È il tentativo di operare un “ripotenziamento” della fantascienza e del fantastico, dall’esterno: agendo sul campo del mainstream, sulle orme di numerosi autori che ci hanno preceduti, da Thomas Pynchon e i postmoderni a Haruki Murakami, passando per Kurt Vonnegut, J.G. Ballard, Jorge Luis Borges, Italo Calvino e l’elenco sarebbe davvero troppo lungo per citarli tutti. Lavorare un po’ per sottrazione, come dicevo a proposito delle divergenze/affinità tra cinema e letteratura di fantascienza, invece che per accumulo. Alleggerirsi, insomma, per correre più veloci, e arrivare più lontani. Ed espandere la frontiera, inglobando nuovi settori nello spazio d’influenza che ci è familiare.

Esempi di mainstream fantascientifico se ne trovano in abbondanza soprattutto al di fuori della letteratura, d’altro canto. Si pensi al cinema di fantascienza, nel suo complesso, dove la fantascienza ha preservato nel corso del tempo la propria vocazione popolare – laddove nella letteratura si faceva sempre più specialistica. Oppure, in una certa misura, anche alla televisione, alla capacità di far presa sull’immaginario dello spettatore non specializzato che ha arriso al successo di serie come Star Trek (e in questa sede penso oltre alla serie classica e a The Next Generation, in particolare a Deep Space Nine), a Babylon 5, a Battlestar Galactica; e, da questa parte dell’oceano, alla ben più che longeva, ormai pressoché mitologica, Doctor Who, a Torchwood e a un altro capolavoro della BBC, Life on Mars. Ma penso anche al fumetto: dalla scuola sudamericana di Hector Oesterheld, Alberto Breccia e Juan Giménez (non solo lo splendido Eternauta, ma anche Perramus e gioielli di inusitata potenza espressiva, come i racconti di Quarto potere), agli Humanoïdes Associés della bande dessinée, Philippe Druillet, Moebius, Enki Bilal, fino ad Alan Moore, Warren Ellis, e al nuovo fumetto supereroistico e new weird americano (alcuni nomi su tutti: Jeph Loeb, J. Micheal Straczynski e Mike Mignola). Tutti validissimi modelli per sperimentare nuove espressioni per la scrittura di genere e proseguire, a mio parere, sulla falsariga di quanto svolge da sempre Sergio “Alan D.” Altieri, ospite d’onore in telepresenza alla Next-Fest.

Non dovremmo nemmeno dimenticare l’importanza della letteratura young adult, di quelli che un tempo erano chiamati juveniles, come occasione di reclutamento di nuove leve dall’unico bacino che può andare a incrementare le file dei lettori: il vivaio delle giovani e soprattutto giovanissime generazioni, ci ricordava Proietti, meriterebbe una maggiore considerazione. E gli autori possono aiutare l’editoria a maturare la sensibilità giusta.

Dell’editoria elettronica hanno parlato Sandro Battisti (il suo Olonomico è uscito prima in e-book che in cartaceo) e Dario Tonani (stessa esperienza, con il caso editoriale del 2011 Mondo9), supportati dai rispettivi editor Luigi Milani e Salvatore Proietti, Giovanni Agnoloni con il suo Sentieri di notte in uscita per entrambi i mercati, quello tradizionale e quello elettronico, e infine Francesco Verso nel suo particolareggiato panel sull’evoluzione del settore dell’e-book. La nuova stagione del libro elettronico in cui stiamo entrando sembra davvero promettente, sicuramente troppo stuzzicante per lasciarsela scappare. Ci si sta schiudendo davanti un intero nuovo universo di possibilità, in cui potremo ridefinire i confini stessi di quella che chiamiamo narrativa oppure, più ambiziosamente, letteratura. Non credo che i libri di carta diventeranno una rarità, ma sono convinto che il libro elettronico plasmerà una nuova consapevolezza nei lettori e modificherà la nostra stessa percezione della parola scritta, specialmente per quanto riguarda l’esperienza della lettura.

È da qui che possiamo partire. Nessuno ci costringe. Ma è un’opportunità. Sta a noi giocarcela. Insieme a chi vorrà reggere il gioco.

Per aspera ad astra.

(3 - fine)

Puntate precedenti:
La guida galattica per non-connettivisti /0
La guida galattica per non-connettivisti /1 - La fantascienza dei due mondi: cinema e letteratura
La guida galattica per non-connettivisti /2 - L’immaginario non-fantascientifico e tutto il resto

La guida galattica per non-connettivisti /2 - L’immaginario non-fantascientifico e tutto il resto

Posted on Ottobre 31st, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 7 Comments »

In quanto connettivisti, a partire dagli esordi, ci siamo sforzati di tracciare le connessioni segrete che attraversano l’immaginario, mappando le autostrade neurali della realtà, fino a mettere in pratica un’opera di sintesi. Ci siamo prefissi di usare la fantascienza come filtro per guardare il complesso paesaggio tecnologico in mutamento in cui siamo immersi, per esplorare le risorse e le contraddizioni umane esaltate dalla spinta del progresso.

La tendenza alla contaminazione tra i generi ci ha inimicati molti puristi appassionati di fantascienza. Il tentativo sperimentale di recuperare tradizioni sepolte (ma se davvero lo erano, gli assassini dovevano essere stati tanto maldestri o semplicemente tratti in inganno, visto che nelle rispettive bare i presunti cadaveri continuavano a dimenarsi nel sonno), come le avanguardie storiche, dai futuristi ai crepuscolari, fino al surrealismo e alla poesia ermetica, valutato con curiosità da molti appassionati di fantascienza, ci ha d’altro canto inimicato quanti dall’esterno guardavano alla fantascienza come a uno spazio di evasione,crogiolandosi sulla bellezza delle etichette e nell’idea della supposta tenuta stagna dei confini. La sperimentazione sul linguaggio, gli sforzi di coniugare estrapolazioni scientifiche e tecnologiche con una sensibilità umanista, è quello che talvolta ha messo d’accordo tutti sulla difficoltà di leggerci. La vera cosa che però sembra infastidire la gente, è l’impossibilità di classificarci: troppo fantascientifici, o troppo poco; ora troppo protesi verso il futuro, ora troppo rispettosi verso il passato; ora innovatori, ora preservatori (non uso a caso questo termine, tornando con la memoria alle vertiginose pagine della Matrice Spezzata) delle esperienze storiche. Dopotutto così si rischia di voler dire tutto e il contrario di tutto, senza in fin dei conti riuscire a dire nulla… giusto?

Sbagliato.

Ci hanno imposto che la semplicità è un valore, e non voglio arrivare a dire che è stato solo uno dei tanti punti su cui hanno lavorato per poterci ingabbiare negli schemi dell’ordine costituito. Siete tutti troppo intelligenti per capirlo da soli. Eppure la complessità è qualcosa che spaventa, che genera come reazione istintiva l’avversione. E noi che con la teoria del caos pretendiamo di imbastire la colazione dei campioni, noi che ci dilettiamo di equazioni e di elucubrazioni, di matematica e di fisica quantistica, cogliendone a volte consapevolmente e altre anche solo istintivamente la bellezza intrinseca (e sull’estetica dei numeri e della geometria ci si è soffermati nel corso del panel “Orizzonti matematici e abissi quantistici”, sabato pomeriggio, grazie alle intuizioni di Emmanuele Pilia e Roberto Furlani e alla sapiente conduzione del moderatore Emanuele Manco), noi che dibattiamo di paradigma olografico e menti olonomiche, noi, da astrusi connettivisti quali siamo, pretendiamo proprio di esplorare la complessità! Nulla di meno popolare, come si diceva anche nel panel di domenica mattina dedicato al futuro della scrittura fantascientifica.

Altrove le sfumature sono valorizzate, specie se sono più di cinquanta: si pensi alle continue compenetrazioni, su scale infinite e fino a un dettaglio frattale, delle angosce distopiche e degli slanci utopistici di Iain M. Banks, evocato da Salvatore Proietti. Qui da noi, invece, chi si è azzardato a valorizzare in termini letterari l’immaginario scientifico (si pensi a Italo Calvino e Primo Levi) è stato stigmatizzato dai suoi pur autorevolissimi (e in altri casi anche decisamente lungimiranti) colleghi, bollato come refrattario alla vera essenza della letteratura.

Che bisogno avevamo di accostare entità tanto remote come la fantascienza e il crepuscolarismo, il futurismo e la matematica, la transarchitettura e il weird, la realtà aumentata e la poesia? Possiamo esser sembrati pretenziosi, ma non siamo alla ricerca di una qualche forma di autoincensazione. I diversi curatori dei panel, da Alex Tonelli (chiamato a uno sforzo triplo) ad Alessio Brugnoli a Francesco Cortonesi, hanno impostato magnificamente i giri di tavola e i rispettivi interventi con l’intento di valorizzare tanto la scoperta quanto la riscoperta. Le incursioni di Carlo Bordini ed Ettore Fobo nella poesia, le performance di Domenico Mastrapasqua, Francesco Tito e Marco Moretti e della Sauna dei Cinque sono stati momenti di profondo divertimento, oltre che di arricchimento. Il palinsesto parla per noi: i momenti di recupero storico sono stati impostati soprattutto come occasioni di approfondimento e bilanciati dalle presentazioni dei nostri ultimi lavori in uscita o in corso di sviluppo (in campo editoriale ma anche cinematografico e televisivo); e non è mancato lo spazio per il confronto, con panel interi (e di indiscutibile successo) dedicati alle declinazioni della fantascienza nei diversi media (oltre al citato panel conclusivo, vale la pena ricordare quello enciclopedico sull’immaginario fantascientifico tenuto da Salvatore Proietti, Lanfranco Fabriani, Emanuele Manco e Flora Staglianò). I due momenti di maggior richiamo, l’intervento di Bruce Sterling e il dibattito finale sul cinema, sono stati anche quelli in cui i connettivisti si sono “ritratti”, lasciando la scena agli “esterni”: un precursore e dei possibili nuovi compagni di strada. Ed è un peccato, certo, che proprio al momento della chiusura e in occasione di gran parte dell’ultimo evento in cartello, i connettivisti che avevano assicurato una presenza continua e il loro ininterrotto apporto alla discussione per tutta la durata della Next-Fest, fossero ormai già dovuti partire. D’altro canto, a giustificazione di questa presunta “diserzione di massa”, va detto che per quanto baricentrica sia Roma, le ferrovie e le linee aeree non hanno ancora maturato l’efficienza del teletrasporto, e a malincuore fin dal primo pomeriggio di domenica subivamo tutti il richiamo alle nostre vite “aliene” – o meglio, per dirla con quel vecchio saggio poco citato dai connettivisti che fu Isaac Asimov, al nostro “mondo al di fuori della realtà”.

Per tornare al punto, resto convinto che dalla giustapposizione degli elementi scaturiscano nuove prospettive, e nei chiaroscuri risaltino meglio le sfumature della luce così come pure la tenebra. Nel 1968 proprio Calvino invitava a “vivere anche il quotidiano nei termini più lontani“. Dopotutto, nei più remoti orizzonti postumani esplorati dai connettivisti, serpeggia sempre una umanissima e malinconica vena di poesia, che non è nient’altro – parafrasando il compianto Ray Bradbury, magnifica figura di confine tra il cinema e la fantascienza – se non la nostalgia dei futuri possibili, dei futuri che avrebbero potuto essere e non sono stati, dei futuri già perduti.

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La guida galattica per non-connettivisti /1 - La fantascienza dei due mondi: cinema e letteratura

La guida galattica per non-connettivisti /1 - La fantascienza dei due mondi: cinema e letteratura

Posted on Ottobre 30th, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 4 Comments »

La fantascienza letteraria presenta una serie di caratteristiche che la differenziano dalla sua omologa cinematografica. Di fatto, pure se i due media – la letteratura e il cinema – si scambiano linfa a vicenda, in una trasfusione continua di idee e soluzioni estetiche (come dimostra il caso emblematico del cyberpunk), a mio modo di vedere i due ambiti conservano peculiarità tanto marcate da preservarne la distanza.

Un’opera cinematografica di fantascienza (meno una serie televisiva, che ha a disposizione uno spazio mediamente più lungo per sviluppare il contesto in cui agiscono i personaggi) risente della necessità di esaltare le proprie caratteristiche di immediatezza: ne va della sua fruizione, e quindi del raggiungimento delle grandi masse, e di conseguenza del ritorno economico dei suoi finanziatori, che sono prima di tutto investitori. Un’opera letteraria di fantascienza, in fase di gestazione, risente di molti meno vincoli creativi. Innanzitutto, non ci sono quasi mai tutte le diverse istante rispondenti ai diversi membri della produzione da coniugare tra loro. Lo scrittore è solo. Può permettersi una maggiore libertà e parte di questa libertà si traduce nella possibilità di far riferimento a un immaginario consolidato. Ogni romanzo o racconto di fantascienza assume una valenza “amplificata” dal rapporto dialettico con il background del genere, costituito da tutte le opere e i filoni letterari che l’hanno preceduta.

Per la fantascienza letteraria questa forma di retroazione, questo feedback ininterrotto con la storia del genere, è un requisito fondamentale: essendo il fantastico l’unico genere per il quale il lettore non ha un contesto pronto e già noto in cui orientarsi, ma deve invece fare i conti con il worldbuilding operato dall’autore, condividere con quest’ultimo dei riferimenti minimi (concordare per esempio su espedienti narrativi che non trovano un riscontro univoco nella realtà, come possono essere un viaggio nel tempo, una storia alternativa, un’astronave interstellare, oppure – per dire – un infundibulo cronosinclastico) è imprescindibile per la buona riuscita dell’opera.

Al contrario, il cinema può concedersi una maggiore autonomia dalla storia del genere. Tino Franco faceva giustamente notare che il cinema lavora su canali diversi da un libro. Mi permetto di aggiungere che questi canali sono anche più numerosi rispetto alla narrativa, dove l’unico canale è dato dalla “connessione empatica” che l’autore riesce a instaurare con il lettore, ovvero la capacità di sospensione dell’incredulità che il primo riesce a negoziare con il secondo per raccontargli la propria storia mediata da un foglio di carta (di cellulosa o elettroni). Il cinema può giocare sulla visione e sull’ascolto, canali molto più immediati rispetto alla (non tanto) semplice elaborazione del testo che è richiesta dalla letteratura, che richiede al “fruitore” molta più pazienza, attenzione, partecipazione attiva nel processamento dei significati.

Possiamo riscontrare una familiarità, talvolta anche molto forte, tra pellicole diverse, ma il campo gravitazionale che tiene insieme i film di fantascienza secondo me è di qualche ordine di grandezza più debole rispetto a quello che tiene insieme i romanzi e i racconti di autori anche molto diversi tra loro, magari anche lontani nel tempo e nello spazio. Oltretutto, per via della sua marcata attitudine alla contaminazione, la fantascienza si presta molto all’ibridazione con altri generi, per cui è naturale che tanto sulla carta quanto al cinema le visioni futuribili finiscano spesso per sconfinare in generi limitrofi, dall’horror al poliziesco, passando per il noir, il romance, l’avventura, il racconto di guerra, la spy-story. Da questa facilità di interfaccia, combinata con la vastità dell’immaginario fantascientifico capace di spaziare dalla space opera all’inner space, dai mondi simulati alla storia alternativa, alla distopia, scaturisce la naturale ricchezza del genere. Ma più ci si allontana dalla capitale dell’Impero, più le province traballano sotto il peso della pressione esterna. Al cinema, in particolare, dove le esigenze della cassa sono più forti di qualsiasi proposito artistico (e quanto più costa tradurre una visione in pellicola, tanto maggiore è il pubblico a cui deve arrivare per ripagarsi), la minore coesione interna del genere rafforza l’attrazione “centrifuga” verso i territori limitrofi.

Alcuni esempi, per non restare nel campo della pura supposizione: Blade Runner e Strange Days verso il noir, Alien verso l’horror, Minority Report verso il poliziesco, Eternal Sunshine of the Spotless Mind verso il sentimentale. In Avatar, per esempio, sotto la superficie plasmata dal gusto estetico di Roger Dean, il cinema bellico alla Apocalypse Now e la mitologia western (da Pocahontas a Balla coi lupi) giocano nell’economia dell’intreccio un influsso molto più marcato di un intero secolo di cinema di fantascienza. Esiste, certo, un interscambio orizzontale, ma non sempre: Donnie Darko, per esempio, sembra un corpo estraneo nell’ambito di una qualsiasi panoramica del genere. E in ogni caso la corrente che scorre da 2001: Odissea nello Spazio a Inception non sembra più forte di quella che scorre verso il capolavoro di Christopher Nolan da Heat oppure dai film di James Bond. E questo esempio particolare mi induce ad arrischiarmi su un terreno ancora più infido e pericoloso: spesso, esistono maggiori punti di contatto tra un film di fantascienza e un’opera di fantascienza proveniente da un medium diverso (come magari può essere un libro), piuttosto che tra lo stesso film e tutti gli altri film di fantascienza che lo hanno preceduto. Inception, sia pure con i suoi numerosi richiami a un immaginario di genere già consolidato al cinema, non somiglia più a Neuromante che a Blade Runner? Non vi ritroviamo più tratti comuni con Zelazny, Dick e Galouye che con Matrix, eXistenZ e Dark City?

I capolavori cinematografici di genere – 2001, Blade Runner, Inception, per citarne solo tre emblematici, sufficientemente distanti tra loro da rappresentare delle pietre di paragone per le rispettive generazioni – possono permettersi di “strappare” con il passato, e rifondare un intero immaginario. Nella fantascienza scritta, non è così che funziona: senza la social SF , Alfred Bester e Fritz Leiber, non avremmo avuto gli autori della new wave; senza la new wave non avremmo avuto Neuromante e tutto quello che è venuto dopo; senza la new wave e il cyberpunk non avremmo avuto Accelerando; qui il cammino procede in maniera incrementale, non selettiva. E troviamo questo schema replicato in misura analoga anche in opere di seconda, terza, n-sima fascia, indifferentemente.

Un film di fantascienza è prima di tutto un film, dell’etichetta può fare a meno. Un libro di fantascienza, al contrario, comunque la si metta, è fantascienza, che l’etichetta ci sia o meno.

Se un genere si riconosce prima di tutto dai suoi autori, al cinema il gruppo di autori che possono essere riconosciuti universalmente come autori di genere è estremamente risicato, se non proprio evanescente come concetto. In letteratura, il gruppo è decisamente più nutrito, più facilmente individuabile, e anche quando un autore di fantascienza si dedica ad altri generi (il poliziesco, il fantasy), il più delle volte continua comunque a essere riconosciuto come autore di fantascienza (a patto che non si chiami George R.R. Martin). Probabilmente, anche per via dei diversi ordini di grandezza in termini di bacino di utenza, a differenza dell’impero dei sensi che è il cinema la fantascienza letteraria è più simile a una piccola repubblica, forte di una sua coesione intrinseca, soggetta a forze centripete.

Sbaglierò, ma sono queste le tendenze dominanti che mi sembra di scorgere in una qualsiasi rassegna di titoli, di autori e di filoni si voglia tirar fuori.

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Posted on Ottobre 30th, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 12 Comments »

Next-Fest è il nome che Sandro Battisti, Gabriele Calarco ed io abbiamo scelto, non senza una certa ambizione di rottura con il passato delle nostre convention, per la prima adunata connettivista ospitata nella Capitale. Che poi, parlare di Capitale presuppone comunque una certa ampiezza di vedute, vista la collocazione nella cornice del Laurentino 38 che se non altro ci è valso un tentativo di contribuire alla vitalità culturale delle periferie romane.

Laurentino 38 è “il quartiere dei poeti e degli scrittori”, per usare le parole di Luca Ferrari che accompagnavano la sua mostra fotografica sulla zona, da cui l’immagine soprastante è tratta. Nella sua toponomastica è codificato il Novecento italiano, insieme a pezzi sparsi della letteratura francese, di quella americana, di quella russa. Non è per questo che in genere il quartiere viene ricordato, comunque. L’edilizia urbana degli anni ’70 e ’80 da queste parti ha saputo produrre rimarchevoli scempi architettonici e vi si respira un’atmosfera decadente, specialmente di sera. Nei tre giorni della manifestazione, alcune decine di appassionati si sono avventurati in questa estrema periferia romana, a un quarto d’ora di odissea postmoderna – su un autobus traballante dell’ATAC – dal capolinea della Linea B delle metropolitane capitoline, per partecipare ai panel e discutere con altri appassionati di fantascienza, immaginario, vita, universo e – non poteva mancare – tutto il resto. Sfidando i diluvi che si sono ripetutamente abbattutti su Roma venerdì e la sorte (metropolitana in tilt nel pieno pomeriggio del giorno d’apertura proprio per il maltempo). L’ultimo giorno ha poi registrato un picco di visitatori per le presentazioni pomeridiane dell’e-book Crepe nella realtà di Mario Gazzola (ALEA eBooks), del progetto grafico di Gabriele Calarco Post-Humans, il mondo senza uomini in immagini e per la proiezione del cortometraggio “Io ritengo” di Alessio Merulla con Elio Venutolo. Nel dibattito sul cinema che è seguito, a partire da una provocazione che non c’è stato purtroppo il tempo di sviscerare a fondo come sarebbe stato opportuno, gli autori intervenuti hanno cercato di portare la loro esperienza e rapportarla, ove possibile, con l’immaginario di genere, lo stesso con cui i connettivisti hanno voluto fare i conti nell’arco di questa manifestazione. Colgo l’occasione per ringraziare Tino Franco, Michele Salvezza e Tommaso Ragnisco (autore anche della fantastica locandina) per i loro preziosi contributi.

Questo intervento vuole appunto essere uno sviluppo delle riflessioni innescate dal dibattito, se non altro prima che il confronto deragliasse ed esigenze di tempo e di decenza ne imponessero la chiusura, e nasce in parte come risposta alle riserve espresse nei riguardi dei connettivisti da Pier Luigi Manieri. Obiezioni spesso comprensibili, ma altrettanto spesso motivate anche da un pregiudizio dettato dalla scarsa familiarità con il nostro lavoro. Quasi mai, in ultima istanza, condivisibili.

I connettivisti nascono prima di tutto come autori: sono scrittori, poeti, artisti, talvolta videomaker, forti dell’esperienza della rete. La prima forma di aggregazione è stata storicamente rappresentata dai blog, poi è venuto il movimento, inteso come naturale estensione dello spazio di sperimentazione trovato nell’immediatezza del web 2.0: il connettivismo nasce da qui e può essere interpretato in maniera molto intuitiva come un incubatore. Di idee, di visioni, di metodi e di modelli. È inutile, anzi “stucchevole”, pretendere di volerne parlare senza essersi mai scomodati a leggerne anche solo mezzo racconto. E i racconti converrebbe comunque leggerli fino in fondo, perché la storia ci insegna che talvolta riservano un finale a sorpresa.

Ma entrando più nel dettaglio dei contenuti per venire incontro ai neofiti e ai profani, cos’è che fanno iconnettivisti? In linea di massima e per forza di cose semplificando il discorso, possiamo sostenere che ci sforziamo di elaborare un tentativo di interpretazione del mondo, che spazia dall’attualità contingente alla riflessione più generale sulla condizione umana, da una prospettiva che è la chiave di tutto in quanto consente di “storicizzare” il presente: il futuro. Anche per questo i connettivisti sono prima di tutto appassionati di fantascienza. Dalla fantascienza abbiamo mutuato la chiave della trasfigurazione così come quella dell’estrapolazione, e nella fantascienza troviamo quella congeniale forma di sintesi tra cultura scientifica e tecnologica e ambito umanistico che ci contraddistingue.

Il discorso sul rapporto tra fantascienza e cinema si prestava bene a suggellare la nostra tre-giorni anche per un altro motivo, che spero diventerà più chiaro nel prosieguo. In tre interventi concatenati, che usciranno sullo Strano Attrattore nei prossimi giorni, cercherò di delineare il mio punto di vista su ciò che ci proponiamo di fare e a cui volevamo dare visibilità nel palinsesto della convention. Non è l’unica direzione in cui stiamo lavorando, ma una delle possibili. E, ritengo, anche molto promettente.

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